La lettera di Giorgio Napolitano su Bettino Craxi, indirizzata alla vedova, è di notevole spessore intellettuale, ben calibrata sotto il profilo istituzionale, umanamente coraggiosa (vedere anche l’articolo da pag. 50).
È una riflessione impegnativa e sincera, e in parte anche una autocritica, visto il ruolo passivo e corrivo tenuto all’epoca dall’allora presidente della Camera, quando infuriava l’aggressione forcaiola alle istituzioni. Ma quella lettera è soprattutto il rovesciamento del paradigma meschino, asfittico, anticulturale stabilito da quei funzionari e magistrati i quali hanno insistito su un solo concetto formale: quando morì, dieci anni or sono, Craxi era un latitante. Incultura dei «poteri neutri».
Non ho mai giocato con le parole. Era un latitante, il fuggiasco di Hammamet. Aveva subito velocissime condanne da quel sistema di giustizia sommaria e politicizzata, selettivo e unilateralmente rigoroso, che in seguito sarà , nei suoi rapporti con la politica, ampiamente delegittimato dalla maggioranza del popolo sovrano, attraverso la via elettorale, e da un costante scetticismo, sano, dell’opinione pubblica, che pure era entrata in scena, negli anni belli di Antonio Di Pietro e soci, come coro ilaro-tragico e come complice della parte peggiore del giustizialismo, quella delle fiaccolate sotto il palazzo di giustizia di Milano e delle monetine all’hotel Raphaël di Roma.
Storicamente Craxi era un capo politico in esilio, al culmine di una campagna di odio e di linciaggio senza precedenti nella vicenda della nazione. Giudiziariamente era un latitante. Ma il ripetere questa formula meccanicamente è indizio di scarsità lessicale, di rarefazione dell’intelligenza, di fissità , anzi di fissismo pandettistico; è indizio del fatto che i nostri magistrati d’assalto, paragiacobini, non solo sono spesso faziosi ma rifiutano di servirsi della loro cultura e perspicacia, che immolano sull’altare di una cronica mancanza di pietas.
Se ripetute senza senso della storia, come una cattiva litania mal intonata dieci anni dopo la morte del «reo» (di cui bisognerà pure riconoscere, posto e non concesso che fosse un «delinquente», che era anche altro), le accuse maniacali di latitanza si convertono in una medaglia al valore, la fuga dalla giustizia ingiusta prende un’aura di verità , di umanità , di sofferenza che nella lettera di Napolitano è registrata con cura e candore e sentimento della cosa. Un galantuomo come Carlo Azeglio Ciampi, che però risentiva di una certa freddezza del burocrate, non avrebbe scritto quelle parole di conciliazione psicologica e civile. Napolitano sì, lo ha fatto, non senza rischiare nuove bordate dal partito degli sfasciacarrozze e dei mozzorecchi.
Il vantaggio di un capo dello Stato di formazione schiettamente politica, come accade a Napolitano di essere, è poi questo: il senso della storia, che completa e rende credibile il senso delle istituzioni. L’ethos dei parrucconi e dei codini si ferma alle definizioni, alla procedura, mentre l’etica di un politico che conosca il sale e il dramma della vita di partito e delle tempeste del secolo scorso non può prescindere dal giudizio individuale, definito in un perimetro che tiene conto di molti fattori sconosciuti ai grand commis de l’état.
Craxi rientra nella categoria dei latitanti e dei delinquenti per le persone prive di spirito e di prospettiva, mentre è un uomo di stato incappato in una sconfitta drammatica, e vittima di una colossale ingiustizia di fatto, se non di diritto, per chiunque abbia una percezione anche solo blandamente umanistica della vita associata, della regola aurea di una città , di una polis, con le sue leggi bronzee.
- Venerdì 22 Gennaio 2010























Commenti
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Il 22 Gennaio 2010 alle 19:40 nhico ha scritto:
Il presidente Napolitano ha avuto un rigurgito di giustizia, intesa come onestà . Sapeva e sa che Craxi, come il suo partito, e tutti gli altri partiti dell’Arco Costituzionale, pompava soldi da dove poteva. La politica, si sa costa, ed in soldi non bastano mai. Sapeva e sa anche che la soglia morale di quello che fu il Pci ed i suoi derivati non è per niente più alta dagli altri partiti, anzi, e sa pure che questa percezione oramai è patrimonio comune di tutti gli abitanti dello Stivale, extracomunitari compresi. Sa, inoltre, e con molta probabilità è stata questa la molla che ha fatto scattare questo suo tipo di intervento, che quella magistratura che, macchiandosi le mani di parzialità , ha cancellato tutti i partiti politici della prima Repubblica, tranne il suo, ora, per dare vento alle vele della navicella di Di Pietro, sta cercando, certamente con meno forza ma con la stessa sotterranea determinazione, di mandare in pensione quello che resta del fu Pci. Il momento era opportuno per cogliere due obiettivi con un solo intervento quirinalizio, o , se vuole, prendere due piccioni con una fava, e ne ha approfittato . Ha dato a Craxi quello che è di Craxi e, dal più alto dei Colli romani, ad alta voce, alla magistratura ha detto che non è più tempo di protrarre la rivoluzione per via giudiziaria. Ma la magistratura seguirà il consiglio del suo capo supremo? A seguire gli eventi immediati del dopo messaggio, sembra di no. E su questo che il Presidente Napolitano e Bersani devono riflettere. Per dare una mano di aiuto a risolvere questo enorme problema che loro hanno contribuito a creare.
Il 24 Gennaio 2010 alle 19:32 pv21 ha scritto:
Forse è il caso di ricordare a Napolitano che aveva, all’epoca, “empatia” politica con Craxi. Forse è il caso di ricordare a Napolitano che molti, all’epoca, hanno conosciuto il carcere e alcuni si sono suicidati. Forse è il caso di ricordare a Napolitano che Berlinguer parlava di “questione morale” e Craxi rispondeva con la “grande riforma”. Non abbiamo visto nè l’una, nè l’altra. Oggi Napolitano cerca una posizione “equilibrata” su una pagina di storia? Bene. Non dimentichiamo però questa casta di PRIMI SUPER CIVES che rivendica privilegi e perdute immunità . Non pieghiamo la storia agli “interessi” di oggi. (=> //forum.wineuropa.it )
Il 26 Gennaio 2010 alle 18:38 teocos ha scritto:
A suo tempo non avevo simpatia per i politici in genere e per Bettino in particolare. Tuttora ho le mie perplessità per la liquidità caratteriale e professionale della nostra casta politica, autoreferenziale, spocchiosa scarsamente portata a riconoscere il merito, idolatri della cooptazione etc..
Non posso tuttavia dimenticare il discorso di Craxi in Parlamento. Un leone tra vili coyotes che fino a poche ore prima avevano condiviso con il Psi un sistema da tutti accettato ed alimentato. Alla sua sollecitazione a reclamarne l’estraneità l’assemblea dei morituri tacque all’”unisono”!
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