Romano: Gli Usa sono più socialisti di quanto ammettano

Gli argomenti utilizzati dagli oppositori della riforma sanitaria che Barack Obama ha promesso al paese durante la campagna elettorale sono in parte nuovi, in parte vecchi. Sono nuovi quando i nemici della riforma sostengono che è assurdo impegnare più di 6 miliardi di dollari, da qui al 2019, in un momento in cui il governo ha svuotato le casse dello stato per salvare le banche, nazionalizzare la General Motors e stimolare il rilancio dell’economia.

Sono vecchi, invece quando Barack Obama viene tacciato sommariamente di socialismo. Molto di ciò che è stato detto nelle scorse settimane ripete alla lettera le accuse mosse a Bill Clinton quando incaricò Hillary, durante il suo primo mandato, di preparare una riforma che avrebbe dato una copertura sanitaria ai 45 milioni di americani che ne sono privi.

Gli americani non vogliono una medicina burocratizzata in cui lo stato possa imporre il medico di cui dovranno servirsi, il chirurgo da cui dovranno essere operati, l’ospedale in cui verranno ricoverati. Gli americani non sono socialisti e non hanno alcuna intenzione di convertirsi al socialismo strisciante di cui Obama sarebbe il regista.

In questi argomenti vi sono, insieme a qualche verità, parecchi paradossi. La spesa è elevata, ma l’estensione della protezione sanitaria a 45 milioni di persone potrebbe produrre, alla fine, persino qualche benefica ricaduta sull’economia nazionale. Il cittadino «coperto» sente meno il bisogno di risparmiare per i momenti difficili ed è più pronto a consumare.
In Cina, dove non esiste un servizio sanitario nazionale, il governo si sta chiedendo se il modo migliore per fare uscire il denaro dai materassi non sia per l’appunto quello d’introdurlo.

Ma è certamente vero che l’entità della somma prevista dai programmatori di Obama pesa sul progetto e rende i membri del Congresso, anche fra i democratici, molto prudenti. Meno convincente invece è la tesi secondo cui gli americani detesterebbero il socialismo. È certamente vero che tutti i partiti socialisti degli Usa sono miseramente falliti e che «socialismo», nei salotti americani, è una brutta parola. Ma le dosi di socialismo sotto altro nome che gli americani hanno assorbito senza troppo protestare dall’epoca di Franklin Delano Roosevelt in poi sono considerevoli. Anche nel campo della sanità.

In un articolo apparso sul New York Times, il premio Nobel Paul Krugman ricorda che esiste in America un programma federale di assistenza totalmente gratuito: si chiama Medicare ed è destinato alle persone al di sopra dei 65 anni. E accanto a Medicare esiste anche Medicaid, un programma gestito congiuntamente da fondi federali e statali che nel 2008 avrebbe garantito una certa assistenza a circa 49 milioni di indigenti: bambini, donne incinte, disabili, anziani.

Non è tutto. A coloro che denunciano il futuro intervento dello stato nel settore assicurativo occorre ricordare che il governo federale esercita già ora una rigorosa sorveglianza sulla politica assicurativa delle società private e garantisce il lavoratore assicurato contro la pratiche discriminatorie spesso applicate in passato e raccontate in qualche film di grande successo.

Questo non significa che la riforma proposta da Obama sia inattaccabile. Significa tuttavia che dietro le proteste vi sono spesso gli interessi (legittimi, per carità) degli assicuratori, della grande corporazione dei medici americani e di coloro su cui potrebbero gravare, per i finanziamenti del programma, imposte più elevate. Quanto al socialismo ve n’è molto di più negli Stati Uniti di quanto gli americani preferiscano ammettere.

Commenti

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Il 8 Agosto 2009 alle 13:21 dellelmodiscipio ha scritto:

E’ questione di buon senso e buona volontà, che non mancano a Obama. E’ noto quel che vogliono e quel che non vogliono gli americani, ossia (in fondo) quel che vogliamo e non vogliamo noi. Obama ha il potere di realizzare queste aspettative. Pertanto, la RIFORMA sanitaria USA sarà basata su tre principi, e in tre mosse Obama la farà: 1) tutti i cittadini hanno il diritto e il dovere di avere un’assistenza sanitaria PERFETTA; 2) ciò può essere assicurato solo da un organismo statale di valutazione e controllo; 3) gli operatori del sistema devono essere privati, la medicina è un’attività di iniziativa e di libera contrattazione (vuoi curarmi? vuoi essere curato da me?), non deve essere la MEDICINA DI STATO, pertanto l’unica soluzione è obbligare i singoli states a organizzare un sistema pubblico MODELLO, che però non EGEMONIZZI la sanità, bensì sia il riferimento per le assicurazioni private e sappia in ogni momento dimostrare la sua validità, senza prendere la supremazia sulle imprese sanitarie private. La sanità è ovunque, nei nostri tempi, il paradigma dello stato. Solo il bilanciamento (come terra e luna, per dare l’idea) fra sanità pubblica e iniziativa privata risolve la questione, secondo me. Non vale niente un organismo di controllo che INDICHI alle assicurazioni cosa fare o non fare: come in ogni attività, è l’esempio lo strumento che funziona.

Il 11 Agosto 2009 alle 17:28 jane55 ha scritto:

Faccio anch’io un mio modesto commento, non tecnico ma esclusivamente basato su un concetto di umanita’.Ho conosciuto delle persone che hanno lavorato negli ospedali americani e mi hanno detto che li’ chi non ha l’assicurazione non puo’ curarsi e che sono tantissimi i casi in questi tempi di crisi, ma anche prima, di gente che e’ in molti casi lasciata a se stessa,a volte dagli stessi parenti,perche’ non hanno i soldi per fare l’assicurazione. Non ho visto tutto cio’ di persona, ma se fosse vero,come credo, fa benissimo Obama a cercare di creare un sistema sanitario per tutti senza aspettare questo o quello, perche’ il primo dovere di chi governa e’ di aiutare la gente da cui e’ stato eletto,e se poi con questa riforma,peraltro tanto osteggiata da certi rami della societa’ americana,qualche barone o speculatore della sanita’ ci perde qualche soldino,be’,peggio per lui, per una volta potremmo dire che hanno prevalso i buoni sentimenti e le buone intenzioni. Quindi forza Obama.

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