
Nelle stesse ore di un giorno di crisi finanziaria Mario Monti diceva al Financial Times che Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e lui hanno deciso di osservare sulla Banca centrale europea e sulle sue eventuali politiche di salvezza dell’euro dal naufragio nel debito un «silenzio simmetrico»; Sarkozy, nel frattempo, registrava il trauma del declassamento francese da parte di Standard & Poor’s annullando il vertice a tre già programmato, e imminente, per ragioni di immagine elettorale; e il cancelliere tedesco rompeva il silenzio simmetrico ribadendo che era esclusa la possibilità di un intervento dei governi in favore della banca di Francoforte come «lender of last resort» o prestatore di ultima istanza. Continua

Il caso Malinconico non mi consola. Lo stile di Mario Monti è stato sfregiato, con la compiacenza di Fabio Fazio, da quella bruttura di cui nel salottino della vaghezza preconfezionata non si è parlato per convenienza, per falso pudore, per opportunismo. Lo ha rilevato inappuntabile Francesco Merlo in un nuovo capitoletto, quello tecnico, della sua saga dell’onestà. Lo hanno anticipato con durezza adamantina il mentore del Fatto, Marco Travaglio, e il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, chiedendo le dimissioni del reprobo. Anche il grand commis de l’etat veniva mantenuto nel weekend, come il ministro di formazione democristiana e di benevolenza berlusconiana che si ritrovò pagata la casa, «a sua insaputa». Un tocco di estrema platealità da commedia leggera, che fa ridere e piangere. Continua

Lo stile del governo italiano e il contesto politico e parlamentare in cui opera sono da un mese completamente rovesciati, e in modo spettacolare. A Silvio Berlusconi non se ne perdonava una, nemmeno un sorriso, a Mario Monti si perdonerebbe tutto, e a Elsa Fornero perfino le lacrime. La maggioranza del Cav era diventata fragile e litigiosa, vistosa e chiassosa, quella di Monti è ingombrante, invasiva, onnipresente ma segreta, pudica, vergognosa di sé e delle circostanze di emergenza che l’hanno incollata insieme. Berlusconi incontrava un’opposizione assolutista, eticizzante, e un circuito mediatico-giudiziario che la nutriva di grandi archetipi morali anti Caimano, e tutta la cultura che fa opinione era sulle barricate (spesso sovvenzionate dallo Stato); Monti invece non ha un’opposizione febbrile e distruttiva, se non mettiamo nel conto minoranze sociali, parlamentari ed extraparlamentari, in generico movimento ma per adesso schiacciate dall’autorevolezza del governo «in stato di eccezione», e dalla necessità per i grandi partiti di riconsiderare il sistema che non produsse né un vero governo di centrodestra né un progetto alternativo di centrosinistra, altro che lotta contro il governo dello spread. Infine, dove al Cav sono mancati imprenditori e cancellerie internazionali, banche, industria e grandi lobby europee e americane sono compatte, schierate con il governo tecnico. Continua

Come andrà a finire la storia dell’euro è un enigma. Ma come è cominciata? Le radici di quella moneta sono due, tecnocratica l’una e per così dire umanistica l’altra. Per molti europeisti, gente convinta che la prima metà del Novecento sia stata un incubo da non rivivere, la moneta comune europea era ed è una bandiera di civiltà liberale e di pace, il vero garante della fine delle ostilità franco-tedesche e delle grandi guerre continentali. Continua

Non ce l’ho con Giorgio Napolitano, il presidente della Repubblica che ha scelto di mandare in Parlamento un tecnico invece di chiamare gli italiani al voto. Ce l’ho con chi subisce, a destra e a sinistra, questa soluzione, e specialmente con la pletora d’intellettuali inutili, fatte salve le coraggiose eccezioni che si contano sulle dita di una mano, incapaci di ragionare sul destino di questo Paese con indipendenza intellettuale e libertà di tono. E vi spiego perché. Continua

l Gran Pignolo del Quirinale si comporterà scrupolosamente, cioè bene. Ne sono ormai certo, il margine di errore personale di giudizio è quasi pari a zero. Giorgio Napolitano ha raggiunto un assetto di vita, e un’età, in cui non si rinnegano per alcun motivo caratteristiche coltivate con solerzia, con puntiglio e con qualche protettiva pedanteria per decenni. Alle quali si sposa un rispetto fin troppo meticoloso delle logiche politiche dentro la loro cornice istituzionale. Continua

Quante volte ci siamo detti che in politica la decisione è tutto. Anche per Silvio Berlusconi arriva il giorno o il momento delle grandi decisioni. Ma la faccenda è più complicata di quanto si potrebbe pensare. Infatti il presidente del Consiglio, che è un imprenditore per nascita e formazione e vocazione, nutre un tremendo pregiudizio, che può fotterlo. Continua

Quand’è che fallisce una classe dirigente? Intercettare il vento della protesta è facile, difficile è dare un senso a quel che si fa, farsi capire bene, porsi e ottenere dei risultati. Vladimiro Zagrebelsky e tutta la compagnia di editorialisti di Repubblica, gran giuristi e accreditati ex di qualcosa, storici e filosofi molto ben insediati dal mondo delle patrie lettere, dall’anglo becero Paul Ginsborg alla sanraffaellina piagnona Roberta De Monticelli, hanno deciso di celebrare la loro sconfitta in un Palasharp numero due, il 7 di ottobre a Milano. Continua


Angelo Bagnasco
Come si può leggere il discorso con cui il cardinale Angelo Bagnasco ha ribadito la censura della gerarchia cattolica sullo scandalo privato emerso in pubblico attraverso le intercettazioni a carico di Silvio Berlusconi? Letteralmente, sono cose dignitosamente ovvie. Continua