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Belpietro: Due anni straordinariamente intensi

Quando iniziai a dirigere Panorama, Romano Prodi era ancora a Palazzo Chigi. Nessuno immaginava che dopo pochi mesi sarebbe caduto e che la breve stagione di governo del centrosinistra avrebbe avuto fine.

Anche i più critici, me compreso, ipotizzavano al massimo una crisi intestina alla maggioranza e l’avvento di un nuovo premier, come già accadde nel 1998, quando il Professore fu disarcionato e sostituito da Massimo D’Alema prima e da Giuliano Amato poi. Invece, fin dai primi mesi di direzione, fui testimone del suicidio della sinistra. Un rito autodistruttivo che ha portato il Pd alle difficoltà attuali, senza più leader e senza più un programma chiaro.
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Belpietro: “Un minuto più del padrone”

L’altra mattina leggendo il Corriere mi sono stropicciato gli occhi.

Per un attimo ho creduto di avere tra le mani L’Unità o Il Manifesto. E invece no, il corsivo che commentava la storia degli irriducibili che da un anno occupano l’ex fabbrica milanese di Lambrette e dei cinque di loro che si sono arrampicati in cima a una gru compariva proprio sulle pagine del fu quotidiano della borghesia lombarda.

In diciotto striminzite righe l’autore bacchettava i proprietari dell’Innocenti Sant’Eustacchio, spiegando che il loro modo di fare contraddiceva ogni regola d’impresa. «Un buon prodotto, una tecnologia avanzata, un forte attaccamento aziendale. Eppure deve chiudere, in nome di un business tossico che ignora mercato e qualità» scriveva Giangiacomo Schiavi, prendendo le difese dei lavoratori, i quali si erano scontrati con la polizia che li voleva sloggiare perché impedivano l’accesso all’azienda.

Già l’idea che un imprenditore arda dal desiderio di chiudere una fabbrica che fa un buon prodotto, ha strabiliante tecnologia e migliori maestranze mi sembra balzana. Ma l’accusa di voler investire in un business tossico contro il mercato e la qualità mi riporta alla mente i vecchi slogan sindacali degli anni Settanta, contro il padrone brutto, sporco e cattivo. Tutte le volte che un’impresa chiudeva c’era un capitalista cinico che la voleva assassinare nonostante godesse di ottima salute.

Non so se i funzionari di Cgil, Cisl e Uil non sapessero leggere i bilanci o recitassero una parte in commedia, ma ho sempre sospettato che gli mancasse il coraggio di dire la verità agli operai, ovvero che la fabbrica era morta. Magari per colpa del titolare e dei suoi errori, ma comunque morta. Così, spesso, spingevano i lavoratori a inutili lotte, inducendoli a resistere mesi, a volte anni, al grido «Un minuto più del padrone».

La storia della Innse non è diversa da quelle di molte imprese che non hanno retto il mercato e che non sono riuscite a trovare un sistema flessibile per produrre o non glielo hanno lasciato trovare. Dell’ex industria di Lambrette è rimasto solo il nome: l’agonia è cominciata all’inizio del Terzo millennio, tra cassa integrazione, mobilità e cambi di proprietà. Negli ultimi nove anni i dipendenti hanno lavorato a singhiozzo solo per pochi mesi e non sempre a pieno regime. Naturalmente questi quasi due lustri non sono trascorsi tranquillamente, ma fra lotte sindacali e interventi di polizia e carabinieri.

Dov’è dunque l’azienda descritta dal Corriere? Dov’è l’esempio di buona impresa che aspetta il salvatore e nel frattempo deve difendersi dai cannibali che la vogliono privare del futuro, come scrive Schiavi?

La verità, molto più banalmente, è che l’Innse non ha alcun futuro e che i dipendenti in questi anni sono campati tra sussidi e conflitti, tra gomme tagliate alle auto degli amministratori e dirigenti rinchiusi per ore nel loro ufficio per avere contestato assenze ingiustificate. L’Innse non è né un’azienda modello né un’isola felice. È solo una storia sbagliata, come titola il Corriere. Forse per colpa della proprietà, ma anche del sindacato. E forse pure di qualche giornalista che fatica a capire quanto sia duro oggi fare l’imprenditore.

Belpietro: Masanielli della sanità

Antonio Bassolino, del Pd

Si discute molto in questi giorni di nuove risorse per il Sud. La Sicilia e altre regioni meridionali vogliono che il governo apra i cordoni della borsa per finanziare grandi progetti e infrastrutture. I soldi da attingere sono quelli del Fondo per le aree sottoutilizzate (una volta si usava dire sottosviluppate, ma adesso, in ossequio al politically correct, non si può più).

Non ho competenza per entrare nel merito degli interventi che si intendono realizzare. Mi limito a rilevare che la storia del nostro Mezzogiorno è piena di cattedrali nel deserto, opere inutili che sono servite solo a dare lavoro incerto a qualche migliaio di disoccupati e guadagni certi a criminalità e politica. Il rischio che anche questa volta i fondi facciano la stessa fine c’è ed è forte, così come enorme è la pressione clientelare che alcuni governi regionali subiscono e allo stesso tempo alimentano pur di stare in piedi.

Ma ciò che mi ha colpito non è la protesta della Sicilia e delle altre regioni, bensì quello che è accaduto in Campania nel campo della sanità e di cui i giornali hanno parlato poco o niente.
La scorsa settimana il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha deciso di commissariare l’intero sistema di cura della regione. Motivo? I conti fuori controllo. La sanità campana ha infatti un disavanzo tra i più elevati del settore e i piani predisposti dagli assessori di Antonio Bassolino fino a oggi non hanno prodotto alcun risparmio. Per cui il governo ha deciso di commissariare tutto. Però, sorprendentemente, la persona cui sono stati affidati poteri speciali per rimettere in ordine il bilancio sanitario regionale è lo stesso Bassolino, un po’ come se per salvare un’azienda dal fallimento la si affidasse nelle mani di chi l’ha portata alla bancarotta. Ancora più sorprendente è che il governatore della Campania si opponga al commissariamento, ovvero all’idea di avere la possibilità di decidere in piena autonomia, e minacci ricorsi al tar e annunci l’intenzione di rifiutare l’incarico.

Il caso mi pare d’un certo interesse perché fa capire come quando c’è da chiedere più soldi molti amministratori locali siano in prima fila, ma quando c’è da amministrare e assumersi le responsabilità, soprattutto quella di tagliare gli sprechi senza se e senza ma, c’è il fuggi fuggi. Fare il commissario e applicare i rigidi parametri di contenimento delle spese costringe a scelte dolorose e queste i masanielli del Mezzogiorno non le vogliono fare.

Aggiungo un’ultima osservazione. I governatori che protestano per la mancanza di fondi, e minacciano la creazione di un partito del Sud in opposizione alla Lega, sono quelli la cui sanità è sull’orlo del crac. Di Bassolino e dei suoi 554 milioni di disavanzo ho già detto. A lui si aggiungono il presidente della Calabria, Agazio Loiero, e quello della Sicilia, Raffaele Lombardo, entrambi sotto osservazione, come peraltro il governatore della Puglia, Nicky Vendola, anche se il suo disavanzo supera di poco i 200 milioni.

Insomma, quattro su quattro delle regioni che battono cassa hanno una sanità sprecona. E allora mi permetto una domanda: visto che le cure e gli ospedali assorbono circa l’80 per cento dei bilanci di ciascuna regione, non sarebbe logico rimettere ordine in quei conti per trovare i fondi necessari a finanziare i progetti fermi invece che chiederne altri a Roma? Temo di sapere già la risposta: sarebbe logico, ma sarebbe anche la fine di troppe carriere. Di lungo corso e lunghe clientele.

Belpietro: Autogol sul lettone di Putin

Silvio Berlusconi e Patrizia D'Addario durante una conferenza a Bari

Non c’è dubbio che mettere online le parole carpite al premier col registratore in camera da letto sembra senz’altro il modo più efficace per affrettare l’approvazione di una legge molto severa contro l’uso e l’abuso delle intercettazioni. E, se non fossi assolutamente certo dell’incorruttibile fede antiberlusconiana dei colleghi dell’Espresso, penserei che la diffusione delle conversazioni tra Silvio Berlusconi e Patrizia D’Addario sia stata un’astuta mossa del Cavaliere, al fine di ottenere il via libera definitivo alla stretta sugli orecchianti.
Già, perché diffondere sul web le conversazioni tra il presidente del Consiglio e la escort di Bari nulla aggiunge alla vicenda politico-giudiziaria pugliese, ma molto porta alle ragioni di chi reclama un provvedimento che limiti la possibilità di captare le conversazioni private e di renderle pubbliche in barba a qualsiasi regola.
Che il capo del governo si fosse intrattenuto con l’esuberante signora era già risaputo e perfino le frasi, il lettone di Putin e le farfalline erano dettagli arcinoti. Dunque ascoltarli in vivavoce che cosa ha cambiato dal punto di vista dell’interesse della pubblica opinione? Nulla, assolutamente nulla. Ha aggiunto solo un tocco di voyeurismo, un po’ di morbosità in più all’intera vicenda. E soprattutto ha dato la sensazione di una stampa senza limiti, che è pronta a farsi beffe di tutto e di tutti, soprattutto se il tutto e tutti è l’odiato Cav.
Dunque la pubblicazione delle parole rubate a Palazzo Grazioli è un autogol? Probabilmente sì. Di certo è la prova che le intercettazioni sono un problema e l’uso che ne viene fatto ormai non ha alcuna attinenza con la  giustizia, ma esclusivamente con la politica, perché quelle di Bari sono frasi prive di risvolti penali, ma cariche di significati politici.
Tutto ciò non deve però indurre alla facile convinzione che basti approvare la legge Alfano per cancellare il problema. Punire i giornalisti e multare gli editori non impedirà che episodi simili si ripetano. Le draconiane misure del guardasigilli sono fatte per essere beffate: basterebbe pubblicare le conversazioni proibite su un sito estero, non riconducibile ad alcuna persona fisica residente in Italia, per farla franca.
L’unico modo per impedirne realmente la diffusione è attribuire la responsabilità della fuga di notizie al magistrato che è titolare dell’inchiesta. È lui che deve garantire che le intercettazioni, abusive (come quelle di Patrizia D’Addario) o autorizzate, una volta pervenute nelle mani della giustizia, che ha l’obbligo di custodirle, non prendano invece il volo verso le redazioni dei giornali. È il pm che deve vigilare su chi ha in mano quel materiale sensibile. Se non è in grado di garantire la riservatezza, sua o dei collaboratori cui egli ha delegato le indagini, ne risponda disciplinarmente con qualche anno di carriera.
Basterebbe questa piccola norma, credetemi, a interrompere quel circuito perverso attraverso cui magistrati e investigatori hanno costruito e costruiscono il loro successo e la loro reputazione, foraggiando quotidianamente i cronisti in cambio di notorietà.
Gli eccessi e gli abusi cesserebbero come per incanto. Così, finalmente, senza l’eco dei pettegolezzi e dei dettagli scabrosi, molte inchieste giudiziarie apparirebbero per quel che sono: aria fritta.

Belpietro: Napolitano, l’unico nuovo che avanza a sinistra

Giorgio Napolitano

Ci si è talmente abituati a congressi di partito dove si sa già chi viene eletto, che la corsa alla segreteria del Pd stupisce un po’ tutti. Ai candidati di solito piace vincere facile: ricordate Walter Veltroni? Per assicurargli 3 milioni di voti levarono di mezzo Pier Luigi Bersani, che già allora voleva candidarsi, lasciando in campo una perdente di successo come Rosy Bindi.

La macchina propagandistica dei Ds fece il resto e l’ex sindaco di Roma poté fregiarsi di un largo consenso, che non gli bastò però quando ci furono da vincere le elezioni vere, quelle politiche.
Le primarie erano talmente taroccate che, appena si cominciò a parlare di chi dovesse prendere il suo posto, dopo il disastro delle regionali in Sardegna, il Corriere della sera se ne uscì con un appello per una competizione vera e un confronto sul programma che non fosse di maniera. Per il quotidiano milanese, un’elezione arrangiata sarebbe stata una perdita di tempo, un modo per nascondere lo sporco della grande casa della sinistra sotto il tappeto.

Certo, nessuno immaginava che una sfida senza infingimenti potesse finire come sta finendo, ovvero in una specie di rissa dove vecchi compagni di partito, che a lungo hanno militato insieme e altrettanto a lungo si sono inchinati di fronte al totem del centralismo democratico e dell’unità di partito, potessero darsele di santa ragione. E, neppure, ci si immaginava che lo spettacolo finisse in una commedia, con un comico che si candida a guidare il partito e il partito che spaventato gli risponde che non può perché non ha la residenza nel comune in cui ha chiesto la tessera: una comica, appunto.

Per noi giornalisti, naturalmente, tutto ciò è un’autentica pacchia, argomento quotidiano per decine di articoli e commenti, e garanzia assoluta di poter riempire le pagine anche ad agosto.
Ma per la cultura politica del Paese non credo invece che sia un bene: il duello fra le diverse anime del Pd e della sinistra rischia di distruggere anche quel po’ di sinistra che ancora c’è in Italia, condannandola alla marginalità almeno per un decennio, se non di più.

Scomparsa la sinistra radicale, potrebbe infatti scomparire, o ridursi ai minimi termini (che dal punto di vista della dialettica democratica è più o meno la stessa cosa), anche quella cosiddetta riformista. E, da osservatore non certo di sinistra, penso che questo non faccia bene a nessuno. Al Partito democratico per primo, ma anche al Popolo della libertà, che, senza opposizione, rischia di farsela da solo l’opposizione, come ho già scritto.

Il Pd ha bisogno di una guida forte, di un leader che non sia un surrogato, ma neppure espressione di una corrente, seppur maggioritaria. I partiti di successo oggi hanno tutti un capo autorevole e seguito, un segretario o presidente che è riconosciuto e amato e, allo stato attuale, dentro il Pd non c’è traccia di una simile leadership. O meglio, uno c’è, anche se momentaneamente occupato: Giorgio Napolitano. Per fare del Partito democratico un vero partito riformista l’unico candidato che abbia i titoli è lui.

Non solo perché è stato il capo della corrente migliorista, ovvero del gruppo che dentro il Pci iniziò a parlare di svolta socialdemocratica fin dagli anni Settanta, e dunque un comunista aperto al mercato e all’Occidente (a parte quel brutto errore di gioventù, si fa per dire, quando applaudì i carri armati russi che entrarono a Budapest). È anche il solo che dispone di un po’ di consenso e popolarità. Certo, in gran parte questo seguito gli viene dalla carica che ricopre. Ma, se fossi nei panni dei dirigenti del Pd, non starei lì a fare tanti distinguo: a 84 anni il capo dello Stato è l’unico nuovo che avanza a sinistra.

Belpietro: Pericolosa l’intolleranza di sinistra

Giampaolo Pansa

Giampaolo Pansa si occupa sul Riformista dell’intolleranza che «troppa gente di sinistra» nutre nei confronti di chi non la pensa in un certo modo. Ha tratto spunto da un paio di lettere inviate al Giornale da persone che lamentano d’essere state insultate in treno e in autobus per il solo fatto di avere tra le mani una copia del quotidiano milanese. Il frasario usato contro di loro va da «fai schifo!» a «sei un servo di Berlusconi».

Pansa, nel commentare le due lettere, riferisce di un episodio analogo di cui è stata vittima una sua lettrice, assalita a male parole perché, mentre era in attesa di un treno, leggeva il libro La grande bugia, documentata denuncia dei falsi storici e dei crimini commessi in nome della lotta di liberazione.

Naturalmente la madre degli imbecilli è sempre incinta e si potrebbe concludere che i due lettori del Giornale e la signora sono stati sfortunati e hanno avuto il guaio d’incappare in compagni di viaggio maleducati e fanatici. Ma Pansa, che fu cronista del Corriere della sera negli anni in cui «la sinistra menava e sparava», parole sue, «e Montanelli era ritenuto un fascista insieme ai suoi lettori», non minimizza. Anzi, siccome il diavolo si nasconde nei dettagli, spiega che scruta l’orizzonte con qualche timore.

Le aggressioni, gli insulti, le intolleranze sono il sintomo, il dettaglio per citare Giampaolo, che segnala una malattia più estesa, un settarismo strisciante che tracima e che rischia di bruciarci tutti. C’è infatti una parte di sinistra che non si limita a contestare le idee che non le piacciono, ma assale chi ne è portatore o, semplicemente, lettore. E non si tratta di pochi scalmanati. Dietro c’è una cultura di odio, una violenza che per ora è verbale, ma che non è detto resti tale.

È una cultura da vecchi stalinisti, che punta alla demolizione, all’annientamento di chi la pensa diversamente. Colpisce con furia, senza rispetto degli avversari, che vede come nemici di cui sbarazzarsi. Per questa cultura chi manifesta opinioni dissonanti non ha dignità né onore, non ha diritto di parola, fa schifo e basta. Non è un uomo, ma un servo.

Forse qualcuno penserà che io enfatizzi pochi episodi, ma, siccome tocco con mano da tempo questo sentimento di rancore, posso assicurare che nelle mie parole non c’è esagerazione: mi limito a riportare le opinioni che si trovano online e a sintetizzare gli insulti e le minacce. A differenza di Pansa, però non penso che il clima di intolleranza sia bipartisan. Non ho notizia di lettori della Repubblica o dell’Unità presi a male parole da qualche energumeno. E nemmeno di ingiurie contro chi appartiene a uno schieramento di sinistra.

Ho provato a chiedere ad Antonio Padellaro, che del quotidiano che fu comunista è stato direttore, se gli è mai capitato di ricevere lettere di persone che segnalavano lo stesso trattamento riservato ai lettori del Giornale e se a lui stesso fossero arrivate offese, e la risposta è stata no. La stessa domanda l’ho rivolta ad altri giornalisti ritenuti di sinistra. La risposta è stata ancora no.

Non voglio dire che a destra siano tutti angioletti, sempre pronti a comprendere le ragioni altrui. No, anche lì ci sono comportamenti esecrabili. Ma penso che l’intolleranza sia patrimonio della sinistra. Di più: che faccia parte del suo dna. E credo che chi si candida a diventare leader di un partito democratico per definizione non possa ignorare questo tema. Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani e Ignazio Marino diano un segnale di civismo nei confronti di quegli italiani che sono la maggioranza del Paese. Evitino di considerarli tutti servi sciocchi di Silvio Berlusconi e impediscano che siano vittime dell’odio coltivato a sinistra. Sarebbe il miglior inizio per chi ambisce a governare l’Italia e a riunificarla.

Belpietro: Toghe e politici insieme in salotto

Antonio Di Pietro

Certo, non è bello che due giudici costituzionali vadano a pranzo con premier e ministri, soprattutto se i due devono decidere su una materia politicamente sensibile come il lodo Alfano. Ma il tête-à-tête fra politici e magistrati non mi sorprende. Basta avere frequentato un po’ i salotti romani per sapere che lì non c’è alcuna separazione fra i poteri dello Stato. Avendo partecipato qualche volta a queste cene, posso testimoniare che le ricche case private dei Parioli o del quartiere Prati sono il centro d’incontro fra apparati della Repubblica e politica. Destra e sinistra non fa alcuna differenza: l’abitudine alla promiscuità istituzionale è rigorosamente bipartisan.
Non mi stupisce neppure l’indignazione della sinistra dopo che si è appreso del pasto consumato dal Cavaliere in casa dell’alto giudice.

Conosco i politici e so che hanno l’indignazione facile. Antonio Di Pietro, com’era ovvio, ha subito sollecitato le dimissioni dei due magistrati, spiegando che «la Consulta è un organo costituzionale indipendente che in nessun modo può essere oggetto di interferenze né da parte del governo né da parte di altri organi costituzionali». E, se l’interferenza c’è stata, ne vanno tratte le conseguenze. Dimissioni, dunque.

Il leader dell’Italia dei valori avrebbe ragione se nel Belpaese davvero esistesse una rigida divisione dei poteri e se le interferenze sulla Corte costituzionale fossero inaudite. Ma, purtroppo, di cose simili nel passato ne sono accadute fin troppe. E non parlo per sentito dire.

Anni fa, quando dirigevo il quotidiano romano Il Tempo, mi capitò fra le mani una storia simile. Frequentando uno dei salotti di cui vi dicevo prima, fui testimone di un’allegra conversazione fra un presidente emerito della Corte costituzionale, un importante magistrato e un paio di politici. Senza curarsi troppo dei profili penali e istituzionali della sua chiacchierata, il giudice della Consulta riferì che su pressione dell’allora capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, due membri della Corte avevano deciso di modificare il loro parere sul referendum per la smilitarizzazione della Guardia di finanza. L’interesse del presidente della Repubblica sarebbe stato dovuto alle paure dei vertici delle Fiamme gialle, i quali erano certi che una consultazione popolare sull’argomento avrebbe portato alla smilitarizzazione della Finanza.

Il giorno dopo la ghiotta cena, riportai in prima pagina sul Tempo la storia delle pressioni di Scalfaro, facendo i nomi dei giudici che avevano cambiato parere e, dopo essersi espressi a favore, si erano schierati contro, negando agli italiani il diritto di dire la loro. La vicenda fu ripresa da altri giornali e i radicali, che avevano raccolto le firme per il quesito, protestarono di fronte al Quirinale. Il clamore fu tale che mi sarei aspettato un’indignata reazione politica. E invece no.

Il centrosinistra di Romano Prodi, che all’epoca era al governo, non fiatò. Nemmeno quell’Antonio Di Pietro appena eletto senatore con i voti ds. Zitto anche il centrodestra, forse per non contrariare la Guardia di finanza. Silenti pure i giudici. Eppure, l’accusa a un capo dello Stato d’avere tradito la Costituzione non era cosa da poco, ma i magistrati, compreso quello che insieme a me aveva ascoltato le rivelazioni, erano distratti.

Ci fu un’unica prova che il centro di potere che ruotava attorno alle istituzioni aveva accusato il colpo. E fu il mio successivo licenziamento.

Belpietro: Lega di lotta e di governo

 Silvio Berlusconi e Umberto Bossi

Silvio Berlusconi non ha vinto. O quantomeno non ha vinto come avrebbe voluto. È noto che egli sperava in un successo elettorale di dimensioni tanto ampie da spazzare via tutte le trappole che l’opposizione ha messo sul suo cammino. Un risultato largamente positivo poi avrebbe avuto l’effetto di frenare i cavalli che scalpitano dentro il Popolo della libertà, e Dio solo sa quanti ce ne sono. Ma tant’è: la travolgente ondata non c’è stata e conviene fare i conti con quel che c’è. Del resto, a urne chiuse, bisognerebbe riconoscere che l’ambizione di superare il 40 per cento dei consensi era in gran parte irragionevole. Soprattutto alla luce di quel che è successo nelle ultime settimane, fra divorzi e condanne. Neanche un mago sarebbe riuscito a passare indenne attraverso un simile fuoco e il Cavaliere, per quanto stregato dalla fortuna, uno stregone non è.
Capisco che lui sia stato deluso dal 35 per cento ottenuto e che a nulla sia valsa la conquista di 28 province, 17 delle quali strappate al centrosinistra.

Ma a ben guardare l’anno che ci separa dalle elezioni politiche avrebbe abbattuto anche un toro. Dopo 12 mesi di governo di solito ogni maggioranza lascia sul campo qualche punto di consenso. Figuratevi che cosa succede se il periodo è trascorso fra crolli di borsa e chiusura di aziende. Pensare di poter guadagnare voti in mezzo a un’economia in piena tempesta è fantapolitica.
Berlusconi, dunque, deve consolarsi per aver ceduto appena il 2 per cento e non già perché il Partito democratico ci ha rimesso il 7 per cento (e ha conficcata una spina nel fianco come Antonio Di Pietro, che ora ha raggiunto l’8 per cento, più di quel che un tempo aveva Fausto Bertinotti), ma soprattutto perché altri governi europei sono stati bastonati molto di più dai loro elettori. Dunque, non credo che il presidente del Consiglio abbia motivo per dolersi.
Detto questo, c’è però una considerazione che è doveroso fare e che in parte ho già anticipato nel pezzo della scorsa settimana, prevedendo gli scenari del dopo elezioni. Dalle urne, non essendo giunto un travolgente successo del Pdl, ma semmai una sua conferma, è però uscita rafforzata la Lega, e non solo nelle sue aree tradizionali, come Lombardia e Veneto (dove per altro il Pdl è riuscito a spuntarla, anche se per un soffio), ma anche in Emilia-Romagna, in Toscana e nelle Marche. In alcuni piccoli centri al di sotto del Po il partito di Bossi ha sfondato il muro del 20 per cento e a Fermignano, in provincia di Pesaro, ha conquistato addirittura il 33,5.

I lumbard, accentuando una tendenza che già si era vista alle passate politiche, ora non sono un partito regionale, ma qualcosa di più e in alcuni casi si sostituiscono ad alcuni tradizionali gruppi del centrosinistra. Gli esperti di flussi elettorali hanno già spiegato che molti iscritti della Cgil votano Lega e che ormai il movimento di Umberto Bossi è preferito dagli operai e da un ceto medio-basso più di quanto ormai lo siano i partiti della sinistra radicale. E il rischio vero per Berlusconi sta proprio qui.
Ovvero che la Lega diventi un partito molto diverso da quello delle origini, quando nacque l’alleanza tra Bossi e il Cavaliere. Già oggi si capisce che il movimento è cambiato e su certi temi rappresenta istanze differenti da quelle del Pdl, o quantomeno le interpreta con accenti diversi. Ma nel futuro il fenomeno potrebbe accentuarsi. In un momento in cui l’opposizione è ridotta al minimo (com’è dopo l’ultimo voto) il pericolo è dunque che ne nasca una dentro la maggioranza, interpretata appunto dalla Lega. In questo caso si tratterebbe di una guerra intestina e, come tutte le guerre fratricide, destinata a finire male.

Belpietro: Pagati poco per colpa del sindacato

Tensioni con i Cobas a Torino

Ogni tanto un’indagine ci spiega che i lavoratori italiani sono pagati poco. L’ultima li mette al 23° posto in una lista di 30 paesi fra i più industrializzati del mondo: sono retribuiti meglio perfino i greci e stanno peggio solo portoghesi, turchi e messicani. Rispetto ai dipendenti europei, gli italiani percepiscono un salario inferiore del 17 per cento. La statistica si basa sugli stipendi netti, ovvero su ciò che davvero ci si mette in tasca dopo che la busta paga è stata alleggerita dal fisco: al lordo staremmo meglio.
Di fronte a questa notizia, molti si sono stupiti. Qualche editorialista ha commentato che il problema è la produttività, ovvero le aziende per pagare di più dovrebbero produrre di più. Altri invece hanno spiegato che se gli italiani guadagnano poco è colpa dell’evasione fiscale e del lavoro nero: la prima non consentirebbe di ridurre le tasse sugli stipendi, la seconda farebbe concorrenza al lavoro regolare, costringendo a livellare al ribasso i salari.
Nessuno però ha notato un curioso paradosso, ossia che nel paese col sindacato più forte d’Europa le paghe nette sono le più basse. Gli iscritti a Cgil, Cisl e Uil sono più di 11 milioni, in Germania non arrivano a 9, in Gran Bretagna sono sotto gli 8 milioni, in Francia i tesserati sono addirittura meno di 1 milione. Ora, com’è possibile che un sindacato così rappresentativo del mondo del lavoro e così organizzato (si calcola che i sindacalisti a tempo pieno siano oltre 50 mila) non sia riuscito in tutti questi anni a difendere i salari, ovvero a fare il proprio mestiere che è tutelare gli interessi degli iscritti?
La risposta che viene fornita è abitualmente la seguente: il sindacato dagli anni Settanta in poi si è messo a fare politica, occupandosi di tante cose, e ha dimenticato di difendere gli stipendi. Vero, ma il ragionamento è parziale. Mi spiego. In Italia i lavoratori prendono poco perché i loro salari sono gravati da molte tasse. In termine tecnico si chiama cuneo fiscale e rappresenta circa il 45 per cento della retribuzione lorda. In sintesi vuol dire che lo Stato si prende poco meno della metà della paga di un lavoratore.
Ma che fa lo Stato con questi soldi? In larga parte li usa per finanziare il welfare, che vuol dire sanità, pensioni, burocrazia ministeriale e via scialando. Già, perché dentro la spesa sociale ci sono molti sprechi e inefficienze, che una volta eliminati consentirebbero allo Stato di spendere meno e di prelevare meno tasse dai salari dei lavoratori.
Ma chi si oppone a una revisione della spesa sociale? Il sindacato. Che è contro la riforma previdenziale e ancora difende soglie di pensionamento che nessuno in Europa può più permettersi; che si oppone a una riduzione dei 3,4 milioni di dipendenti pubblici (la cui busta paga, detto per inciso, è cresciuta in otto anni del 47 per cento), un esercito che da solo assorbe il 22 per cento della spesa pubblica.
E sempre Cgil, Cisl e Uil frenano una razionalizzazione nella sanità, bloccando chiusure di ospedali ormai non più economici e funzionali.
Il sindacato dunque è il vero ostacolo a una diversa politica dei redditi. Da un lato dovrebbe tutelare i salari, ma dall’altro impedisce che le risorse necessarie per una crescita degli stipendi siano liberate. In buona sostanza, le organizzazioni dei lavoratori più forti d’Europa sono la causa principale della debolezza degli stessi lavoratori. È un paradosso italiano. Uno dei tanti.

Belpietro: Antirazzismo radicalchic

Immigrati sbarcati a Porto Empedocle

L’Editoriale

Come un fiume carsico, è riemerso il tema del razzismo. Sono anni che la questione ci accompagna, almeno 20, da quando la Lega ha fatto il suo debutto. Mi ricordo che il primo eurodeputato di Umberto Bossi, il bergamasco Luigi Moretti, se ne usci con una battuta che voleva essere spiritosa, ma finì solo per essere rozza: “Razzisti noi? Contro i negri non abbiamo proprio niente. Anzi, per noi sono meglio dei terroni”. La frase finì sui giornali, procurando ai leghisti l’accusa d’emulare Jean-Marie Le Pen, il politico francese conosciuto per le sue posizioni antisemite, e per un certo tempo non si discusse altro che di razzismo. La questione ora e rispuntata a causa delle parole di Matteo Salvini, un altro leghista, che ha avuto la brillante idea di proporre posti riservati ai milanesi sui mezzi pubblici. La scemenza ha provocato l’effetto di un cerino in un serbatoio di benzina, con profluvio di prese di posizione.

Peraltro, l’aria era gia satura di vapori: prima la denuncia dei clandestini in ospedale, poi le nuove norme sulle iscrizioni a scuola dei figli di immigrati privi di cittadinanza, da ultimo il respingimento dei barconi nelle acque del Mediterraneo. A Dario Franceschini, che è in campagna elettorale fin dal giorno della sua nomina a segretario del Pd, gli argomenti sono apparsi talmente ghiotti da spingerlo a evocare le leggi razziali e qualcuno e andato oltre, paragonando le imbarcazioni bloccate al largo di Lampedusa alla nave degli ebrei che non fu fatta attraccare nel porto di New York appena finita la Seconda guerra mondiale. Ma davvero l’Italia e una nazione razzista? Veramente siamo governati da una maggioranza segregazionista che sogna di rinchiudere nei ghetti gli immigrati?

La risposta è no, non siamo un popolo di razzisti e in Parlamento non c’è alcun partito che voglia imporre leggi come quelle del 1938. Siamo semplicemente un paese che l’immigrazione l’ha subita, non l’ha governata, e oggi ne paga le conseguenze. Non siamo stati noi a scegliere chi far entrare in Italia, sono stati quelli che ci entravano con la forza a sceglierci. Non ci siamo preoccupati di darci delle regole e di farle poi rispettare. Risultato: l’immigrazione ci ha colto impreparati. Vent’anni fa il fenomeno non esisteva e oggi abbiamo oltre 3 milioni di immigrati regolari e alcune centinaia di migliaia di clandestini. Ma gli eccessi verbali, certo odiosi, senz’altro stupidi, di qualche esponente della Lega non rivelano una deriva razzista, semmai segnalano un problema, in qualche caso un disagio. E fingere di non vederlo o accusare gli altri di razzismo non serve.

Molti si sono chiesti perche una parte della sinistra anziché guardare la luna continui a puntare gli occhi sul dito che la indica. Sulla Stampa, Luca Ricolfi, collaboratore di Panorama e autore di un libro di successo sul complesso di superiorita della sinistra, ha sintetizzato le ragioni di questo comportamento in una parola: snobismo. A differenza dei ceti popolari, che misurano quotidianamente le difficolta di convivenza con gli immigrati, intellettuali e politici di sinistra sono lontani dai quartieri piu degradati e possono permettersi il lusso della solidarieta. La spiegazione è convincente, ma credo che manchi qualcosa, che ha a che fare con la cultura in cui giornalisti, sindacalisti e uomini politici (l’establishment della sinistra) sono cresciuti: il totem della solidarietà. Per anni si sono detti solidali con qualsiasi lontana causa, da quella dei Mau Mau a quella del Polisario. Raccolte di fondi, conferenze stampa, tutto in nome della solidarieta ai popoli che soffrono. Più lontano era il popolo e più sindacato e partiti di sinistra si sentivano affratellati. A forza di essere solidali con cause sconosciute, molti si sono dimenticati delle cause nostre.

La cultura della fratellanza li ha spinti talmente in la che ormai faticano a capire cio che hanno davanti. Il problema di una immigrazione disordinata ce l’hanno sotto gli occhi, ma non hanno gli occhiali per vederlo, sono impossibilitati a leggerlo. In pratica, sono come gli analfabeti di ritorno, che a forza di non leggere finiscono per non saperlo piu fare. P.s. Il respingimento degli immigrati non è un’invenzione dell’attuale governo. Già nel 1997, regnante Romano Prodi, la Marina italiana in accordo con quella albanese pattuglio il Canale di Otranto, per bloccare le navi in arrivo da Valona. Proprio durante un’operazione di respingimento la Sibilla, una corvetta della Marina militare, urto e affondo una motovedetta carica di disperati. Morirono 108 profughi. All’epoca nessuno disse che il respingimento era una misura razzista. Ma quelli erano altri tempi. Come dicevamo, regnava Prodi.

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