Mulè: L’inchiesta del Grande fratello

Alla data di mercoledì 17 febbraio, nessun giornalista italiano (compresi quelli di Panorama ovviamente) può ragionevolmente sostenere di aver letto tutte le circa 20 mila pagine confezionate dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale che hanno portato all’arresto di quattro tra funzionari pubblici e imprenditori e all’invio di alcuni avvisi di garanzia (a Guido Bertolaso per corruzione, a Denis Verdini per concorso in corruzione). Per un problema di tempi, banalmente. Il carico di carta è infatti arrivato nelle redazioni tra domenica 14 e lunedì 15 febbraio. Quello che avete visto sui quotidiani e sentito in televisione con le prime ricostruzioni di dialoghi con attori è quindi, giocoforza, un’informazione parziale. Non solo. È anche un’informazione pericolosa. Perché gran parte delle intercettazioni telefoniche si presta a letture non univoche, in quanto nessuno è in grado di distinguere in molti casi ciò che si millanta da ciò che è verosimile. Perché al telefono si può accondiscendere a una richiesta e poi, in realtà, non fare nulla di ciò che si è promesso. E i giornalisti lo sanno molto bene.

In questa palude giudiziaria in cui la cronaca ci ha trascinati, abbiamo deciso di navigare con estrema prudenza limitandoci a dare conto di ciò che ha già ottenuto verifiche nell’attività investigativa o può reggere a successive verifiche o comunque necessita di chiarimenti per spazzare via i dubbi.

Sono molto a disagio mentre scrivo questo articolo. Sento in giro troppe certezze, e vedo troppi indovini disegnare scenari apocalittici. Questa inchiesta, a guardarla bene, è un Grande fratello applicato alla realtà. Gli ingredienti ci sono tutti: i dialoghi intercettati, i pedinamenti, le fotografie sfuocate fatte dai carabinieri che fanno tanto spy-story. Noi siamo lì a guardare lo spettacolo, a puntare il ditino: oggi «nominiamo» Tizio, domani buttiamo fuori dalla casa Caio, il giorno successivo portiamo Sempronio nel confessionale. Poi però bisogna essere persone perbene prima ancora che giornalisti. E richiamare alla memoria alcune cosucce.

Beh, io mi ricordo che Antonio Di Pietro, per esempio, fece come un diavolo quando lesse le intercettazioni di Francesco «Chicchi» Pacini Battaglia. Rinfresco la memoria. A Pacini Battaglia, indagato simbolo di Tangentopoli, venne attribuita la frase: «Per uscire da Mani pulite s’è pagato. A me Di Pietro e Lucibello (il suo avvocato, ndr) mi hanno sbancato». Sbancato? Macché. «Sbiancato» precisò subito Chicchi, intendendo la paura provata davanti all’incorruttibile Di Pietro (incorruttibile, va da sé: i soldi in prestito, la Mercedes gratis, i telefonini in comodato d’uso, la garçonnière e perfino i vestiti di gran sartoria erano normali e innocui favori all’amico pubblico ministero). Perché dunque, oggi, nel caso di Guido Bertolaso, non si deve credere che la famosa «ripassata» in realtà non sia più banalmente una pura e semplice «rilassata»?

Sgombriamo il campo da un equivoco: chi ha sbagliato, chi ha rubato, chi ha deviato dalla sua missione per raggiungere interessi personali, chi ha imbrogliato comunque le carte dovrà essere perseguito e dovrà pagare per quello che sarà accertato al termine del processo. Il problema è legato ai tempi. L’inchiesta partita da Firenze doveva approdare a Roma e invece è transitata a Perugia per competenza (è infatti coinvolto, fra gli altri, un magistrato della procura della capitale). In Umbria dovranno studiare gli atti e per fare delle valutazioni dovranno in ogni caso ricominciare da zero. Prima di giungere a una eventuale richiesta di rinvio a giudizio, toccheremo, se tutto andrà bene, la fine del 2010. E nel frattempo? Quale tribunale del popolo si incaricherà di processare le persone citate nel libro nero e limaccioso delle intercettazioni, ma che non sono mai andate oltre la chiacchiera e non hanno commesso alcun reato? Chi si incaricherà di restituire onore o dignità a chi è già finito o finirà sui giornali con l’accusa di avere fatto parte di una cricca che ha tanto vessato e rubato?

La giustizia da Grande fratello, intessuta con dialoghi rubati e spesso male interpretati, lasciamola alla tv. Quello è un gioco. Qui, in gioco, c’è la vita delle persone. Non scherziamo.

Ringrazio a questo proposito Chiara e Olivia Bertolaso, figlie di Guido e della signora Gloria Piermarini, per le parole che hanno affidato a Panorama. Giornalisti e politici dovrebbero tenerle bene a mente prima di giocare a fare i giustizieri.

Commenti

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Il 22 Febbraio 2010 alle 18:53 nhico ha scritto:

E’ una cosa davvero strana. Bertolaso è e resta indagato, non sappiamo se il suo dossier verrà archiviato o se invece sarà rinviato a giudizio, anche i giornali avvezzi, per ragione di parrocchia, ad accusare senza prove non riescono ad appioppargli niente più di un qualche “massaggio improprio”, eppure la stella polare di una Protezione Civile che finalmente mette in breve tempo sotto tetto i sinistrati di ogni cataclisma naturale viene azzannato da Bersani e company . Che, con la faccia tosta del moralista a senso unico, mentre chiede le dimissioni per Bertolaso è pronto a candidare a governatore della Campania un compagnuccio già rinviato a giudizio.

Il 23 Febbraio 2010 alle 19:56 pv21 ha scritto:

Da un mese stiamo aspettando le promesse sconvolgenti rivelazioni (fatti non parole) sul complotto D’Addario ordito da politici, giornalisti … Per caso la Procura ha perso qualche pagina? Anche nel paese del BARBIERE e il Lupo si dicono e si fanno cose strane.
http://forum.wineuropa.it

Il 26 Febbraio 2010 alle 20:50 erik36 ha scritto:

Mulè, Chiara e Olivia Bertolaso hanno una mamma? Se si perché non chiedi a lei gli effetti dei massaggini gratuiti del marito, non è che interessino al pubblico e può anche essere una seconda Hillary Clinton ma forse sentirai parole meno edificanti sul conto del marito e lascirai perdere l’ipocrisia sull’opinione di chi della situazione ne ha benefici superiori di chi ne è escluso. Come dice il proverbio sugli scarafoni? O meglio delle mamme degli scarafoni?

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