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L’editoriale
Be’, allora io vado. Dopo mille giorni e 150 numeri, lascio la direzione di Panorama con quel precario senso di vertigine che sempre si prova quando si lascia un giornale. La prima persona che devo ringraziare è Marina Berlusconi, presidente della Mondadori. Quando mi chiamò per affidarmi l’incarico, tra lei e me c’erano stima e simpatia coltivate da tempo. In questi anni di lavoro insieme la mia stima nei suoi confronti è cresciuta in maniera esponenziale, e la simpatia si è trasformata in affetto. Per cui, buttandola sullo sdolcinato, ma ormai da ex direttore posso permettermelo, oggi posso dire che a Marina Berlusconi io voglio bene.
Da 12 anni, ininterrottamente, dirigo qualcosa: quotidiani, mensili, settimanali e divisioni televisive, e ho lavorato per tutti i grandi editori di questo paese: e mai, dico mai, mi era capitato di trovare qualcuno che mi lasciasse così libero, così totalmente responsabile dei contenuti del giornale, come ha fatto Marina Berlusconi. La cortesia umana, l’attenzione al privato, il regalo di una totale autonomia: questo (e molto altro) devo al mio editore.
Un grazie di cuore anche a Maurizio Costa, il capo dell’azienda Mondadori. È un uomo raro nel panorama italiano: serio, competente, disponibile. Un ottimo manager (per lui parlano i risultati degli ultimi 11 anni), e un amico nel momento del bisogno. Anche a lui devo molto.
E poi la redazione intera: tutti quanti, senza distinzione. Non si lavora 11 ore al giorno per mille giorni senza che inevitabilmente nascano legami, sentimenti, amicizie, ricordi, storie di piccole e grandi vittorie. E di qualche sconfitta, che aiuta a migliorarsi. Non solo la redazione giornalistica, ma Nadia e le sue ragazze, Terry e la squadra romana. E nomi, tanti nomi di editorialisti e collaboratori che non posso citare tutti. Ma tutti posso abbracciare e ringraziare.
Assumendo la direzione di Panorama nel novembre del 2004 scrivevo che un grande giornale ha un’anima che non cambia con il cambio del direttore. Lo penso anche adesso, e auguro al mio successore, Maurizio Belpietro, tutto il successo possibile. Gli lascio un giornale che è, di gran lunga, il primo newsmagazine italiano, e davvero gli auguro di aumentarne copie e autorevolezza. Troverà una squadra che è capace di fare l’uno e l’altro.
In questi anni ho tentato di mandare in edicola un giornale libero, onesto, aperto a tutti, attento ai mutamenti della società e ai segnali del futuro. Se talvolta non ci sono riuscito è stato per mia sola responsabilità, e comunque quando ho sbagliato l’ho sempre fatto in buona fede.
È vero, non sono stato tenero con Romano Prodi, ma ritengo che l’attuale capo del governo non sia all’altezza della situazione e rappresenti una iattura per i riformisti e la sinistra italiana.
Devo rendere omaggio anche a Silvio Berlusconi: pur sapendo che non appartengo alla sua parte politica, non ha mosso alcuna obiezione quando gli è stato fatto il mio nome per dirigere questo giornale di cui è il principale azionista. Non è da tutti nell’Italia di oggi, e di questo pubblicamente gli do merito.
E adesso, veramente, me ne vado. Non senza avere ringraziato ogni singolo lettore di Panorama per l’attenzione e la pazienza che hanno dimostrato nei miei riguardi. Da domani sarò uno di loro. Con mille ragioni in più per amare questo giornale.

L’editoriale
Non è che io ce l’abbia preventivamente con il governo Prodi, dove tra l’altro lavorano eccellenti ministri. Certo, l’uomo non è un’esplosione di simpatia e a sentirlo parlare viene il latte alle ginocchia, ma questo vuol dire poco. Quello che conta, o meglio, quello che conterebbe, è sapere se sta facendo bene il suo lavoro. E il suo lavoro consiste (consisterebbe) nel far stare meglio tutti noi. Il Professore sta assolvendo il suo compito primario? A me sembra di no.
Voi avete capito cosa è accaduto con la Finanziaria? Sarà sicuramente mia insipienza, ma io ne ho capito poco. I ministeri hanno tagliato le spese o no? I ministri dicono di sì e piangono miseria. Poi però si vanno a guardare i numeri e si scopre che tagli non ce ne sono stati o quando ci sono stati si tratta di entità miserevole. E non parliamo dei costi dei politici, di cui tanto ci si era giustamente indignati: nemmeno una riduzione. Anzi, cifre alla mano, si scopre che ci costano di più.
In compenso l’altra sera mi ha impressionato sentire sul Tg5 il responsabile del sindacato dei poliziotti affermare sconsolato: non abbiamo neanche i fondi per comprare le scarpe ai nostri ragazzi. Così, oltre che andare a piedi perché mancano i soldi per fare il pieno alle volanti, i poliziotti dovranno pure andare scalzi.
C’è poco da scherzare: uno stato che tratta in questo modo i suoi figli migliori, poliziotti, carabinieri, finanzieri, che rischiano la vita per poco più di 1.000 euro al mese, non è uno stato degno di questo nome. Non è accettabile che in Italia si risparmi sui poliziotti e sui maestri di scuola e non si riesca a tagliare nemmeno uno dei costi di quella politica di cui ormai ci vergogniamo tutti.
Hai voglia a scrivere e a predicare che il fenomeno Grillo è preoccupante per la democrazia, che tutta l’operazione è condotta in maniera cialtronesca da chi sta approfittando di un comico geniale che ha sentito il vento, annusato l’aria e adesso cavalca la protesta.
Quale migliore occasione della Finanziaria per lanciare un segnale ai buoni cittadini che davvero si ha voglia di cambiare, di dare una dimostrazione concreta che anche la politica può diventare onesta e trasparente, e quindi legittimarsi? Figuriamoci. Prima gli interessi propri e poi quelli degli altri. È una vecchia storia senza confini, né a destra né a sinistra.
Sentite questa: un mio amico chirurgo, a 62 anni, 37 dei quali passati in sala operatoria, decide di andarsene in pensione. Fa le pratiche giuste, saluta i colleghi in ospedale, regala libri e camici, fa una bicchierata ed è pronto al buen retiro. Il pomeriggio del giorno prima lo chiama l’amministrazione dell’ospedale e gli comunica che per prendere la pensione piena deve pagare 61 mila euro perché solo così è possibile cumulare la sua pensione Inpdap a quella Inps che aveva maturato durante gli anni di ricerca universitaria. E il disgraziato scopre che il calcolo sui contributi gli è stato fatto sugli ultimi stipendi e non su quanto guadagnava trent’anni prima all’Università di Catania. Il motivo? “Lei ha fatto domanda di congiungimento nel 2005, quindi noi le calcoliamo la somma in base a quanto lei percepiva in quell’anno” gli è stato risposto dal funzionario dell’Inpdap.
Il mio amico ha rischiato l’infarto. E intanto ha dovuto rinviare i giorni della pensione per avere il tempo di capire cos’è successo alla sua vita, e in quale paese viviamo nell’anno del Signore 2007.

L’editoriale
Domenica scorsa, metà pomeriggio, sulla via Cristoforo Colombo, la strada che unisce Roma al quartiere dell’Eur. Traffico regolare, né migliore né peggiore del solito. Alcune macchine ferme al semaforo. Arriva un’auto blu, vetri oscurati e lampeggiante acceso. L’autista strombazza, tira fuori la paletta e la agita nervosamente. Le vetture cercano di fargli spazio per farlo passare, si fanno da parte come possono. Ne rimane solo una, ferma davanti al semaforo rosso. L’autista dell’auto blu suona il clacson ripetutamente.
Dall’auto di media cilindrata scende un signore di mezza età, uno che potrebbe essere un dirigente d’azienda o un professionista che sta portando la moglie al cinema. Il nostro vicino di pianerottolo, uno qualunque, uno di noi, una persona normale.
Scende dalla sua macchina e si piazza davanti all’auto blu. Il semaforo diventa verde. Lui non si muove. E comincia a urlare. Fa molta impressione vederlo perdere così la calma, è una reazione inattesa, che sgomenta, vista la «normalità» dell’individuo. «Volete passare a forza?» urla. «Continuate a fare come vi pare, vi sentite i padroni della strada, vi sentite i padroni di tutto, e invece ve lo dico io chi siete: siete dei ladri!». E alza ancora il tono della voce: «Siete dei ladri, dei parassiti, dei farabutti!». Il semaforo torna rosso. «Dei ladri! E vi dovreste vergognare. Vergogna! Vergogna! Vergogna!».
A questo punto accade una cosa sulla quale dobbiamo riflettere tutti. Dai finestrini delle macchine vicine, o da quelle immediatamente dietro, si sporgono teste e si agitano braccia. E i passeggeri si uniscono alla voce dell’uomo fermo davanti all’auto blu. E gridano anche loro: «Ladri! Vergogna!». Esasperati.
Questa storia non me l’hanno raccontata, l’ho vissuta in prima persona e ne sono rimasto molto impressionato. Non ho fatto che ripeterla in giro a tutti quelli che incontravo. Non c’era solo esasperazione in quegli automobilisti che urlavano, c’era una sorta di rancore viscerale che si liberava finalmente come in un rito propiziatorio atteso da tempo. Quelle persone urlavano contro il potere, era il loro modo metaforico di tirare monetine sulla casta chiusa dentro quella macchina blu. Insieme a disprezzo, rabbia, avvilimento di cittadini qualunque.
Non so chi ci fosse dentro quell’auto. Magari non c’era un politico, forse ci viaggiava uno di quei magistrati che rischiano ogni giorno la vita per salvare pezzi della dignità di questo nostro Stato. Oppure uno che meritava tutto tranne il disprezzo dei cittadini gridato per strada. Ma non aveva importanza, contava soltanto potersi finalmente liberare e strillare «ladro!» a uno della stirpe privilegiata, chiunque esso fosse, colpevole o innocente.
A un certo punto (pochi minuti? Molti minuti?) l’uomo qualunque che era sceso dalla sua macchina ha voltato le spalle all’auto blu, è risalito, ha ingranato la marcia e il traffico è ripreso. L’auto blu l’ha superato ed è sparita inghiottita dal rumore del suo lampeggiante.
Non è sceso nessuno a minacciare l’uomo, nessuno ha reagito a quell’offesa terribile che farebbe sbiancare ognuno di noi: «Ladro!», urlato in pubblico, davanti a tutti.
Ripeto: non so chi ci fosse dentro quella macchina, e non so cosa i lettori penseranno di questo episodio. A me è sembrato un sintomo terribile di un male devastante. Dobbiamo impegnarci tutti, con ogni nostra forza, per ridare a questo Paese la serenità perduta.

L’editoriale
Chiedo scusa perché sarà un editoriale molto impopolare. Farà indignare qualcuno e mi farà mandare a quel paese da altri. Ma nei miei doveri rientra anche quello di dire ai lettori di Panorama quello che penso, e dirlo nella maniera più chiara possibile. Penso che a forza di cavalcare l’antipolitica si rischia di mandare a gambe all’aria anche la politica con la «P» maiuscola, quella che è rispetto per la cosa pubblica e linfa di ogni democrazia.
La politica non è soltanto arroganza e privilegi, ruberie e fango. La politica è anche la gestione corretta dell’esistente, la capacità di dare le regole per il vivere civile e di cambiare quelle che non si adattano ai tempi. La politica è visione, una speciale visione del futuro, un cammino da tracciare per i nostri figli e per quelli che verranno dopo di loro. La politica è lavorare con passione a un progetto e assicurare il presente ai più deboli e agli emarginati. La politica, quando è fatta bene, è anche bellezza del fare.
Non c’è retorica in questo, ma la chiara percezione che a forza di scandali e rivelazioni da circo equestre, piazze e girotondi, invettive e sberleffi, si perda il senso della cosa più importante: la dignità dello Stato, che è la nostra stessa dignità.
Ci sono tante cose che non vanno nella politica molle di questo Paese ed è giusto denunciarle. Ma c’è anche tanto di buono nei palazzi del potere, e molte persone corrette che li abitano. Ci sono politici che conservano intatta la lealtà verso coloro che li hanno mandati in Parlamento. È pericoloso sparare merda su tutto e tutti. In questo modo si fa solo danno e si spaventano quelli che sono meno attrezzati culturalmente. Non si migliora la società colpendo a vanvera e sventrando tutti i polli della batteria, quelli sani insieme a quelli colpiti dal virus.
Un ruolo molto importante, nel contesto storico che stiamo vivendo, lo può giocare la stampa e l’informazione in generale. Che deve denunciare, che deve mostrare, che deve anche sputtanare, quando serve. Ma deve anche far vedere quanto di buono esiste nel nostro Paese. Deve far conoscere quante amministrazioni pubbliche funzionano (e ce ne sono tante) e quanti politici amministrano con giustezza il pubblico denaro (e ce ne sono molti).
Per aiutare l’Italia a cambiare, denunciare gli scandali veri o presunti non basta. Anzi, si rischia di far saltare quegli equilibri che storicamente da noi non sono mai stati troppo saldi. Tranne durante il fascismo, quando gli equilibri non c’erano più perché erano stati tutti azzerati. C’era un uomo solo al comando, e al comando era arrivato promettendo ordine e pulizia, legge forte e morale. Sappiamo come andò a finire, e chi non lo sa, a partire dai nostri figli, è bene che vada a studiarsi la nascita del fascismo in Italia. Sarebbe utile che i maestri di scuola lo ricordassero ai loro alunni, più che mai in questo momento.
Ordine e pulizia, legge forte e morale… Non vi ricorda qualcosa? A me dà i brividi sentire i molti cantori dell’antipolitica che in questi mesi si sono risvegliati dal letargo. Anche quelli in buona fede. Con la stessa buona fede io dico: non è così che riusciremo a cambiare quest’Italia alle vongole. Il rischio, continuando in questo modo, è di buttare insieme gli spaghetti e le vongole, e di essere costretti dall’uomo della provvidenza a bere l’acqua della fogna da cui quelle vongole sono uscite.
pietro.calabrese at mondadori.it
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L’editoriale
Ogni volta che un grande ci lascia, non si fa in tempo a chiudere la bara che subito inizia il passaggio rumoroso degli animali dello zoo mortuario. Corvi, avvoltoi, serpenti, iene, sciacalli e pavoni in cerca di una mezz’oretta di pubblicità mediatica. Il tutto, naturalmente, in uno stordente profumo di soldi e ammiccamenti di testamenti esistenti o immaginari.
È toccato a Salvador Dalí, è toccato a Renato Guttuso, è toccato all’avvocato Agnelli, adesso è la volta di Luciano Pavarotti. Il buon senso, il buon gusto, una morale di cui s’è perso il filo da un pezzo imporrebbero il silenzio e il raccoglimento di coloro che gli hanno voluto bene e hanno avuto la fortuna di dividere con lui pezzi di vita.
Stiamo parlando dell’italiano più famoso nel mondo, di un uomo che anche a incontrarlo solo un paio di volte, come è capitato a me, subito se ne capivano la grandezza, la diversità, l’umanità, la strabordante vitalità. Per non parlare del suo talento, che ha onorato il nostro Paese per molti decenni, segnando un’epoca, forse un intero secolo.
Ma non c’è niente da fare, quando ci sono in ballo molti soldi, il vizietto dello zoo mortuario è inevitabile. In una bella intervista al quotidiano La Stampa, alla solita amica del tenore preme raccontarci la verità, la sua verità. Naturalmente in esclusiva, naturalmente riferendosi a frasi che sono state pronunciate quando lei e Pavarotti erano soli, faccia a faccia, naturalmente nessuno può confermare o smentire nulla, naturalmente a spingere la donna è solo un «impegno morale» verso il defunto. Naturalmente.
Racconta, questa signora, che il grande tenore s’è sfogato con lei a metà agosto, mentre era ricoverato in ospedale, dopo aver chiesto alla moglie Nicoletta di uscire dalla stanza e di lasciarli soli. A fare le spese delle dichiarazioni è Nicoletta, a giganteggiare in questo tormento di uomo morente è l’ex moglie Adua. Poco importa che l’amica che ha raccolto la testimonianza sia intima di Adua e assai meno vicina a Nicoletta. E certamente senza peso è il fatto che in ballo ci sono centinaia di milioni di euro di eredità. Vale solo, non è vero?, l’impegno morale.
Avrebbe detto Pavarotti: «Nicoletta mi tormenta da anni, mi tiene isolato da tutti… Pensa sempre ai soldi, arriva con documenti da farmi firmare, minaccia di non farmi vedere la mia piccola Alice, mi fa continue scenate…». Uno spaccato da Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman, un vero inferno per il povero Pavarotti. Le tre figlie di primo letto, Lorenza, Cristina e Giuliana, che dopo il divorzio hanno continuato a vivere con il padre e la sua seconda moglie, e che erano vicine a lei durante i funerali, si sono dette «amareggiate» per le notizie che continuano a uscire sui dissapori e litigi tra loro e Nicoletta, e le hanno definite «speculazioni».
Non so se ci siano stati litigi tra Luciano e Nicoletta, come accade in ogni normale matrimonio, non conosco quali siano i rapporti tra le tre ragazze e la seconda moglie del tenore. Quello che so è che tutti farebbero bene a tacere, a rispettare il lutto che segue la morte di ogni uomo, a non avventarsi sul pettegolezzo, sulle rivelazioni più o meno clamorose, ad aspettare l’apertura del testamento. E magari a rimandare a dopo le battaglie legali, le guerre di parole, gli schizzi di veleno. Io non so nulla della verità di questa storia, ma a istinto mi fido delle tre ragazze. E sto dalla parte loro e di Nicoletta.

L’editoriale
Provo un grande imbarazzo in questa vicenda dei lavavetri, nella quale sono certo della buona fede di quel galantuomo del sindaco di Firenze Leonardo Domenici che per primo l’ha sollevata. Qui non stiamo parlando di delinquenti, di assassini, di spacciatori di droga, per i quali il discorso è completamente diverso, la reazione deve essere durissima e la tolleranza pari a zero. Qui si parla di tutte quelle piccole devastanti cose del nostro vivere quotidiano di cui gli italiani giustamente non ne possono più: dei lavavetri come mosche tse-tse, degli scemi che imbrattano i muri, della microcriminalità becera, delle prostitute per strada, dei minori sfruttati, dei vecchi involgariti da chi organizza il racket dell’accattonaggio. Come non ne possiamo più dei privilegi dei politici, della loro arroganza, di quella scaltrezza ostentata e spesso oscena, della boria di certi loro famigli.
Rassegnarsi a questo stato di cose? Certamente no. Scivolare nel «buonismo» e nella tolleranza cieca? Non se ne parla. Ma ho sempre pensato che, in uno Stato degno di questo nome, al rispetto della legalità deve coniugarsi il rispetto per l’individuo. Ho sempre presente quello che mi è stato insegnato negli anni giovani che, con una formula un po’ démodé, potrei chiamare l’accoglienza del cuore agli infelici, a chi ha avuto meno fortuna di noi. Lo so, è un discorso difficile, perché subito, e in assoluta buona fede, si può rispondere: basta con questo pietismo verso chi è venuto in casa nostra non invitato, e questa casa ha sporcato, involgarito, ferito, non rispettando le leggi, le buone maniere, le regole del vivere civile.
Difficile dare torto a chi ragiona così. È corretto che vengano accolti solo quelli che accettano le nostre leggi, le nostre regole, i nostri costumi. Gli altri fuori, a casa loro. Giusto. Eppure… eppure in questo ragionamento sento che manca qualcosa. Non mi sentirei (posso dire?) moralmente a posto se sparissero tutti i lavavetri, anche quei disgraziati che vivono di pochi euro guadagnati onestamente. Non mi sentirei in pace pensando alla fine che potrebbero fare molti di quei piccoli accattoni se all’improvviso riuscissimo a spazzarli via dalle nostre città. Avverto come una vergogna e una sconfitta personale se a prevalere fosse la legge del più forte, del più ricco, del più fortunato.
La cosa che ai nostri politici riesce meglio è quella di cavalcare la paura, fare la voce grossa, annunciare provvedimenti clamorosi, così intanto si finisce sui giornali, si apre un dibattito tutto mediatico, si fa un po’ di ammuina, e poi a poco a poco le cose tornano come prima. I lavavetri ai semafori, le puttane sui marciapiedi, i piccoli mendicanti per strada.
Forse la soluzione giusta sarebbe che il governo si occupasse un po’ meno del futuro Partito democratico e dedicasse più tempo a varare (non solo a presentare in Parlamento) regole valide per tutte le città italiane. In modo da non lasciare i sindaci ad affrontare da soli i problemi caso per caso. Magari Prodi e Berlusconi potrebbero fare uno strappo alla regola e incontrarsi, parlare da persone responsabili, provare a trovare insieme un accordo per un pacchetto di pochi ma sicuri provvedimenti di immediata approvazione. Tutti gli italiani ne sarebbero entusiasti, perché il rispetto per le regole e il rispetto per gli altri, anche se diversi da noi, non sono né di destra né di sinistra. E nemmeno di centro.

L’Editoriale
Qualche sera fa il mio amico Giuseppe Tornatore è stato aggredito, picchiato, derubato. Premio Oscar e autore di film di straordinaria forza creativa e bellezza, Tornatore è un siciliano mite, schivo, garbato. Stava tornando a casa, verso le 11 di sera, nel quartiere romano dell’Aventino. Aveva lavorato tutto il giorno al progetto del nuovo film, camminava ascoltando l’iPod, era a una cinquantina di metri dal portone di casa sua. Non l’aspettava nessuno, moglie e figlia erano in vacanza. Ha visto venirgli incontro due giovani, né meglio né peggio di centinaia di altri che incontriamo ogni giorno per strada. Parlavano tra loro, Giuseppe quasi non ci ha fatto caso, poi uno dei due gli ha chiesto qualcosa, probabilmente un’informazione, lui ha tolto un auricolare dall’orecchio per capire meglio. E non ricorda altro.
Per fortuna non ricorda altro. Non ricorda la sequenza delle botte, dei calci, del pestaggio che ha ricevuto. Si è svegliato confuso, con un gran dolore di testa e in un primo momento ha pensato di essersi sentito male, di aver avuto un ictus. La testa gli girava, aveva la camicia e la faccia piene di sangue, non ricordava nulla. Non ricordava cosa stava facendo in quella strada, dov’era la sua casa, e ha provato paura, sgomento, panico. A voler essere cinici, una vera scena da film. S’è rivolto a un passante che stava arrivando, gli ha spiegato come stava e gli ha chiesto se gli lasciava fare una telefonata alla moglie. È stato riconosciuto e accompagnato all’ospedale, medicato, sedato e a poco a poco la normalità è tornata nella sua testa.
Gli sono stati rubati il portafoglio con alcune centinaia di euro, il telefonino, l’orologio di nessun valore e l’iPod. Ma che motivo c’era di picchiarmi?, ha chiesto ai carabinieri quando è andato a sporgere (inutile) denuncia. Gli hanno risposto che adesso va così, una volta si diceva: «O la borsa o la vita», adesso si prendono la borsa e attentano anche alla vita. Per puro piacere della violenza, per balordaggine, per animalesca voglia di fare del male.
«A una giovane signora» ha raccontato il carabiniere a Tornatore «alcuni giorni fa due bastardi hanno chiesto l’anello che portava al dito e la borsetta: hanno avuto l’uno e l’altra. Non è bastato. Senza ragione la poveretta è stata picchiata a sangue e le è stata fracassata la mandibola.
Alla stazione dei carabinieri dell’Aventino gli hanno fatto vedere alcune centinaia di identikit. «Ma sono così tanti i delinquenti che circolano a Roma?» ha chiesto sgomento il regista. Il carabiniere l’ha guardato e ha risposto: «Questi sono solo quelli della zona, ogni quartiere ha i suoi identikit, diversi gli uni dagli altri».
Sono migliaia e migliaia, circolano liberamente tra noi, rubano, molestano, spaccano teste e fracassano mandibole. Se li acchiappano, dopo poche settimane o al massimo qualche mese tornano per strada: a rubare, molestare, picchiare duro. I nostri politici discutono di tesoretto e Partito democratico, litigano sulla nuova legge elettorale e referendum. Intanto non ci sono i Canadair per spegnere gli incendi e mancano i soldi per la benzina delle macchine di polizia e carabinieri.
Discorso già sentito, lo so. Ma so anche che tra la gente cresce sempre più la voglia dell’Uomo forte. E mi preoccupo perché certi giorni l’Uomo d’ordine mi fa meno paura dei giovani delinquenti che s’aggirano come lupi feroci nelle nostre strade.
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L’editoriale
Qualche volo arriva in ritardo. Capita. Qualche bagaglio non si trova subito e bisogna aspettare. Succede. Qualche valigia si perde per sempre. Purtroppo accade anche questo. Ma se tutti i voli arrivano in ritardo e più di 16 mila bagagli vengono lasciati a terra, caricati sull’aereo sbagliato, o bisogna aspettare da due a 18 ore per riaverli, allora la questione cambia. E diventa un’emergenza nazionale.
Non stiamo parlando della situazione all’aeroporto di Sal Cabral a Capo Verde, o al Gomez di Varadero-Cuba, che, con tutto il rispetto per quei due stati, sono i primi nella lista nera mondiale degli scali aeroportuali. Stiamo parlando di Fiumicino (soprattutto) e Malpensa (in parte), i due hub italiani in cui si concentra più del 70 per cento dei voli in arrivo e in partenza di un grande paese moderno che le statistiche si ostinano ancora a classificare tra i primi otto del mondo.
Quello che è accaduto nell’ultimo fine settimana è una vergogna. Per la quale, ne siamo certi, non verrà trovato alcun responsabile: siamo campioni del mondo nel gioco del calcio e in quello dello scaricabarile.
Il ministro dei Trasporti annuncia multe salate o addirittura la revoca di alcune concessioni (figuriamoci!). Il suo collega Francesco Rutelli promette di dedicare al problema (naturalmente dopo le vacanze, perché anche i ministri tengono famiglia) una riunione dell’apposito Comitato per le politiche turistiche (sai che paura!). E l’immancabile Alfonso Pecoraro Scanio tuona: “I passeggeri vanno risarciti!”.
Sono pronto a scommettere con l’ineffabile ministro dell’Ambiente un mio anno di stipendio contro un caffè offerto da lui che non ci sarà alcun risarcimento, a parte quelli previsti dalla legge, e coloro che hanno perso le valigie non le rivedranno più. Mentre noi, anche su questo sono disposto a scommettere, a Natale e Capodanno rivedremo e rivivremo le stesse scene da paese del quinto mondo.
Mi meraviglio solo che noi italiani ancora ci meravigliamo di qualcosa. Chi, come il sottoscritto, prende per lavoro almeno due aerei a settimana sa benissimo di cosa stiamo parlando. Nell’ultimo anno non sono state più di tre o quattro le volte in cui il mio aereo è partito (e arrivato) in orario.
Naturalmente, ci informa ogni volta il comandante, “il disguido è dovuto al ritardato arrivo del vettore allo scalo di partenza”. Cioè ci prende per i fondelli. E ha ragione, perché tanto nessuno obietta niente e tutti viviamo ormai rassegnati all’ineluttabile.
Siamo arrivati alla farsa che le poche volte in cui l’aereo è puntuale la garrula hostess lo annuncia trionfante: “Siamo lieti di annunciare che il nostro volo sta per atterrare in orario”. Una rarità, una festa, un’occasione speciale: solo le disastrate finanze dei nostri “vettori” impediscono che vengano offerte, per l’occasione, coppe di italico spumante e allegri cotillons.
Cambierà qualcosa? Ne dubito. In questo Paese spensierato non si può né punire né tanto meno licenziare: è ancora lì, a smistare i nostri bagagli, quel gruppo di dipendenti della Malpensa filmati a frugare nelle valigie per alleggerirle delle cose più preziose. Ricordate? Furono tutti mandati a casa, poi riassunti (tutti) per disposizione della magistratura e sono tornati, come niente fosse, a fare quello che facevano prima. Con i sindacati orgogliosi di loro.
E ora provate a rispondere voi, cambierà qualcosa?
L’editoriale
C’è sempre una piccola dolcezza visionaria in un bacio tra due persone che si desiderano. Quindi non trovo nulla di scandaloso che gli innamorati si bacino in un luogo pubblico, figuriamoci sotto le stelle del Colosseo. E non mi scandalizzo neppure se a baciarsi sono due omosessuali, perché la libertà sessuale va garantita a tutti, senza distinzione. L’unico limite che pongo è quello della decenza, per non offendere la libertà di coloro che la pensano in modo diverso.
Quindi non avrei nulla da dire sulla vicenda dei due gay che sono stati sorpresi a baciarsi nelle ombre del Colosseo. Non avrei nulla da dire se non avessi letto il verbale compilato dai carabinieri che li hanno sorpresi. “Avevano gli slip e i pantaloni scesi” recita il verbale, e spiega che non di semplice bacio si è trattato ma di “un rapporto orale” in luogo pubblico. Io mi fido dei carabinieri, una delle poche istituzioni di questo Paese che meritano rispetto.
Non mi è piaciuto perciò il maramaldeggiare di alcune frange estremiste del movimento gay, e sono certo che tutti gli omosessuali ragionevoli sono d’accordo con me. Non è questione di morale o di comune senso del pudore, e forse nemmeno di buon gusto. Si tratta di una cosa più semplice, una cosa che un tempo si chiamava buona educazione. Siamo tutti liberi di comportarci come ci piace finché la nostra libertà non va a sbattere contro quella degli altri. Penso quindi che hanno avuto ragione i carabinieri a denunciare i due gay del Colosseo, e se le cose sono andate come loro raccontano, i due ragazzi vanno puniti. Se invece hanno mentito, allora vanno puniti i militi dell’Arma.

Andrebbe punito anche il procuratore capo di Bologna, Enrico Di Nicola, al quale qualcuno dovrebbe spiegare che l’ottusità della legge non va assecondata ma aggiustata. L’alto magistrato ha deciso di archiviare l’accusa contro gli organizzatori (l’associazione gay Carni scelte) di uno spettacolo dal titolo abominevole: Maria piange sperma. E ha motivato questa decisione sostenendo che in questo caso non sussiste il reato di vilipendio alla religione perché “la Madonna non è una divinità e quindi non c’è bestemmia”.
Non so se la Madonna teologicamente rientri o no tra le divinità e francamente me ne infischio. Ognuno di noi, credente o non credente, è cresciuto con la sua idea di Maria, e l’immagine della madre di Gesù ci accompagna dall’infanzia. Personalmente credo a quello che insegnano i Vangeli, ma questo non conta: titolare uno spettacolo pubblico in quel modo è stupido, offensivo e intollerabile. Agli organizzatori farebbe bene qualche mese di galera, altro che archiviazione.

L’editoriale
Faceva impressione nei giorni scorsi vedere a fianco a fianco sui giornali due pagine che raccontavano storie assai diverse ma che riguardavano entrambe cittadini extracomunitari ospiti nel nostro Paese. La storia tragica di Dragan Cigan, 31 anni, operaio bosniaco, e quella torbida di Korchi el-Mostapha, l’imam che insegnava versetti del Corano e terrorismo ai bimbi musulmani dalle parti di Perugia. Sono due vicende che non hanno nulla in comune dal punto di vista logico, tranne quel fragile filo che unisce noi italiani a tutti coloro che vengono nella penisola a cercare un lavoro e il riscatto dalla loro vita precedente. Ma qualche volta, purtroppo, anche la corruzione e la distruzione della nostra civiltà.
I fatti sono noti. Il povero Dragan, sposato e padre di due bambini, nuotatore poco esperto ma con un grande cuore, ha salvato due piccoli italiani di 4 e 7 anni che stavano per annegare vicino a Jesolo. I piccoli ce l’hanno fatta, lui no. È morto, stremato, dopo averli messi in salvo.
A questa tragedia si è aggiunta la farsa vergognosa dei genitori dei due bimbi salvati, che non hanno sentito il bisogno di andare a confortare la sorella dell’annegato che piangeva disperata, o di aspettare il recupero della salma di chi aveva regalato la vita ai loro figli. Ha raccontato un testimone: “Ho portato uno dei bambini ai genitori e ho spiegato cos’era successo. Loro hanno preso la piccola e sono tornati a sdraiarsi al sole”. Agghiacciante vero? L’indomani si sono scusati affermando di non avere realizzato nulla della tragedia. Ma certamente avevano capito che un giovane aveva salvato la vita dei loro figli. E questo, tra gente cosiddetta civile, vale qualcosa di più della fretta di tornare a prendere il sole.
L’imam Korchi di Ponte Felcino alle porte di Perugia insegnava ai piccoli musulmani nella moschea i versetti del Corano e anche altre cose. Per esempio, come provano le registrazioni della Digos, ammoniva: “Voi bambini musulmani siete superiori ai cristiani, e il giorno del giudizio andrete in paradiso mentre i cristiani bruceranno all’inferno. Dovete far capire agli altri che siete superiori. Dovete colpire i bambini italiani finché non esce loro il sangue”. E il buon imam concludeva: “Dio ci protegga dagli americani, dagli ebrei e dai cristiani. Dio li distrugga e li renda deboli, Allah è con noi”. Poi tutti a casa, felici e rinfrancati.
Due storie differenti, due vicende umane di cittadini stranieri venuti nel nostro Paese con scopi diversi. Due storie che dovrebbero insegnarci qualcosa. Io so solo che la pietà di un Dio unico, per coloro che ci credono, è uguale per tutti, ma so anche che la debolezza nei confronti degli indifferenti e degli infami produce guasti nelle coscienze, che continuano a ripercuotersi di generazione in generazione fino alla deflagrazione finale.