
Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia
D’accordo, i cronisti giudiziari autorevoli, che parlano a nome dei pm di cui spesso fungono da passacarte, suggeriscono che Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia e capo del partito di maggioranza in Campania, se ne vada dal governo e non venga candidato alla guida della regione. D’accordo. Sarà fatto, s’immagina, visto che l’invito è accompagnato da un mandato d’arresto giacente presso la Camera dei deputati e la Giunta per le autorizzazioni. Però siamo un paese strano.
E i cronisti giudiziari d’assalto, quelli del nuovo quotidiano Il Fatto, dicono che «le accuse sono vecchie, ma rivitalizzate e aggiornate dai pubblici ministeri», formuletta gustosamente eufemistica che ci rinfresca la memoria, anzi «rivitalizza e aggiorna» la nostra facoltà del giudizio: il politico Cosentino sia pure dannato, finché non gli riesca di dimostrarsi innocente invertendo illiberalmente l’onere della prova (perché l’opportunità ha le sue ragioni), ma qualcuno ricordi al Paese che se questa regola fosse invalsa erga omnes noi avremmo fuori dalla politica Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema e praticamente tutti i leader prescritti o variamente salvati, magari dal Parlamento europeo, nella recente storia repubblicana.
Un paese in cui i capi della maggioranza e dell’opposizione, ovvero sia chi vince sia chi perde le elezioni, sarebbero virtualmente estromessi dalla politica per iniziativa del giudiziario, che paese è? A questa domanda, inaggirabile, si ostinano a non voler rispondere i soliti ripulitori morali della Repubblica, anche quelli che si suppone lavorino bona fide per il trionfo del bene comune, del senso etico.
Eppure la lezione storica della crisi degli anni Novanta dovrebbe essere stata chiara, un Luciano Violante per esempio dà segni di averla finalmente capita. Nel 1993 molti che oggi lamentano il dilagare di forme populistiche della politica italiana, incarnate da fenomeni piuttosto durevoli come la mutazione culturale delle masse e la leadership berlusconiana, facevano le «tricoteuses» sotto il patibolo in cui si decapitava la democrazia dei partiti; gli stessi, in seguito, lamentarono la fine della mediazione democratica dei partiti, gli elementi di anti stato e di anti politica portati dal populismo democratico e liberale, spesso arruffone e sfrenato nelle forme, che ha salvato l’Italia dallo sfascio e ha trasformato, in meglio sebbene con i difetti di spontaneità e incompiutezza, il sistema politico e istituzionale su cui si era retta la Prima repubblica.
Ora siamo appesi a un compromesso tra gentiluomini che tocca a Gianfranco Fini e a Silvio Berlusconi stipulare in buona e corretta forma, con la copertura civile e istituzionale del Quirinale. Bisogna, come cento altre volte nel recente passato, stabilire che non si ribalta il risultato elettorale, che la stabilità e continuità di esercizio del potere democratico, in base ai risultati delle elezioni, è un valore. Chiamatelo processo breve, distinguete sottilmente tra incensurati e no, metteteci una spruzzata di peperoncino Ghedini o di angostura Giulia Bongiorno, tornate a una formula di immunità come quella che era il sale della Costituzione all’articolo 68, poi obliterato dall’esplosione di demagogia e di politica emozionale del 1993, fate come volete, ma di quello si tratta: ripristinare, accanto all’autonomia della magistratura e all’obbligatorietà dell’azione penale, due principi che senza contrappesi conducono al governo delle procure e alla fine della democrazia parlamentare, l’autonomia della politica al cui centro sta la sovranità del popolo esercitata per delega attraverso le assemblee elettive.
Il pm Antonino Ingroia è di quelli che non credono nelle «maggioranze aritmetiche» e lavorano per rovesciarle a colpi di bazooka giudiziario, come ha dimostrato coram populo, in prime time, il coraggioso Augusto Minzolini: ecco, bisogna di nuovo semplicemente scegliere se tocchi a un pm decidere il governo del Paese o a chi è eletto per la bisogna.
- Venerdì 13 Novembre 2009























Commenti
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Il 17 Novembre 2009 alle 21:44 indigesto ha scritto:
Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur. Ferrara, questi sono metodi stalinisti, e lo sa bene! Le concomitanti iniziative di una certa politica, di una certa Magistratura, di una certa stampa ed ora anche di una certa piazza, non dovrebbero lasciare adito a dubbi. E’ una strategia a tenaglia ben studiata, nei modi e nei tempi! Occorre una dimostrazione di partecipazione di popolo, in modo democratico ma risoluto. Credo che le vicende di Berlusconi, che poco interessano a chi l’ha voluto a capo del Governo, e cioè al popolo operoso, siano un alibi per una presa, non so quanto legale, del Potere. E una prova generale già c’è stata!
Il 19 Novembre 2009 alle 17:39 nicksergio ha scritto:
povero eroico Minzolini,che definire giornalista necessita di assai fantasia,sempre pronto ad editoriali quando il capo sia in difficoltà(vedi caso escort,vedi immunità parlamentare ecc.)articolo malizioso,come sempre,che accomuna da un punto di vista giudiziario B. a D’Alema(ci vuole una bella faccia tosta!)e pretende che i PM omettano di perseguire i reati comuni dei politici:è vero che Cosentino è sotto osservazione da tempo,ma se complotto si deve cercare,è lotta tra fazioni del PdL.L’immunità parlamentare prevista dai padri fondatori della repubblica nasceva per salvaguardare politici integerrimi da attacchi nella loro funzione parlamentare,non per proteggere dalle proprie responsabilità penali un imprenditore con assai pelo sullo stomaco…le direi vergogna se mi illudessi ancora…ad maiora!
Il 20 Novembre 2009 alle 01:08 indigesto ha scritto:
Mi pare che a Berlusconi siano attribuiti reati nella sau qualità di imprenditore mentre a D’Alema nella sua qualità di politico..ma lasciamo perdere! Su Cosentino qualche voce girava..ma quando si portano voti si fa finta di non sentirle. E’ nella natura della democrazia, intesa come..numerocrazia. Che un parlamentare non potesse essere sottoposto ad azione penale fu una norma necessaria della Costituzione tesa ad evitare che la Magistratura venisse colta da crisi di..efficienza! Cosa che puntualmente, con l’abolizione del comma, si è verificata! Quanto alla censura di un giornalista da parte degli stessi suoi colleghi che vanno a manifestare contro la censura..la cosa la dice lunga! ad minora!
Il 20 Novembre 2009 alle 12:14 nicksergio ha scritto:
per B. mi sembra si siano conclusi 12 procedimenti penali:l’assoluzione perchè innocente mi sembra occorra in 3 casi;dagli altri si è salvato per le leggi ad personam e le aatenuanti generiche…in caso contrario sarebbe in galera da un pezzo.ribadisco che l’immunità parlamentare nasce per proteggere il politico da pressioni nell’espletamento della sua funzione parlamentare,comunque politica,non dai reati comuni.Minzolini non è stato censurato,ma giustamente attaccato per l’aasoluta partigianeria dei suoi interventi al TG1.
Il 27 Novembre 2009 alle 10:02 indigesto ha scritto:
Forse nicksergio guarda poco la TV se non si è accorto di ben altre partigianerie!
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