Giannino: Il Credito cooperativo fiorentino e i ritardi di Bankitalia

Di Oscar Giannino

Per cultura, formazione e valori, non sono tra coloro che usano o amano criticare la Banca d’Italia. È anch’essa un’istituzione che cammina sulle gambe di uomini, ed è dunque soggetta come tutto ciò che è umano a imperfezioni ed errori. Ma non c’è dubbio, nel quadro insoddisfacente delle istituzioni italiane, essa ha dato un contributo di grande valore a stabilità, ordine e progresso
del nostro Paese. Oltre ad avere rappresentato una delle poche sedi in cui si selezionava classe dirigente secondo criteri di eccellenza, in un Paese privo di scuole superiori di alta formazione come l’Ena in Francia. Tanto sono di questo convinto che due anni fa, alla formazione dell’attuale governo, in piccolissimo tentai di adoperarmi perché tra il ministro  Giulio Tremonti e il governatore
Mario Draghi il rapporto fosse migliore. Proprio per questo, mi turbo ogni qualvolta l’operato della Banca possa dare adito a polemiche.
Siamo in un Paese bancocentrico, senza eguali tra le nazioni avanzate. Da noi, le banche sono in pressoché totale controllo dell’offerta di capitale di debito e di rischio alle imprese, controllano pressoché totalmente anche il risparmio gestito con le loro Sgr. In un Paese siffatto, la vigilanza della Banca d’Italia deve essere esercitata senza guardare in faccia a nessuno, con accuratezza e rigore. Perché grandi e piccole banche hanno l’abitudine di servire e salvare grandi gruppi che storicamente sono intrecciati nei pochi patti di sindacato che più contano nell’asfittico capitalismo italiano. Perché a controllare le grandi banche sono patti di sindacato con soggetti atipici, le fondazioni bancarie private e insieme pubbliche, uniche in Occidente e che rischiano di essere autoreferenziali loro, come autoreferenziali diventano i manager alla testa per decenni di grandi istituti creditizi.
Vengo dunque al punto. Vorrei vivere in un paese in cui la vigilanza di Bankitalia non commissariasse istituti come il Credito cooperativo fiorentino di cui era presidente Denis Verdini, coordinatore del Pdl, solo all’indomani di una vicenda giudiziaria che lo coinvolge, e di una politica che lo delegittima. Quella banca da oltre 20 anni è affidata alla gestione su cui la vigilanza
ora avanza 800 pagine grevi di irregolarità. Nulla si era trovato sino all’anno scorso. Le cointeressenze sospette con alcuni soci e i buchi sull’antiriciclaggio sono tutti degli ultimi mesi? Così facendo si finisce per alimentare l’improprio sospetto che anche Bankitalia adotti una prassi tutta italiana: dare letture e giudizi diversi dei fatti a seconda che chi li ponga in essere sia divenuto più debole per ragioni che con la sana e prudente gestione bancaria nulla hanno a che vedere. Il mio punto non è difendere Verdini. Non dirò che prestare denari a gruppi «amici»
al di là del merito di credito è prassi italiana bancaria invalsa, e dunque se vale per i grandi debba valere per tutti. Proprio perché sono di quelli che non vorrebbe valesse per nessuno, a maggior ragione non voglio pensare che ciò che oggi colpisce Verdini avviene solo perché politicamente da per bene è diventato birbone.

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