Ferrara: Toghe e politica, riecco il peccato originale

La battaglia Boffo-Feltri

Intorno al lodo Alfano si è combattuta una battaglia che non è ad personam: si deve decidere se chi esercita la sovranità in nome del popolo può tutelarsi di fronte all’invadente alleanza di due poteri non elettivi, gazzette e toghe. Il circuito mediatico-giudiziario non è un’invenzione giornalistica. Basta guardarsi intorno e lo si capisce al volo. Da 15 anni e più sono magistrati e giornalisti a pretendere la rotta sopravvento e a cercare di determinare il corso delle cose.

Informazione e giustizia sono due cardini dell’organizzazione e della vita democratica in qualunque paese dell’Occidente moderno. L’uno è un potere informale, non soggetto a regolazione o autorizzazione; l’altro non sarebbe nemmeno un potere, dovrebbe essere un ordinamento al massimo grado formalistico, un braccio esecutivo e culturalmente neutrale del diritto che si limita ad applicare la legge, a parlare e agire per bocca della legge. Ma non è il nostro caso.

Nelle democrazie anglosassoni funziona così. I giornali sono liberi, le tv e le radio sono libere, il web è libero, la magistratura è elettiva e indipendente, ma la politica fa da sé, agisce con la sua dialettica propria dentro le istituzioni, orienta il processo di giustizia esercitando il potere dell’accusa, rispettando i diritti della difesa e delegando a istanze terze la decisione di legalità e di costituzionalità degli atti del legislativo e dell’esecutivo. Da noi è l’infarto permanente, nel cuore del sistema democratico è insediato il tarlo del giornalista che si fa giudice e del giudice che si fa giornalista, poi politico, e i poteri informali o irresponsabili di fronte alla sovranità popolare tendono a debordare dai loro confini, a condizionare pesantemente il corso della politica.

Quando Antonio Di Pietro e i suoi compagni mettevano in galera centinaia di uomini di partito della Prima repubblica, alcune delle loro vittime dicevano: ci colpisce perché vuole prendere il nostro posto. Il pm confessava al suo capo Francesco Saverio Borrelli, parlando di Silvio Berlusconi: io a quello lo sfascio. Il risultato, a parte la velleità di sfasciare chi ha il consenso della maggioranza del Paese, è sotto gli occhi di tutti: da 15 anni Di Pietro cerca, con maggiore o minore successo, di spremere il vantaggio di posizione del castigatore della casta politica per costruire la sua casta politica (con qualche affanno etico, secondo i suoi critici giacobini come Paolo Flores d’Arcais, che denunciano il clientelismo del suo partito nel Sud).

Più di recente, è stata la volta di Luigi De Magistris. Inchieste focose, arresti controversi, archivi che scottano, denunce rutilanti, accuse suggestive e di grande impatto emotivo; e dopo una girandola mediatica contro il ministro della Giustizia Clemente Mastella, che alla fine ha portato alla crisi del governo Prodi, anche De Magistris è finito in politica, naturalmente con Di Pietro. Il fatto notevole è che, nel Paese del conflitto di interessi, nel Paese della libertà d’informazione conculcata, e altre scemenze, il condizionamento improprio della politica da parte del giudiziario sarebbe inimmaginabile senza il contributo diretto, nel circuito mediatico-giudiziario, di tv e giornali. Prima i magistrati diventano star popolari del consenso universale, poi irrompono nella scena politica. È una regola che non ammette eccezioni.
I magistrati del Watergate sono entrati nella storia, ma non in politica. Gli accusatori di Bill Clinton si sono ritirati in buon ordine quando il Congresso ha preso la situazione nelle proprie mani.

Dovunque il giornalismo è duro ma corretto, esercita il fair play, accusa ma non disprezza, non fomenta lo sconfinamento politico e civile. Da noi no. Per questo si ripropone da quasi un ventennio il balletto fra giustizia e politica che oggi ha la veste della grande controversia sul lodo Alfano.

Commenti

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Il 12 Ottobre 2009 alle 19:03 indigesto ha scritto:

Con la riforma, auspicata, dell’Ordinamento giudiziario occorre che vengano poste regole, magari con termini temporali, acchè non possa avvenire ad libitum il passaggio dallo stesso Ordinamento (d’accordo non è un Potere ma è indipendente da qualsiasi altro Potere, ergo..!) al Potere legislativo, e di conseguenza a Quello esecutivo. Le ragioni sono essenzialmente due: la prima è che non è ragionevolmente ipotizzabile (ma,nel dubbio potrebbe essere egualmente regolamentato) il cammino inverso; la seconda è che i Giudici potrebbero svolgere più serenamente la loro Funzione, non essendo tentati da insane aspirazioni. Queste migrazioni, che durano da molto, sono uno dei talloni d’Achille dell’Ordinamento del nostro Stato, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. E’ vero che i cittadini hanno uguali diritti per Costituzione. Ma è pur vero che questi diritti non possono confliggere tra loro! Soprattutto quando è in gioco l’indipendenza, non solo formale, tra i vari Poteri!

Il 13 Ottobre 2009 alle 14:42 nhico ha scritto:

Siamo al teatro dell’assurdo. Ben individuati poteri e la magistratura (non ha senso continuare a dire una parte della magistratura, perché chi tace acconsente), sta mettendo in atto un golpe e il popolo, quello nel nome del quale le Istituzioni governano ed i giudici emettono sentenze, trattiene il fiato. Ma in che cazzo di Paese viviamo. Neppure nella Repubblica Islamica dell’Iran oramai la gente se ne sta tappata in casa e, costi quel che costi, scende in piazza e fa sentire la sua voce. Indifferenti alle forche che la tirannia innalza con sempre più frequenza. Eppure da noi sta succedendo di peggio. Perché se è vero che loro lottano per la conquista della democrazia è altrettanto vero che nei nostri tribunali i rivoluzionari in toga si apprestano a condannare a morte la democrazia in nome dell’ antiberlusconismo.

Il 15 Ottobre 2009 alle 21:17 sottuttoio ha scritto:

In questo nostro meraviglioso paese, purtroppo, per poter essere accettati, bisogna essere di sinistra. A me la definizione essere di sinistra, suona un po’ sinistro. Non è possibile che si combatta una persona in questo modo ignobile. Invece di sprecare il tempo in processi completamente inutili si dedicasse allo svolgimento di processi in lista d’attesa da lunghi anni! Vogliono combattere un Silvio Berlusconi? Lo si fa politicamente! Lavorando e sviluppando nuovi ed efficienti programmi per uscire dalla crisi.
Questo sì che si chiamerebbe democrazia e serietà politica. Sembra fantascienza quello che sta accadendo!

Il 17 Ottobre 2009 alle 08:53 Zione ha scritto:

“Qui serve una Rivoluzione !”; ha affermato, giustamente indignato e offeso, il Presidente del Consiglio.

Finalmente il nostro Capo del Governo ha capito, seppure con ponderato ritardo, che il problema della Giustizia si risolverà solo con una profonda Pulizia e con la grande trasformazione dell’annoso Ludibrio.

La Rivoluzione è doverosa e urgente per rimuovere il Superbo Pattume rappresentato da alcuni disonorati e disonorandi “uomini d’onore”, tronfiamente Assisi come Porci sui Truogoli, in posti usurpati a “loro” colleghi Giudici (e Galantuomini).

Il 18 Ottobre 2009 alle 11:12 micuomo ha scritto:

Il potere legislativo spetta a chi,eletto dal popolo,può essere non rieletto e non a chi è al potere giudiziaria a vita…micuomo

Il 18 Ottobre 2009 alle 19:50 indigesto ha scritto:

Occorrerebbe togliere ai giudici l’uso diretto della polizia giudiziaria. Ogni ordine di arresto dovrebbe essere sottoposto al vaglio responsabile di alti funzionari della polizia giudiziaria, che dovrebbero far capo al Ministero dell’Interno, non coperti da immunità in caso di abusi come l’uso politico dell’arresto. Solo così si potrebbero scongiurare tentazioni golpiste da parte di certa magistratura!

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