«Tra Ezio Mauro e Massimo D’Alema voterò scheda bianca». La battuta è di un prodiano deluso che non ha perso l’arguzia sarda. Ma il paradosso usato da Arturo Parisi fotografa i tanti dubbi presenti alla vigilia delle elezioni primarie che designeranno il nuovo segretario del Partito democratico. Designeranno? Forse sì, ma il condizionale sarebbe più corretto. L’11 ottobre gli iscritti al Pd hanno designato con larga maggioranza Pier Luigi Bersani. Però le primarie del 25 ottobre possono ribaltare il risultato: sono ammessi a votare infatti tutti i cittadini che versando 2 euro si dichiareranno elettori del partito.
Se nessuno dei tre candidati raggiungesse la maggioranza assoluta, basterebbe il richiamo allo statuto del terzo (prevedibilmente Ignazio Marino) a rinviare la scelta del segretario nell’assemblea nazionale del 7 novembre. Nessuno dei due primi piazzati avrebbe la maggioranza dei 1.000 delegati (eletti anch’essi dalle primarie) e comincerebbe un mercato di voti che certo non gioverebbe all’immagine del Pd, già piuttosto provata per le polemiche degli ultimi giorni.
Ma torniamo alla battuta di Parisi. Dario Franceschini è uno strumento di Repubblica? Quando in febbraio l’allora vicesegretario del Pd prese il posto di Walter Veltroni, dimessosi dopo la disfatta alle elezioni sarde, dette alla linea del partito una sterzata in senso antiberlusconiano. Il rapporto civile che faceva parte del dna veltroniano iniziale (già compromesso poco dopo la nascita del nuovo governo) si spezzò irreparabilmente. Le ragioni sono comprensibili. Franceschini è il primo segretario postdemocristiano alla guida di un partito a maggioranza postcomunista. Come spesso è accaduto nella politica italiana, bisogna farsi perdonare le origini. Non fu il conservatore Giulio Andreotti il gestore del compromesso storico con il Pci?
La barca di Franceschini si è trovata così fatalmente sulla stessa rotta (anzi, sulla scia) della corazzata diretta da Mauro, che non ha rinunciato alla tentazione storica di dettare la linea al partito di riferimento. Non lo fece Eugenio Scalfari con la Dc di Ciriaco De Mita? (Che poi questa tradizione porti bene al politico sponsorizzato è un altro discorso). Nel suo furore antiberlusconiano Franceschini aveva tuttavia un alibi: non cedere troppo spazio ad Antonio Di Pietro, che ha raddoppiato i voti alle elezioni europee.
Siamo così al paradosso che il candidato cattolico, erede del moderatismo democristiano, è assai meno dialogante del candidato che viene dal Pci. Se il segretario fosse confermato, infatti, la sua linea diventerebbe prevedibilmente ancora più dura. E se vincesse Bersani? Gli uomini di centrodestra tifano per lui: non perché siano più filocomunisti che filodemocristiani, ma perché puntano sul pragmatismo di un uomo di governo come il candidato emiliano e su una svolta nei rapporti determinata dal realismo dalemiano.
Non so francamente se la forte sponsorizzazione di D’Alema sia per Bersani un’opportunità o un rischio. L’opportunità sta nella forza che l’ex presidente del Consiglio conserva nell’apparato del partito, il rischio nelle formidabili antipatie che egli riesce a suscitare.
D’Alema non nasconde affatto il suo ruolo di king maker: è stato lui (e non Bersani) a prendersi pubblicamente a schiaffi fin nelle ultime ore con lo «spregiudicato» Franceschini. A chi gli nomina D’Alema, Bersani risponde con l’orgoglio della sua storia personale. Quando era presidente di una regione rosso fuoco come l’Emilia- Romagna e non aveva certo bisogno di alleati per governarla, fu il primo a formare una lista dell’Ulivo avanti lettera che lo sostenne alle elezioni regionali del 1995. Egli vuole ristabilire un minimo di rapporto con Silvio Berlusconi.
Niente inciuci, s’intenda: il normale rapporto di una opposizione con la maggioranza, un confronto civile in un Paese che ha bisogno di unità. Vista la decisione con cui il presidente del Consiglio annuncia di voler fare le riforme costituzionali, non è affatto detto che il dialogo sia facile e duri a lungo. Ma insomma, provare è un dovere. Il compito più difficile per Bersani, se fosse eletto, sarebbe convincere una parte dell’ala cattolica interna che il Pd non è la prosecuzione del Pci-Pds-Ds.
A Marino, infine, vanno le simpatie dei non allineati. Il suo laicismo rigoroso accresce le difficoltà della componente cattolica interna. Ma la sua linea garbatamente estremista potrebbe portargli più consensi di quanti non ne abbia avuti al congresso. Non tanti, sperano gli altri, da farne il paradossale arbitro della situazione.
- Lunedì 26 Ottobre 2009























Commenti
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Il 29 Ottobre 2009 alle 12:45 pv21 ha scritto:
A quando il prossimo show del Cavaliere? Come stanno i suoi concittadini dell’Aquila?
( //forum.wineuropa.it )
Il 5 Novembre 2009 alle 16:18 indigesto ha scritto:
Che fosse un pupo, Franceschini, lo si era capito da subito. Che non vincesse le elezioni,anche!
Il 22 Dicembre 2009 alle 16:42 Le prime grane di Grillo: lui boccia i candidati e il movimento boccia lui - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] braccio di ferro di queste settimane tra i ”grillini” e Beppe Grillo. Di mezzo ci sono le primarie, che dopo aver creato più danni che vantaggi al Pd, ora si apprestano ad affossare l’iniziativa politica che fa capo al comico genovese, quella [...]
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