
di Carlo Rossella
Per strada, fuori dai ristoranti, ci sono i piccoli crocicchi dei fumatori. Capita di sera, girando per il centro storico di Roma, di vedere sui balconi dei palazzi gentilizi donne sole, in abito da sera, che fumano guardando per aria.
Succede alle feste che coppie di innamorati spariscano all’improvviso. Un malpensante può ritenere che siano imboscati in qualche cameretta come in Hollywood party o in un bagno a farsi una pista di coca. Nulla di più errato. Sono invece in giardino a fumare.
Fuori dal bar Vanni, nelle vicinanze della Rai, dove un tempo si fumava e si spettegolava fra un caffè e l’altro, ora si spettegola e basta. Da Filippo Lamantia, il ristorante più alla moda di Roma, c’è una saletta dove si fuma, ma è ammorbata, come del resto capita al bar del l’Hassler nel reparto fumatori, da tipi col sigaro che rendono l’aria ancora più densa. Anche Mario d’Urso, che dice sempre di avere smesso di fumare, ogni tanto finisce con una sigaretta in bocca fra i congiurati del tabacco.
Sui pacchetti delle sigarette c’è scritto in grande, con caratteri neri e lugubri, quel che fino a pochi anni fa compariva a caratteri minuti: «Il fumo uccide». Il fumatore è un personaggio criminalizzato nella società contemporanea. Si dice: «I fumatori puzzano», «hanno i denti gialli e l’alito cattivo», «sono pericolosi per gli altri visto che gli inquinano l’aria», «il fumatore in casa è una disgrazia». Non c’è più un posto dove questi viziosi possano stare liberamente. La società li ha messi al bando.
In molti paesi non si può più fumare per strada. A New York è proibito farlo nei parchi. Multe salate per chi butta i mozziconi per terra in diverse città italiane e mondiali. Numerose le cause di divorzio vinte, negli Stati Uniti e altrove, da mogli che hanno dichiarato guerra ai mariti fumatori e viceversa.
Certo, baciare una donna o un uomo che hanno appena finito di fumare una sigaretta non è piacevole. E nemmeno farlo dopo che costoro hanno cercato di cancellare il tremendo sapore del fumo con le mentine. Il mix è diabolico. A Parigi, nel lontano 1968, capitava di fare lingua in bocca con ragazze dedite al consumo di aglio e di Gitanes papier mais: roba da ammazzare un toro.
Nonostante la potente criminalizzazione il fumo continua però a comparire nei film, dove attori e attrici se la spassano con le sigarette. Certo non ci sono più le antiche e aristocratiche marche di un tempo: le Benson & Hedges nelle scatole di latta rossa che teneva in tasca Rex Harrison, le Chesterfield morbide, senza filtro, di Humphrey Bogart, le Craven A nei pacchetti quadrati di cartone che spuntavano dalla borsetta di Elizabeth Taylor, le Gauloises di Jean Gabin e Simone Signoret, le Papastratos di Anthony Quinn, le Macedonia oro e le Serraglio di Alida Valli.
Le marche usate ora nei film e nelle fiction sono quelle commerciali, un po’ banali, che si vedono nei duty free. E anche gli attori fumano in maniera nevrotica, senza che le attrici abbiano la grazia sexy di Greta Garbo in Grand Hotel.
Fino alla fine degli anni Cinquanta il fumo sofisticato era un lusso, al quale si accompagnavano accendini preziosi, dai Dunhill ai Cartier, veri gioielli da regalare alle amabili fumatrici. Come molte cose del tempo che fu anche il fumo ha perso il suo fascino. Non tornerà mai più di moda. Meglio così. Ma con un po’ di nostalgia.
- Lunedì 1 Marzo 2010























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