
Canale è stato un Giano Bifronte, uno che indossava la divisa del servitore dello Stato e, al tempo stesso, violava il giuramento di fedeltà alle istituzioni. Canale ha fatto parte della mafia, che è diventata il mostro che è grazie a individui abietti come lui. Tutte le accuse rivolte a Canale dai pentiti sono state riscontrate in un lavoro investigativo durato dieci anni». Un uomo d’onore non ha molte scelte se viene definito così da un magistrato della Repubblica in un’aula di tribunale. Specie se è un carabiniere, se la persona che ha tradito era suo «fratello» e si chiamava Paolo Borsellino, se fra le contropartite ricevute dai boss per il suo tradimento c’erano soldi per costruire la tomba della figlia morta di cancro a 12 anni, se il cognato (anche lui carabiniere) si è tolto la vita dopo essere stato imbrattato da velenosi schizzi di fango. L’unica scelta possibile è, appunto, suicidarsi. Il capitano dei carabinieri Carmelo Canale non l’ha fatto e spiega molto bene perché in una toccante e terribile intervista.
È un’intervista toccante perché squaderna le miserie umane e ci porta dentro la palude limacciosa che ristagna negli abissi dell’ingiustizia. Ed è terribile perché, davanti a un sistema giudiziario indegno per l’Italia, pone anche noi giornalisti di fronte alle nostre responsabilità. Per ottenere una sentenza definitiva di assoluzione dall’accusa di essere il più lercio dei Giuda al servizio della mafia – assoluzione «perché il fatto non sussiste» – sono serviti al capitano Canale 14 anni. Scriviamolo per esteso e nel frattempo pensate a tutto quello che una persona può realizzare durante tutto questo periodo: 14 anni. A Canale, che in altri paesi sarebbe venerato come un eroe, la luce della vita invece è stata spenta dalla giustizia (sic) abbassando un semplice interruttore: clic. Non vi affaticate a pensare dove e se avete letto la notizia dell’assoluzione di Canale sui grandi (sic) giornali italiani. Non l’avete letta. L’hanno bellamente ignorata dopo avere dedicato al caso pagine e pagine quando un cumulo di accuse infamanti sfregiavano e oscuravano la sua esistenza. I grandi giornali si sono imbavagliati.
E d’altronde sono giorni complicati per l’informazione italiana. C’è un carico di 12 mila pagine di intercettazioni sulla P3 da distillare. Utilizzando sempre l’ipocrisia di dover pubblicare tutto ciò che c’è negli atti, ci mancherebbe. Acriticamente, ma certo. Senza censura, per carità. Ed ecco così servita una spruzzatina di fango sulla Mondadori lanciata in prima pagina dal Corriere della sera, acriticamente ovviamente, in cui si dà conto di un vuoto processuale a cui neanche i magistrati hanno dato seguito. Ma è agli atti, perdinci. D’altronde gli italiani non possono essere privati del seguente commento totalmente inutile e penalmente irrilevante tra due intercettati segnalato con grande risalto su Repubblica: «La Carfagna ha agito in modo violento contro di te. Lei sostiene Caldoro, e lo fa perché il pelo…». I tre puntini di sospensione sono stati liberamente inseriti dai crociati della libera informazione. Ma, colleghi amanti dei post-it, non era meglio infilarci anche un virile punto esclamativo dopo i tre puntini? Il capitano Canale fa una riflessione sul trattamento ricevuto dai giornali e chiede: «Ma se la mia storia non interessa a nessuno oggi, perché interessò così tanto ieri?». Già, colleghi imbavagliati, perché?
- Lunedì 19 Luglio 2010























Commenti
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Il 19 Luglio 2010 alle 16:20 nhico ha scritto:
Muore Paolo Borsellino, l’uomo che insieme all’altro ammazzato per mano mafiosa, l’amico Giovanni Falconi, era il massimo esperto di mafia in Italia, e la procura di Palermo, qualche anno dopo, non sa fare di meglio che accusare di concorso esterno alla mafia, il suo principale collaboratore, l’allora maresciallo dei carabinieri Carmelo Canale. Un’accasa inquietante. In tutti i sensi inquietante. Perché, come minimo, con quell’accusa significava dare la patente di incapace al magistrato Borsellino (e non poteva non essere diversamente se davvero il sottufficiale dei carabinieri, ora capitano, anzi maggiore, fosse stato anche solo la metà di come i mp della procura palermitana l’avevano dipinto), e come secondo, data proprio questa loro lunga collaborazione e lunga amicizia e, principalmente, per quei loro tanti anni ad indagare insieme in lungo ed in largo la mafia siciliana, ombre innominabili non avrebbero fatto fatica ad allungarsi sulla figura di Borsellino stesso fino a lambirne la toga. Perché la specialità dei teoremi sta proprio in questa loro capacità di frullare chi pare e piace. Senza l’onere della prova. Basta solo l’ enunciazione di una data cosa e il gioco è fatto. Meglio del gioco delle tre carte. E se poi, dopo lustri e lustri, dopo aver spezzato reni e carriere con i vari teoremi o metodo caselliano, qualcuno riesce a sopravvivere alle angherie e a dimostrare la propria innocenza nelle aule dei tribunali, come è successo al maggiore Canale, c’è sempre la loggia del silenzio a coprire tutto.
Il 25 Luglio 2010 alle 00:24 Zione ha scritto:
Coi tempi che corrono e considerando l’intoccabilità del sacro Giudiciume, c’è perfino da compiacersi della giusta assoluzione del maggiore Canale, che seppure
molto tardivamente, comunque dimostra che i Magistrati che fanno il loro Dovere, senza remore e senza la soggezione di settaria appartenenza, esistono realmente (ed indubbiamente essi rappresentano la stragrande maggioranza della “ciurma”).
Il guaio, purtroppo nasce dal fatto, che se uno è Sfortunato, non riesce a beccarli neanche con una Lucerna Vesuviana; per cui, ecco che nasce spontaneo l’assioma “Ma boja fauss; minchia; questa Giustizia emana proprio un brutto tanfo (e mmerd) !!!”.
Il 28 Luglio 2010 alle 07:17 erreemme44 ha scritto:
Caro direttore! si chiede perché? Perché non è più sporca, agli italiani piacciono le cose intrise …. di cosa non importa…. Quando sono già chiare non servono più.
Il 3 Agosto 2010 alle 13:57 L’opinione di Panorama 20 luglio 2010 - Iniziative - Panorama.it ha scritto:
[...] Carmelo Canale, assolto dopo 14 anni di fango [...]
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