Vespa: Banche che parlano troppo in inglese

Corrado Passera

Come tutte le buone notizie, questa non ha trovato grande spazio sui giornali. Sia detto con prudenza, ma nella prima settimana di settembre non abbiamo assistito alla temuta moria di aziende. Al ministero del Lavoro dicono che non c’è azienda in gravissima difficoltà che non lo fosse già prima della crisi. La chiusura di imprese avrebbe rispettato, insomma, limiti fisiologici.

È invece in corso un massiccio ricorso alle ristrutturazioni aziendali. Ristrutturazione è un termine sinistro: significa un mucchio di lavoratori prepensionati o in cassa integrazione. Le aziende hanno ovviamente il diritto- dovere di regolare la propria flessibilità e le proprie dimensioni sulle esigenze di un mercato sempre più duro e competitivo. Naturalmente, qualcuno ne approfitta per risolvere con gli incentivi problemi già aperti molto prima. Gli ammortizzatori sociali ci sono e tendono a non escludere dal mercato del lavoro soprattutto i capifamiglia e i lavoratori veri. Ma il problema principale è quello della liquidità: il calo dei fatturati richiede forti iniezioni di denaro alle aziende.

Le banche locali rispondono generosamente, i grandi istituti nazionali assai meno. L’Unicredit e in parte l’Intesa Sanpaolo hanno fatto proprio quello che Giulio Tremonti chiama il modello McKinsey. Sono cioè arrivati alla dimensione industriale del credito, gestito dal computer e non più dal vecchio esperto bancario che sapeva bene a chi dare i soldi e a chi no. Alessandro Profumo (Unicredit) e Corrado Passera (Intesa) non sono pazzi e avranno avuto le loro buone ragioni. Ma se si pensa che larga parte della prima linea dell’Unicredit è straniera, e che c’è stata una rotazione totale degli stessi direttori di filiale, si capisce quanto sia difficile per «la banca-dove-si-parla-inglese» trovarsi in sintonia con i problemi delle decine di migliaia di microimprese disseminate in Italia.

Su questo scenario si sono innestate le prudenti riprese di dialogo a Cernobbio tra il presidente della Confindustria e il segretario della Cgil. Escluso che si possano risolvere le controversie di lavoro con il modello Innse (la fabbrica di presse di Milano in cui cinque operai sono saliti su una gru), si deve dialogare intorno a un tavolo. Emma Marcegaglia e i segretari di Cisl e Uil sono d’accordo con il ministro Maurizio Sacconi nel limitare gli aumenti dei contratti nazionali al recupero dell’inflazione e di scaricare sui contratti integrativi gli aumenti più sostanziosi legati al territorio e alla produttività aziendale. Guglielmo Epifani ha sempre avuto una visione opposta. Adesso sia la Confindustria sia la Cgil sono pressate dalle rispettive basi: molti industriali vogliono che firmi anche il sindacato più forte, molte categorie della Cgil (alimentari, chimici, comunicazioni) vogliono un accordo. Resistono, secondo tradizione, i metalmeccanici.

Un punto d’incontro è possibile. La base dell’accordo deve restare quella maggioritaria, però ai sindacalisti che scendessero dalla loro posizione pregiudiziale sarebbe corretto assicurare due punti: alcuni benefici collaterali nei settori sanitario e pensionistico e la garanzia di un secondo aumento nel caso i contratti integrativi aziendali non scattino.
Se è vero che si vede un po’ di luce in fondo al tunnel, sta al governo e a chi ha in mano le leve del lavoro far sì che per l’Italia non si tratti di una illusione ottica.

Commenti

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Il 11 Settembre 2009 alle 18:39 nhico ha scritto:

Il 3 Dicembre 2007 (alle 16:36 nhico ha scritto: ) scrivevo: Presidenti e amministratori delegati di banche in coda ai gazebo per votare prima per Prodi premier e poi per il PD. Per questi manager abituati ad avere tutte le porte aperte e a non dovere aspettare mai, certamente, sarà stato un momento deprimente fare la doppia fila per esprimere fuori dalle urne elettorali un’appartenenza politica. Ma l’hanno fatto. Perché? Quale filo rosso lega questo mondo dalle rendite parassitarie, per utilizzare uno slogan caro alle sinistre, e il mondo post comunista? E poiché oramai è chiaro a tutti che a dettare i tempi dello sviluppo sono le banche, questo intreccio che cosa nasconde? E mentre questo reticolo che cannibalizza il ceto medio si fa sempre più ampio e sempre più fitto, da quella parte si parla sempre e solo del conflitto d’interessi berlusconiano. Che peraltro non ha economicamente strangolato, come sta succedendo alle famiglie alle prese con un mutuo, mai nessuno. il modello McKinsey applicato alle banche sarebbe difficile da gestire in ogni parte del mondo,inserirlo nel nostro sistema bancario significa una sola cosa: indipendentemente delle realtà locali e settoriali è il vertice della banca a stabilire quale categoria commerciale o artigianale o industriale o professionale deve vivere o morire. E questo è un potere che non può essere lasciato nelle mani dei banchieri.

Il 14 Settembre 2009 alle 17:05 jane55 ha scritto:

Una delle nostre grandi capacità, come popolo intendo, è quella di riuscire a cavarcela sempre in ogni occasione, magari inventandoci schemi o modi di agire che ci tolgano dai guai. Sta accadendo anche ora con la crisi.è di oggi la notizia che siamo i primi in Europa a vedere uno spiraglio nel buio della crisi economica.Ma per favore non rovinate tutto dando in mano alle grandi banche la possibilità di salvare o di affondare le nostre centinaia di bellissime industriette e piccole aziende. E soprattutto non metteteci di mezzo i manager inglesi, perchè dopo quello che è successo, io non mi fiderei mica tanto.Usiamo invece il genio italiano, perchè spero e mi auguro che anche qui da noi ci siano dei manager che possano condurre con successo le grandi banche.E poi chi meglio del padrone di casa sa come governare la sua casa?

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