Lasciamo perdere il professor Giovanni Maria Vian, un simpatico intrigante che ha trasformato l’Osservatore romano, giornale peraltro ben fatto, in un circo Barnum pieno di numeri di ogni genere, e che ha ancora qualche mese di vita direttoriale. Andiamo al sodo, al quasi eterno della vita ecclesiale. Perché litigano, su che cosa litigano i capi della Chiesa cattolica in Italia? Come mai il segretario di Stato Tarcisio Bertone chiama in causa il Papa, con un comunicato inaudito, unico nella storia di quell’organo di governo diplomatico della Santa sede, e si fa scudo di Benedetto XVI in una polemica che avrebbe al massimo dovuto chiudersi con mezzi e lungo canali giornalistici?
Il motivo è chiaro a tutti, tranne ai ciechi professionali: il conflitto non è con i giornali, è con i vescovi italiani, con il loro vertice, con la loro recente tradizione ed eredità caratterizzata da un grande atto originario, da un forte mandato che risale a Giovanni Paolo II. Nel 1985, sette anni dopo la sua elezione, Karol Wojtyla a Loreto scosse la sonnacchiosa Chiesa italiana con un memorabile discorso, e fu l’era Ruini. Il mandato era chiaro: basta burocrazia, basta modestia, l’annuncio cristiano va portato al cuore della secolarizzazione italiana, deve porre al suo centro la rivoluzione antropologica contemporanea, l’insignorirsi da parte dell’uomo del tema della vita, l’ambizione faustiana a «farsi da sé», e la Chiesa ha da accamparsi nella società, in quello che in seguito comincerà a essere chiamato lo spazio pubblico, rivendicando titolo e potere di iniziativa su questioni eticamente cruciali, che diventeranno, nella rigorosa definizione teologica di Joseph Ratzinger e poi di Benedetto XVI, «principi non negoziabili».
Sappiamo tutti che la conseguenza di quel gesto di governo e di visione del tempo e dei suoi segni fu notevole, e che l’Italia, sotto la guida episcopale di un cardinale, Camillo Ruini, tra i maggiori del Novecento, diventò il laboratorio vivace di una nuova presenza della fede, dei movimenti carismatici, della cultura e del pensiero cristiani nell’Occidente europeo. Senza quella svolta, che fu poi ingigantita dal ruolo crescente e globale del Papa guerriero, impegnato nella battaglia al comunismo ed estensore dell’Evangelium vitae, anche la successione di Ratzinger sul soglio di Pietro sarebbe stata probabilmente impensabile.
È umano che il salesiano e leale e saltabeccante Bertone voglia riaffermare quasi ogni giorno che comanda lui, ma non bisogna mai eccedere, pena il rischio di una certa rozzezza. Qual è infatti il mandato che gli ha affidato il Papa? Benedetto XVI non è identico al venerato predecessore, ovvio. I tempi cambiano. Una strategia di movimento nella società è da lui incoraggiata, ma entro certi limiti. Non è un trascinatore, un atleta di Dio, è un raffinato teologo felice della propria mitezza evangelica, è un uomo che ha compreso il contemporaneo, il postmoderno, e che vuole piano piano guidare la Chiesa «di minoranza» in Occidente con due chiavi di volta: la riforma liturgica, elemento decisivo di riassetto di una comunità che vacilla nelle sue fondamenta, e il magistero.
Bertone è stato scelto con il preciso mandato di mettere ordine, di dare un senso, anche attraverso misure di ricentralizzazione che incidono sullo spazio delle conferenze episcopali (strutture mai troppo amate da Ratzinger). Solo che ha interpretato il mandato dell’ordine e del centralismo in modo caotico, come una specie di nuova alleanza tra il trono e l’altare, e ha rischiato, anche per via del suo incauto battistrada dell’Osservatore romano, di impegolarsi nel massimo disordine possibile.
- Venerdì 12 Febbraio 2010























Commenti
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Il 12 Febbraio 2010 alle 23:25 francesco apulo ha scritto:
Ma dire che Ruini è uno dei cardinali che hanno segnato il Novecento quando il capo Cei ha raggiunto fama e ottenuto attacchi dopo il 2000 è assai strano.
Il 15 Febbraio 2010 alle 18:21 Panorama in edicola - n°08/2010 - Panorama.it - Panorama.it ha scritto:
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