Ferrara: Quel “socialista” di Tremonti

Civettuolo com’è, nel recente passato Giulio Tremonti aveva fatto in modo di proiettare la grande crisi finanziaria sullo sfondo ritualistico del Levitico, scrittura veterotestamentaria molto complicata. In realtà il ministro dell’Economia è neotestamentario, e anche semplice: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, questa è la sua nuova trovata politica.

Le banche, verso le quali il governo si muove da garante & sorvegliante, tra bond esosi ma cospicui e monitoraggi prefettizi, non si faranno rimborsare la quota dei mutui contratti dalle piccole e medie imprese in conto capitale, limitandosi a percepire per alcun tempo i soli interessi.

Il ministro ha incoraggiato la decisione, l’ha definita nei dettagli d’accordo con l’associazione dei banchieri, e l’ha classificata tra gli stratagemmi indolori che un paese ultraindebitato e con un deficit montante può applicare all’economia reale allo scopo di stimolarne la crescita. Se non ci sarà una moria generalizzata delle imprese, come per adesso non c’è stata nonostante le previsioni più fosche, una parte del merito andrà alla duttilità intrisa di severità, e qualche volta di irridente arroganza, con cui il geniaccio di Berlusconi ha trattato la questione del credito mentre tutto o quasi tutto nel mondo dorato delle banche si inceppava.

Questi socialisti sono naturaliter capaci di governare i sistemi bancari. Pensiamo ad Amato, Giuliano Amato, che all’inizio degli anni Novanta rimise le banche nel circuito dell’azionariato di impresa e realizzò l’architettura del sistema barocco ma fluido, che ancora in parte tiene, delle fondazioni. Vent’anni dopo è Tremonti, reduce da scontri epici con il cattolico Bankitalia Antonio Fazio, e pronto a nuovi confronti aspri con il superlaico Bankitalia Mario Draghi, a pittare il nuovo paesaggio del credito nel bel mezzo di una crisi simile a quella dei vari venerdì e martedì neri della lira.

Le banche italiane, in fondo, funzionano come società di mutuo soccorso, talvolta per i capitalisti, talvolta per i lavoratori, e si accodano con molta pigrizia alle pericolose innovazioni di prodotto finanziario importate in Europa da Wall Street e dai mercati più frementi, tra i quali quelli asiatici.
Per questo hanno sofferto meno del prevedibile lo scasso del credito mondiale, non hanno riversato su pensioni e polizze sanitarie le loro difficoltà (anche perché da noi borsa e finanza sono state tenute fuori dal sistema previdenziale e assicurativo-sanitario). Insomma, siamo un paese sempre abbastanza socialista, e sono i socialisti per cultura e sensibilità i meglio addestrati per governare e contenere i mercati.

Tremonti non ha ancora uno status politico pieno, intendo come leader di partito. Ma è popolare perché i suoi atti hanno sistematicamente preso di mira interessi consolidati del blocco sociale alla base del potere populista, e più in generale la classe media trascurata dal centrosinistra.

Già tribuno delle partite iva e crociato antifiscale, ora che ha tirato i remi del reaganismo in barca, e si è fatto più prudente e chiesastico, solidale e socialdemocratico, Tremonti è diventato anche una prospettiva politica incarnata, un uomo pubblico di cui tenere conto nel gioco del consenso. La sua forza è nel non essere e nel non presentarsi come un economista.

Piuttosto, Tremonti si offre come uomo di diritto e di pensiero politico, e gli atti socialmente rilevanti del suo ministero, che è poi un due terzi almeno del valore-governo complessivamente inteso, tengono sempre conto di questo carattere non solo ragionieristico, del ruolo pubblico del governo nell’economia. La remissione dei debiti alle piccole e medie imprese, d‘accordo con i creditori, è il suo più recente capolavoro.

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