di Oscar Giannino
Maurizio Landini è il capo della Fiom Cgil, e ha un problema. Non è quello dei tre licenziati alla Fiat di Melfi e reintegrati dal giudice. Quell’operazione alla Fiom è riuscita benissimo. Lo dico con il massimo rispetto per i tre lavoratori e le loro famiglie. A essere riuscita, grazie a un’informazione un po’ troppo sprovvista delle fondamentali nozioni tecniche in materia di reintegri disposti dal giudice, è la manovra per la quale si è deliberatamente confusa un’ordinanza emessa ex articolo 28 dello Statuto dei lavoratori con una ex articolo 18.
Decenni di giurisprudenza abbastanza consolidata comprovano che, quando il giudice non ravvisa la giusta causa per un licenziamento, il reintegro è non solo retributivo e contributivo ma anche sul posto di lavoro. Quando invece, come a Melfi, l’ordinanza d’urgenza avviene ex articolo 28, cioè contro un provvedimento disciplinare verso il quale può sussistere il fumus persecutionis antisindacale, in realtà un precedente in giurisprudenza non c’è. Per questo la stampa nazionale avrebbe dovuto bocciare l’atteggiamento Fiom e spiegare che, a impugnative simmetricamente pendenti tanto dell’azienda quanto dei lavoratori, era inoltre del tutto singolare un intervento come quello del Quirinale, e di esponenti della gerarchia ecclesiastica italiana. Quindi è vero: nella battaglia mediatica la Fiom se l’è cavata bene.
È in concreto che ora Landini ha un problema serio. Ce l’ha con tutti gli altri sindacati. Ce l’ha, ovviamente, con la Fiat. E con l’intera Federmeccanica. È fallita l’operazione di alitare sul collo alle sigle sindacali che hanno messo faccia e firma sull’accordo di Pomigliano, dopo averla messa sull’accordo del febbraio 2009 sui nuovi assetti contrattuali e sul contratto dei meccanici non firmato dalla Fiom nel 2009. Ed è fallito il tentativo di dividere la Confindustria e la Federmeccanica dalla Fiat. Erano questi i due obiettivi che Landini si proponeva alzando il polverone su Melfi, imboccando a spada tratta la via della conflittualità giudiziale. I metalmeccanici di Cisl, Uil, Ugl e della Fismic non ci pensano proprio a seguire la Fiom con la coda tra le gambe: quando i delegati di Landini hanno chiesto un’assemblea a Melfi, la Rsu sindacale ha bocciato a stragrande maggioranza la proposta con tanti saluti.
Le altre confederazioni hanno capito che la via è stretta. Nei prossimi giorni si riunisce la Federmeccanica e il suo presidente Pier Luigi Ceccardi ha spiegato che, grazie a quanto sottoscritto da tutti tranne la Cgil nei due accordi del 2009, nazionale e di categoria, le deroghe contrattuali possono essere ottenute non solo per l’auto, ma per l’intero comparto meccanico o per altri suoi sottocomparti. Tutti gli altri sindacati sanno che la facoltà di sedersi e trattare, compreso il capitolo del godimento dei diritti sindacali a cominciare da permessi e distacchi retribuiti, varrà solo per chi ha firmato.
Landini contava di impedire qualunque deroga: in Fiat, per l’auto e per l’intera Federmeccanica. Dimentica però che, non avendo firmato le intese del 2009, la Fiom rischia di perdere anzitutto i propri diritti sindacali. Di qui l’ultimo problema: tra Fiom e Cgil. Siamo sicuri che Susanna Camusso, che a breve succederà come leader della Cgil a Guglielmo Epifani e che conosce bene Nord e manifattura italiana, sia entusiasta del rischio di finire isolata da tutto e tutti, sindacati, imprese e politica di ogni colore compresi i due terzi del Pd?
- Lunedì 6 Settembre 2010























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