La sindrome del complotto non è una patologia esclusivamente italiana. In Turchia, dove la polizia ha arrestato negli scorsi giorni una settantina di alti ufficiali, i complotti presunti sarebbero almeno tre. Secondo il governo, una società segreta composta da esponenti delle forze armate (si chiama Ergenekon) vuole rovesciare il governo di Recep Tayyip Erdogan e si propone di utilizzare i quadri, le ipotesi operative e le strategie della Gladio turca, l’organizzazione clandestina creata durante la guerra fredda per l’eventualità di una invasione sovietica del territorio nazionale.
Secondo i laici, eredi e seguaci del fondatore della repubblica Mustafa Kemal Atatürk, il governo e il partito islamico Ak hanno inventato una minaccia inesistente per creare una Turchia confessionale dove, prima o dopo, la legge coranica (sharia) avrà il sopravvento sulla costituzione e sui codici. Secondo qualche sospettoso osservatore, infine, gli arresti sarebbero l’opera di una fazione islamica, presente in alcuni settori della magistratura inquirente e della polizia, e si proporrebbero di imbarazzare Erdogan a cui viene rimproverato di non essere sufficientemente musulmano. Dei tre complotti il primo sembra essere il più plausibile.
Erdogan e il suo partito hanno conquistato il potere con elezioni di cui nessuno ha contestato la validità. Ma esistono partiti e circoli militari per cui un governo musulmano rappresenta una intollerabile minaccia alle tradizioni kemaliste della nazione. Quando volle revocare la legge che proibisce l’uso del velo islamico (il turban) nelle università e nei pubblici uffici, Erdogan suscitò una sorta di guerra civile culturale. Quando propose al parlamento l’elezione del ministro degli Esteri Abdullah Gül alla presidenza della Repubblica, Erdogan raggiunse lo scopo soltanto con nuove elezioni. Ha la maggioranza, conquistata nel 2002 e confermata nel 2007, ma non può ignorare che i militari sono intervenuti quattro volte contro i governi in carica e hanno dal 1980 una costituzione che li autorizza a esercitare una specie di sorveglianza sulla vita politica nazionale.
Il capo di stato maggiore Ilker Basbug sembra avere capito che questa pretesa delle forze armate è ormai anacronistica ed è considerata inammissibile dall’Unione Europea. Ma non è escluso che altri generali siano decisi a conservare il diritto d’ingerenza di cui hanno goduto sino dal 1950.
Quali che siano le rispettive responsabilità, la Turchia è teatro di un braccio di ferro che definirà il profilo politico-istituzionale del paese e avrà una influenza decisiva sugli equilibri politici del grande Medio Oriente. Se Erdogan e Ak vinceranno democraticamente, esisterà nel mezzo della regione un grande stato, erede dell’Impero ottomano, che sarà contemporaneamente islamico e democratico. E questo stato diverrà un modello per tutti i paesi musulmani, dall’Egitto al Pakistan. Se invece l’esito della partita sarà il risultato di un colpo di forza degli uni o degli altri, prepariamoci a nuove crisi e a nuove lotte.
Un’ultima osservazione. Questa non è una vicenda che l’Europa possa limitarsi a osservare dall’esterno. Possiamo, come i buoni arbitri, chiedere ai due protagonisti della vita turca di giocare pulito. Ma avremo successo soltanto se non daremo l’impressione di essere ostili all’ingresso della Turchia nell’Ue. Una Turchia respinta dall’Europa, infatti, giocherà la sua partita con regole asiatiche, non europee.
- Lunedì 8 Marzo 2010























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