Romano: Cile, perché la destra non fa più paura

La vittoria di Sebastian Piñera nelle elezioni presidenziali del Cile è soltanto una storia di ordinaria democrazia. Dopo 19 anni di centrosinistra i cileni hanno deciso che la democrazia è anche e soprattutto alternanza.

Piñera non è né un caudillo né un leader nazionalpopulista nello stile degli uomini che hanno spesso governato i paesi dell’America Latina, da Getulio Vargas in Brasile a Juan Perón in Argentina. È un liberista e ha un programma economico non troppo diverso da quello di Guido Westerwelle, leader dei liberali tedeschi, durante le ultime elezioni politiche della Germania federale. Ma non sembra avere l’intenzione di smantellare la legislazione sociale e previdenziale adottata dalla Coalición (l’alleanza di centrosinistra) nell’ultimo ventennio. È un imprenditore di successo e ha quindi un potenziale conflitto d’interessi, ma ha promesso di risolverlo, probabilmente con la creazione di un «blind trust», vale a dire di un fondo in cui il suo portafoglio venga affidato a una gestione esterna.

Il suo oppositore, Eduardo Frei, non contesta il risultato delle elezioni e ha riconosciuto la sconfitta. Le congratulazioni del presidente uscente, Michelle Bachelet, e la risposta del vincitore appartengono al galateo del «fair play» democratico.

Qualcuno potrebbe chiedersi, a questo punto, perché la stampa internazionale abbia dedicato tanto spazio all’elezione presidenziale di un paese che ha soltanto 14 milioni di abitanti. Le ragioni sono due e meritano entrambe qualche riflessione.

In primo luogo la parola destra, in Cile, è stata per molti anni associata alla figura di Augusto Pinochet, il generale che orchestrò il colpo di stato contro Salvador Allende, fu responsabile di una dura repressione poliziesca e governò il paese sino al referendum del 1988. Piñera non fu mai, a quanto pare, un partigiano di Pinochet, ma un partito della sua coalizione (l’Unione democratica indipendente) comprende uomini che appartenevano al clan del generale ed ebbero posizioni di rilievo negli anni del suo regime.

Questa circostanza non ha avuto un’influenza determinante sul risultato del voto, probabilmente, perché la nostra rappresentazione della storia cilena degli anni Settanta non coincide interamente con quella degli elettori di Piñera.

I cileni non ricordano soltanto il regime poliziesco di Pinochet, la violazione dei diritti umani e la persecuzione degli oppositori. Ricordano anche gli errori di Allende, la deriva massimalista del suo governo, le leggi demagogiche che misero in ginocchio l’economia nazionale, gli scioperi che scandirono gli ultimi mesi della sua presidenza. E non dimenticano che il regime di Pinochet fu illiberale e repressivo, ma economicamente liberale e dette al paese, per alcuni anni, un invidiabile sviluppo economico.

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