Ferrara: Tripoli, bel suol di diplomazia

Incontro di Bengasi

Nel 2011 saranno 150 anni dall’unità d’Italia, e Dio solo sa quanto se ne discute, e con quale compunzione storica e civile. Nel commentare il viaggio di Silvio Berlusconi da Muammar Gheddafi, però, abbiamo dimenticato che nel 2011 faranno anche 100 anni dall’invasione coloniale italiana della Libia.

Storie di trasvolatori, di bombardamenti, di gas, di massacri, di combattimenti e grandi fuochi appiccati ai villaggi, storie di povera gente coscritta e mandata ad assolvere il destino vagamente imperiale che veniva utile al duro parlamentarismo giolittiano e che solo con il Duce del fascismo ebbe poi, alla metà degli anni Trenta, una sua sanzione debordante, reboante e naturalmente effimera.

Berlusconi incontra in Libia un dittatore arabo capace di stupire il mondo con comportamenti cialtroni, con una notevole ferocia, con un’assoluta strafottenza verso le convenzioni di civiltà e di umanità generalmente rispettate dalle nazioni della Terra (non mandare i propri agenti segreti a mettere bombe sugli aerei civili per spargere terrore, ecco una di queste convenzioni da lui violata a Lockerbie).
Al tragico si aggiunge il rischio del ridicolo. Abbiamo visto Gheddafi in passerella a Roma, a Parigi, all’Onu e in tanti altri luoghi del suo pellegrinaggio beduino, lo abbiamo ammirato con i suoi abiti folk e le tende del deserto a Villa Doria Pamphili e i ritardi calcolati al millimetro, gli appuntamenti annullati, le amazzoni e altre paccottiglie cerimoniali. Conosciamo la sua spregiudicatezza, tipica dei dittatori che durano quarant’anni al potere, che prendono in giro il mondo con i loro comportamenti impuniti, che girano e rigirano i loro regimi cercando, ma alle loro condizioni, una qualche legittimazione internazionale.

Con le Frecce tricolori al seguito, in cerimonie di festeggiamenti che immaginiamo viziosamente suggestive, Berlusconi certamente dovrà difendersi dall’aura di grottesco che circonda il leader libico. Ma niente può cancellare il fatto che il nostro Paese aveva un debito storico ingente con la Libia, che Berlusconi ha fatto il suo dovere quando ha chiuso il contenzioso con chi esercita l’autorità sovrana a Tripoli da quasi mezzo secolo, che la questione riguarda la nostra identità nazionale almeno se non più di quanto non riguardi il nostro approvvigionamento energetico.

Da anni gli studiosi di geopolitica discutono se i paesi produttori di petrolio e di gas siano essi, in realtà, dipendenti dalla necessità di collocare sul mercato queste materie prime; non è vero che il coltello è per loro sempre dalla parte del manico. Ma l’essere stati stuprati e violentati da un’avventura coloniale senza risarcimenti, una guerra crudele di cui nessuno, nemmeno i governi di sinistra, è mai riuscito a rendere conto storicamente, fino a che non lo ha fatto Berlusconi con l’accordo dello scorso agosto, è un fattore indiscutibile che un capo di governo italiano deve saper valutare quando è necessario.
Il terrorista di Lockerbie è stato accolto come un eroe nazionale dal colonnello. Un gesto con ogni evidenza intollerabile, calcolato al millimetro per mettere in imbarazzo gli inglesi, gli americani e gli italiani.

La risposta a questa follia macabra dovrebbe essere non già la divisione diplomatica fra gli alleati occidentali, ma una intelligente divisione dei ruoli. Nel 2003, dopo che l’Iraq era stato liberato da americani e inglesi, con il contributo politico e militare degli italiani e della willing coalition, Gheddafi fu costretto a ridimensionare le sue ambizioni, fu umiliato e circoscritto come pericolo politico e militare. Invece delle urla in nome dei diritti umani, di questi gesti è fatta la battaglia per disarmare, indebolire e consegnare alla legge del declino storico le dittature.

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