Romano: Kabul è oggi come ai tempi dei sovietici

Afghanistan: le ferite della guerra

Le parole cruciali del discorso pronunciato dal presidente americano all’Accademia militare di West Point sono probabilmente queste: «Ho deciso che è nel nostro vitale interesse nazionale mandare altri 30 mila soldati in Afghanistan. Dopo 18 mesi le nostre truppe inizieranno a tornare a casa (…) Prendo tale decisione perché ritengo che la nostra sicurezza dipenda da Afghanistan e Pakistan».

Nel discorso di Barack Obama vi sono due messaggi: aumenteremo il nostro contingente perché dobbiamo vincere; cominceremo ad andarcene 18 mesi dopo. Sono progetti compatibili? È possibile raggiungere in un anno e mezzo i risultati che giustificherebbero l’inizio del ritiro delle truppe? Beninteso, Obama sostiene che bisognerà nel frattempo fare altre cose: completare l’addestramento dell’esercito afghano, convincere il governo di Kabul a combattere la corruzione, fornire assistenza alle popolazioni, proteggere le aree agricole dalle incursioni talebane.
Però questi sono obiettivi che sfuggono in parte al suo controllo.

Il presidente può rafforzare il contingente e decidere i tempi dell’arrivo e quelli della partenza (tenendo d’occhio, sia detto per inciso, il calendario elettorale degli Stati Uniti). Ma non può essere certo che i comandanti afghani riusciranno a ridurre il tasso delle diserzioni, che i talebani accetteranno supinamente la nuova strategia degli Stati Uniti, che il presidente afghano Hamid Karzai riuscirà a sbarazzarsi dei funzionari corrotti e, in particolare, di suo fratello, «signore della droga» a Kandahar, seconda città del paese.
Nel discorso di West Point vi sono dunque i fini, chiaramente enunciati, e alcuni mezzi per raggiungerli. Tuttavia i passaggi intermedi, decisivi per il successo dell’operazione, sono avvolti nella nebbia. Il presidente americano ha parlato a lungo della necessità di combattere Al Qaeda, ma è sembrato ignorare che la guerra, nel corso degli ultimi anni, ha cambiato volto e carattere.

Non è soltanto la guerra del fanatismo islamico contro gli Stati Uniti, nello spirito dell’ultimatum che Osama Bin Laden lanciò contro Washington nella prima metà degli anni Novanta. È anche la guerra del nazionalismo pashtun contro potenze straniere che hanno privato l’etnia maggioritaria del suo ruolo tradizionale. È una guerra, in altre parole, che assomiglia ogni giorno di più a quella che i mujaheddin fecero contro l’Urss.

Non basta quindi colpire il vertice dell’organizzazione talebana, annidato probabilmente nelle montagne del Belucistan. Occorre ricostituire i vecchi equilibri tribali di un paese che non ha mai avuto le strutture sociali e istituzionali di uno stato moderno. Le consuete terapie occidentali, come la democrazia rappresentativa e l’elezione del presidente della repubblica, sono molto meno importanti di una Loya jirga, l’assemblea dei notabili che si riunisce tradizionalmente per aggiornare il patto di convivenza delle etnie afghane.

Non sorprende, in queste circostanze, che il Canada e gli alleati europei della Nato abbiano accolto con parecchia riluttanza la richiesta americana di nuove truppe. Hanno accettato, in ultima analisi, di inviare altri 7 mila uomini, ma l’hanno fatto soprattutto nella convinzione che un’alleanza richieda solidarietà e che non sia opportuno dire di no a Obama nel momento in cui il nuovo presidente fa del suo meglio per evitare un’uscita dall’Afghanistan simile a quella dal Vietnam.
Forse saremo costretti a dire della Nato ciò che un grande francese, Blaise Pascal, diceva dell’amore: le alleanze hanno le loro ragioni che la ragione non riesce a comprendere.

Commenti

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Il 24 Dicembre 2009 alle 21:15 angelo41 ha scritto:

Il senso dell’articolo è più politico, mentre il commento
e più incisivo e va al cuore del problema.
Purtroppo l’erba voglio non cresce da nessuna parte e la realtà politica impone, a volte, decisioni che in altra situazione, in altro contesto, non si prendono.
Sono i compromessi della vita che adottiamo anche per le piccole cose.

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