Quattro anni fa, agli inizi della precedente campagna elettorale, Angela Merkel scelse un consigliere economico liberista e lasciò intendere che sarebbe diventato, se avesse vinto le elezioni, il suo ministro delle Finanze.
Era Paul Kirchhof, professore a Heidelberg e autore di un programma fiscale che avrebbe drasticamente eliminato riduzioni e detrazioni per creare una aliquota unica del 25 per cento. Ma non appena si accorse che queste radicali riforme stavano suscitando i malumori dell’elettorato moderato, Merkel lo congedò. Se dovessi definire con un solo aggettivo lo stile politico del cancelliere tedesco, la parola giusta sarebbe prudente.
Sa che la maggioranza dei tedeschi è poco incline alle sperimentazioni economico-finanziarie ed è stata molto più conservatrice, negli ultimi quattro anni, del suo predecessore socialdemocratico Gerhard Schröder. Può essere ferma ed energica, ma non sarà mai, probabilmente, audace e innovativa.
Ne ha dato la dimostrazione durante la prima fase della crisi finanziaria, quando era convinta che il sistema bancario tedesco fosse molto più saldo di quello della maggioranza dei suoi partner e non volle accettare gli interventi congiunti che Nicolas Sarkozy propose allora ai membri dell’Unione Europea. Sbagliava: alcune banche tedesche, come fu chiaro nelle settimane seguenti, erano molto più fragili e vulnerabili di quanto Merkel non credesse, e il tesoro federale dovette correre ai ripari con forti iniezioni di capitale. Non sempre, evidentemente, la prudenza è una virtù.
Potrebbe rappresentare un vantaggio, tuttavia, nella fase che precede le elezioni politiche del 27 settembre. Nonostante qualche schiarita, l’economia tedesca non ha ancora superato la gobba della crisi e ne uscirà definitivamente soltanto quando i grandi paesi, dalla Cina agli Stati Uniti, avranno ricominciato a chiedere la straordinaria gamma di prodotti industriali con cui la Germania, negli ultimi decenni, ha conquistato i mercati mondiali. In questa fase di attesa i cristianodemocratici e i socialdemocratici della coalizione presieduta da Angela Merkel hanno puntato soprattutto sul mantenimento dell’occupazione e dei principali benefici che l’economia sociale di mercato offre ai tedeschi.
Non vi è una sostanziale differenza, quindi, fra i due maggiori partiti alla vigilia del voto. Sono ambedue socialmente conservatori e attenti a non risvegliare le paure dei loro rispettivi elettorati con terapie troppo coraggiose.
Ma Angela Merkel ha qualche carta in più perché la sua immagine è rassicurante e la sinistra è divisa. Non è per nulla certo, tuttavia, che i cristianodemocratici possano, dopo le elezioni, formare un governo omogeneo. Il quadro politico tedesco si è frammentato e i partiti sono ormai cinque: i due gemelli democristiani (Cdu-Csu), i socialdemocratici, i liberali, i verdi e la Linke, nata dalla fusione dell’ala massimalista del Psd con gli eredi dei comunisti della Germania orientale.
Come nell’Italia della Prima repubblica, anche nella Germania d’oggi i negoziati per la formazione di un governo di coalizione cominceranno dopo l’apertura delle urne. Merkel preferirebbe governare con i liberali o, alla peggio, con i verdi, tuttavia potrebbe essere costretta a formare con i socialisti una nuova grande coalizione.
A meno che i socialdemocratici, i liberali e i verdi si accordino per formare un governo rosso-giallo-verde e per lasciare ad Angela Merkel il ruolo di leader dell’opposizione. l
- Venerdì 28 Agosto 2009























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