
Quando parliamo di crisi nazionali e internazionali, dimentichiamo spesso l’esistenza di momenti in cui il gioco sfugge almeno in parte al controllo della classe politica e torna temporaneamente nelle mani degli elettori. I russi sceglieranno il loro nuovo (?) presidente in marzo. I greci rinnoveranno il loro parlamento in aprile. I francesi eleggeranno il presidente tra la fine di aprile e gli inizi di maggio. Gli egiziani torneranno alle urne in giugno per eleggere il loro capo dello stato. Gli americani voteranno nella prima settimana di novembre e gli israeliani, probabilmente, entro la fine dell’anno. Tutte queste elezioni sono attese con grande interesse e sono materia di analisi, commenti, previsioni. Quelle per il rinnovo del parlamento iraniano fra un mese, invece, godono di minore attenzione.
Probabilmente molti osservatori pensano che in un regime autoritario come quello di Teheran i deputati siano destinati ad avere scarsa importanza e che la loro scelta non meriti attenzione. Credo che commettano un errore. Il regime iraniano è un complicato ingranaggio di pesi e contrappesi in cui nessuna istituzione, neppure per certi aspetti la guida suprema, è libera d’imporre totalmente la propria volontà. Ne abbiamo avuto la dimostrazione negli scorsi mesi, quando abbiamo assistito a un duro braccio di ferro fra il presidente della repubblica Mahmoud Ahmadinejad e l’assemblea parlamentare sulla nomina di alcuni ministri.
Non sorprende quindi che Ahmadinejad cerchi di approfittare delle prossime elezioni per modificare a proprio vantaggio la composizione del parlamento. Ma le candidature sono soggette all’approvazione di un organo costituzionale, il Consiglio dei guardiani, e il risultato finale dipende in ultima analisi da una serie di conflitti e dosaggi che sfuggono in buona parte alle nostre valutazioni. Sappiamo tuttavia che dietro queste manovre preelettorali vi è un forte contrasto tra Ahmadinejad e la guida suprema. Sul progetto nucleare l’ayatollah Ali Khamenei ha assunto posizioni inflessibili e si presenta alla società iraniana come il geloso custode Dell’indipendenza nazionale contro qualsiasi minaccia «imperialista»; mentre il presidente della repubblica, pur continuando a tuonare contro Israele, sembrerebbe maggiormente disposto ad accettare che l’arricchimento dell’uranio, al di sopra di una certa soglia, venisse realizzato all’estero, probabilmente in Russia.
Può darsi che le due posizioni siano strumentali e servano soprattutto a conquistare consensi in settori diversi della società iraniana; ma quella di Ahmadinejad sembra essere in maggiore sintonia con gli interessi di un «terzo polo», rappresentato dalle guardie della rivoluzione, a cui la costituzione ha affidato il compito di proteggere l’identità islamica dello stato in patria e all’estero, anche con operazioni coperte e azioni terroristiche. Negli ultimi decenni, tuttavia, le guardie si sono impadronite delle maggiori leve economiche dello stato iraniano e sono diventate un potente conglomerato industriale e finanziario. Secondo uno studioso del Washington Institute, Mehdi Khalaji, le guardie sono il gruppo maggiormente colpito dalle sanzioni dell’Occidente e quindi maggiormente disposto ad adottare, sulla questione del programma nucleare, un atteggiamento meno rigido di quello della guida suprema.
Sono queste alcune delle ragioni per cui a nessuno, nemmeno a Israele, conviene oggi prendere iniziative che possano giovare alle posizioni intransigenti di Khamenei. Le sanzioni, in questo momento, sono più che sufficienti.
- Martedì 21 Febbraio 2012























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