Archivio per autore: » Sergio Romano

All’età di 65 anni e dopo un’onorata carriera nella pubblica finanza nazionale e internazionale, Thilo Sarrazin rivela una doppia personalità. È membro del consiglio direttivo della Bundesbank (la banca centrale della Repubblica federale tedesca) ed è stato, fra l’altro, responsabile della politica finanziaria di Berlino, una delle più indebitate capitali del pianeta (50 miliardi di euro). Al Fondo monetario internazionale, al ministero federale delle Finanze e nel governo del Land Renania-Palatinato Sarrazin si è distinto per la serietà della sua preparazione economica e finanziaria. E nel Partito socialdemocratico, di cui è membro, godeva infine di una eccellente reputazione. Ma ecco che improvvisamente Sarrazin pubblica un libro intitolato Deutschland schafft sich ab (la Germania si autoelimina) in cui denuncia i pericoli dell’immigrazione islamica, e rilascia interviste nelle quali dichiara fra l’altro che «tutti gli ebrei hanno in comune un gene particolare». Continua

Ci sono stati tempi, anche recenti, in cui le uniche prescrizioni in materia di abbigliamento erano quelle che apparivano sui cartoni d’invito a cerimonie pubbliche e feste private: abito da sera, abito da passeggio, smoking, frac, uniforme. Nessuno, a meno che non desiderasse ardentemente accettare l’invito, era costretto a indossare l’abito raccomandato. Persino la cravatta, simbolo di decoro borghese anche in ambienti comunisti, negli ultimi trent’anni è diventata facoltativa. Se desidera invitare al Quirinale Riccardo Illy, già sindaco di Trieste e presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, Giorgio Napolitano dovrà chiudere un occhio e portare pazienza. Continua

Mentre scrivo, il presidente palestinese Abu Mazen sembra respingere l’ipotesi di una trattativa diretta con Israele dopo la fase dei negoziati ravvicinati («proximity talks») durante la quale le due parti si parlano soltanto per il tramite del negoziatore americano George Mitchell. Può darsi che Abu Mazen ceda alle pressioni americane e cambi idea. Ma il suo atteggiamento potrebbe ricordare quello di Yasser Arafat all’incontro di Camp David nel 2000, quando il leader palestinese rifiutò di accettare la soluzione offerta dal premier israeliano Ehud Barak con la mediazione del presidente Bill Clinton. Perché Abu Mazen corra il rischio di passare alla storia come il secondo palestinese che ha perduto un’occasione storica? Continua

La Turchia sembra decisa a non perdonare il sanguinoso attacco di un commando israeliano contro la nave turca Mavi Marmara che trasportava aiuti umanitari agli abitanti di Gaza. Sul maggiore quotidiano di Istanbul (Hurriyet) il suo ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha dichiarato negli scorsi giorni che Israele deve scegliere fra tre possibili opzioni: presentare scuse formali, approvare una commissione internazionale d’inchiesta sulla vicenda dell’arrembaggio o accettare la rottura dei rapporti con la Turchia. Israele, d’altro canto, sembra altrettanto deciso a mantenere la propria posizione. Non intende né chiedere scusa né rinunciare al principio di una commissione strettamente nazionale con la presenza, tutt’al più, di due osservatori già designati dal governo di Gerusalemme. Continua

Nella prima metà di giugno il senatore americano John McCain ha pronunciato un discorso in cui ha affermato che occorre «scatenare» contro il regime iraniano, per rovesciarlo, «tutto il potere morale dell’America». Più recentemente il direttore della Cia Leon Panetta ha dichiarato in un’intervista che l’Iran ha già l’uranio necessario per un ordigno e che al regime degli ayatollah occorreranno due anni per diventare a tutti gli affetti potenza nucleare. Nelle stesse ore in cui Panetta pronunciava le sue parole, il Congresso americano approvava e inviava alla Casa Bianca un nuovo pacchetto di sanzioni che non saranno forse «paralizzanti», come quelle preannunciate dal segretario di Stato Hillary Clinton, ma rappresentano una sostanziale stretta. Continua

La prima reazione, dopo le elezioni belghe, è stata quella di riflettere sul destino del paese. Vi sarà ancora il Belgio nel 2030, secondo centenario della nascita dello stato? Riusciranno i valloni e i fiamminghi a spartirsi le risorse nazionali senza ricorrere alla violenza? Oggi dovremmo piuttosto chiederci se la vicenda belga non racchiuda anche qualche lezione per l’Italia. Le somiglianze sono evidenti. Continua

Nel più grande paese comunista del mondo gli scioperi e le agitazioni sociali hanno smesso di essere notizie sorprendenti. Vi sono state in Cina nel corso degli ultimi anni parecchie migliaia di proteste contadine, spesso violente. E nelle province dove i distretti industriali sono particolarmente sviluppati, come quella meridionale del Guandong, il numero degli scioperi è aumentato nel 2009 del 42 per cento. Ma quelli dell’industria
giapponese Honda, nei pressi di Foshan, e della Foxconn, il maggiore produttore mondiale di componenti elettronici, meritano una certa attenzione. Continua

Alla domanda di un giornalista che le chiedeva se Israele avesse calcolato gli effetti del suo raid contro la flottiglia della pace, Tzipi Livni, ex ministro degli Esteri israeliano e leader del partito Kadima, ha risposto che in Medio Oriente la scelta è fra opzioni cattive. È vero. Vi sono circostanze in cui i governi devono scegliere fra due mali. Ma è probabile che in questo caso le autorità israeliane abbiano deliberatamente ignorato o sottovalutato le ripercussioni internazionali di un gesto legalmente ingiustificabile e politicamente, con ogni probabilità, controproducente. La domanda quindi è questa: come è possibile che un ceto politico colto, esperto e intellettualmente fine accetti di correre un rischio così alto? Sperava davvero che le sue spiegazioni avrebbero convinto la maggioranza dell’opinione pubblica internazionale? Penso che la spiegazione di ciò che è accaduto vada ricercata in due fattori strettamente collegati: il cambiamento della società israeliana e le contraddizioni della sua politica interna. Continua

Lunedì 17 maggio il Brasile e la Turchia hanno concluso con l’Iran un accordo nucleare molto simile a quello che era in discussione un anno fa tra il «gruppo dei sei» (i cinque paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza e la Germania) e il governo di Teheran. L’Iran non rinuncerebbe al diritto di arricchire il proprio uranio, ma affiderebbe ai turchi il compito di garantire l’arricchimento al 20 per cento della quantità necessaria a un reattore con finalità medico-scientifiche. Continua

Prima di provare a capire le ragioni di ciò che accade in Thailandia conviene prestare attenzione a due fattori. Il primo, economico, è rappresentato dalla straordinaria crescita del paese nel corso degli ultimi tre decenni. Il pil (prodotto interno lordo) è aumentato mediamente del 9,5 per cento dal 1985 al 1996. Come altri stati asiatici la Thailandia è stata duramente colpita dalla crisi del 1997-98, ma si è ripresa e il suo tasso di crescita, fra il 2000 e il 2008, è stato mediamente superiore al 4 per cento. Esporta macchine, componenti elettronici, prodotti dell’industria mineraria e dell’artigianato ed è diventata la più forte economia del Sud-Est asiatico dopo l’Indonesia. Continua