Le parole cruciali del discorso pronunciato dal presidente americano all’Accademia militare di West Point sono probabilmente queste: «Ho deciso che è nel nostro vitale interesse nazionale mandare altri 30 mila soldati in Afghanistan. Dopo 18 mesi le nostre truppe inizieranno a tornare a casa (…) Prendo tale decisione perché ritengo che la nostra sicurezza dipenda da Afghanistan e Pakistan». Continua
E siamo sempre lì. Gira e rigira torniamo al punto di partenza dopo avere circumnavigato fra una deiezione pentitesca, un sottile distinguo tra illuminati della maggioranza, una stantia e ipocrita formuletta dell’atto dovuto dei magistrati (tradotto significa: intanto ti sputtano, poi magari si archivia) e alcune lenzuolate di Repubblica che smessi i camici bianchi dei Ris indossano ora i panni molto più pratici dei novelli Robinson Crusoe a caccia del tesoro.
Il tutto con l’immancabile manifestazione contro il Cav.
L’ultima piazzata era stata celebrata in nome della libertà di stampa il 3 ottobre (ma perché non se ne parla più, l’emergenza è dunque finita?), due mesi dopo non si recita più a tema e, cestinata anche quest’ultima ipocrisia, si è tornati all’origine e alla fine di tutti i problemi: si manifesti contro Silvio Berlusconi e ognuno ci attacchi l’insulto, la lamentela o il risentimento che gli pare più opportuno, punto e basta. C’è libertà o no d’altronde?
In mezzo a tutto ciò, a dare retta ai sondaggisti, il consenso di cui gode il presidente del Consiglio rimane intatto e veleggia su percentuali di assoluta tranquillità. Già, ma siamo sempre lì. Rieccoci a Gianfranco Fini, all’alfa e all’omega di gran parte dei malesseri di Berlusconi.
Nella scala delle offese, le parole pronunciate e rubate al presidente della Camera durante un dibattito rappresentano per il carattere del Cavaliere il punto più alto. Superano l’asticella della dialettica anche aspra, del dissenso perfino radicale e si collocano lassù in cima dove svetta la summa iniuria: l’alto tradimento.
Ma il Cavaliere, si sa, non conosce né l’odio né il rancore. Anzi, è uomo di buoni sentimenti e in nome della sua generosità ha anche avuto alcuni pesanti contraccolpi nel suo cammino imprenditoriale e politico. Guai però se si convince di essere stato tradito da un amico. Le parole di Fini, puntellate dai giudizi del procuratore di Pescara (a proposito, l’ineffabile Csm sempre lesto a sfornare documenti a «tutela» dei magistrati quando si ritengono attaccati da un politico non ritiene di avviare una pratichetta?), rappresentano per il Cav. la prova che ancora una volta era lui ad avere ragione e che non doveva fidarsi di quanti gli avevano consigliato fino a pochi giorni fa di ricucire il rapporto con Fini.
«Avete visto?» ha ripetuto ad alcuni fedelissimi dopo avere letto e sentito il fuori onda incriminato. «Era come vi dicevo io: Fini gioca la sua partita e con me ha chiuso».
Adesso sono già in campo i rammendatori, ma a questo punto è da chiedersi se – citando un vecchio adagio – la toppa non sia peggiore del buco. Ammesso (e non affatto concesso) che scoppi la pace, quanto è destinata a durare? Quanto bisognerà attendere prima che il prossimo dibattito, la prossima scelta del Popolo della libertà o del governo non incontri la contrarietà di Fini o la guerriglia dei finiani?
Ci vorrà pochissimo. Alla resa dei conti siamo già, la partita di tennis è al tie-break: i due se le sono suonate di santa ragione. Per chiudere i giochi saranno necessarie le elezioni? Si discuta anche di questo. Prima, però, va rimossa la grande ipoteca che grava su Berlusconi e cioè la questione giudiziaria.
Si trovi un accordo su come uscire dal pantano, si imbocchi finalmente la via delle riforme, del rapporto tra magistratura e politica facendo tacere una volta per tutte quel diapason stonato che puntualmente rilancia il tintinnio delle manette.
Fare questo passo è nell’interesse di tutti, anche e soprattutto di Fini, perché riguarda non solo la stabilità del Paese ma anche e soprattutto la sort

La vignetta di Uber sul gelo Berlusconi-Fini
La verità è nelle conversazioni da treno. Eccezionale quella intrattenuta martedì 1° dicembre da Gianfranco Fini con il procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi, nello scompartimento di un convegno antimafia, seduti al tavolo della presidenza a microfoni aperti, ma ignari dell’ascolto universale e convinti, invece, di intrattenere chiacchiere private. Continua

Su Repubblica del 30 novembre è apparsa una lettera di Pier Luigi Celli dal titolo «Figlio mio, lascia questo Paese». Celli, già direttore generale della Rai, è direttore generale dell’Università Luiss Guido Carli di Roma. Continua
Il 25 giugno 2006 un caporale israeliano, Gilad Shalit, fu catturato lungo la frontiera di Gaza da un commando di Hamas. I rapitori proposero di scambiare il prigioniero con tutte le donne palestinesi detenute nelle carceri israeliane, ma lo scoppio della guerra libanese, di lì a pochi giorni, dette al governo di Gerusalemme la speranza che la liberazione di Shalit sarebbe stata ottenuta con altri mezzi. Continua

Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia
Si possono dire tante cose. In salotto, a pranzo, magari a cena fuori casa. Passeggiando per il corso, conversando amabilmente in un caffè del centro o mentre si aspetta che cominci il film al cinema mangiando popcorn. Insomma, le occasioni non mancano per dire «tante cose». In un interrogatorio, però, ci si aspetta che si dicano solo le «cose» di cui si ha certezza. Continua

Pierluigi Bersani e Gianfranco Fini
Di
VITTORIO FELTRI
Chi dice che Gianfranco Fini non lascerà alcuna impronta originale nella storia italiana commette un grave errore. Il presidente della Camera sarà invece ricordato alla grande per avere sdoganato, come usa dire oggi, un sostantivo finora limitato al linguaggio scurrile, non certo politico, il cosiddetto turpiloquio.
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Una coincidenza, tra Milano e Bologna, lunedì 23 novembre. Al San Raffaele di Milano Maria Grazia Roncarolo, direttore scientifico dell’istituto, rivendicava con orgoglio di avere lasciato una brillante carriera di ricercatrice a Palo Alto (California) per guidare un settore italiano d’eccellenza europea. Tra le mura costruite da don Luigi Verzé si fanno ricerche d’assoluta avanguardia sul dna e sulle malattie genetiche. È tecnicamente possibile che qui dentro nasca un Nobel?, le ho chiesto. Sì, è stata la risposta secca. Nelle stesse ore, a Bologna, il nuovo rettore dell’antica e prestigiosa università, Ivano Dionigi, lamentava che dai licei gli arrivano studenti semianalfabeti. «Se accanto ai corsi base di latino devi promuovere “corsi zero” di italiano e di matematica» ha detto «vuol dire che c’è un problema». Continua

Il nuovo Presidente del Consiglio dell’Unione Europea Herman Van Rompuy
Capisco i melanconici commenti di tutti coloro che avrebbero desiderato alla testa dell’Unione Europea due personalità più autorevoli di Herman van Rompuy e Catherine Ashton. Ma ho l’impressione che molte lagnanze, soprattutto quando appaiono sulla stampa angloamericana, appartengano a una vecchia commedia in tre atti, già rappresentata in altre circostanze. Continua
Mentre l’Europa si chiede se i turchi siano degni di essere ammessi al club dell’Ue, la Turchia sta costruendo per se stessa un ruolo nuovo, più asiatico e mediorientale di quello che aveva negli anni in cui si considerava soprattutto euroatlantica. Continua