Allam: Adoratori dell’ipermercato

Sguardi sul Ramadan

Ciò che oggi accomuna gli Stati Uniti d’America, emblema del capitalismo mondiale, e la Cina popolare, roccaforte dell’ideologia comunista che sopravvive al crollo del Muro di Berlino, l’Italia, culla del Cattolicesimo, e l’Arabia Saudita, terra sacra dell’Islam, Israele, focolare del popolo ebraico, e l’India, patria di 1 miliardo di induisti, è la religione universale del mercato che adora il dio denaro, predica il culto del materialismo, persegue la felicità del consumismo e ha elevato a santuario mondiale l’ipermercato.

L’ipermercato ci accoglie alla periferia delle città, troneggia nei quartieri e nei centri storici come simbolo della modernità e testimonianza della globalizzazione della materialità. Assume dimensioni sempre più imponenti per colpire il nostro immaginario; si evolve con forme sempre più elaborate per affascinare il nostro senso estetico; mette a disposizione un’offerta sempre più accattivante per catturare l’appetito di chi vuole possedere di tutto e di più; garantisce un comfort sempre più accurato per consentirci di trascorrervi più tempo possibile.

È di fatto il paradiso terrestre dei nostri tempi: uno spazio immenso che dà il senso dell’infinito, del bello e del gioioso; la casa comune che abbraccia tutti amorevolmente; un labirinto di corridoi, piani interrati e rialzati, ascensori che si arrampicano lungo le pareti degli atri trasformate in piazze, fontane e giardini pensili che stimolano il fascino della libertà di movimento; una luminosità permanente, naturale e artificiale, che ci tiene sempre desti e perpetua la nostra curiosità; una climatizzazione ideale che garantisce il benessere corporeo e che ci fa sentire bene.
L’importante è che, una volta dentro l’ipermercato, tutti indistintamente si sentano depositari del diritto inalienabile e del dovere sacro di «consumare, consumare, consumare». L’ipermercato è il protagonista vincente della globalizzazione. Nonostante la crisi economica e il calo dei consumi, in Italia al giugno 2009 sono sorti otto nuovi ipermercati rispetto all’anno precedente, portando il totale nazionale a 426. Mentre gli esercizi commerciali piccoli chiudono e quelli medi faticano, negli ipermercati gli affari crescono perché i due terzi del fatturato si concentrano nel 5 per cento dei punti vendita.

Preferiamo l’ipermercato non solo per comprare tutto, ma anche per socializzare, passeggiare, mangiare, divertirci e rilassarci. È in assoluto il luogo più frequentato, con la più alta densità di popolazione del mondo, certamente è l’oggetto del desiderio più ricercato e probabilmente è il più amato.

Un tempo erano le cattedrali e le basiliche i simboli delle metropoli e delle città. Oggi sono luoghi sempre più disertati e trascurati. Il loro posto è stato occupato dagli ipermercati che sono diventati la nuova chiesa universale. Ebbene, è arrivato il momento di decidere se continuare ad adorare il dio denaro, con la prospettiva di essere economicamente sottomessi al capitalismo senz’anima alla cinese, o riscattare la nostra dignità come persone e come civiltà che qui in Europa si radica nella fede e nella cultura giudaico-cristiana.

Commenti

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Il 6 Settembre 2009 alle 12:30 indigesto ha scritto:

E’ un circolo perverso, caro Allam, quello creato dalla pubblicità, soprattutto televisiva, che insinua esigenze anche dove non ci sono, la produzione del superfluo, che alimenta i mercati e l’uomo considerato solo nella sua qualità di consumatore dai politici, che traggono da tuttociò enormi benefici. Credo che questo processo si arresterà solo con la fine dell’umanità, quando, esaurite le risorse naturali, dalle quali tuttociò dipende, si scatenerenno inevitabili conflitti sociali e bellici per conservare i privilegi acquisiti. Che Dio ci assista!

Il 10 Settembre 2009 alle 20:26 vincenzo.m. ha scritto:

Un gregge e la Parola.

Se l’ipermercato, nelle sue multiformi apparenze, prevale su tutto significa che, coloro ai quali è stata affidata la verità, ne hanno nei millenni fatto un uso indegno o insufficiente. Hanno generato discrepanze tra ciò che la verità insegnava e il modello da loro rappresentato. In sintesi hanno fallito ignorando ciò che era stato loro temporaneamente assegnato: un gregge e la Parola.

La parola che sorge dal gregge potrebbe condurci alla conclusione di una avvenuta concreta collisione così come di una, magari indesiderata, collaborazione tra i detentori della Parola e le nuove “cattedrali”.

Ad ognuno le proprie responsabilità.

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