Mulè: I giudici e il baluginio della coscienza

Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia

Venti anni fa moriva Leonardo Sciascia, un siciliano illuminato. Come sempre accade in occasione di un anniversario ci si accapiglia sull’interpretazione degli scritti, sul senso vero delle sue idee. A me sembra un esercizio che fa difetto all’intelligenza di Sciascia. Che, fra i tanti meriti, aveva quello di scrivere in modo chiarissimo. Per questo mi permetto di proporre la parte centrale di un suo articolo pubblicato sul Corriere della sera del 14 ottobre 1983 in pieno affaire Tortora (l’articolo è contenuto nel libro A futura memoria (se la memoria ha un futuro) pubblicato dalla Bompiani e curato da Claude Ambroise). Avrei voluto scriverlo io, oggi, a vent’anni di distanza. (Giorgio Mulè)

(…) Bisogna ai giudici concedere qualcosa, almeno nel senso di capirli: esercitano una professione che per definizione deve stare al di sopra, e quindi in condizione di isolamento; una professione difficile e di quotidiana inquietudine. E sarebbero inibiti a esercitarla se non riuscissero a respingere ai margini, in un marginale baluginio della coscienza, la preoccupazione dell’errore. Hanno bisogno anzi, singolarmente e ancor più in quanto corporazione, di credere impossibile l’errore.

Poiché la società li ha delegati a punire la violenza con la violenza (la violenza di condannare un uomo alla perdita della libertà, senza dire di dove lo si può ancora condannare alla perdita della vita), hanno bisogno di sentirsi sicuri, confortati, se non da un continuo e generale consenso, da una generale indifferenza e comunque da un’assenza di critica sul loro operare. Da ciò l’afflato corporativo, per cui soltanto da loro e tra loro può farsi distinzione tra i migliori e i peggiori, e l’irritabilità a ogni critica che venga dal di fuori.

E li si può capire, ripeto: ma al tempo stesso senza cedere di vigilare su questa loro credenza o presunzione e di combatterla quando con più evidenza si manifesta. La delega di giudicare non è stata data a tutti i giudici e a ciascuno una volta per tutte; la società, l’opinione pubblica, ha il diritto di vigilanza e di critica su ogni caso giudiziario che presenta oscurità e contraddizioni e di far distinzione tra i giudici migliori e i giudici peggiori; e la loro professionalità (parola oggi abusata: e forse per il fatto che in ogni branca e categoria la si sente venir meno) non è così assoluta e invalicabile da non consentire che l’occhio estraneo o, se si preferisce, profano, vi penetri e vi si soffermi. E anzi: nessuno, anche se sprovvisto di ogni supporto diciamo tecnico, si può considerare estraneo o profano riguardo all’amministrazione della giustizia.

Presupponendo la scienza del cuore umano alla pari di quella dei codici, e magari in maggior misura quella del cuore umano, l’amministrazione della giustizia riceverebbe anzi danno da una eccessiva professionalità. Insomma, quando un uomo sceglie la professione di giudicare i propri simili, deve pur rassegnarsi al paradosso – doloroso per quanto sia – che non si può essere giudice tenendo conto dell’opinione pubblica, ma nemmeno non tenendone conto. Alla somma delle proprie inquietudini, bisogna preventivare l’aggiunta di quelle che verranno dall’attenzione che l’opinione pubblica dedica a certi casi. E questo vale per ogni latitudine, per qualsiasi paese in cui i tribunali non siano stati mutati in are.

Ma appunto in Italia si manifesta una certa tendenza a tal mutamento. E forse è da dire, meno foscolianamente, in altari: ricordando quella proverbiale espressione per cui lo scoprirli è operazione di verità (e lo scoprire altari e altarini dovrebbe essere funzione assidua di coloro che hanno a che fare con la carta stampata e con altri mezzi che comunicano e formano opinione). L’amministrazione della giustizia, insomma, viene assumendo un che di ieratico, di religioso, di imperscrutabile – e con conseguenti punte di fanatismo.

Elementi che hanno contribuito a questo stato d’animo, che ormai circola come sangue nel corpo della Magistratura; a questa situazione di irresponsabilità, di privilegio, di refrattarietà e insofferenza a ogni critica in cui pare la Magistratura tenda ad arroccarsi, sono stati – a dirla sommariamente – questi: l’ordinamento di assoluta indipendenza che si è voluto – giustamente – dare al potere giudiziario e in cui però, di fatto, è insorta la dipendenza partitocratica; il vuoto che è venuto in sé promuovendo il potere esecutivo e che è stato come un invito (e una necessità) a che il potere giudiziario lo riempisse; la confusione in cui il potere legislativo si è abbattuto. (…)

Commenti

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Il 20 Novembre 2009 alle 17:11 indigesto ha scritto:

Com’è possibile penetrare nel meraviglioso linguaggio di Sciascia senza arrogarsi il diritto di leggervi tra le riga tante verità. Una classe tronfia, paludata, certa di possedere la verità, allorquando questa verità è opera di altri. Come non farla propria, aggiungendovi magari qualcosa, onde evitare di applicarla in modo pedissequo, così riducendola talvolta ad un computo di articoli e di pene, liddove la sensibiltà e la volontà trovano esigui spazi..? Ed ecco allora il “convincimento” il “linguaggio” aulico oltre quello dei codici. Una barriera da erigere con l’umano; la indifferenza, il rispetto delle regole, ma viste con la personalizzazione delle stesse: la sentenza! Il desiderio di cambiarle, le regole, e sostituirsi al Legislatore; il bisogno, la necessità di fantasia: il toerema. Non importa se danneggia e chi danneggia. E’ la sola maniera di sentirsi vivi con le vicende e non soccombenti con la loro apparente evidenza. Finalmente..sembra aria pura!

Il 20 Novembre 2009 alle 18:40 Panorama in edicola - n°48/2009 - Panorama.it - Panorama.it ha scritto:

[...] L’editoriale di Giorgio Mulè Fuori porta di Bruno Vespa L’arcitaliano di Giuliano Ferrara Cane sciolto di Vittorio Feltri Fatti&credenze di Luca Ricolfi L’europeo di Sergio Romano [...]

Il 22 Novembre 2009 alle 00:05 Zione ha scritto:

Sciascia evidentemente non si era reso affatto conto della gravità della situazione di grande arbitrio e di illegalità creatasi già da qualche anno prima del caso Tortora; per opera di certi Criminali Associati in una setta a delinquere; fortunato lui che non ha avuto la disgrazia di averci a che fare direttamente, altrimenti avrebbe toccato con mano il baluginare delle fiamme dell’Inferno in terra e non sarebbe stato per niente tanto benevolo verso alcuni Cialtroni, inglobandoli nella generalità della casta; anzi avrebbe maledetto l’empietà dei turpi, se solo avesse chiesto in giro; a cominciare dal triste Piemonte.

Il 24 Novembre 2009 alle 13:35 aschilio ha scritto:

Le affermazioni di Sciascia lette in questo articolo a futura memoria - mio illuminante libro guida - oggi mi stimolano un parallelo religioso: la condizione di isolamento dei giudici che Sciascia paventa nell’articolo mi sembra la stessa condizione che la chiesa attribuisce ai santi… magari i nostri giudici ne tenessero conto.
Se, come dice Sciascia, i giudici non ammettono di essere criticati (giudicati a loro volta) è perché non si sentono proprio dei santi e non sono quindi sicuri che il loro giudizio sia giusto, ma solo politicamente corretto per questo o quel partito.
Il diritto di critica per la società (opinione pubblica) non è solo un diritto politico come dice Sciascia, ma, sempre per usare un linguaggio religioso, è un diritto sacrosanto; cioè oltre a santo è anche sacro ovvero valore-intangibile fondamentale e riconosciuto (oggi si usa dire condiviso ma fa lo stesso) di una società civile. Il diritto di critica è intimamente connesso al concetto di libertà e di socialità - come accoglienza dell’altro.
Per quanto riguarda le affermazioni sulla professionalità dei giudici ma anche di qualsiasi altra – corporazione, professionale e non - c’è da osservare che essa implica l’uso virtuoso della prudenza e se il giudizio (e qualsiasi altro atto professionale) scaturisce da un processo corroborato da questa virtù, non c’è da temere alcuna critica; anche politicamente il giudizio prudente è inattaccabile perché ispirato a principi assoluti e la politica invece è solo arte del “possibile”, non del “certo”.
La scienza del cuore indicata da Sciascia, si rifà in realtà ad un concetto religioso e biblico (”sapienza del cuore”… che è amore); ovvero il giudice è visto come un sacerdote. Se scegli di essere giudice o sacerdote della giustizia, devi essere consapevole che sei sì legato alla società ma in una posizione dominante di guida e di orientamento (pastorale) ogni tuo gesto o comportamento orienta la società proprio come il pastore orienta il gregge. Insomma i giudici e la giurisprudenza hanno funzione di orientamento e guida morale e sociale in uno stato laico come il nostro.
Invece, ogni inquietudine del giudice è sintomo di insicurezza e insinua il dubbio nell’opinione pubblica. L’inquietudine del giudice, osservata da Sciascia, è un atteggiamento che non orienta anzi disorienta la società; il giudice inquieto dà segno che non si sente all’altezza del suo compito; mentre il giudice prudente non si fa orientare dall’opinione pubblica e dal contesto sociale; ed è consapevole che è piuttosto la società ad essere orientata dal suoi giudizio; il giudice prudente non è inquieto ma sereno; la sua serenità e la sua sicurezza confortano la società e la orientano nel senso del bene comune. In questo caso il tribunale assume la funzione di ara o altare civico, anche se non lo è nella sua essenzialità ultima; ovvero, mancando il riferimento religioso per una esclusiva e mal compresa definizione di stato laico, il tribunale assume una sacralità civica suo malgrado. In questo caso, quando il mondo dei media scopre altari e altarini e fa venir fuori altre verità ovvero verità diverse da quella espressa nel giudizio, la nuova verità mediatica non è a sua volta l’unica assoluta e inconfutabile verità, ma è solo un’altra verità forse utile e opportuna ma senz’altro non assoluta; anche questa verità è soggetta ad essere confutata in un altro tempo in un altro contesto. E’ il relativismo imperante tante volte denunciato dalla nostra autorità religiosa; quello stesso relativismo che trasforma il bene comune - che dovrebbe essere un assoluto sociale - in bene solo opportuno o, in altri termini in bene politicamente corretto.

Il 26 Novembre 2009 alle 16:25 nicksergio ha scritto:

caro Mulè lasci stare i santi e giochi con i fanti…quell’articolo di Sciascia lei non sarà mai in grado di scriverlo,nè ora nè tra 20 anni…Veramente ignobile tirare in ballo un grande della letteratura per avallare un ennesimo attacco alla magistratura,sempre nello stantio scopo di rendere credibile il teorema berlusconiano della congiura nei suoi confronti…

Il 27 Novembre 2009 alle 09:59 indigesto ha scritto:

nicksergio, l’intero articolo è una trascrizione di Sciascia, dalla quale ognuno è libero di trarre le considerazioni che crede. Se lo hai letto come un attacco alla Magistratura, nulla questio. Che poi tu voglia attribuirne l’intenzione a Mulè, che si è limitato a condividerlo, mi sembra, francamente, un pò eccessivo.

Il 30 Novembre 2009 alle 10:27 Zione ha scritto:

FEDIGRAFI e FELLONI !!!

Da Il Mattino : commento del 29-11-2009 alle 18:02 di Salvatore Fiorillo, all’articolo : Berlusconi: contro mafia fatto più di tutti — Dell’Utri: la legge sui pentiti va cambiata.

Riflessione : Un procuratore della Repubblica che ebbi la fortuna di conoscere quando prestavo servizio nell’Arma dei Carabinieri, un giorno mi disse: — Da quando i magistrati si siedono sugli scalini dei Tribunali per discutere di politica con gli avvocati, noi giudici siamo diventati poco credibili e l’opinione pubblica ci giudica negativamente. Se ci salviamo è perché godiamo dei riflessi che l’onestà, la bravura e l’intelligenza di coloro che ci hanno preceduti ci irradiano ancora di luce. — Se fosse ancora vivo chissà cosa mi direbbe dopo trent’anni.

Caro amico, guarda che ti sbagli, perchè Egli è ancora vivo e ti manda a dire tramite me, che da allora, la Peste Bubbonica che reconditamente germinava è esplosa con tutta la sua micidiale virulenza e ha mietuto molte Vittime innocenti, il cui sangue (stando alle Sacre Scritture) ricadrà sulla testa degli stessi Fedigrafi Felloni che l’hanno versato e giustamente, anche sulle loro famiglie e con lo stesso sconvolgimento distruttivo che hanno provocato a quelle altrui.

Purtroppo ed è triste dirlo, questi Criminali, non solo sono aumentati di numero, ma sono diventati sempre più Scellerati, per cui ci si può aspettare di tutto ed è per questo che il Governo ha il Dovere di intervenire immantinente per estirpare le radici e cauterizzare col ferro rovente il terreno di coltura, dove si annida questa Mala Pianta che ha avvelenato la Società Civile.

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