
La tragedia della Costa Concordia ha l’obbligo della riflessione. Potrà sembrare strano, addirittura insensato, ma penso che ci costringa a guardare dentro di noi. Davanti al disonore, alla codardia per alcuni, di cui si è macchiato il comandante della nave abbiamo provato i sentimenti più diversi: rabbia, vergogna, pena, anche solidarietà (intesa come cristiana comprensione) verso una persona che ha perso completamente il controllo di sé. La drammatica conversazione tra lui e la capitaneria di porto, che gli intima senza successo di risalire a bordo della nave per aiutare i naufraghi, ci presenta Francesco Schettino come un pugile suonato incapace di governare la situazione. La pietosa contabilità del disastro continuerà a dovere essere aggiornata, le polemiche sui soccorsi non si fermeranno. Continueremo a stramaledire Schettino mentre la nostra coscienza cercherà rifugio nei soccorritori e negli eroi della Concordia, loro sì capaci di restituirci fiducia. Prima o poi dovremo però fare uno sforzo, sfidare noi stessi e avere il coraggio di chiederci se mai nella nostra vita abbiamo avuto un momento da Schettino. Un momento in cui per una smargiassata (come lo è stato deviare incoscientemente la rotta della nave per fare «l’inchino» all’Isola del Giglio), cioè per un’irrefrenabile voglia di sorprendere (o sorprenderci), non abbiamo corso il pericolo di provocare danni non calcolati, addirittura irreversibili.
Ovvio: il ruolo di Schettino imponeva, al pari del capitano di un aereo o del macchinista di un treno, uno standard di responsabilità maggiore nel momento in cui da una sua decisione dipendeva la vita di migliaia di persone. Ma quante volte abbiamo rischiato di mettere in pericolo la nostra vita o quella, appunto, di inconsapevoli altre persone per una stupidaggine? La gamma di esempi è infinita. Pensate a quello che succede sulle strade: si va da un sorpasso azzardato perché si è in ritardo a un appuntamento fino all’improvvida risposta a una chiamata sul cellulare o peggio ancora all’invio di un sms. In questi frangenti ci diciamo sempre: non si potrebbe fare e so che è pericoloso farlo, ma sono in grado di controllare la situazione e non succederà nulla. È la stessa dinamica mentale che rifiuta l’ipotesi del pericolo imminente, quando invece è reale e prossimo.
Le responsabilità di Schettino sono, ripeto e sottolineo, enormi e in nessun modo giustificabili. L’audio della telefonata tra il comandante e l’ufficiale della Capitaneria di porto di Livorno, con l’intimazione inascoltata a compiere il proprio dovere mentre centinaia di persone sono ancora intrappolate sulla Concordia, fa accapponare la pelle. Ma il capro espiatorio non serve. Lapidare Schettino non riporterà a galla la nave né ci restituirà in vita le vittime. Guardare dentro di noi e chiederci se davvero mai nella vita abbiamo avuto un momento da Schettino potrà invece rendere migliori noi e, forse, la società nella quale ci troviamo a vivere.
- Venerdì 27 Gennaio 2012






















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