
Come avrete capito dalla nostra copertina c’è un’altra storia da raccontare sui fatti di Melfi. Molto, ma molto diversa da quella che finora avete letto o sentito. È una storia che rovescia totalmente quella che c’era stata consegnata come verità. Leggerete tutti i particolari nel dettagliato servizio di Antonio Rossitto. Il nostro inviato ha faticato non poco per raccogliere le notizie e cercare le necessarie e doverose conferme. Perché si è mosso in un contesto intriso di omertà, paura, intimidazione. Gli operai che hanno ricostruito con noi la «nuova» verità, infatti, hanno confessato di vivere in un clima dove paradossalmente il «nemico» non è il padrone (la Fiat in questo caso) ma gli stessi colleghi e per giunta sindacalisti.
Detta in breve, dalla nostra controinchiesta risulta in maniera incontrovertibile che la notte del 7 luglio a Melfi ci fu un deliberato sabotaggio della catena produttiva. È una conclusione opposta a quella del giudice Emilio Minio che ha disposto il reintegro dei tre operai, reintegro al quale la Fiat si è opposta scatenando una marea di polemiche. I testimoni oculari di questa «nuova» verità non mancano. Alcuni di loro sono stati faticosamente rintracciati da Panorama e tutti hanno riferito esattamente la stessa dinamica dei fatti: i tre operai poi licenziati vollero pervicacemente e con arroganza bloccare le macchine.
C’è, tuttavia, un particolare: nessuno dei testimoni oculari è disposto a parlare con i magistrati che indagano sulla faccenda. Dicono di essere impauriti, temono di dover abbandonare la fabbrica e perfino il paese dove abitano, di subire addirittura ritorsioni sulle famiglie oltre che spedizioni punitive nei loro confronti. Già, ma chi temono? I loro stessi colleghi, una parte cioè di quella classe operaia (la stessa che minacciosamente stazionava sotto le finestre del giudice mentre scriveva la sentenza) che purtroppo, alla luce nefasta di questa storia, finisce per perdere totalmente la sua nobiltà per rivelarsi un concentrato di un medioevale impasto bolscevico. C’è una parola che riassume lo stato d’animo dei testimoni intimiditi: sono terrorizzati. Su Melfi ha ritenuto di intervenire con grande celerità il presidente della Repubblica con una lettera ai tre operai. Il capo dello Stato, ovviamente, non poteva conoscere i risvolti della vicenda, ma ha opportunamente richiamato tutti al lavoro svolto dall’autorità giudiziaria «proprio per rispetto – ha scritto alle tute blu – di quelle regole dello stato di diritto a cui voi vi richiamate». Alla luce della controinchiesta di Panorama e delle inoppugnabili testimonianze, mi rivolgo proprio al presidente della Repubblica e a tutti i dirigenti sindacali che sono rappresentati nella fabbrica Fiat di Melfi. Nell’interesse supremo della verità si facciano garanti affinché i testimoni oculari di quella notte siano messi in condizione di parlare serenamente e riferire la loro versione dei fatti. Facciano da «scudo» contro quella che appare non più come una semplice intimidazione ma un attentato ai diritti individuali dei cittadini e dei lavoratori. Siano gli stessi dirigenti sindacali, che nei giorni caldi della trattativa sono andati in fabbrica per trovare soluzioni nel braccio di ferro con la Fiat, a «scortare» gli operai in procura. Lo facciano fisicamente affinché, liberamente, quei testimoni possano riferire ai magistrati ciò che hanno visto e già raccontato all’inviato di Panorama.
La grande ombra discesa su Melfi va spazzata via, al più presto e senza tentennamenti. Perché non c’è più in gioco soltanto una vertenza sindacale, una dura ma legittima contrapposizione fra proprietà e lavoratori. In terra di Basilicata ci stiamo giocando un pezzo importante del nostro futuro in cui la tracotanza e la menzogna rischiano di fare strame di valori sacralizzati già nel primo articolo della nostra Costituzione. Per questo mi rivolgo al presidente Giorgio Napolitano. Per questo credo che, ancora una volta, non potrà che vigilare – e se del caso intervenire nei modi che riterrà opportuno – su una storia (una storiaccia, stavo per dire) in cui è diventato suo malgrado uno dei protagonisti.
- Lunedì 6 Settembre 2010























Commenti
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Il 8 Settembre 2010 alle 16:53 L’opinione di Panorama 7 settembre 2010 - Iniziative - Panorama.it ha scritto:
[...] In tanti videro il sabotaggio a Melfi ma temono le ritorsioni e tacciono Stragi di mafia, un’orgia di retorica e demenzialità [...]
Il 11 Settembre 2010 alle 00:50 allweb30.net » Blog Archive » Mulè: In tanti videro il sabotaggio a Melfi ma temono le ritorsioni e tacciono – Opinioni – Panorama.it ha scritto:
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