
La rivolta degli immigrati a Rosarno, Calabria
Ci hanno detto che c’è la ’ndrangheta dietro l’odiosa caccia al nero di Rosarno. Bene. Facciamo finta che i boss della commissione, cioè l’organismo che governa la mafia calabrese, si ritrovino oggi attorno a un tavolo per fare il punto dopo la rivolta di Rosarno. Quella rivolta che hanno voluto, pianificato, sobillato, assecondato. Il bilancio è presto fatto. A seguito della ribellione e della violenza che l’ha accompagnata, la manodopera che era sfruttata dalle ‘ndrine per la raccolta degli agrumi non c’è più. Fisicamente. I circa 1.500 extracomunitari che lavoravano e vivevano come bestie sono stati trasferiti.
In compenso sono arrivati 500 nuovi poliziotti e carabinieri che controlleranno meglio il territorio. Con tutto ciò che ne consegue da un punto di vista pratico, a cominciare dai posti di blocco. A seguito degli incidenti, inoltre, la magistratura e le forze dell’ordine hanno accelerato la conclusione di due operazioni proprio contro le famiglie di Rosarno e del Reggino con 44 arresti. Non solo. Da un punto di vista finanziario, la ’ndrangheta dovrà rinunciare al pizzo che i picciotti pretendevano sui 25 euro al giorno guadagnati dagli extracomunitari nel periodo della raccolta di arance e mandarini: sono circa 100 mila euro.
D’ora in poi, inoltre, molto difficilmente arriveranno nuovi clandestini o immigrati disposti a lavorare in nero per riempire le cassette di agrumi. Perché regione, asl, ispettorato del lavoro, Inps, polizia, Guardia di finanza e sindacati dovranno dimostrare che «nulla è come prima».
E dunque? E dunque i boss della commissione dovrebbero espellere con ignominia (nel mondo civile si usa così, loro hanno metodi più sbrigativi) chi ha avuto la brillante idea di aizzare la folla di Rosarno. Più banalmente e nello stesso tempo in modo più preoccupato, invece, la lettura dei fatti di Calabria andrebbe fatta senza ricorrere – al contrario di quanto abbiamo letto sui giornali e ascoltato dai politici – alla categoria della criminalità organizzata.
Anche perché bisogna mettersi d’accordo. O la ’ndrangheta è una mafia così stracciona da taglieggiare i più diseredati del mondo, oppure è la grande holding criminale che agisce su scala mondiale con strumenti finanziari in grado di fatturare 44 miliardi di euro all’anno (circa il 3 per cento del prodotto interno lordo) e alla quale solo lo scorso anno sono stati sequestrati beni per 500 milioni di euro (sono oltre 2,2 miliardi da quando è in carica il governo Berlusconi).
Il «fatturato» di Rosarno ammontava, secondo calcoli attendibili, a meno dello 0,00001 per cento. E quale boss poteva mai mettere in piedi questa iradiddio ben sapendo che la reazione dello Stato avrebbe comportato per giunta la rinuncia allo 0,00001 per cento di quell’imponente fatturato?
Dispiace dirlo, ma la dietrologia che tenta di riportare ogni male del mondo alla categoria mafiosa diventa spesso una cortina fumogena per evitare di vedere le cose più evidenti. In Calabria, più modestamente e, ripeto, più gravemente, è andata in scena una ribellione popolare. È nata dopo aver covato a lungo sotto la cenere, in anni in cui l’integrazione era impossibile perché Rosarno è un paese troppo piccolo per ospitare migliaia di immigrati ammassati come animali all’interno di una fabbrica dismessa.
Tra questi extracomunitari e la popolazione non c’è stata alcuna «mediazione», alcuna possibilità di incontro o di convivenza civile. Tutte le istituzioni sul territorio – tutte – sono state colpevolmente e dolosamente assenti. Nessuno ha segnalato che la polveriera era destinata a esplodere. In quello che definimmo un documento shock, Panorama raccontò alla fine di settembre scorso la regola dei 5 euro. Era la paga di un’ora che gli immigrati clandestini prendevano per raccogliere meloni a Salemi, ortaggi nelle serre di Pachino, pomodori a Foggia.
Un cronista, Carmelo Abbate, si finse per quasi un mese uno di loro per raccontare in presa diretta quella scellerata realtà. In ognuno di questi luoghi documentò con filmati come gli immigrati vivessero in condizioni facilmente paragonabili a quelle degli schiavi. Nel Qr che trovate in questa pagina potete vederlo con i vostri occhi. In tutte le regioni del Sud sono state disseminate bombe simili a quella di Rosarno. L’imperativo, adesso, è quello di prevenire. Affrontando tutte le emergenze sul territorio con determinazione e senza mistificazioni. Perché nessuno possa mai più dire: non sapevamo.
- Venerdì 15 Gennaio 2010























Commenti
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Il 19 Gennaio 2010 alle 15:53 nicksergio ha scritto:
tutto vero,probabilmente piccoli mafiosi hanno difeso il territorio:comunque non deve essere sottovalutato il lordo derivante dalla coltivazione degli agrumi,certo piccola cosa rispetto ad altre voci dell’industria mafiosa,ma comunque radicata nel territorio e nelle tradizioni;pessime tutte le istituzioni,così come il ministro(sic!)Maroni,capace solo di inviare forze a giochi fatti,senza una parola di scuse;comunque è bene ribadire come i 2-3mila migranti di Rosarno non siano un gruppo stabile,ma che si sposti a seconda delle coltivazioni in tutta Italia(pomodori nel casertano,ulive in puglia ecc)
Il 22 Gennaio 2010 alle 15:49 jane55 ha scritto:
Mi dispiace signor Mulè, ma non ci sto.Senz’altro dietro ai fatti di Rosarno ci sarà il caro vecchio razzismo, ma senz’altro c’è la mafia,quella locale, ma anche quella meno locale,dato che i pesci piccoli non si muovono senza autorizzazione di pesci grandi.E supponendo, ma è solo una supposizione?, che quei poveri disgraziati non accettassero più condizioni di vita abnormemente sfruttanti, è logico che la mafia sia passata al contrattacco.La mentalità delle varie mafie non accetta nè ribellioni, ne’ mormorii di disapprovazione, da parte di chi essa sfrutta ignominosamente.E per questa gente chi sbaglia paga.Non credo che i vari padrini o padroni abbiano fatto conti o conticini, hanno quasi sicuramente voluto punire chi sfruttato,propabilmente cominciava a non stare più al gioco.In quanto a rimpiazzare la manodopera, tra poco ci saranno altri disgraziati pronti ad andare sul posto, su questo non ci piove….
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