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Questa è l’ultima volta della mia pagina. Dopotutto le cose cominciano e finiscono. Ho cominciato 11 anni fa e non ho interrotto se non per un periodo, quando un guaio di salute è stato più forte. Per giunta, nove di questi anni li ho passati in galera, dunque non so se più svelti o più lenti, comunque in un tempo diverso dal tempo ordinario. Più o meno, è come se avessi scritto un librone di un migliaio di pagine, e si capisce che a questo punto non abbia più molte cose da dire.
Oltretutto, a parte questa rubrica, cominciai a scrivere per Panorama quasi 30 anni fa, invitato da un direttore che era un mio amico carissimo, Claudio Rinaldi, e continuai a farlo con altri direttori amici, senza che mai le differenze di pensieri e di esperienze influissero sui nostri rapporti. E benché mi sembri superfluo e quasi comico dirlo, non una sola volta ho ricevuto una parola che interferisse con la libertà delle cose che scrivevo.
Naturalmente questo commiato è rivolto soprattutto a lettrici e lettori. Care lettrici e lettori, è come se vi avessi scritto una lettera settimanale, per tanto tempo. Spesso mi avete scritto a vostra volta, e mi rammarico sinceramente di non aver potuto rispondervi personalmente. Però è stato per me un vero piacere. E anche quando ero più stanco e a corto di idee ho cercato di prendere sul serio voi, me stesso, e lo spazio che mi veniva affidato.
Una volta, tanti anni fa ormai, scrissi qui di un albero veneziano che sbucava fuori, come un evaso, dalla grata della finestra di una casa disabitata. Per parecchio tempo, tornato in cella, ricevetti, dalle persone più diverse, lettere accompagnate da fotografie di quell’alberello fortunoso, di tutte le meraviglie veneziane la più inosservabile. Anche di lettori, e specialmente di lettrici, così gentili è fatta dunque questa rivista, e figuratevi se non sono loro affezionato.
Preparando un libro che uscirà presto, ho riguardato parecchie delle mie pagine e non ho potuto fare a meno di vedere quando erano stanche, o più tirate via. Mi succede anche quando vado dal dentista, coi vecchi Panorama accumulati in sala d’aspetto. Ma chi aspetta il suo turno dal dentista non è nella disposizione d’animo più benevola, e spero che voi abbiate letto questa pagina in circostanze più serene. E che circostanze serene vi aspettino anche ora che non la leggerete più. Coi migliori saluti, A.S.
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Dopo Tutto
Votare coi piedi, si diceva a proposito di quei cittadini di paesi totalitari che non sopportavano di essere sudditi e sceglievano di passare i confini. La democrazia, si sa, è difficile da definire. Per esempio: serve più alla democrazia che le donne abbiano il diritto di voto o che abbiano il diritto di guidare l’auto?
In Arabia Saudita, il 23 settembre, la neocostituita Lega per la rivendicazione del diritto delle donne a guidare l’automobile ha presentato al re Abdallah una petizione ufficiale, dopo aver raccolto firme per email e nei mercati. È rivelatore che a contrapporsi siano la Lega femminile con quel titolo che a noi parrebbe solo buffo e l’Autorità per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, titolo ridicolo e agghiacciante.
Non è la legge a impedire alle donne di guidare (se non quando siano accompagnate da autisti-tutori maschi), ma l’autorità prepotente di capi religiosi e patriarcali, e di uomini “autorevoli” nell’università e nelle istituzioni. Donne alla guida di auto, tuonano, sono lo strumento col quale i nemici dell’Islam si sforzano di guastarne e distruggerne la moralità (attenzione: il verbo guastare è una spia di razzismi e igienismi sociali).
Nel 1990, una cinquantina di donne saudite scese in strada, alla lettera, alla guida di automobili nel centro di Riad: furono arrestate e punite. Ci sono episodi che passano inosservati, o confinati in colonnini di cronaca bizzarra. Un giorno se ne parlerà come di date fatidiche. Come l’autobus dell’Alabama sul quale nel 1955 la signorina Rosa Parks rifiutò di cedere il posto a un coglione che si riteneva bianco. Come un bar del Greenwich village che si chiamava Stonewall Inn, nel 1969.
Ho suggerito da tempo (invano: devono averla presa come una boutade) di fermare per qualche ora il traffico di città illustri come Firenze o Roma o Bologna (o Parigi, Barcellona e Gottinga) e occuparne il centro con cortei di automobili guidate da donne, che suonino il loro clacson abbastanza da farsi udire dalle donne di Riad. Sarebbe una magnifica manifestazione politica. La signora Wajeha al-Huweidar, leader della Lega e promotrice di un’Associazione per la promozione e la difesa dei diritti delle donne, si augura che “donne influenti di tutto il mondo e specialmente gruppi impegnati per i diritti delle donne vogliano unire i loro nomi” così come cittadini comuni.
La email della Lega viene continuamente sabotata e bloccata, e continuamente riparata. Trovate il suo appello, “Saudi Feminist Launches New Campaign: Let Us Drive Cars”, qui.

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Avevo scritto nel numero scorso dei pescatori tunisini incarcerati ad Agrigento per aver soccorso, cioè “favoreggiato”, un gommone alla deriva con 44 persone, tra cui 11 donne e due bambini. Nel frattempo i sette pescatori sono stati scarcerati, misura di cui bisognerebbe rallegrarsi, se non bisognasse dolersi che fossero stati arrestati, e solo per una buona azione, come la stessa scarcerazione e l’ammissione dell’inesistenza di alcun dolo di fatto riconoscono.
Ci sono notizie di cronaca che passano quasi inosservate, o raggiungono tutt’al più le pagine locali. Per esempio, che un uomo ha tentato di impiccarsi con una cintura di accappatoio nel carcere di Livorno. Ma i tentati suicidi nelle carceri, direte, sono roba di ogni giorno, e i suicidi riusciti roba di un giorno su sei. Certo. Tanto più che l’uomo è stato soccorso in tempo, la sera di venerdì 15, e poi di nuovo la mattina dopo, quando sbatteva violentemente la testa contro il muro, e da allora è sottoposto a una vigilanza speciale. L’uomo si chiama Victor Lacatus, ha 30 anni, ed è in galera in quanto padre di una bambina di sei anni, Lenuca Carolea, detta Tutsa, una dei quattro bambini accampati sotto un cavalcavia e morti nel rogo dell’11 agosto. È in galera anche Menji Clopotar, il padre degli altri tre, Eva, 11 anni, Danchiu, 8, e Menji, 4. Sia i due padri sia le due madri sono accusati di abbandono di minori seguito da morte. Si sarebbero allontanati dalla baracca lasciando una candela accesa. È passato dunque più di un mese da quella tragedia. Il funerale dei bambini si è tenuto solo il 15 settembre, e quella sera, riportato in cella, Victor Lacatus ha cercato di impiccarsi. Dice una cronaca toscana che “il suo pianto aveva riempito il duomo di Livorno”. Dicono anche, le cronache, che il duomo riempito da quel pianto era vuoto di gente. Memorabile dettaglio, in un paese dal cuore così grande, così capace di commuoversi per i bambini. Quel duomo rado, a parte la presenza d’ufficio di qualche autorità, spiega anche perché la notizia su Victor Lacatus non arrivi alle pagine nazionali. E spiega anche, mi pare, l’incredibile detenzione in carcere dei genitori colpiti da una sventura così enorme. Avrebbe potuto succedere con altri, che non fossero “rom”? Ci sono madri e padri, come chiamarli?, che non siano rom, ai quali un’incuria anche gravissima e finita in una simile tragedia sarebbe costata il carcere immediato e così prolungato? Io dico di no, e che questo è tremendo.
Ora, per non ripetere l’andamento della settimana scorsa, aggiungerò che probabilmente quando questa pagina uscirà i due padri, come già le madri, saranno stati messi agli arresti domiciliari: il pubblico ministero lo ha chiesto al gip, subito dopo il tentato suicidio del signor Lacatus. Non ho altri commenti

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Arrestare il buon samaritano? In un articolo nel blog di Giovanni Maria Bellu viene evocato «il problema di individuare il confine che separa il soccorritore dal favoreggiatore». Bellu è il giornalista che, a cinque anni di distanza, ebbe il merito di far riemergere dal fondo del Canale di Sicilia la tragedia dei 283 migranti pachistani, indiani e tamil, morti annegati nella notte di Natale del 1996. (Bellu l’ha poi raccontata in I fantasmi di Portopalo, Mondadori 2004).
Che sia arduo distinguere fra soccorso e favoreggiamento è un ben amaro paradosso. Bellu ne scriveva a proposito dell’ennesimo caso: due pescherecci tunisini che lo scorso 8 agosto hanno soccorso, al largo di Lampedusa, un gommone con 44 persone di nazionalità eritrea, sudanese, etiope e marocchina, e tra loro 11 donne e due bambini. I sette pescatori dei due equipaggi, immediatamente dopo l’approdo, sono stati arrestati con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Bellu aggiunge un doloroso commento: «A fare un po’ di conti, alla fine di settembre, al processo di Agrigento, se tutto andrà bene, avranno trascorso in prigione un numero di giorni quasi identico a quello delle persone che hanno salvato». È difficile capacitarsi di una severità come quella che tiene in galera «cautelarmente» dei pescatori che, a proprio scapito (l’accusa ha infatti rinunciato a imputare loro un «fine di lucro»), hanno prestato soccorso al proprio prossimo, com’è oltretutto dovere della gente di mare. È inevitabile pensare che si voglia dare un tristo avvertimento ai pescatori e agli altri naviganti che, nel cimitero marino che separa di così poco Africa ed Europa, si imbattono in naufraghi allo sbaraglio.
Era successo altre volte. L’11 luglio del 2004, per esempio. È domenica. Al largo della Sicilia incrocia da giorni la nave Cap Amanur, col suo carico imprevisto di 37 naufraghi esausti: 36 sudanesi, un ivoriano. Divampa un meticoloso dibattito estivo sulla questione accademica. La nave deve attraccare e sbarcare i naufraghi a Malta, o piuttosto in Libia, o invece in un porto italiano, i salvati vanno considerati come naufraghi, o come profughi, o come immigrati clandestini, o come richiedenti di asilo? Il comandante tedesco della nave e il suo equipaggio sono minacciati di arresto. Quella domenica la Cap Amanur è finalmente autorizzata, dopo 21 giorni, ad attraccare a Porto Empedocle, per ragioni umanitarie. Poi viene messa sotto sequestro. Dall’inizio dell’anno gli annegati censiti di quel nostro braccio di mare sono 959.

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C’è un ospedale. È bello, ammesso che si possa dire bello un ospedale. Ha giardini grandi, alberi alti e ben curati, panchine solide. C’è un edificio riservato alla chirurgia oncologica e dei trapianti. C’è una bambina, ha 9 anni, è ricoverata, aspetta un trapianto, intanto deve fare cure difficili. La malattia dei bambini stringe il cuore, qui, dove i pazienti sono tutti adulti, lo stringe di più.
La bambina esce quasi tutti i giorni, su una sedia a rotelle, con una vestaglietta rosa, ha anche una borsetta rosa, una collanina rosa. È attaccata a flaconi e tubicini. Ha con lei i genitori, una coppia giovane. Loro lasciano volentieri la guida al nonno, un uomo sulla sessantina, dalla faccia aperta e gioviale e una corporatura robusta. Dalle energie invidiabili: il gioco preferito del nonno è di adocchiare, di concerto con la bambina, un passante, meglio se infermiere in camice, ancora meglio se dottore, prendere la mira e la rincorsa, e corrergli contro gridando: «Mettiamolo sotto!», e virando all’ultimo momento. La bambina è estasiata (anche i passanti, anche gli infermieri e perfino i dottori). Durante la pazza corsa, il suo visetto si tende in un’espressione spaventata ed eccitata, e anche lei grida gli avvertimenti. Il nonno non è tipo da smancerie, le racconta anche delle barzellette un po’ scanzonate, e le insegna delle canzonette un po’ spinte: le cantano, a beneficio di qualsiasi uditorio, mezzo verso lui mezzo verso lei. Si capisce che il nonno farebbe qualunque cosa per rallegrare la bambina. Si capisce che la bambina farebbe qualunque cosa per far contento il nonno. La bambina ha braccini e gambette troppo magri, e un bel viso capace di sorridere, ma di solito serio serio, e indulgente con le sciocchezze che i grandi inventano per lei.
Il nonno un giorno arriva in compagnia di un clown, allampanato, col naso rosso e grosso e le scarpe nere lunghe come un paio di sci, e la banda dei tre compie scorribande in tutti i viali dell’ospedale, sicché anche i malati adulti e anziani alzano la testa a guardarli e benedirli.
Una mattina, quando siamo ormai in confidenza, stiamo qui insieme da tanti giorni, chiedo ai genitori se il nonno arriverà anche oggi. «Ma non è il nonno!» mi dicono. È un signore che era venuto ad accompagnare e assistere sua moglie, ricoverata qui, ha conosciuto la bambina, e hanno fatto amicizia. Poi per fortuna sua moglie è stata meglio, l’hanno dimessa, è tornata a casa. Ma lui continua a venire a trovare la bambina, a correre con lei dietro ai dottori e ai passanti, a cantare canzonette ardite. Parte dal suo paese, in Versilia, e viene a Pisa, a impiegare l’orario di visita. Ho chiacchierato più volte con il nonno adottivo, ma mi sono dimenticato di chiedergli che cosa facesse nella vita. Non ce n’era bisogno: faceva quello, nella vita.
Quando ho scritto a proposito delle adozioni a distanza (di sicurezza), sapevo che avrei suscitato reazioni diverse, ed è successo. Quasi nessuno, per fortuna, ha frainteso la mia intenzione: quando non sono un alibi per chiudere la porta in faccia al dirimpettaio che chiede aiuto, le adozioni a distanza sono un’invenzione meravigliosa. Ne immagino (non so se qualcuno ci abbia mai pensato) una variante: le adozioni a distanza di tempo, oltre che di spazio, di bambini di generazioni future. Non sono soldi da spedire, non si può tenerne in tasca la fotografia né riceverne le lettere da lontano, e tuttavia esisteranno, e un privilegio (e un’obbligazione) degli umani è di immaginare creature che non esistono ancora, vedersele davanti a occhi chiusi, e prendersi cura del mondo che lasceremo loro.
Intanto, l’occasione mi ha fatto conoscere altre associazioni di buona volontà, come la Fondazione Arpa, che si occupa di ricerca sul cancro e sui trapianti, di assistenza sanitaria e umana nel mondo povero e specialmente di formazione di infermieri e medici. La presiede un prestigioso chirurgo dei trapianti dell’Università di Pisa, Franco Mosca, il suo presidente onorario, ma assai fattivo, è Andrea Bocelli.
Non so se il nome venga dall’arpa birmana, o dall’amicizia di Tiziano Terzani: forse, come spiega Bocelli, dal fatto che quando si pizzica una corda dell’arpa le altre risuonano per simpatia. L’Arpa cura in Italia e in Europa la specializzazione di chirurghi pachistani, afghani, africani. Ci sono medici peruviani, che hanno compiuto gli studi nel loro paese grazie alla fondazione. Nel sito (www.fondazionearpa.it) si legge il motto, tratto da Kuan Tze (IV-III sec. a.C.): «Se il progetto vale per un anno, pianta del riso; se vale per 10 anni, pianta degli alberi; se vale per cent’anni, istruisci degli uomini». Franco Mosca punta a quest’anno e ai prossimi 100. Io non sapevo niente di Kuan Tze, ma avevo una perplessità antica sul famoso insegnamento confuciano: se un uomo ha fame, non dargli un pesce, insegnagli a pescare. Massima piena di saggezza, perché, mangiato il pesciolino di oggi, l’uomo resterà domani con la sua fame. E tuttavia non si vede perché pesce e lezione di pesca non possano cercare di andare insieme, a scanso che l’uomo, sul punto di diventare provetto pescatore, non muoia di fame.
Proverbi a parte, è sempre il dilemma della vicinanza e della lontananza, della carità e della solidarietà. Ed è naturale che un chirurgo, deputato agli estremi rimedi, voglia conciliare il riso di quest’anno e il bosco di 10 anni con l’istruzione di 100. La metafora si avvicina strettamente alla realtà, come in Burkina Faso, dove la formazione clinica e la fornitura di strutture sanitarie si accompagnano a un vero impegno alimentare per bambini denutriti e madri. In buone mani.

Questa volta vi do tre buone notizie.
La prima: è avvenuta una liberazione a furor di popolo. Non è un evento così frequente. La folla si fa prendere la mano, come al circo, allo stadio, ed è già tanto se in quella piazza di Gerusalemme non abbia gridato che li voleva crocifissi tutti e due. La seconda: che non si è trattato della popolazione di un quartiere eslege che abbia fatto blocco contro la polizia per mettere in salvo un manigoldo. Versione extraterritoriale e organizzata della solidarietà un tempo nobile e fortuita per il nobile fuggiasco, o per il pesciolino piccolo incappato nella rete dei birri, senza la quale non avremmo alcune delle più belle canzoni in tutte le lingue. La terza notizia, più dubbia: nell’Arno di Firenze, proprio sotto il Ponte alle Grazie, dove fino a poco fa la sopravvivenza sembrava farsi drammatica perfino per i topi, ci sono dei pesci giganteschi. E ora veniamo al dettaglio.
È successo sabato 14 luglio, alle 13.30. Già l’orario, e con la canicola, segnala la combattività del pescatore alla canna. Ha abboccato una cosa enorme. Il pescatore, eccitato, ha prodigato gli sforzi per non perderla, e lo spettacolo della sua sagace fatica era tale che già i passanti si erano fermati a guardare. Finché è riuscito a portare a riva la cosa, che era un pesce siluro di oltre 2 metri di lunghezza; del peso non so dirvi, perché la cronaca di Firenze della Repubblica non lo dice, ma a occhio e croce non mancava tanto al quintale. Dico a occhio, perché il giornale ha la foto, e occorrono due uomini per sollevare il pesce e tenerlo in posa: uno dei due è un giovane biondo e aitante, l’altro sembra mingherlino, ha gli occhiali e tiene la testa bassa.
Non so chi dei due sia il pescatore, se quello fiero o quello che un po’ si vergogna. Quanto al pesce, ha la gran bocca aperta e i lunghi barbigli sporgenti.
È malvisto, il pesce siluro, e oggetto di leggende nere da mangiatore di uomini. Infesta le nostre acque, si dice: a guardarlo, si direbbe che c’è dell’invidia. È vero che nel Po e altrove si comporta da invasore. Se ne parlava nel film di Ermanno Olmi. A Rovigo le autorità pagano una taglia di 26 centesimi al chilo per i siluri pescati.
Fatto sta che la folla mista di indigeni e turisti (soprattutto: a Firenze gli indigeni sono più rari degli storioni) radunata attorno al fortunato pescatore, cioè allo sfortunato pesce, dopo aver commentato ed essersi fatta una quantità di foto ricordo, ha cominciato a rumoreggiare chiedendo la liberazione dell’animale.
Secondo la cronaca il pescatore non sembrava entusiasta, ma il coro si è fatto così pressante e ultimativo che il siluro è tornato in acqua. Restano le foto.

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L’Indipendente, diretto da Antonio Galdo, veterano di Panorama, è un giornale di centrodestra, si direbbe ufficialmente. I suoi interlocutori preferiti, o auspicati, sono i “moderati che vorrei”, come si intitolano le ampie interviste-manifesto domenicali a personalità del centrosinistra “culturale”. Il destino della parola moderato è tortuoso. Designò specificamente una posizione politica del Cattolicesimo, dal neoguelfismo in poi. Anzi, divenne quasi un sinonimo di Cattolicesimo in politica: il moderatismo cattolico. A volte basta un trattino ad accostarlo ad altri aggettivi: clerical-moderato, moderato-democratico, liberal-moderato. Altre volte a quegli aggettivi si contrappone: cattolico moderato contro cattolico democratico, o progressista…
Il lessico arranca dietro il ballo in maschera politico. Genericamente, moderatismo significò una distanza dagli estremismi, una predilezione per il centro, o un eufemismo per conservatorismo. Se intendo bene, l’aspirazione di Galdo è estrarre dalla tradizione un’accezione rinnovata del termine di moderato, cioè, con un ritorno alla lettera, di ciò che in politica è dotato del senso della misura. Poco? Sta di fatto che l’estremismo di tanta parte della rappresentazione politica corrente (in cui scorrono fiumi di sangue, e per fortuna si tratta di vernice di scena) assegna alla misura un ruolo singolare.
Siccome la misura è una benedizione in una curva di stadio, ma non basta, succede al rianimato moderatismo quello che succede al riformismo nel campo del centrosinistra: che i suoi fautori tengono a spiegare che moderazione e, rispettivamente, riforma non vogliono dire un atteggiamento rinunciatario e compromissorio, né una passione spenta o una mancanza di coraggio. Che si può essere misurati e riformatori e capaci di radicalità, altra parola magica dei nostri giorni, dai troppi usi.
Domenica scorsa l’intervistato era Andrea Riccardi, il cui Cattolicesimo moderato (quello di Sant’Egidio) non pecca di indifferenza o di scarsa combattività. C’è bisogno di moderazione, dice, e insieme di grandezza. Galdo chiede perché in Italia non ci si sia ancora liberati dal ‘68. Non so bene che cosa intenda. Però, in un’altra intervista dello stesso numero del giornale, a un grande latinista e uomo militante come Luca Canali, c’era un errore di stampa malignissimo. A una domanda sugli “uomini della provvidenza” del passato, Canali citava fra gli altri il generale Stilicone. È diventato Silicone. Ecco, questo silicone che si infila dappertutto è forse un ingrediente della risposta sul ‘68 che non finisce.

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Le adozioni a distanza sono una bellissima iniziativa. Il loro numero così alto e sempre crescente e l’affidabilità di tante organizzazioni che le governano, provano la corrispondenza fra quel modo di solidarietà e il desiderio delle persone del mondo ricco di prendersi concretamente cura del mondo povero: non del problema, ma di una singola persona, una singola famiglia, un singolo bambino. Di quel singolo bambino si può vedere il viso, tenerne la fotografia nel proprio portafoglio, leggerne le lettere riconoscenti e rispondere, imparare attraverso lui a conoscere un paese straniero e remoto e compiere una specie di privato gemellaggio, un gemellaggio del cuore. A scanso di equivoci, dico che anch’io partecipo di questo utile e gratificante impegno.
A scanso di equivoci, perché voglio sollevare una questione laterale, che ha, mi pare, un interesse psicologico e morale. All’adozione a distanza non si può nemmeno addebitare, se non in minima misura, il comprensibile e per così dire generoso egoismo che ispira l’adozione intera, quella che porta a casa nostra cuccioli di luoghi lontani. Che le adozioni si compiano a distanza è del tutto ragionevole: lontana da noi è la carestia, la malattia, la tragedia degli orfani dell’aids e dei bambini soldato e delle bambine violate. Affare dell’Africa, di una parte dell’Asia, di una parte dell’America Latina.
Dunque qual è, se c’è, l’altra faccia della medaglia? Il rischio che si accompagni, e voglia compensarla, a un’avarizia, una dissociazione dalla povertà e dalla sofferenza vicina, del nostro prossimo, quello che troviamo sulla nostra strada, non cercando nella pagina esotica di un atlante. Può darsi, nell’adozione a distanza, che non sia tanto importante l’adozione quanto la distanza. Che agisca come una distanza di sicurezza. La carità ravvicinata spaventa e compromette. La buona azione fatta alla leggera minaccia di renderti ostaggio del tuo beneficato, di vederlo appostato alla tua porta. Prendersi qualcuno a carico da vicino è altro affare dall’ordine dato (e revocabile, del resto, magari solo per noia, o per distrazione) alla propria banca, che spedisca ogni mese il gruzzoletto di euro col quale il bambino della foto mangerà, andrà a scuola, comprerà sei pastelli colorati.
La questione della distanza è da sempre al centro dell’enigma della compassione umana. Ha indotto a interrogarsi, di norma, sull’indifferenza che la lontananza nello spazio (la morte del mandarino cinese…) e nel tempo (le generazioni future) suscitava nelle persone. Sembra ora presentarsi alla rovescia. Dopotutto il mondo è diventato così ravvicinato, e un cucciolo cinese, se non un mandarino, ti arriva in casa col telegiornale, e sempre più spesso viene a nascere vicino a te. Se non ci fosse nella solidarietà da lontano questa ambiguità (umana, troppo umana) non si capirebbe come possiamo accettare di vivere qui, insieme, con una così esplosiva densità, titolari di ricchezze e titolari di pensioni sociali.
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Vengono forniti dati micidiali sull’estinzione delle cartoline illustrate, o almeno della loro corrispondenza. Sono le email, gli sms e gli mms (cartoline illustrate, questi ultimi, a loro modo) a spodestare le vecchie cartoline. Succede, semplicemente: i più non se ne accorgono nemmeno, ci si abitua subito alle cose nuove, e i ragazzi non hanno avuto il tempo di affezionarsi alle vecchie. Questo non toglie che sia un mondo intero che sparisce: c’era una volta il mondo delle cartoline illustrate, non c’è più. C’era, oltretutto, il mondo dei francobolli, e anche quello se n’è andato, sostituito da timbri insulsi, o da francobolli da pensiero unico (quelli della ex posta prioritaria non si lasciano nemmeno staccare decentemente: metteteli a bagno nella vecchia bacinella e vedrete).
I veri scrittori di cartoline avevano cura di assortire l’illustrazione della cartolina con quella del francobollo, e le due col testo. È un’arte quella di scrivere le cartoline. Lo resterà, per gli amatori. Come tutte le cose che escono dall’ordinario, acquisteranno un pregio in più.
Cartoline e francobolli continueranno a essere prodotti per i collezionisti, per le signore anziane dalla bella grafia. E per i detenuti, che non hanno email, né telefonini. Poi anche la posta scomparirà. Resterà qualche corriere, per i pochi casi in cui occorra davvero consegnare cose fatte di materia, carta, colla, spaghi, fiori secchi e cannoli freschi.
“Mandami una cartolina” si diceva neanche tanto tempo fa a chi partiva, magari per sempre. Era l’ultimo genere disinteressato. Una lettera poteva essere invadente, esigeva una risposta, o almeno un cenno di ricevuta. Una cartolina no, era del tutto gratuita. Proprio per questo era più necessaria. “Non ha mandato nemmeno una cartolina”: la più amara delle delusioni. La cartolina era la più felice combinazione fra libertà e responsabilità, era veloce ma non al punto di esentare da una cura, la scelta dell’immagine, l’orgoglio della firma, la certificazione timbrata del luogo e del tempo, il testo: “A Venezia andai, a te pensai”.
Gli anziani si ricordano delle cartoline postali, unione di cartolina e lettera, mancava l’illustrazione per far posto al testo. Era il tempo in cui le postine o i postini avevano una divisa rispettata quanto quella dei ferrovieri e dei marinai, era il tempo in cui non si doveva temere che i propri messaggi, anche quelli dell’intimità familiare e amorosa, fossero spiati da ficcanaso: altro che intercettazioni.
Le cartoline erano la pinacoteca dei poveri, l’atlante dei bambini di paese che si preparavano a diventare esploratori dell’Africa nera o minatori a Marcinelle. C’erano persone solitarie in gita che si risarcivano spedendosi una cartolina firmata “Tuo X”. E ora, quando resterete soli, speditevi un sms.