Romano: Cina-Usa, dramma o commedia?

Gli Stati Uniti vendono armi a Taiwan per 6,4 miliardi di dollari. Pechino protesta dichiarando che questo gesto ostile avrà ripercussioni negative sui rapporti fra la Cina e l’America. Un giornale taiwanese, nelle ore seguenti, «rivela» che un sottomarino cinese si è spinto sino a 24 miglia dalla costa meridionale di Taiwan. Pechino smentisce e un’agenzia di stampa cinese addolcisce la prima reazione ricordando che la collaborazione sinoamericana ha giovato negli scorsi anni agli equilibri internazionali. Sembra di assistere a un dramma in tre atti di cui conosciamo perfettamente la trama.
Nel primo atto gli Stati Uniti prendono iniziative che i cinesi considerano minacciose per la loro sicurezza. Nel secondo atto i cinesi reagiscono aspramente e minacciano rappresaglie. Nel terzo atto, dopo un ragionevole lasso di tempo, «business as usual», affari come sempre. È già accaduto quando George W. Bush dette armi a Taiwan per 6,6 miliardi di dollari. È accaduto all’epoca di Bill Clinton. Potrebbe accadere nei prossimi mesi.

Eppure, vi sono in questa nuova vicenda alcune novità su cui vale la pena di riflettere. Dopo il viaggio del segretario di Stato Hillary Clinton a Pechino del febbraio 2009, i vertici dell’Aquila e l’accordo di Barack Obama con il primo ministro cinese al vertice di Copenaghen sul clima, sembrava che i due paesi fossero condannati a intendersi e a lavorare insieme. Il Grande debitore americano aveva bisogno del Grande risparmiatore cinese. La strategia cinese contro la crisi avrebbe giovato alle esportazioni americane. Taiwan restava ancora un fattore di possibile discordia, ma l’elezione a Taipei di un presidente del Kuomintang (il partito nazionalista che crede nell’unità della Cina) aveva migliorato i rapporti fra l’isola e la Repubblica Popolare. Ne abbiamo avuto la prova quando abbiamo visto l’impegno con cui Taiwan e la madrepatria, negli scorsi mesi, hanno lavorato alla creazione di una grande zona di libero scambio.

Obama dà l’impressione di non avere i pregiudizi e i timori anticinesi che hanno ispirato l’atteggiamento di una parte della politica americana verso la Cina. Perché, dunque, ha preso decisioni (la vendita di armi, l’intenzione di incontrare il Dalai Lama tibetano) che rischiano di incrinare, nella migliore delle ipotesi, la qualità dei rapporti fra i due paesi? Perché Hillary Clinton, prima di lui, aveva commentato il caso Google denunciando pubblicamente il controllo che la Cina intende esercitare su internet?

Credo che a queste domande occorra rispondere semplicemente che Obama, oggi, è politicamente debole e non può permettersi di bloccare iniziative che piacciono ai paladini della potenza imperiale, all’establishment militare, alla stampa conservatrice di Rupert Murdoch e alla grande lobby dell’industria bellica.

Non può permetterselo, oltre a tutto, perché un pacchetto di 6,4 miliardi di dollari significa denaro e lavoro per una società che è stata duramente colpita dalla crisi e fa fatica a uscirne. Come il discorso di Hillary Clinton sul caso Google, anche le forniture militari americane non avranno l’effetto di pregiudicare le relazioni fra Cina e Stati Uniti nei settori da cui ciascuno dei due trae grandi vantaggi. Ma avranno certamente l’effetto di dimostrare che il G2, di cui si è tanto parlato negli scorsi mesi, era soltanto una figura retorica o, se preferite, una bolla di sapone, gonfiata da chi vorrebbe drogare l’informazione annunciando continuamente «svolte epocali», o da chi desiderava servirsene per mettere in evidenza la diminuzione dell’importanza dell’Europa sulla scena mondiale.

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