
Alla Mondadori siamo vaccinati ormai. Puntuale come l’influenza ogni tanto il virus finisce per incistarsi nelle pieghe di Palazzo Niemeyer, qui dove lavoriamo. È un virus sempre più subdolo; mutante, direbbero gli studiosi. Dapprima era odio puro e aveva come bersaglio sempre e unicamente Silvio Berlusconi. Nel tempo però è diventato meno violento nelle apparenze ma ugualmente aggressivo e, perciò stesso, ancora più pericoloso. Perché all’ossessione anti Cavaliere si è sostituita quella della presunta illegittimità della famiglia Berlusconi a detenere la proprietà di questa casa editrice. Un’ossessione febbrile che stavolta è esplosa sotto forma di articoli confezionati ad arte dal laboratorio – «la nota lobby», amava definirla il rimpianto Francesco Cossiga – dove si rimesta senza sosta il calderone dei veleni. Parliamo, ovviamente, di Repubblica, il giornale che, ormai da decenni, si arroga non solo il diritto di stabilire da quale parte sta il bene del Paese ma anche quello di vigilare sulla moralità degli altri (persone, partiti, aziende) e mai dei suoi referenti. Ma – poiché la storia o anche soltanto la cronaca spesso sono beffarde e intempestive – si veda, a proposito di moralità, l’articolo a pagina 23 sulle imprese borsistiche dei parenti legati all’editore di quel quotidiano.
Per quel che ci riguarda, gli articoli pubblicati dalla «nota lobby» hanno tentato di spacciare come legge «ad aziendam» una norma di cui avrebbe beneficiato Mondadori. In realtà, come ha spiegato bene Luigi Bitto, presidente della sezione tributaria milanese, si è trattato casomai di una legge «ad fiscum» perché, pur avendo perso in due gradi di giudizio contro la Mondadori (si veda l’articolo a pagina 19), il fisco – grazie alla «famigerata» legge – recupera il 5 per cento di una somma definita già irrecuperabile da due sentenze. Sostiene Bitto: «Appare evidente che non si tratta di una legge ad personam. I contribuenti nella identica posizione della Mondadori ammontano a decine di migliaia e la norma ha evidentemente lo scopo di chiudere dei procedimenti durati oramai un tempo insopportabilmente lungo».
Il contenzioso tra il fisco e la Mondadori si trascina da vent’anni. E si tratta di una storia talmente risibile che meriterebbe di essere archiviata nel grande libro delle infamie, per di più tra i capitoli meno riusciti. Ma il virus stavolta è stato implacabile e, dalle pagine di Repubblica, è andato dritto dritto a inocularsi nel cervello di Vito Mancuso, professore di teologia all’Università del San Raffaele e autore di libri pubblicati da Mondadori. Mancuso – con il fervore tipico dei neofiti: è stato arruolato da poco tempo tra i collaboratori di Largo Fochetti – ha scomodato etica, coscienza, tribunali interiori, ragioni del cuore e ragioni della mente. E dopo avere disvelato i suoi dubbi e i suoi tormenti, ha rivolto un appello a tutti quelli che scrivono per Mondadori e per le società controllate (Einaudi in testa) affinché si rivoltassero contro la casa editrice. Ma ha raccolto solo polvere e cenere, per dirla con Giobbe. Non gli è andato dietro praticamente nessuno.
Gli intellettuali, anche e soprattutto quelli lontani anni luce da Berlusconi e dalla sua idea di politica, hanno fatto sì fronte comune, ma per riconoscere pubblicamente la correttezza e la straordinaria professionalità di chi si occupa dei loro libri. Povero Mancuso: non ha capito che gli autori, quelli ancora degni di questo nome, non si lasciano più rinchiudere in una gabbia dove la cultura è tale solo se è declinata a senso unico. Anzi, si tengono ben lontani da quel mondo cupo e oppressivo dove si è nel giusto solo se si è conformi a una sorta di nuovo pensiero unico.
È quel mondo, per intenderci, dove alla ragione si è sostituita la lapidazione di chi non si uniforma e per questo va vilipeso. Perfino marchiato con quella definizione ricorrente di «servo del padrone». Una definizione propria di chi ha una concezione profondamente illiberale della vita e una visione della realtà in cui esistono solo padroni e schiavi. Con questi ultimi capaci solo di assoggettarsi al volere di chi li comanda. Uno schema, questo, tanto caro a Repubblica. Ma stavolta la «nota lobby» è costretta a leccarsi le ferite perché la «bombetta» Mancuso le è esplosa tra le mani e sarà oltremodo fastidioso per gli strateghi di Largo Fochetti ammettere che possa esistere una casa editrice non omologata al presunto pensiero comune (il loro) ma che è libera pur essendo legata al principe del male, cioè Berlusconi.
Suvvia, signori: ma, secondo voi, chi ha avallato da vent’anni a questa parte nomine e promozioni di quei «brillanti professionisti» (Mancuso dixit) o di quelle meravigliose persone che hanno garantito «assoluta libertà» (Piero Citati dixit) agli autori dei libri se non la famiglia che controlla la Mondadori? E se Berlusconi fosse quel padrone illiberale di cui tanto fantasticate avrebbe mai permesso che in questa «grande azienda» (ancora Mancuso) circolassero impunemente così tante idee rivoluzionarie rispetto alle sue? Davvero non avrebbe licenziato o agevolato l’uscita di quei dirigenti complici o felloni?
La verità è banalmente diversa: in Mondadori c’è piena e totale libertà di pensiero. Soprattutto quando il pensiero ha la forza di affascinare, appassionare, far discutere, dividere. Questa grande azienda era ed è un presidio culturale dell’Italia migliore perché ha la capacità e il vanto di raccogliere, attorno ai propri uomini, menti che esprimono posizioni diverse, spesso lontane tra loro, se non addirittura inconciliabili. È questa la grandezza della Mondadori, la grande intuizione di Arnoldo e di chi ha saputo raccogliere il suo testimone. La polifonia culturale degli autori costituisce la migliore garanzia di un patrimonio comune e condiviso dagli italiani. Che va al di là della stupida domanda su chi sia il proprietario. La Mondadori appartiene a tutti perché è la nostra Storia, continuamente alimentata da quelle idee, così diverse e per questo così meravigliose, che vengono racchiuse nei libri. Una Storia grande. Capace di resistere, con orgoglio, alla miseria di ogni calunnia e di ogni arroganza. E che quotidianamente vince sul peggiore dei mali: l’ignoranza. Anche quella dei colti.
- Lunedì 30 Agosto 2010























Commenti
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Il 2 Settembre 2010 alle 19:17 micuomo ha scritto:
Tipico comportamento della sinistra democratica che impone il pensiero e le idee come e quando vuole….e il gregge dei pecoroni che hanno versato il cervello all’ammasso della ideologia collettivistico sinistrorsa gode nel ripetere come se fosse farina del proprio vuoto intellettuale!Auguri…micuomo
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