
L’appello a lasciare Mondadori per cattiva condotta fiscale, lanciato obliquamente dal teologo-tributarista Vito Mancuso, fa il paio con la minaccia di lasciare il Paese in caso di vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, brandita da certi scrittori anche di valore (Vincenzo Consolo, Umberto Eco).
Non ci sto, me ne vado, non gioco più. Un po’ è chiasso estivo, un po’ è chiacchiera stupidina, nonsensical. Ma il sapore o il retrogusto di simili comportamenti è invece aspramente ideologico. Se un editore fa bene il proprio mestiere, e avverto il lettore del fatto che sto parlando del mio editore, dell’editore di questo giornale, gli autori dovrebbero rispettarlo, se non amarlo, e difenderlo. E nessuno ha negato, nella controversia aperta da Mancuso, che Mondadori ti fa lavorare bene, ti paga bene, difende il tuo talento e la tua libertà creativa qualunque cosa tu scriva. Lo stesso vale per il verdetto degli elettori, quando vinca il tuo avversario politico: se ne può essere amareggiati, lo si può trovare incomprensibile, ma l’idea di andarsene, peraltro mai messa in pratica, ha in sé il germe della più pura intolleranza, il seme di una discordia civile che nega lo spirito di appartenenza a una comunità, per non dire il patriottismo, e la disciplina costituzionale del cittadino che mantiene la sua libertà critica, si prepara a una dura resistenza, ma è rispettoso delle decisioni della maggioranza prese secondo le regole.
Il fatto è che l’intolleranza, che una volta era fiera di sé e agiva con perfido ed esplicito temperamento, è diventata timida, ipocrita e si traveste da obiezione di coscienza. Quando si abbandona alla sua deriva intollerante, ogni moralismo insincero, nutrito di un superbo senso della propria innocenza e di un poco misericordioso sentimento della universale colpevolezza, ha sempre bisogno di mascherarsi e imbellettarsi. Mancuso è un teologo laico, uno scrittore intelligente e una persona sensibile, ha la testa altrove, per sua fortuna e nostra; nei suoi libri vuole capire l’anima, il peccato originale, la questione del male, vuole rifondare le basi della fede cristiana, è un uomo intellettualmente e spiritualmente ambizioso, e non parrebbe serio che si metta a fare l’esattore, per conto delle Finanze, in un contenzioso di cui sa niente, assolutamente niente, e che in realtà non lo interessa.
La coscienza irrequieta è qui, come spesso accade, la copertura moralistica di un ruolo sociale che si intende svolgere nella vita civile. Dietro l’atto di coscienza, sontuosamente motivato, c’è non già il teologo che ama l’etica razionale, ma l’intellettuale conformista, il membro del gruppo, il gregario parvenu della buona società, il pubblicista dell’editore concorrente (Mancuso si guarda bene dall’avvertire che lancia la sua crociata antimondadoriana sul giornale del gruppo editoriale che ha un contenzioso aperto con Mondadori, non spiega al lettore che è anche lui, mentre scrive, polemizza, attacca, in palese conflitto di interessi).
La nuova intolleranza si pensa e si propone come scelta di coscienza perché non è un atteggiamento civile, non è una posizione eminentemente razionale, ma una religione, un fideismo manettaro, una idolatria di nuovissimo conio della legalità come sistema chiuso, come bestia di stato, come Moloch. Finché si scrivevano e leggevano i grandi romanzi, la guerra e la pace, il castigo e il delitto, il bene e il male erano compresi nel concetto della vita e della storia. Ora che hanno vinto la sociologia o la scienza di decrittazione e decostruzione dei segni, ora che nessuno parla più con la sovrana semplicità delle storie e della storia, ora che i paradossi dell’anima cristiana sono stati sostituiti dai rigori inflessibili della mente illuminata, ecco che l’intolleranza si fa fede, e risulta incompatibile, quando ci siano motivi di faziosa avversione, la convivenza con un mondo di persone perbene, di editor che lavorano per la cura dei libri, di funzionari integri e decenti che hanno servito la cultura e i criteri di giudizio della vecchia casa in modo disinteressato e spassionato.
Dall’abisso della coscienza di un teologo smarritosi e ritrovatosi nel ruolo di intellettuale pubblicista di Repubblica risalgono con effetti grotteschi manie impiccione, moralismi non sentiti e male argomentati, elementi di fanatica brutalità verso quella fragile cosa che è la curatela dei libri, la loro messa in commercio in un mondo che è diventato così difficile per l’impresa di carta. Gli autori sono stati sensibili e attenti, in maggioranza hanno risposto cortesemente che no, non cambiano certo un editore che a loro piace per un giudizio complicato ed equivoco da dare su un vecchio contenzioso fiscale, ed è stato bene che Mancuso abbia ricevuto non una risposta di stizza, ma una lezione di stile.
Tuttavia la trasformazione delle libere opinioni e delle libere scelte in fanatismo della coscienza è inquietante. Ci sono autori come Carlo Ginzburg che hanno cambiato editore senza troppo strepito tanti anni or sono, e il modo indipendente e sereno che scelsero per affermare un’opinione non gravata dalla scelta cosiddetta di coscienza parla a favore di uno spirito laico e di una serietà morale molto più di questo strepito agostano intorno a una intolleranza travestita da dissenso in cui si confondono l’intransigentismo dei puritani e il piccolo cabotaggio dei commercialisti.
- Lunedì 30 Agosto 2010























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