Per l’Unione Europea il sì degli irlandesi al trattato di Lisbona è una doppia vittoria. Aggiunge un paese alla lista di quelli che lo hanno ratificato e soprattutto dimostra implicitamente che l’Ue è stata, nei peggiori momenti della grande crisi finanziaria, un indispensabile fattore di stabilità.
Non è vero che l’Irlanda abbia cambiato parere perché persuasa e attratta dalle concessioni negoziate a Bruxelles. Ha modificato il suo voto perché ha capito che soltanto l’Ue e la Banca centrale europea l’hanno salvata nel 2008 da una sorte simile a quella dell’Islanda.
La lezione impartita all’Irlanda rafforza quindi i paladini del trattato e rende più efficaci le pressioni di coloro (il premier svedese, presidente di turno dell’Ue, e il presidente della Commissione) a cui toccherà il compito di persuadere i due stati, Polonia e Repubblica ceca, che mancano ancora all’appello. I loro parlamenti hanno approvato il trattato di Lisbona, ma i loro presidenti euroscettici (Lech Kaczynski e Vaclav Klaus) hanno rifiutato di firmare la ratifica nella speranza che gli irlandesi li togliessero d’impaccio assumendosi la responsabilità di affondare una volta per tutte il progetto di una costituzione europea.
Il presidente polacco firmerà probabilmente, anche se controvoglia. Sul presidente ceco è più difficile fare previsioni. Klaus si compiace della propria imprevedibilità, si diverte a recitare la parte del bastian contrario e assapora con gusto lo scandalo provocato dalle sue sferzate contro l’integrazione europea e la politica ambientalista dell’Ue. È un «signor Thatcher», ma nato sulle rive della Moldava in un paese che ama l’umor nero e il teatro dell’assurdo. Sa di non poter più contare sull’Irlanda, ma spera forse di poter contare sugli inglesi.
La Gran Bretagna ha già ratificato. Il premier Gordon Brown sapeva che i suoi connazionali, se interpellati con un referendum, avrebbero detto no al trattato, ma era convinto che il suo paese non potesse permettersi il lusso di demolire una costruzione che il suo governo e quello di Tony Blair avevano contribuito a edificare; e ha scelto quindi la strada dell’approvazione parlamentare.
Il leader dell’opposizione David Cameron, invece, ha continuamente utilizzato in questi anni la carta dell’euroscetticismo e ha più volte promesso che il referendum, se i conservatori vinceranno le elezioni, verrà fatto dal suo governo. Non tutto ciò che viene detto da un partito d’opposizione diventa, dopo la vittoria, programma di governo. Il momento delle elezioni (e probabilmente della vittoria) si avvicina e Cameron potrebbe trovarsi di qui a qualche mese nei panni di un primo ministro a cui spetta fare un passo di cui dovrebbe lui stesso gestire le conseguenze.
Si dice che abbia inviato negli scorsi giorni un messaggio a Klaus, ma non ne conosciamo il contenuto. Gli ha chiesto di ritardare la ratifica per approfittare dello stallo e indire un referendum che sarebbe in tal caso apparentemente giustificato? O gli ha chiesto di ratificare il trattato rapidamente per poter dire, una volta al governo, che la compiuta ratifica rende il referendum inopportuno?
Siamo nel campo delle supposizioni, naturalmente. La mia è che David Cameron preferisca evitare il referendum e abbia chiesto a Klaus di dargli una mano a uscire da una situazione imbarazzante. Se è così, tocca a chi ha già ratificato (quindi anche all’Italia) spiegare al presidente ceco che su questa commedia dell’assurdo è ora di calare il sipario.
- Lunedì 12 Ottobre 2009























Commenti
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Il 18 Ottobre 2009 alle 18:49 indigesto ha scritto:
Non foss’altro perchè il nuovo trattato consente di recedere dall’UE mentre la prima versione non ne parlava!
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