
«L’abilità del primo ministro Mario Monti nel trasformare una crisi in una opportunità potrà essere insegnata un giorno come un caso da studiare…». Il ritratto del presidente del Consiglio tracciato dall’International Herald Tribune lunedì 13 febbraio è in linea con l’atteggiamento di tutta la grande stampa internazionale. Durerà ancora per un anno questo atteggiamento al punto da invocare in maniera bipartisan Mario Monti perché succeda a se stesso? L’interessato nega questa possibilità e Hugo Dixon, autore dell’articolo sull’Herald Tribune, ammette in conclusione: «Sembra molto improbabile che il successore di Monti possa essere bravo quanto lui e sarebbe difficile per il primo ministro presentarsi egli stesso alle elezioni senza venire meno alla sua parola, indebolendo ciò che egli rappresenta».
Eppure non si può guardare avanti se non si guarda indietro. Michael Schuman, autore dell’intervista a Monti nel numero di Time con la celebre copertina, ricorda con molta chiarezza che in Italia «il processo democratico è stato sospeso per consentire a un tecnocrate non eletto di perseguire politiche impossibili da varare per gli eletti dal popolo». Non a caso Monti, che è un uomo intelligente, oltre che sobrio e onesto come ricorda l’Herald Tribune, non manca occasione di ricordare la continuità del suo governo con quello di Silvio Berlusconi, verso il quale è sempre prodigo di gentilezze e riconoscimenti. E se era fatale l’accostamento di due copertine dedicate ai nostri primi ministri da Time nel giro di tre mesi – Berlusconi pietra al collo dell’Europa intera e Monti salvatore del continente – nessuno ha ricordato la copertina che Newsweek dedicò al Cavaliere il 15 marzo 1994, 12 giorni prima delle elezioni che avrebbero cambiato la politica italiana. Nelle sei pagine d’inchiesta, il giornale prevedeva che «il principe mercante» sarebbe diventato presidente del Consiglio e scrisse: «Berlusconi sta cavalcando il rigetto montante contro il vecchio sistema di fare politica. Ma cambierà qualcosa?». È cambiato molto meno di quanto ci si aspettasse allora, a cominciare dal sistema fiscale, ma la popolarità del primo Berlusconi ha qualche parentela con quella di Monti: l’antipolitica. Oggi la popolarità del presidente del Consiglio supera il 50 per cento dei voti, mentre quella dei partiti non arriva al 10. Eppure sono i grandi partiti che hanno consentito al governo di Monti di nascere, con una scelta che sarebbe impossibile non solo nel mondo anglosassone, ma anche in gran parte degli altri paesi europei.
La differenza abissale con il 1994 sta nel fatto che Berlusconi scendeva in campo per evitare che vincessero i «comunisti», mentre 18 anni più tardi il Cavaliere è a fianco a fianco con l’ex democristiano Pier Ferdinando Casini, l’ex missino Gianfranco Fini e l’ex comunista Pier Luigi Bersani per sostenere Monti. Bene, ma che cosa ci attende? Il merito dell’attuale presidente del Consiglio non è tanto quello di avere fatto la riforma delle pensioni, alcune liberalizzazioni, e di fare auspicabilmente una buona riforma del lavoro. Tutto questo dipende dai voti che gli hanno assicurato i partiti incapaci di fare altrettanto. Il merito maggiore di Monti è di avere riannodato con autorevolezza professionale i rapporti con Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e con lo stesso Barack Obama che il «birichino» Berlusconi (definizione dell’Herald Tribune) aveva sfilacciato. Oggi Monti è atteso tuttavia da un compito molto più impegnativo: far crescere il Paese, cambiandone le abitudini, aumentandone il contributo fiscale, ma rimettendo in circolo un po’ di denaro, se non si vuole che una recessione di breve periodo diventi depressione di lungo periodo. Se riuscirà in questo, è difficile che Coriolano torni al suo campo. Ma restare a Palazzo Chigi alla guida di un governo di unità nazionale oggi è solo un’ipotesi da Circolo degli scacchi. I partiti camminano sulle uova e non vogliono anticipare la frittata. Ci sarebbe, perfetto, il Quirinale. Ma re Giorgio rinuncerà al secondo mandato?
- Martedì 21 Febbraio 2012























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