Archivio di Agosto, 2009

Belpietro: “Un minuto più del padrone”

L’altra mattina leggendo il Corriere mi sono stropicciato gli occhi.

Per un attimo ho creduto di avere tra le mani L’Unità o Il Manifesto. E invece no, il corsivo che commentava la storia degli irriducibili che da un anno occupano l’ex fabbrica milanese di Lambrette e dei cinque di loro che si sono arrampicati in cima a una gru compariva proprio sulle pagine del fu quotidiano della borghesia lombarda.

In diciotto striminzite righe l’autore bacchettava i proprietari dell’Innocenti Sant’Eustacchio, spiegando che il loro modo di fare contraddiceva ogni regola d’impresa. «Un buon prodotto, una tecnologia avanzata, un forte attaccamento aziendale. Eppure deve chiudere, in nome di un business tossico che ignora mercato e qualità» scriveva Giangiacomo Schiavi, prendendo le difese dei lavoratori, i quali si erano scontrati con la polizia che li voleva sloggiare perché impedivano l’accesso all’azienda.

Già l’idea che un imprenditore arda dal desiderio di chiudere una fabbrica che fa un buon prodotto, ha strabiliante tecnologia e migliori maestranze mi sembra balzana. Ma l’accusa di voler investire in un business tossico contro il mercato e la qualità mi riporta alla mente i vecchi slogan sindacali degli anni Settanta, contro il padrone brutto, sporco e cattivo. Tutte le volte che un’impresa chiudeva c’era un capitalista cinico che la voleva assassinare nonostante godesse di ottima salute.

Non so se i funzionari di Cgil, Cisl e Uil non sapessero leggere i bilanci o recitassero una parte in commedia, ma ho sempre sospettato che gli mancasse il coraggio di dire la verità agli operai, ovvero che la fabbrica era morta. Magari per colpa del titolare e dei suoi errori, ma comunque morta. Così, spesso, spingevano i lavoratori a inutili lotte, inducendoli a resistere mesi, a volte anni, al grido «Un minuto più del padrone».

La storia della Innse non è diversa da quelle di molte imprese che non hanno retto il mercato e che non sono riuscite a trovare un sistema flessibile per produrre o non glielo hanno lasciato trovare. Dell’ex industria di Lambrette è rimasto solo il nome: l’agonia è cominciata all’inizio del Terzo millennio, tra cassa integrazione, mobilità e cambi di proprietà. Negli ultimi nove anni i dipendenti hanno lavorato a singhiozzo solo per pochi mesi e non sempre a pieno regime. Naturalmente questi quasi due lustri non sono trascorsi tranquillamente, ma fra lotte sindacali e interventi di polizia e carabinieri.

Dov’è dunque l’azienda descritta dal Corriere? Dov’è l’esempio di buona impresa che aspetta il salvatore e nel frattempo deve difendersi dai cannibali che la vogliono privare del futuro, come scrive Schiavi?

La verità, molto più banalmente, è che l’Innse non ha alcun futuro e che i dipendenti in questi anni sono campati tra sussidi e conflitti, tra gomme tagliate alle auto degli amministratori e dirigenti rinchiusi per ore nel loro ufficio per avere contestato assenze ingiustificate. L’Innse non è né un’azienda modello né un’isola felice. È solo una storia sbagliata, come titola il Corriere. Forse per colpa della proprietà, ma anche del sindacato. E forse pure di qualche giornalista che fatica a capire quanto sia duro oggi fare l’imprenditore.

Vespa: Non ci si ritira dall’Afghanistan

Il giorno prima che in Afghanistan morisse il caporalmaggiore Alessandro Di Lisio chiesi al comandante operativo interforze, che gestisce le nostre missioni all’estero, perché gli inglesi morissero come mosche e i nostri, fino a quel momento, se la fossero cavata molto meglio. «Siamo protetti da San Lince» mi rispose il generale. E mi disse che più d’un esercito straniero aveva prenotato per l’acquisto i nostri blindati veloci che stavano dando eccellenti risultati. L’indomani Di Lisio moriva proprio a bordo di un Lince. Era in torretta e la torretta è l’unica area non protetta del blindato. Adesso i nostri blinderanno anche la torretta del Lince e nell’attesa invieranno sul campo i blindati Freccia, più sicuri ma più lenti, e forse addirittura i Dardo, anticamera del carro armato.

Tutti gli eserciti in Afghanistan stanno rafforzandosi in vista delle elezioni,  che i talebani cercheranno di boicottare in ogni modo. Gli inglesi hanno perso nel solo mese di luglio 22 soldati e le polemiche sono cominciate solo dopo la morte del quindicesimo. I tedeschi per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale hanno autorizzato i loro carri armati a usare le armi pesanti. Il nostro ministero della Difesa, oltre a rinforzare la dotazione di elicotteri da combattimento e di Predator da ricognizione senza pilota, invierà gli aerei da combattimento Tornado.

Nessuno sta divertendosi in Afghanistan, ma nessuno pensa di tornare indietro. E questo vale indipendentemente dal numero delle vittime, che per gli italiani come per gli inglesi è un dovere prioritario ridurre al numero più vicino allo zero. L’opinione pubblica è contraria alle missioni militari perché non siamo mai riusciti a spiegarle bene qual è il loro significato profondo. In Italia le percentuali di dissenso sono più alte che altrove perché non abbiamo le tradizioni militari degli altri paesi e perché vogliamo sederci gratis nei salotti buoni della politica internazionale. Spiace perciò che la Lega abbia avanzato ipotesi di ritiro, per fortuna subito rientrate, mentre Dario Franceschini deve spiegarsi meglio quando parla di «ridefinizione» del nostro impegno. Una posizione ragionevole è quella di Francesco Rutelli: rafforzare il nostro impegno civile, senza tornare indietro. Cioè, par di capire, senza ridurre quello militare.

«Il nostro successo si misura sul numero degli afghani protetti, non sugli avversari uccisi»: questa definizione del nuovo comandante interforze Stanley Mc Chrystal spiega il senso della missione. Non siamo in Afghanistan per impicciarci di una guerra civile locale che dura da molto tempo e durerà ancora molto a lungo. Né siamo lì per esportare un articolo non gradito come la democrazia. Siamo lì per proteggere e incoraggiare chi vuole vivere in pace e migliorare le proprie drammatiche condizioni di vita. Chi vuole eleggere i propri rappresentanti in parlamento, anche se la corruzione della classe politica afghana non scomparirà per decreto legge. Ma siamo lì soprattutto per difendere noi stessi e i nostri figli.

Il settimanale inglese Independent on Sunday ha calcolato in 13 miliardi di euro la spesa militare britannica in Afghanistan dal 2001. Ci si sarebbero potuti costruire, scrive, 23 ospedali e pagare 77 mila nuovi infermieri. Una forza sanitaria utile a curare le vittime di attentati terroristici sul suolo inglese, verrebbe da rispondere. Abbiamo già dimenticato le Torri gemelle, la stazione di Madrid, gli autobus di Londra? Da dove partiva tutto questo? Da quale logica? Se ci si riflette un momento, la nostra presenza in Afghanistan sembrerà meno superflua.

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
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Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
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