Romano: il rischio della guerra al burqa


Ci sono stati tempi, anche recenti, in cui le uniche prescrizioni in materia di abbigliamento erano quelle che apparivano sui cartoni d’invito a cerimonie pubbliche e feste private: abito da sera, abito da passeggio, smoking, frac, uniforme. Nessuno, a meno che non desiderasse ardentemente accettare l’invito, era costretto a indossare l’abito raccomandato. Persino la cravatta, simbolo di decoro borghese anche in ambienti comunisti, negli ultimi trent’anni è diventata facoltativa. Se desidera invitare al Quirinale Riccardo Illy, già sindaco di Trieste e presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, Giorgio Napolitano dovrà chiudere un occhio e portare pazienza.
Oggi invece parecchi governi chiedono a certe persone (le donne, in particolare) di conformarsi ad alcune regole, spesso diverse da un paese all’altro. Mentre il governo turco di Recep Erdogan vuole che le studentesse possano indossare il velo nelle aule universitarie (e si scontra con il divieto introdotto dalla rivoluzione laica di Kemal Atatürk), l’Iran degli ayatollah lo impone e la Siria lo vieta. In Europa, invece, il problema all’ordine del giorno è il burqa, parola che definisce sia il burqa vero e proprio (un abito in cui il volto è coperto da una fitta reticella) sia il niqab, un abito in cui il velo copre il volto, ma lascia gli occhi scoperti. Il quadro è molto vario. In Belgio il divieto del burqa è stato approvato da una camera e attende l’approvazione dell’altra. In Francia l’approvazione delle due camere dovrebbe arrivare entro ottobre, ma il Consiglio costituzionale ha già decretato che la legge potrebbe rivelarsi anticostituzionale. In Germania quattro Länder si sono limitati a vietare che il foulard islamico venga indossato da maestre e professoresse nelle scuole pubbliche. In Austria e in Svizzera il divieto è stato discusso, ma il problema è ancora allo studio. Nei Paesi Bassi la proposta è stata accantonata, ma potrebbe tornare sul tavolo se nella prossima coalizione governativa entrasse il partito del biondo Gerry Wilders. La Spagna non intende prendere provvedimenti generali, ma alcune città, fra cui Barcellona, hanno vietato il burqa. La situazione spagnola è simile a quella italiana dove alcuni comuni leghisti hanno adottato regole locali.
Sull’utilità di queste disposizioni  è lecito avere dubbi. Le donne che indossano il burqa sarebbero 2 mila in Francia (su una popolazione di 60 milioni) e 300 nei Paesi Bassi (su una popolazione di 16 milioni). La tesi secondo cui queste donne sarebbero vittime di pressioni familiari non è del tutto convincente. Molte sono cristiane convertite all’Islam e quindi soggette alla sindrome del neofita. Altre lo indossano per caparbietà identitaria o zelo religioso, e nulla rafforzerebbe i loro sentimenti quanto un divieto. Il problema, in altre parole, non è il burqa, ma il sentimento di paura e d’insicurezza che l’immigrazione musulmana sta suscitando in alcune società europee. La migliore risposta a questa paura è una buona politica d’integrazione accompagnata dal rigore contro l’immigrazione clandestina. Ma alcuni partiti  pensano che la paura sia un eccellente capitale elettorale, un sentimento da assecondare e coltivare. Ho letto che al Viminale l’orientamento è verso norme generali che ribadiscano il divieto del volto coperto per ragioni d’ordine pubblico, soprattutto nelle circostanze in cui l’esigenza è fondata, ma siano prive di qualsiasi riferimento  a un credo religioso. Forse è questa la soluzione migliore.

Commenti

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Il 27 Luglio 2010 alle 17:23 nhico ha scritto:

Da quando in Italia, e oramai sono diversi lustri, si è cominciato a parlare del divieto di andare in strada con il volto celato, si è sempre detto che il motivo era uno ed uno solo: per “ragioni d’ordine pubblico”. Non per niente da noi circolare col volto coperto è un reato. (cfr Codice Penale, T.U.L.P.S., Legge 152 / 1975.) Il problema, semmai, è sorto perché i soliti soloni affetti da torcicollo (a sinistra) hanno voluto dare una giustificazione religiosa. Creando il caos e, soprattutto, calpestando la legge . Il Viminale, dunque, ribadendone il concetto, non esprime un nuovo orientamento , ma , da Sato laico, toglie, giustamente, l’alibi del “credo religioso”. Ma c’è da scommettere che i soloni di cui sopra, protesteranno. Chiusi nel loro burqa ideologico.

Il 29 Luglio 2010 alle 16:58 thanatos ha scritto:

Una legge Italiana prevede che le persone senza distinzione di sesso o religione siano riconoscibili,in qualunque momento e a prescindere da tutto non vedo perchè gli Islamici non debbano rispettarla.Quando vanno in un’altro Stato sanno queli sono le leggi dello Stato stesso, per cui implicitamente sanno che devono adeguarsi a quelle leggi che la cosa piaccia o no.

Il 31 Luglio 2010 alle 17:36 indigesto ha scritto:

Condivido in pieno l’opinione di nhico e aggiungo:
E’ inutile girarci intorno; certe regole, in certi paesi, sono ispirate dalla visione teocratica della società, a danno e detrimento della donna, che così viene mortificata nei suoi più elementari diritti di libertà. In una società laica, che consente l’adozione di particolari vestimenti giusto a chi appartiene ad ordini religiosi, consentire mascheramenti di ogni tipo per le donne significa contravvenire ai principi di civiltà ed uguaglianza di cui l’esistenza degli stessi Stati laici è testimonianza. E non ci sono ragioni, quali che siano, acchè chiunque possa permettersi di fare strame di questi principi, con la assurda pretesa, perdipiù, di introdurre i suoi. Quali che siano, ripeto!

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