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	<title>Opinioni</title>
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	<description>Le opinioni di Panorama</description>
	<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 14:32:08 +0000</pubDate>
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		<title>Vespa: È ancora utile studiare il greco nel 2012?</title>
		<link>http://blog.panorama.it/opinioni/2012/02/07/vespa-e-ancora-utile-studiare-il-greco-nel-2012/</link>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 14:32:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Vespa</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Appena ho saputo che la seconda prova scritta per i maturandi del liceo classico sarebbe stata quest’anno il greco, mi sono precipitato a sfogliare il mio caro, vecchio, intramontabile vocabolario greco-italiano di Lorenzo Rocci. Rocci era un gesuita così brillante fin da ragazzo che alla seduta di laurea in lettere del 1890 ricevette i complimenti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Appena ho saputo che la seconda prova scritta per i maturandi del liceo classico sarebbe stata quest’anno il greco, mi sono precipitato a sfogliare il mio caro, vecchio, intramontabile vocabolario greco-italiano di <strong>Lorenzo Rocci.</strong> Rocci era un gesuita così brillante fin da ragazzo che alla seduta di laurea in lettere del 1890 ricevette i complimenti di <strong>Giosuè Carducci</strong>, membro della commissione. Dedicò poi la vita alla stesura del dizionario intriso del sangue di generazioni di studenti. E infatti, dietro la rilegatura in tela e pelle che ho curato da adulto per trasferire ai posteri l’ormai prezioso tomo, ci sono ben tre firme: la mia, quella di mio fratello e quella di mio figlio. Non ho osato chiedergli che cosa ricordino del greco, forse anche per non confessare che la mia preparazione linguistica attualmente è assai vicina allo zero.<span id="more-3415"></span></p>
<p>La domanda che mi viene posta dal direttore di <em>Panorama</em> è la seguente: <strong>è utile studiare il greco nel 2012? </strong>Con molta sofferenza e a costo di fare rivoltare nella tomba un mio vecchio, caro professore che ci intimidiva per il fatto stesso di pensare in greco (così si diceva e nessuno osava chiedergli una smentita),<strong> direi di no</strong>. Un corso sulla magnifica civiltà greca (la politica, la letteratura, le arti) è d’obbligo al liceo classico. Ma <strong>la lingua è troppo ostica</strong> per la maggior parte degli studenti perché essi possano mai assaporare davvero in originale i versi di Omero, i Dialoghi di Platone, le commedie di Aristofane, le favole di Esopo.</p>
<p><strong>Diverso il discorso sul latino</strong>, il cui insegnamento difenderò usque ad mortem. <strong>Il latino fa la</strong><strong> differenza </strong><strong>tra la cultura squisitamente umanistica e quella squisitamente scientifica</strong>. E fortunati sono gli allievi del liceo scientifico che hanno la possibilità di studiare quella materia. Cesare, Tacito, Virgilio letti <strong>in originale sono un arricchimento dell’anima</strong>. La struttura sintattica di Tacito con la sua logica micidiale, quella di Cicerone con la sua elegante perfidia bastano da sole a illuminarci più di 100 pagine di letteratura. La dolce sensualità di Catullo è intraducibile, come la sua disperazione per i tradimenti subiti. E non serve essere latinisti provetti per sentire in originale il profumo di quella civiltà. Come leggere Dante o Shakespeare nella loro lingua (per chi può farlo) costituisce un vantaggio impagabile.</p>
<p>Ho sempre difeso il liceo classico perché, qualunque professione si faccia, una <strong>certa impronta resta per sempre</strong>. Non a caso una grandissima generazione di medici ha avuto una formazione umanistica. Non a caso i più raffinati commentatori dell’<em>Economist</em>, del <em>Financial Times</em> e del <em>New York Times</em> amano di tanto in tanto esibirsi in citazioni latine. Al tempo stesso non hanno senso gli studi immutabili nel tempo. <strong>Sostituire lo studio della lingua greca con quello di una lingua moderna può essere soltanto di giovamento </strong>ai nostri ragazzi. E approfondire lo studio della matematica e delle scienze anche al classico è sempre più indispensabile. I miei compagni di liceo di una bellissima classe sono diventati avvocati e professori di lettere, ma anche ottimi medici, chimici, fisici, ingegneri. La scuola deve aggiornarsi e Omero non ce ne vorrà se lo studiamo soltanto nelle splendide traduzioni disponibili.</p>
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		<title>Ferrara: Questa rivolta dimostra che la politica, anche se messa in un angolo, ritorna</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 14:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano Ferrara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Un’esplosione di arcaismo sociale. Modelli militanti greci e cileni. Il Sud e la Sicilia piattaforme di avanguardia, con l’inevitabile accusa di infiltrazioni mafiose. Poi il contagio a singhiozzo. Nuovi problemi per lo smaltimento dei rifiuti a Napoli. La chiusura delle fabbriche manifatturiere Fiat. La mancanza di scorte sufficienti. La  minaccia per il pane, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un’esplosione di arcaismo sociale. Modelli militanti greci e cileni. Il Sud e la Sicilia piattaforme di avanguardia, con l’inevitabile accusa di infiltrazioni mafiose. Poi il contagio a singhiozzo. Nuovi problemi per lo smaltimento dei rifiuti a Napoli. La chiusura delle fabbriche manifatturiere Fiat. La mancanza di scorte sufficienti. La  minaccia per il pane, il latte, le medicine: rifornimenti in pericolo. L’agroalimentare minacciato nei suoi generi deperibili destinati al macero. I trasporti su gomma, tir e tutto il resto sono la rete in carne e ossa, la mobilità fisica, il ganglio decisivo di funzionamento del sistema distributivo universale. E sono anche la <strong>prova generale del malumore sociale</strong>, della reazione insurrezionista alle prospettive più nere della crisi, che nella rete virtuale si vedono poco, molto in quella asfaltata.<span id="more-3410"></span></p>
<p>Il governo reagisce tardi e male. I partiti seguono, al solito, come l’intendenza. La tv fa la sua bella cagnara. La protesta è insieme legittima e delegittimata da forme di lotta radicali, novecentesche. Con il simbolo rurale dei forconi. Con la caccia da fronte del porto al crumiro. Il blocco programmato ma anarchico delle giunture della viabilità commerciale e ordinaria. Eppure è difficile dimostrare che non ci siano le ragioni serie per una rivolta.<strong> Lo Stato si prende 34 miliardi l’anno dalle accise sui carburanti, il prezzo del petrolio sulle borse mondiali, on the spot (come si dice), risente solo dei rialzi, mai dei ribassi.</strong> Tra costo fiscale e costo industriale, alla fine chi usa il carburante per lavorare e fare il reddito familiare si trova davanti a un abisso di sconcerto, di impotenza, di rabbia. Aggiungi le autostrade e il credito, tariffe e canali di finanziamento intasati, e avrai la perfetta mappatura del disastro.</p>
<p>Le liberalizzazioni sono una buona cosa, Mario Monti e il suo esecutivo tecnocratico hanno l’aria di decidere, di agire a largo raggio, di riuscire alla fine a ottenere il consenso dei partiti, sebbene mugugnanti. Ma devono sapere che la politica come forma elettorale la si può cacciare dalla finestra, torna però nella modalità di un conflitto motivato dall’interesse. La gente che lavora con la benzina e ai caselli, e che va in banca per finanziare l’impresina di trasporto di cui è titolare, <strong>vuole risposte liberalizzanti anche per sé, non solo per i farmacisti e per i notai</strong>. E vuole che siano messi in mora in una forma o nell’altra immobilismi vari, e tortuosità, il cui esito è la benzina più cara d’Europa senza sconti e incentivi per chi ci lavora.</p>
<p>Altro che green economy, altro che liberalizzazione dell’energia e fotovoltaico, qui i soldi pubblici sono razionati e chi smarmitta per trasportare i prodotti in su e in giù è lasciato a se stesso. Di qui procede la rivolta esasperata e in larga parte spontanea o anarchica, con tutte le ipoteche politiche e civili, in specie sull’ordine pubblico, che una simile rivolta è capace di sprigionare.</p>
<p>Lo spettacolo è cominciato. Si può vincere, e speriamo che si vinca, la guerra finanziaria, delle eurocrazie, e allentare la tensione sui titoli. Ma un paese in riforma non vive senza tensioni e le tensioni, che a Bruxelles si vedono meno, si trasferiscono ai porti che devono sospendere le spedizioni e nell’Italia bloccata dopo l’anteprima dei Vespri siciliani. <strong>La seconda pelle di ogni governo, se si voglia evitare una situazione greca, è il rapporto con la società. La concertazione è in parte superata, ma il negoziato con gli interessi lesi è un dovere politico.</strong> È la prova della disperazione irrazionale, quella fino a ora meno facile di fronte alla quale sta un governo che sembrava fatto di calcoli razionali.</p>
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		<title>Minzolini: Per evitare la fine del bipolarismo, destra e sinistra si devono alleare (solo un po’)</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 14:30:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Augusto Minzolini
Se per uscire dalla crisi c’è bisogno dei professori, perché un domani gli elettori italiani dovrebbero tornare a preferire i politici? La domanda è tutt’altro che peregrina e sta diventando un incubo per gli attuali partiti. «Se si andrà a votare nel 2013» ammette un esponente di rilievo del Pd «l’attuale classe politica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Augusto Minzolini</strong></p>
<p>Se per uscire dalla crisi c’è bisogno dei professori, perché un domani gli elettori italiani dovrebbero tornare a preferire i politici? La domanda è tutt’altro che peregrina e sta diventando un incubo per gli attuali partiti. «Se si andrà a votare nel 2013» ammette un esponente di rilievo del Pd «l’attuale classe politica sarà delegittimata, <strong>Giorgio Napolitano</strong> sarà confermato al Quirinale come pure <strong>Mario Monti</strong> resterà a Palazzo Chigi». E questo indipendentemente dai risultati (finora modesti) che otterrà il governo dei tecnici:<span id="more-3428"></span> con un sistema politico finito in una sorta di limbo costituzionale; in una condizione di democrazia sospesa in cui non si capisce se a governare siano i cosiddetti poteri forti nostrani (banche, gruppi editoriali, finanza) che in realtà non sono più forti o se, più probabilmente, come azzarda <strong>Giuseppe De Rita</strong>, subiamo una sorta di eterodirezione dall’esterno in salsa tedesca; ebbene, ci vuole poco a capire come <strong>le vittime</strong> predestinate<strong> di questo processo di delegittimazione</strong> siano le<strong> attuali forze politiche</strong>. Non tanto quelle di opposizione che possono salvaguardare la loro identità con la protesta, quanto quelle di governo condannate ad appoggiare scelte che spesso non condividono.</p>
<p>Insomma, è in atto un meccanismo di sostituzione neppure tanto nascosto. Per esempio, se il capo di un gruppo editoriale come <strong>Carlo De Benedetti</strong> accusa 20 anni dopo gli eredi del Pci di essere stati risparmiati dalle inchieste di Tangentopoli, significa che sussistono le condizioni per prendere il posto dell’attuale leadership del Pd, se non direttamente, di certo con un tecnico alla moda come <strong>Corrado Passera</strong>, lasciando <strong>Pier Luigi Bersani </strong>a godersi una birra. D’altronde, come leggere la dichiarazione del ministro <strong>Elsa Fornero</strong>, quando parla di un «governo senza appartenenze a gruppi e partiti con il solo riferimento al Paese e al suo futuro», se non come la più limpida teorizzazione dell’esecutivo degli ottimati? Del resto i grandi partiti, <strong>Pdl e Pd, sono inermi</strong> e rischiano di diventare terra di saccheggio per altri. Lo dimostra anche la linea politica dei centristi di <strong>Pier Ferdinando Casini</strong>: una volta le terze forze, tipo il Psi di <strong>Bettino Craxi</strong>, facevano di tutto per evitare governi che mettessero insieme i grandi partiti come la Dc e il Pci; ora Casini punta ai governissimi e al sistema proporzionale, convinto di poter esercitare in quella condizione una maggiore attrazione nei confronti del gruppo dirigente e degli elettori del Pdl. Già, mentre tutti si muovono Pdl e Pd sono fermi, alla mercé di chi li vuole divorare. E anche i sondaggi che assegnano un 55 per cento a un ipotetico tripartito Pdl-Pd-centristi alle elezioni, a ben vedere, non sono esaltanti: nel sistema proporzionale il pentapartito della Prima repubblica governava, o meglio non governava, avendo a disposizione percentuali del 60.</p>
<p>C’è bisogno, quindi, di <strong>un’idea che eviti la fine di Pdl e Pd e, con essi, la fine del bipolarismo in Italia</strong> che (come osserva <strong>Angelo Panebianco</strong>) fra tante ombre ha portato qualche luce nel nostro sistema. Per raggiungere l’obiettivo sono necessarie due condizioni:<strong> mettere fine al più presto a questa condizione di «sospensione»</strong> della democrazia che logora le forze politiche, andando nel 2012 a <strong>nuove elezioni</strong> per rilegittimare gli attuali gruppi dirigenti; secondo, dare vita subito dopo a un governo che modifichi il sistema istituzionale nella logica di un <strong>b<strong>ipolarismo maturo</strong></strong>, in modo di arrivare preparati alle <strong>elezioni del nuovo capo dello Stato </strong>del 2013.</p>
<p>L’idea-provocazione già circola nel Palazzo. È favorita dal presupposto che il Cav. non ha più alcuna intenzione di ricandidarsi («Sono stufo di fare il premier che non conta niente, che non è messo nelle condizioni di governare»). D’altra parte, si scontra con il fatto che Pdl e Pd sono sempre stati alternativi. Ma, visto che lo stanno già facendo ora grazie ai buoni uffici dei centristi, non si capisce perché non possano governare insieme per una fase senza terzi incomodi con l’obiettivo di creare le condizioni per potere governare da soli un domani. Sarebbe un modo per ridare la forza alla Politica, quella con la P maiuscola, non quella con la p minuscola di oggi.</p>
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		<title>Feltri: È scoppiata la «primavera padana»</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 14:29:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Al destino dei despoti non sfuggirà neanche Umberto Bossi. All’inizio erano quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Tra un bicchiere e un altro, fondarono la Lega lombarda e si domandarono: chi comanda? Scelsero Bossi perché del gruppetto era quello che aveva più tempo libero e si dava maggiormente da fare. Su e giù [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Al destino dei despoti non sfuggirà neanche <strong>Umberto Bossi</strong>. All’inizio erano quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Tra un bicchiere e un altro, fondarono la Lega lombarda e si domandarono: chi comanda? Scelsero Bossi perché del gruppetto era quello che aveva più tempo libero e si dava maggiormente da fare. Su e giù per le tre valli varesine e per le valli orobiche, passando di osteria in osteria a fare proseliti. Erano gli anni Ottanta e la gente cominciava a non poterne più della Democrazia cristiana, i cui parlamentari  dimenticavano i problemi degli elettori. Nelle zone bianche dell’arco prealpino in molti erano pronti a rinnegare il partito dei parroci, che per quasi mezzo secolo aveva dominato le coscienze e le urne.<span id="more-3433"></span></p>
<p>Bossi nei paesini arroccati sulle montagne trovò terreno fertile per seminare le ragioni del suo nordismo elementare, riassunto in uno slogan rozzo ma di grande presa sui montanari: «Padroni a casa nostra, i terroni vadano fuori dalle balle». Programma suggestivo e molto ambizioso. Piaceva. Perché gli insegnanti erano meridionali, gli impiegati pubblici idem, i magistrati e le forze dell’ordine pure. I valligiani avevano l’impressione di essere dipendenti, se non schiavi, di gente forestiera che parlava un linguaggio diverso. Nel <strong>1987 </strong>sui monti della Bergamasca le elezioni politiche riservarono una sorpresa:<strong> la Dc aveva perso 7-8 punti. A favore di chi? Del Carroccio</strong>. La leadership di Bossi si consolidò. E <strong>per 25 anni non fu più messa in discussione</strong>. Lui era il capo che trascinava il movimento alla vittoria; qualsiasi suo desiderio era un ordine da eseguire.</p>
<p>Quando poi, <strong>nel 1990</strong>, i padani trionfarono in Lombardia, aggiudicandosi il <strong>20 per cento dei consensi,</strong> il Senatur fu elevato agli altari. Ogni controversia nel partito era sottoposta al giudizio di Umberto I. Solo lui aveva facoltà di dirimerla. E lo faceva col piglio del dittatore, espellendo dissidenti e sospetti carrieristi. L’astro bossiano sembrava intramontabile. Rimase a splendere nel cielo padano anche quando una grave malattia lo costrinse in ospedale. Tutti lo avevano dato per spacciato. Invece un anno dopo riapparve sulla scena: ammaccato, malfermo sulle gambe, la voce arrochita, ma vivo e con la volontà di continuare a essere il depositario della spada di Alberto da Giussano. Fino a qualche mese fa la sua parola era un oracolo. Ma sotto la cenere covava la <strong>brace della ribellione</strong>.</p>
<p>Che esplose nel momento in cui l’Umberto impose alla Lega <strong>il figlio «Trota»</strong> con la chiara intenzione di nominarlo erede al trono, in puro stile nordcoreano. <strong>Il diritto dinastico non poteva essere tollerato</strong>. E fu sollevazione. Il resto è cronaca di questi giorni. Quel trono vacilla e sarà presto rovesciato. <strong>Roberto Maroni</strong> è il più amato dalla base. Sarà lui il nuovo condottiero? Molto probabile.</p>
<p>Intanto nel Veneto si prepara la sommossa. Tutti vogliono il congresso per svoltare: basta con la tirannide, pretendono di eleggere democraticamente il segretario. Sarà anche «primavera padana», ma fa tristezza sentire il vecchio leone, che sbranava i terroni, miagolare nella gabbia in cui l’hanno imprigionato le sue «creature». Caro Umberto, hai esagerato, ma non meritavi di finire sotto i piedi dei colonnelli, come un tappeto.</p>
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		<title>Mulè: Come può un governatore che sperpera inneggiare alla rivolta dei forconi?</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 14:28:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio mulè</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Presto, molto presto, capiremo quanto sia diffuso il moto di protesta popolare esploso in Sicilia con il movimento dei forconi. Che, dopo i primi giorni in cui le manifestazioni erano affidate a singole categorie, ha poi finito per contagiare fasce sempre più ampie della popolazione.
Al netto della criminalizzazione del movimento avanzata da vecchi e nuovi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Presto, molto presto, capiremo quanto sia diffuso il moto di protesta popolare esploso <strong>in Sicilia</strong> con il <strong>movimento dei forconi.</strong> Che, dopo i primi giorni in cui le manifestazioni erano affidate a singole categorie, ha poi finito per contagiare fasce sempre più ampie della popolazione.<span id="more-3399"></span></p>
<p>Al netto della criminalizzazione del movimento avanzata da vecchi e nuovi professionisti dell’antimafia (sicuramente c’erano degli «infiltrati», ma sfido chiunque a mostrare il certificato di illibatezza democratica davanti a qualsiasi movimento di massa), sarebbe riduttivo ricondurre il fenomeno nella sfera criminale. In Sicilia è successo dell’altro. E la cartina di tornasole è rappresentata dal fatto che per una settimana, a fronte di una regione con oltre<strong> 5 milioni di abitanti paralizzata, con pompe di benzina a secco e supermercati vuoti, lo Stato non ha preso alcuna iniziativa</strong> per ristabilire l’ordine. Non solo. Leggete questa dichiarazione: «Le ragioni della manifestazione sono fondate e sono state rappresentate con la rabbia e la fermezza che la drammatica situazione economico-sociale impone. Ma il disagio e la sofferenza e i danni patiti dai siciliani hanno raggiunto un livello insopportabile». A pronunciarla non è un Masaniello del XXI secolo, neppure un politico d’opposizione che cavalca il malcontento. Sono parole scritte direttamente dal governatore dell’isola, <strong>Raffaele Lombardo</strong>, sabato 21 gennaio sul suo blog. E se le parole hanno ancora un senso se ne ricava che non solo era sacrosanto protestare ma che perfino le modalità scelte (di fatto autoaffamandosi) erano «imposte».</p>
<p>In questo vassallaggio alla protesta da parte del vero feudatario del potere isolano c’è tutto il cortocircuito e la gravità della premessa: <strong>chi rappresenta le istituzioni ed è chiamato a dare conto della gestione della cosa pubblica non trova altra strada se non quella di mettersi alla testa di chi protesta.</strong> Ma il Lombardo di oggi armato di forcone è lo stesso politico che, ancora pochi mesi fa nella relazione che accompagnava il bilancio regionale, invocava le cesoie perché «<em>la regione ha vissuto al di sopra delle proprie responsabilità e non c’è più tempo da perdere per riacquistare solidità e credibilità finanziaria</em>». Piccola notazione: parliamo di una regione con un <strong>buco di 2 miliardi di euro che destina ben il 45 per cento delle entrate tributarie per coprire 3 miliardi e 200 milioni di spese per la sanità. </strong>E sorvoliamo sugli scandali legati a prebende, privilegi medioevali e sperperi che <em>Panorama</em> ha documentato in tante inchieste. In Sicilia, bisogna dirlo chiaramente, è esploso il bubbone.</p>
<p>Altrove l’humus è fertile quanto nell’isola, tanto è vero che sempre più spesso riecheggiano preoccupazioni legate alla «tensione sociale» e al «disagio sociale». Bisogna però stare attenti e non far confusione: il blocco selvaggio dei tir, fenomeno figlio dei forconi per la durezza della protesta ma per niente sovrapponibile sia nella genesi sia nel coinvolgimento popolare, è una degenerazione del movimento siciliano perché rappresenta solo la protesta (selvaggia, giova ribadirlo) di una categoria e non di un popolo. E dunque sia la politica a fare ammenda per evitare di essere travolta dallo stesso mostro che ha contribuito a creare.</p>
<p>Ai tempi delle cosiddette vacche grasse, quando bastava attingere al pozzo senza fondo del debito pubblico per trovare la soluzione a un problema, era molto più facile contenere la rabbia di una categoria o di un movimento popolare. Oggi che è tempo di vacche magre, le vie dell’assistenzialismo sono sbarrate e la politica non sa più dove sbattere la testa. O cambia pelle o finirà, come un gatto nero, schiacciato dai tir.</p>
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		<title>Mulè: Quante volte abbiamo vissuto un momento da Schettino?</title>
		<link>http://blog.panorama.it/opinioni/2012/01/27/mule-quante-volte-abbiamo-vissuto-un-momento-da-schettino/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:46:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio mulè</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Costa Concordia]]></category>

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		<category><![CDATA[Giorgio Mulè]]></category>

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		<description><![CDATA[La tragedia della Costa Concordia ha l’obbligo della riflessione. Potrà sembrare strano, addirittura insensato, ma penso che ci costringa a guardare dentro di noi. Davanti al disonore, alla codardia per alcuni, di cui si è macchiato il comandante della nave abbiamo provato i sentimenti più diversi: rabbia, vergogna, pena, anche solidarietà (intesa come cristiana comprensione) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La tragedia della <strong>Costa Concordia </strong>ha l’obbligo della riflessione. Potrà sembrare strano, addirittura insensato, ma penso che ci costringa a <strong>guardare dentro di noi</strong>. Davanti al disonore, alla codardia per alcuni, di cui si è macchiato il comandante della nave abbiamo provato i sentimenti più diversi: rabbia, vergogna, pena, anche solidarietà (intesa come cristiana comprensione) verso una persona che ha perso completamente il controllo di sé.<span id="more-3353"></span> La drammatica conversazione tra lui e la capitaneria di porto, che gli intima senza successo di risalire a bordo della nave per aiutare i naufraghi, ci presenta <strong>Francesco Schettino </strong>come un pugile suonato incapace di governare la situazione. La pietosa contabilità del disastro  continuerà a dovere essere aggiornata, le polemiche sui soccorsi non si fermeranno. Continueremo a stramaledire Schettino mentre la nostra coscienza cercherà rifugio nei soccorritori e negli eroi della Concordia, loro sì capaci di restituirci fiducia. Prima o poi dovremo però fare uno sforzo, sfidare noi stessi e avere il coraggio di <strong>chiederci se mai nella nostra vita abbiamo avuto un momento da Schettino</strong>. Un momento in cui per una smargiassata (come lo è stato deviare incoscientemente la rotta della nave per fare «l’inchino» all’Isola del Giglio), cioè per un’irrefrenabile voglia di sorprendere (o sorprenderci), non abbiamo corso il pericolo di provocare danni non calcolati, addirittura irreversibili.</p>
<p>Ovvio: il ruolo di Schettino imponeva, al pari del capitano di un aereo o del macchinista di un treno, uno standard di <strong>responsabilità maggiore </strong>nel momento in cui <strong>da una sua decisione dipendeva la vita di migliaia di persone</strong>. Ma quante volte abbiamo rischiato di mettere in pericolo la nostra vita o quella, appunto, di inconsapevoli altre persone per una stupidaggine? La gamma di esempi è infinita. Pensate a quello che succede sulle strade: si va da un <strong>sorpasso azzardato</strong> perché si è in ritardo a un appuntamento fino all’improvvida risposta a una<strong> chiamata sul cellulare</strong> o peggio ancora all<strong>’invio di un sms</strong>. In questi frangenti ci diciamo sempre: non si potrebbe fare e so che è pericoloso farlo, ma sono in grado di controllare la situazione e non succederà nulla. È la stessa dinamica mentale che rifiuta l’ipotesi del pericolo imminente, quando invece è reale e prossimo.</p>
<p>Le responsabilità di Schettino sono, ripeto e sottolineo, enormi e in nessun modo giustificabili. L’audio della telefonata tra il comandante e l’ufficiale della Capitaneria di porto di Livorno, con l’intimazione inascoltata a compiere il proprio dovere mentre centinaia di persone sono ancora intrappolate sulla Concordia, fa accapponare la pelle. Ma <strong>il capro espiatorio non serve</strong>. Lapidare Schettino non riporterà a galla la nave né ci restituirà in vita le vittime. Guardare dentro di noi e chiederci se davvero mai nella vita abbiamo avuto un momento da Schettino potrà invece rendere migliori noi e, forse, la società nella quale ci troviamo a vivere.</p>
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		<title>Ferrara: La crisi dell’Europa è frutto del silenzio simmetrico (e mortale) dei politici</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:46:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano Ferrara</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>

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		<category><![CDATA[panorama in edicola]]></category>

		<category><![CDATA[Unione-Europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle stesse ore di un giorno di crisi finanziaria Mario Monti diceva al Financial Times che Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e lui hanno deciso di osservare sulla Banca centrale europea e sulle sue eventuali politiche di salvezza dell’euro dal naufragio nel debito un «silenzio simmetrico»; Sarkozy, nel frattempo, registrava il trauma del declassamento francese da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle stesse ore di un giorno di crisi finanziaria <strong>Mario Monti </strong>diceva al <em>Financial Times </em>che <strong>Angela Merkel, Nicolas Sarkozy</strong> e lui hanno deciso di osservare sulla Banca centrale europea e sulle sue eventuali politiche di salvezza dell’euro dal naufragio nel debito un «silenzio simmetrico»; Sarkozy, nel frattempo, registrava il trauma del declassamento francese da parte di Standard &amp; Poor’s annullando il vertice a tre già programmato, e imminente, per ragioni di immagine elettorale; e il cancelliere tedesco rompeva il silenzio simmetrico ribadendo che era esclusa la possibilità di un intervento dei governi in favore della banca di Francoforte come «lender of last resort» o prestatore di ultima istanza.<span id="more-3356"></span> Bisogna aggiungere al quadro il duro allarme sistemico di <strong>Mario Draghi</strong>, che <strong>si affanna a riempire di liquidità le banche private con mezzi di fortuna</strong>, ma per adesso con risultati a dir poco alterni, e l’intemerata del superburocrate alla moneta, il finlandese <strong>Ollie Rehn</strong>, contro le agenzie di rating che sono americane di origine e non sono imparziali.</p>
<p>Il lavoro, le imprese, il credito, il modo di vita, le pensioni e i consumi e il futuro economico degli europei sono affidati a una classe dirigente che non è né carne né pesce, che non è esclusivamente tecnocratica e non è primariamente politica, ciascuno si mette nei panni dell’altra figura di riferimento, tutti si rubano il mestiere, e l’Unione Europea vive nell’illusione di governarsi fuori dalle regole e dagli schemi storici della guerra e della pace, della ricerca di egemonia delle nazioni, della difesa arcigna dell’interesse privilegiato di ciascuno, senza contare la decisiva costellazione delle politiche domestiche, delle minacce elettorali che incombono sui diversi poteri elettivi, e di mille altri alibi dietro cui si protegge l’impotenza degli stati nel fronteggiare l’aggressività, la paura, la mobilità e la voracità dei mercati finanziari di tutto il mondo.</p>
<p>Il <strong>«silenzio simmetrico»</strong> è il silenzio tecnicamente gestito della politica e della storia <strong>di fronte al problema della responsabilità.</strong> Gli inglesi stanno in una situazione severamente deficitaria da molti punti di vista. Ma nessuno tocca il mercato finanziario britannico perché la Banca d’Inghilterra fa politiche massicce di quel che nel gergo delle city si chiama <strong>«quantitative easing», immette soldi e batte moneta a favore del sistema creditizio privato e pubblico</strong>. Gli americani sono sull’orlo di una piccola ma effettiva ripresa, dopo aver loro stessi generato con il gioco dei derivati nella bolla speculativa immobiliare le turbolenze finanziarie poi approdate alla crisi greca e al suo successivo contagio in tutta Europa e nel mondo, e questa ripresa dipende in larga misura dallo stesso fattore, <strong>il ruolo attivo e dichiarato, aperto, della Federal reserve nella difesa del sistema del credito privato e pubblico</strong>. Se Londra e Washington avessero osservato nella tempesta quel silenzio rivendicato dal capo del nostro governo tecnico, e dai suoi partner franco-tedeschi, starebbero sulla stessa nostra barca, in bilico verso un tragico naufragio come la Costa Concordia. Quand’è che Monti si deciderà a rompere quel silenzio mortale sul fattore di svolta della crisi?</p>
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		<title>Ricolfi: Gli italiani tornano a fare i lavori da immigrati</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>

		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

		<category><![CDATA[Luca-Ricolfi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luca Ricolfi
Mi è capitato più volte di farlo notare: negli anni della crisi gli italiani hanno perso un sacco di posti di lavoro (circa 1 milione, senza contare la cassa integrazione), mentre gli immigrati stranieri ne hanno conquistati molti (circa mezzo milione). Andamenti così opposti sono dovuti, fondamentalmente, a due circostanze: primo, in Italia si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Ricolfi</strong></p>
<p>Mi è capitato più volte di farlo notare: negli anni della crisi <strong>gli italiani hanno perso un sacco di posti di lavoro</strong> (circa 1 milione, senza contare la cassa integrazione), <strong>mentre gli immigrati stranieri ne hanno conquistati</strong> molti (circa mezzo milione). Andamenti così opposti sono dovuti, fondamentalmente, a due circostanze: primo, in Italia si creano pochi posti di lavoro qualificati; secondo, gli italiani sono abbastanza ricchi da potersi permettere di non competere con gli immigrati per i posti a bassa qualificazione e basso reddito. Questo stato delle cose, tuttavia, sta rapidamente cambiando. Già un anno fa, un’inchiesta di <em>Affari &amp; finanza</em> (firmata Vladimiro Polchi) rivelava che<strong> italiane e italiani erano sempre più numerosi nei corsi di formazione tradizionalmente monopolizzati da stranieri</strong>, come quelli per muratore, colf e badante.<span id="more-3365"></span></p>
<p>Vari operatori del settore, fra cui la responsabile nazionale delle Acli e diversi rappresentanti della fondazione Migrantes, dichiaravano che il «ritorno» degli italiani e delle italiane risaliva ad almeno un anno prima, se non a due. Il fenomeno coinvolgeva soprattutto <strong>donne di mezza età, poco istruite</strong>, i cui mariti avevano perso il lavoro; donne che si trovavano improvvisamente a dover concorrere con altre donne, straniere, più giovani, più istruite, e disposte ad accettare salari più bassi. Ora però, grazie ai dati sul mercato del lavoro pubblicati dall’Istat, non sussistono più molti dubbi. Effettivamente le cose stanno cambiando drasticamente.</p>
<p>Nel terzo trimestre del 2011 (ultimo dato disponibile), per la prima volta dall’inizio della crisi <strong>il numero di posti di lavoro occupati dagli italiani è aumentato</strong>, anziché diminuire come ha fatto ininterrottamente per tre anni. Contemporaneamente, il numero di posti di lavoro occupati da stranieri è, sì, aumentato, ma a un ritmo che è il più basso da due anni a questa parte. Quando è cambiato il vento? Le serie storiche pubblicate dall’Istat permettono di fornire una risposta precisa. Negli ultimi 3 anni, fatto 100 il numero di nuovi posti di lavoro conquistati dagli stranieri ogni trimestre (rispetto al corrispondente trimestre di un anno prima), quello degli italiani è sempre stato negativo (posti di lavoro persi), ma con una netta inversione di tendenza a metà del 2009. Fino ad allora il numero di posti di lavoro persi dagli italiani era cresciuto costantemente, ma da quel momento ha cominciato a diminuire, fino alla svolta del terzo trimestre 2011, quando per la prima volta, anziché diminuire, è aumentato di 39 mila unità.</p>
<p>Ma di quali italiani stiamo parlando? Difficile stabilirlo, però a giudicare da altri dati pubblicati dall’Istat si direbbe che il fenomeno coinvolga soprattutto <strong>anziani e persone di mezza età</strong>. A quanto pare la crisi sta cambiando abitudini e comportamenti degli adulti, ma, finora, lascia indifferenti i giovani, che anziché competere per i pochi posti che si formano preferiscono accentuare i loro comportamenti tradizionali, basati sull’attesa e il prolungamento dell’esperienza scolastica.</p>
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		<title>Minzolini: Per abbattere il Berlusconi politico si è abbattuta la politica</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:45:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>annamaria.mirri</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[crisi di credibilità]]></category>

		<category><![CDATA[Minzolini]]></category>

		<category><![CDATA[panorama in edicola]]></category>

		<category><![CDATA[Pd]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutti i nodi vengono al pettine, anche quelli del Pd. Conseguenza di quello che è il suo peggior vizio: l’ipocrisia. Lo scorso anno Pier Luigi Bersani &#38; company, concentrati nella crociata pseudomoralistica contro le donnine di Arcore, hanno esaltato in funzione anti Cav una serie di argomenti che avevano come bersaglio il nostro Paese. Non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti i nodi vengono al pettine, anche quelli del Pd. Conseguenza di quello che è il suo peggior vizio: l’ipocrisia. Lo scorso anno <strong>Pier Luigi Bersani</strong> &amp; company, concentrati nella crociata pseudomoralistica contro le donnine di Arcore, hanno esaltato in funzione anti Cav una serie di argomenti che avevano come bersaglio il nostro Paese. Non hanno espresso alcuna solidarietà al governo di allora, ma invece hanno portato all’esasperazione questi temi. All’epoca, infatti, per il Pd le agenzie di rating erano oracoli infallibili che bisognava ascoltare, la politica egoistico-rigorista tedesca un riferimento europeista, lo spread un giudizio di Dio sui governi europei, i risolini di <strong>Angela Merkel</strong> e <strong>Nicolas Sarkozy </strong>su <strong>Silvio Berlusconi</strong> un esempio d’ironia da condividere e da imitare.<span id="more-3373"></span> Insomma, tutto l’armamentario che andava bene per far fuori il Cavaliere, a costo di ridicolizzare il buon nome del Belpaese, era lecito, anzi andava più che bene. E se un tg, invece di ossessionare gli italiani sull’ennesima puntata della fiction «Ruby e le altre», metteva in piedi campagne di vera controinformazione nel desolante scenario del pensiero unico offerto nel suo complesso dalle gazzette italiane, spiegando che le agenzie di rating già nella proprietà sono tutt’altro che imparziali, che la Francia stava nelle stesse condizioni dell’Italia o che Merkel pensava solo agli affari suoi, veniva accusato di censurare le notizie o di utilizzare «pseudonotizie» per coprire quelle «vere».</p>
<p>Arrivato <strong>Mario Monti</strong> al governo è arrivato anche il fatidico «contrordine, compagni». Per cui Ruby è passata di moda mentre le «pseudonotizie» di qualche mese fa sono diventate d’incanto «importanti». E, naturalmente, nel nuovo corso di Bersani<strong> le agenzie di rating americane si sono trasformate in un covo di delinquenti</strong> (<strong>Romano Prodi</strong> gli ha addirittura contrapposto un’agenzia cinese, la Dagong global credit rating, di cui è consulente); come pure nel nuovo vocabolario del Pd Sarkò è un mezzo guascone, Merkel un cancelliere che spesso supera la sottile linea rossa che divide la testardaggine dall’ottusità. Insomma, uscito di scena il  Cavaliere, per Bersani e i suoi è cambiato il mondo: sta per essere stilato anche un elenco di nuovi mostri da disprezzare che sta per prendere il posto dei vecchi. Sbaglia di grosso, però, chi pensa che l’ipocrisia non abbia i suoi costi. Che per questo difetto, che in politica qualcuno scambia per una qualità, non si paghi un prezzo.</p>
<p>Il primo a pagarlo è stato il Paese: invece di creare un rapporto collaborativo tra maggioranza e opposizione secondo l’esempio spagnolo, <strong>il Pd ha preferito optare per il governo dei tecnici</strong>, quindi per una sorta di <strong>delegittimazione della politica</strong>. E ora, dopo la ricetta Monti, «tasse e ancora tasse», il Pd per dare credibilità in Europa a un governo di professori, che non è stato legittimato dal voto popolare, deve accettare l’idea che la maggioranza ombra con il Pdl, cioè con chi fino a ieri ha giudicato alla stregua di un’organizzazione di criminali, venga alla luce del sole. Cosa che non può non intaccare la credibilità del Pd: un simile comportamento dimostra che ogni tesi o accusa è strumentale ed è usata ipocritamente solo per raggiungere l’obiettivo che sta a cuore al partito. La vecchia logica comunista riveduta. E questi cambi repentini non sono mai preceduti da un mea culpa, da una riflessione politico-culturale. Ecco perché andiamo incontro in tempi brevi a una grave <strong>crisi di credibilità</strong> che può essere risolta nell’unico modo possibile: le elezioni.</p>
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		<item>
		<title>Vespa: La partita a scacchi fra destra e sinistra per non rimanere con il cerino in mano</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:45:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Vespa</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[Bruno-Vespa]]></category>

		<category><![CDATA[governo tecnico]]></category>

		<category><![CDATA[panorama in edicola]]></category>

		<category><![CDATA[Pd]]></category>

		<category><![CDATA[Pdl]]></category>

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		<description><![CDATA[Così è, se vi pare. La frustrazione di non essere Luigi Pirandello coglie chi si accinge a scrivere un articolo su una maggioranza politica eterogenea che c’è, anzi non c’è. Ha ragione Pier Ferdinando Casini, quando sostiene che chi vota insieme provvedimenti della portata di quelli che ha preso e sta per prendere il governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Così è, se vi pare. La frustrazione di non essere Luigi Pirandello coglie chi si accinge a scrivere un articolo su una maggioranza politica eterogenea che c’è, anzi non c’è. Ha ragione <strong>Pier Ferdinando Casini</strong>, quando sostiene che chi vota insieme provvedimenti della portata di quelli che ha preso e sta per prendere il governo non può non essere una maggioranza politica. E hanno ragione <strong>Angelino Alfano</strong> e <strong>Pier Luigi Bersani</strong> quando sostengono che è solo lo stato di necessità a indurre i loro gruppi parlamentari a votare provvedimenti sui quali hanno giudizi divergenti. Bersani non può permettersi di inventarsi una maggioranza politica che lo scopra a sinistra con <strong>Antonio Di Pietro</strong> (pronto a cavalcare le dichiarazioni di Casini per sbugiardare il segretario del Pd) e con <strong>Nichi Vendola</strong>.<span id="more-3380"></span></p>
<p>Se il Partito democratico non ha accettato che uomini di <strong>Silvio Berlusconi </strong>entrassero nel governo, figuriamoci se può trasformare un pranzo a tre con il presidente del Consiglio in una nuova costituente politica. A essere meno interessato di tutti a che il sostegno al governo si trasformi in una maggioranza politica è Angelino Alfano. Nel governo Monti quasi nessun ministro è riconducibile al centrodestra. L’impianto è quello di un centro che guarda a sinistra. <strong>Mario Monti </strong>è da sempre un riformista moderato, ma è difficile immaginarlo come elettore della Casa della libertà. Tutti si sono convinti che la nascita del suo governo fosse indispensabile per togliere all’interno e all’estero l’alibi che «Lady Spread» fosse l’amante di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere ha fatto tombola: ha dimostrato che il problema è europeo assai più che italiano, ha evitato la guerra civile che si sarebbe scatenata se sotto la sua presidenza l’Italia fosse stata declassata di due punti, se ne sta tranquillo a cuccia facendo la bella figura del leader di una maggioranza che si è sacrificato nell’interesse del Paese, ha tolto i suoi processi dalle prime pagine e se tra un mese quello Mills andrà prescritto prima della sentenza di primo grado non vedremo l’esercito nelle strade.</p>
<p>Berlusconi inoltre spera che, se un domani il suo partito dovesse vincere di nuovo le elezioni, il lavoro sporco l’avrebbe già fatto il governo «tecnico». Eppure qui si nasconde la sola, gravissima insidia che comincia a inquietare tutto il Pdl: <strong>pagare il conto di un pranzo ordinato da altri. </strong>Proprietari di casa e pensionati votano per tutti i partiti, anche se la tassazione della prima casa smentisce la politica del centrodestra e la manovra sulle pensioni quella del centrosinistra. I guai vengono adesso. Commercianti, farmacisti, tassisti, professionisti, insomma <strong>il popolo delle partite iva, è il grande serbatoio del centrodestra.</strong></p>
<p>Se le liberalizzazioni si limitassero a colpire loro per decreto legge senza intaccare i «poteri forti» (dai gestori di servizi pubblici locali alle grandi aziende pubbliche), e soprattutto se il governo rallentasse con un disegno di legge la riforma del lavoro, fortemente ostacolata a sinistra e già di fatto depotenziata, il Pdl si troverebbe a dover sottoscrivere una politica che non gli appartiene affatto. Per questo nel Consiglio dei ministri di venerdì 20 saranno toccati anche i grandi monopoli. In ogni caso, l’anticipo del voto, invocato a mezza bocca da molti dirigenti e sostenitori del Pdl, non gioverebbe a mio avviso al partito di Berlusconi, che sarebbe giudicato responsabile di aver lasciato senza timone la nave nella tempesta. Ma l’idea di un Monti bis rafforzato dall’ingresso dei tre partiti principali cambierebbe le cose. Certo, in questo caso sarebbe difficile negare la nascita di una maggioranza politica. E Bersani…</p>
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		<title>Feltri: Applichiamo la meritocrazia anche ai politici</title>
		<link>http://blog.panorama.it/opinioni/2012/01/27/feltri-applichiamo-la-meritocrazia-anche-ai-politici/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:45:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[costi della politica]]></category>

		<category><![CDATA[panorama in edicola]]></category>

		<category><![CDATA[Vittorio-Feltri]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vittorio Feltri
Sui costi della politica si continua a discutere e litigare. Per capire che gli emolumenti dei parlamentari italiani sono in media con quelli europei ci sono voluti anni di studi comparativi. E le cifre esatte ancora non si conoscono né mai si potranno conoscere perché la composizione delle buste paga cambia da paese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vittorio Feltri</strong></p>
<p>Sui<strong> costi della politica</strong> si continua a discutere e litigare. Per capire che gli emolumenti dei parlamentari italiani sono in media con quelli europei ci sono voluti anni di studi comparativi. E le cifre esatte ancora non si conoscono né mai si potranno conoscere perché la composizione delle buste paga cambia da paese a paese, come del resto mutano le aliquote fiscali, cosicché fra lordo e netto si fa una gran confusione. In ogni caso si è scoperto che Palazzo Madama e Montecitorio non sono abitati da nababbi. Significa che sulla Casta si è fatto tanto rumore per nulla? Nossignori.<span id="more-3384"></span> Lo scandalo infatti non consiste nell’ammontare dei compensi, ma nello <strong>scarso rendimento di chi li percepisce</strong>. Talmente scarso che da anni in aula vengono approvati quasi esclusivamente decreti governativi; raramente senatori e deputati propongono leggi destinate al varo. Si potrebbe dire che il Parlamento è in gran parte composto da fannulloni, forse non vocazionali, ma di sicuro improduttivi.</p>
<p>Non è tutta colpa loro. Non è colpa dei singoli. Il problema è che <strong>il sistema è guasto da tempo</strong> e sarebbe bisognoso di una revisione che, però, non si può avviare senza mettere mano alla Costituzione, notoriamente intoccabile in quanto considerata sacra come le tavole mosaiche. Ma non è questo il punto. Negli ultimi giorni è tornata a bomba la questione delle regioni e delle province autonome. Sono sempre più numerosi i partiti nazionali che ne reclamano l’abolizione perché riceverebbero un sacco di soldi dallo Stato e non sempre li spenderebbero bene. Gli avversari delle autonomie, non avendo molte frecce al loro arco, usano un argomento in sé debole, ma assai efficace in questo momento in cui cresce l’ondata antipolitica: le retribuzioni dei presidenti, degli assessori e perfino dei consiglieri, che sarebbero (anzi, sono) le più alte del mondo. Il presidente dell’Alto Adige (sarebbe più corretto scrivere e dire Sudtirolo) <strong>Luis Durnwalder</strong>, per esempio, percepisce ogni mese la bellezza di <strong>25.620 euro lordi</strong>. I suoi «aiutanti» un po’ meno, comunque somme di tutto rispetto e superiori a quelle incassate dai loro colleghi, non solo italiani.</p>
<p>Il dato riguardante Durnwalder è stato paragonato allo stipendio di<strong> Barack Obama (23.083 euro </strong>al cambio di una settimana fa) ed è subito stata polemica. In effetti fa impressione constatare che il presidente di una piccola provincia abbia un’indennità più elevata di quella del presidente degli Stati Uniti. Ma non è un buon motivo per chiedere la soppressione delle autonomie, visto che Trentino e Sudtirolo sono egregiamente amministrati, autentici fiori all’occhiello della nostra sgangherata Repubblica. Sarebbe insensato smontare le poche strutture che hanno dimostrato di funzionare e soddisfare pienamente i cittadini. Ai quali non interessa se la classe politica dirigente intasca 25 mila euro lordi o 15 mila, ma preme vivere nel benessere e disporre di servizi efficienti.</p>
<p>Nessuno contesta i compensi ricevuti dai presidenti e dagli assessori se questi forniscono la prova, con il loro lavoro, di meritarseli. Anche la Sardegna e la Sicilia sono regioni autonome a cui lo Stato versa montagne di denaro, eppure sono un disastro. Segno che la buona o la cattiva gestione degli enti non dipende dalla forma istituzionale, ma dalle capacità degli uomini di governare.</p>
<p>Gli uomini che governano il Trentino e il Sudtirolo sono bravi, come si evince dai loro risultati, quindi è giusto che guadagnino molto. Quelli che governano altre regioni o province o l’Italia sono incapaci? <strong>Siano pagati poco, in base al loro scarso rendimento.</strong> Ecco. Se il metodo fosse applicabile, e potrebbe esserlo, sarebbe risolutivo. Coraggio, sperimentiamolo. Forse la Casta si darebbe una regolata.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Feltri: Statisti o masochisti, che cosa c’entrano gli investimenti della Lega a Cipro e in Tanzania con la difesa della Padania?</title>
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		<comments>http://blog.panorama.it/opinioni/2012/01/17/feltri-statisti-o-masochisti-che-cosa-c%e2%80%99entrano-gli-investimenti-della-lega-a-cipro-e-in-tanzania-con-la-difesa-della-padania/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 08:36:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vittorio Feltri
È noto che il finanziamento pubblico ai partiti politici fu abolito per referendum negli anni Novanta. Ma, una volta buttati fuori dalla porta, quei contributi a fondo perduto sono rientrati – raddoppiati, anzi triplicati – dalla finestra sotto forma di rimborsi elettorali. Sissignori. Il Parlamento, badando alla forma e infischiandosene della sostanza, cambiò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vittorio Feltri</strong></p>
<p>È noto che il <strong>finanziamento pubblico ai partiti</strong> politici fu abolito per referendum negli anni Novanta. Ma, una volta buttati fuori dalla porta, quei contributi a fondo perduto sono rientrati – raddoppiati, anzi triplicati – dalla finestra <strong>sotto forma di rimborsi elettorali</strong>. Sissignori. Il Parlamento, badando alla forma e infischiandosene della sostanza, cambiò il titolo di spesa, cioè la denominazione dell’esborso, ma anziché abolirlo lo aumentò. Il tutto, ovviamente, a carico dello Stato, ovvero del debito pubblico che grava sulle spalle dei cittadini. Questa la premessa. Poi c’è lo scandalo. Ogni volta che si aprono le urne, che si tratti di elezione amministrativa, nazionale o europea, scatta uno strano meccanismo per cui <strong>ciascun partito, in base al numero di voti ottenuti, riceve una somma di denaro impressionante.</strong> E non c’è verso di bloccare il drenaggio o almeno di ridurne la portata.<span id="more-3337"></span></p>
<p>Ci si domanda se la montagna di soldi versata alle segreterie serva effettivamente a pagare le spese elettorali o se, viceversa, venga utilizzata per altri scopi meno nobili. Il sospetto è che i rimborsi in questione siano superiori – e non di poco – alle necessità finanziarie delle organizzazioni politiche, e che una quota cospicua di essi finisca in tasca a qualcuno, arricchendolo. Proprio in questi giorni è divampata una polemica che ha trascinato la Lega nord sulle prime pagine dei giornali. Motivo, il movimento di <strong>Umberto Bossi</strong>, che è passato dal governo all’opposizione (per ragioni più o meno condivisibili, comunque rispettabili), ha incassato il suo bel gruzzolo. Fin qui, tutto legittimo. La legge è uguale per tutti e sino a che è in vigore può essere sfruttata. Cosa che i nordisti hanno fatto, ma in modo un po’ strano. Udite. Hanno investito<strong> oltre 10 milioni di euro</strong>, non bruscolini, <strong>in corone norvegesi (7,7 milioni), nel fondo Kcrispa Enterprise ltd di Cipro e il rimanente in Tanzania</strong>. Sì, proprio in Tanzania, che non è certo affidabile quanto la Svizzera.</p>
<p>Vabbè. Questo conta poco. Il problema non è il rischio che corre la finanziaria padana nel tentativo di lucrare sui capitali leghisti, ma la mancanza di stile. Come può un partito serio fare operazioni del genere con quattrini che almeno in teoria <strong>dovrebbero essere utilizzati per le campagne elettorali e la gestione del partito stesso</strong>: il mantenimento delle sedi, le manifestazioni, i convegni, l’informazione eccetera? Non solo. Si sa come la pensano le camicie verdi, o come dicono di pensarla: massima attenzione al territorio, al campanile, alle tradizioni localistiche, alla comunità. Ora, come si possono conciliare idee e programmi simili con operazioni finanziarie del tipo di quelle citate? In Tanzania, poi. Transeat.</p>
<p>È un dato incontrovertibile che la politica della Lega di questi tempi sia un po’ avventata. Lecito il suo essere all’opposizione. Ma è stravagante esserlo a prescindere dalle situazioni. Si dà il caso che alcuni provvedimenti del governo tecnico siano opportuni, per esempio la riforma delle pensioni che mette l’Italia al passo con altre democrazie europee. Può darsi che la linea dell’intransigenza adottata dai padani sia utile al recupero dei consensi perduti durante l’ultima fase tribolata del governo Berlusconi. Si vedrà. Fosse così si comprenderebbe anche l’attacco di <strong>Roberto Calderoli</strong> a <strong>Mario Monti </strong>per la cena di Capodanno a Palazzo Chigi. Ma in attesa di una verifica elettorale qualche dubbio sull’efficacia delle iniziative bossiane è fondato. Che ne pensa <strong>Roberto Maroni</strong>?</p>
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		<title>Vespa: La ricchezza non va demonizzata, ma è anche una formidabile occasione di dovere sociale. Iniziando dal canone Rai</title>
		<link>http://blog.panorama.it/opinioni/2012/01/17/vespa-la-ricchezza-non-va-demonizzata-ma-e-anche-una-formidabile-occasione-di-dovere-sociale-iniziando-dal-canone-rai/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 08:36:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Vespa</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[Bruno-Vespa]]></category>

		<category><![CDATA[evasione fiscale]]></category>

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		<description><![CDATA[«Non lamentarti se dovrai pagare molte tasse: sono segno di benessere». A mio padre la sorte non consentì mai di pagare molte tasse, ma non ho mai dimenticato questo suo insegnamento. Né lui né io avremmo mai immaginato che ne avrei pagate tante raggiungendo un benessere ben superiore alle mie aspirazioni giovanili. Ma le polemiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Non lamentarti se dovrai pagare molte tasse: sono segno di benessere». A mio padre la sorte non consentì mai di pagare molte tasse, ma non ho mai dimenticato questo suo insegnamento. Né lui né io avremmo mai immaginato che ne avrei pagate tante raggiungendo un benessere ben superiore alle mie aspirazioni giovanili. Ma le polemiche di questi giorni successive alla simbolica<strong> retata dell’Agenzia delle entrate a Cortina</strong> suggeriscono qualche riflessione.<span id="more-3345"></span> Lo stesso presidente del Consiglio, giustamente inflessibile nel reprimere l’evasione fiscale, ha dovuto riconoscere che <strong>non bisogna demonizzare la ricchezza e nemmeno vergognarsene</strong>. Personalmente non ho mai provato disagio per l’agiatezza che mi sono costruito lavorando fin da quando ero ragazzo, anche se questo ha esposto me (come tutti quelli nelle mie condizioni) a una sorta di invidia sociale che è una delle maledizioni italiane. Il disagio nasce semmai dall’insopportabile imbarazzo che mi assale quando leggo le classifiche dei contribuenti, in cui si assiste al nonsenso di un giornalista pur particolarmente fortunato superare di mille miglia possessori di sostanze ben superiori alle sue. Dobbiamo perciò <strong>distinguere l’agiatezza fonte di redditi dichiarati e tassati da quella frutto di miracoli di difficile comprensione</strong>. Della prima non bisogna vergognarsi, della seconda sì. Al di là del metodo spettacolare, non c’è dubbio che gli accertamenti di Cortina abbiano dimostrato quanto sia enorme il numero di «miracolati» che girano in Italia.</p>
<p>Nel 1951 un illuminato ministro democristiano delle Finanze, <strong>Ezio Vanoni</strong>, firmò una riforma fiscale imponendo la presentazione della denuncia dei redditi, diminuendo le aliquote fiscali e aumentando i minimi imponibili. I contribuenti dichiarati furono poco meno di 4 milioni, un decimo degli attuali. I redditi denunciati raddoppiarono, ma fin da allora si capì che <strong>i lavoratori dipendenti sarebbero stati più penalizzati degli autonomi</strong>, anche se vent’anni dopo, in occasione del condono del 1972, scoprii con qualche meraviglia che avrei potuto perfino «concordare» i miei primi stipendi, visto che evidentemente lo Stato non era in grado di «accertarli». La storia italiana è in questo senso piena di contraddizioni: dai <strong>mancati investimenti sociali </strong>che fecero del boom degli anni Cinquanta un’occasione mancata a un’<strong>evasione fiscale mostruosa</strong> che nei decenni ha creato buchi di bilancio giganteschi, accanto a una <strong>sperequazione sociale inaccettabile</strong>. Le conseguenze sono oggi un’<strong>imposizione fiscale del 60 per cento</strong> e il risentimento dei 17 milioni di lavoratori dipendenti e dei 16,8 milioni di pensionati nei confronti dei 6 milioni di lavoratori autonomi tra cui le persone oneste sono pure in tutta evidenza la maggioranza.</p>
<p>Se non bisogna demonizzare la ricchezza, occorre non dimenticare che essa rappresenta, oltre che un indubbio privilegio, una <strong>formidabile occasione di dovere sociale</strong>. Il pagamento delle imposte è alla base stessa della vita comunitaria. L’orgoglio di essere un cospicuo contribuente è soltanto attenuato dalla constatazione che se potessi gestire personalmente i soldi che verso al fisco, per esempio nell’aiutare i giovani ricercatori, avrei potuto mettere su negli anni una bella squadretta. Ma tant’è.<strong> Non si commetta infine l’errore di misurare l’etica sulla base della denuncia dei redditi</strong>. Come insegna il Signore parlando di un amministratore disonesto, «chi è fedele nel poco è fedele nel molto, chi è disonesto nel poco è disonesto anche nel molto» (Luca, 16, 10-11). Chi alza il dito contro la grande evasione guardi alla sua piccola, cominciando dal canone Rai (c’è almeno un programma al giorno che valga 30 centesimi?). Che farebbe se potesse evadere di più?</p>
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		<title>Romano: I tedeschi non si rendono conto che affossare la crescita nei paesi più deboli della Ue significa far ammalare anche la Germania</title>
		<link>http://blog.panorama.it/opinioni/2012/01/17/romano-i-tedeschi-non-si-rendono-conto-che-affossare-la-crescita-nei-paesi-piu-deboli-della-ue-significa-far-ammalare-anche-la-germania/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 08:36:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Romano</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Angela-Merkel]]></category>

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		<category><![CDATA[Unione-Europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 1995, dopo gli scandali di Tangentopoli e il primo governo Berlusconi, uno storico tedesco, Jens Petersen, pubblicò in Germania un libro intitolato Quo vadis Italia? Anche a noi piacerebbe sapere in questi giorni dove stia andando la Germania di Angela Merkel. Il cancelliere dichiara di volere difendere l’euro e sembra  consapevole della necessità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1995, dopo gli scandali di Tangentopoli e il primo governo Berlusconi, uno storico tedesco, <strong>Jens Petersen</strong>, pubblicò in Germania un libro intitolato <em>Quo vadis Italia?</em> Anche a noi piacerebbe sapere in questi giorni dove stia andando la Germania di <strong>Angela Merkel</strong>. Il cancelliere dichiara di volere difendere l’euro e sembra  consapevole della necessità di impedire la bancarotta della Grecia. Ma chiede ai suoi partner più vulnerabili una politica finanziaria che rischia d’imprigionarli per molti anni in una delle più gravi fasi recessive della loro storia economica. Alcune delle sue pretese, come quella che <strong>coinvolge i privati nella ristrutturazione dei debiti sovrani</strong>, hanno avuto l’effetto di spaventare le banche e aggravare la crisi.<span id="more-3326"></span> Non <strong>vuole che la Banca centrale europea diventi</strong>, come la Federal reserve e la Banca d’Inghilterra, <strong>prestatore d’ultima istanza</strong>. <strong>Respinge gli eurobond</strong> perché creerebbero un debito europeo di cui la Germania diventerebbe inevitabilmente il principale garante. Accetta la<strong> Tobin tax </strong>sulle transazioni finanziarie, ma a condizione che venga applicata da tutti i 27 paesi dell’Unione Europea: una prospettiva che il veto della Gran Bretagna rende impossibile. Che cosa vuole in realtà la Germania? Salvare e rafforzare il processo d’integrazione europea? O condannarlo a morte?</p>
<p>Una necessaria precisazione. Parliamo molto di Merkel e dimentichiamo che il cancelliere è soltanto il sacerdote di una <strong>ortodossia finanziaria diventata ormai la religione della Repubblica federale</strong>. Dopo il fallimento di due grandi progetti egemonici, la Germania è ancora una volta grande potenza ed è comprensibilmente orgogliosa dei suoi successi. Per riscattare se stessa dagli orrori del nazismo è stata severa, rigorosa, disciplinata, laboriosa. Si considera, giustamente, esemplare e ne ha dato una ulteriore dimostrazione, nel 2009, adottando una norma costituzionale che prevede il pareggio del bilancio entro il 2016. Quando predica il rigore, la Germania chiede agli altri di imitarla. Quando sostiene che il risanamento dei conti pubblici è una condizione indispensabile, da perseguire senza attenuazioni e tentennamenti, la Germania lascia trapelare un sospetto (probabilmente fondato) sulla coerenza e sulla fermezza dei «peccatori».</p>
<p>Questa non è soltanto l’opinione di Angela Merkel e dei suoi consiglieri economici. <strong>Peer Steinbrück</strong>, possibile candidato socialdemocratico alla cancelleria nelle prossime elezioni, ha detto che occorre aiutare gli stati che ne hanno bisogno. Ma<strong> devono accettare alcune condizioni </strong>anche a costo di lasciare che l’Europa gestisca i loro affari domestici. «So che è doloroso, ma soltanto così gli aiuti sono giustificati».</p>
<p>In questo quadro, paradossalmente, Merkel potrebbe essere più flessibile di molti fra i suoi consiglieri. Il cancelliere non può ignorare che <strong>la Germania ha largamente approfittato dell’euro</strong>, che l’eurozona acquista più della metà delle sue esportazioni, che il collasso della moneta unica avrebbe ricadute europee e internazionali di cui la maggiore economia del continente sarebbe la prima a fare le spese. Voltare le spalle al problema della crescita nei paesi dell’Ue maggiormente colpiti dalla crisi significa pregiudicare la stabilità della piattaforma su cui la Germania ha costruito il suo successo. Sul <em>Corriere della sera</em> dell’8 gennaio <strong>Lucrezia Reichlin </strong>ha osservato che <strong>gli ultimi dati sull’economia tedesca non sono incoraggianti </strong>e che la crescita del prodotto interno lordo della Repubblica federale nel 2012 potrebbe essere inferiore al mezzo punto percentuale. In altre parole: o troviamo la strada che ci consenta di <strong>crescere insieme o anche la Germania rischia di finire in corsia</strong> con gli altri malati dell’eurozona.</p>
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		<title>Mulè: Su tasse e pensioni non ci sono stati ripensamenti, adesso ci aspettiamo lo stesso rigore sulle liberalizzazioni</title>
		<link>http://blog.panorama.it/opinioni/2012/01/16/mule-su-tasse-e-pensioni-non-ci-sono-stati-ripensamenti-adesso-ci-aspettiamo-lo-stesso-rigore-sulle-liberalizzazioni/</link>
		<comments>http://blog.panorama.it/opinioni/2012/01/16/mule-su-tasse-e-pensioni-non-ci-sono-stati-ripensamenti-adesso-ci-aspettiamo-lo-stesso-rigore-sulle-liberalizzazioni/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 11:47:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio mulè</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[Giorgio Mulè]]></category>

		<category><![CDATA[governo monti]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è fatto un gran parlare intorno alle parole d’ordine del governo guidato da Mario Monti: equità, rigore e sviluppo. Ciascuna di queste belle parole si porta dietro, quando viene concretamente attuata attraverso provvedimenti legislativi, dotte dissertazioni sull’effettiva applicazione nella realtà dei fatti. Al netto degli equilibrismi e dell’autocensura dei partiti nel nome della «responsabilità», [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è fatto un gran parlare intorno alle parole d’ordine del governo guidato da Mario Monti: equità, rigore e sviluppo. Ciascuna di queste belle parole si porta dietro, quando viene concretamente attuata attraverso provvedimenti legislativi, dotte dissertazioni sull’effettiva applicazione nella realtà dei fatti. Al netto degli equilibrismi e dell’autocensura dei partiti nel nome della «responsabilità», il governo ha dovuto in alcune occasioni innestare frettolosamente la marcia indietro o imporsi <strong>correzioni di rotta </strong>per evitare incidenti frontali con alcune forze della variegata maggioranza. È successo sui temi della <strong>riforma del lavoro</strong> e sulle <strong>liberalizzazioni</strong>, giusto per fare due esempi. L’esecutivo ha adesso annunciato che <strong>entro il 20 gennaio</strong> sfornerà un <strong>decreto sulle liberalizzazioni</strong>. E mal gliene incolse. L’annuncio, come sempre è accaduto e sempre accadrà, ha immediatamente riacceso la miccia della protesta.<span id="more-3316"></span></p>
<p>I tassisti hanno dato un assaggio con il rifiuto a singhiozzo di trasportare i clienti. Sappiamo che sanno fare di peggio quando ci si mettono: basta ricordare le proteste a Roma e Milano con le città paralizzate e prese in ostaggio perché si vagheggiò di interventi sulla categoria. Il governo ha però indicato una data e un impegno. Lasciamo da parte le effettive capacità di creare sviluppo attraverso il<strong> </strong>raddoppio delle licenze dei taxi o l’aumento della pianta organica delle farmacie, oppure ancora con l’abolizione delle tariffe minime per gli avvocati. Non è questo il punto. Il governo, dopo avere indicato perentoriamente una data, ha l’<strong>obbligo morale prima ancora che politico di andare avanti e arrivare entro il 20 gennaio al decreto</strong>, cioè a un provvedimento che ha forza di legge prima ancora di passare al vaglio del Parlamento. Non c’è lobby che tenga né sponsor di sorta fra i banchi del Parlamento.</p>
<p>In ballo c’è la serietà (ecco un’altra parola d’ordine di Monti) di chi guida l’Italia in un momento straordinariamente difficile. Se cioè il governo ha individuato nella strada delle liberalizzazioni il modo di dare un impulso positivo alla crescita economica e di sbloccare alcune leve produttive del Paese, è bene che vada senza tentennamenti fino in fondo. E visto che quello dei taxi viene indicato, a più riprese, come il diaframma da far cadere per dare il segnale definitivo che in Italia è possibile fare le liberalizzazioni allora si arrivi all’obiettivo. Anche con il rischio, di sicuro messo in conto visto che l’annuncio è stato dato in televisione, di essere impopolari (circostanza tutta da vedere) e di sfidare in campo aperto chi deciderà di opporsi con metodi non ortodossi se non addirittura selvaggi.</p>
<p>Significa prepararsi a giorni difficili, a una contrapposizione che in mancanza di senso della misura e del rispetto travalicherà in manifestazioni di protesta estreme come quelle che abbiamo già dovuto subire in passato e delle quali abbiamo già sentito gli echi nelle ultime settimane. Ci si può confrontare, si possono e si devono ascoltare le ragioni di tutti, ma questo governo (per quanto «strano» possa essere secondo la definizione del professor Monti) si è posto pubblicamente un obiettivo e non può più tirarsi indietro. Ne va della sua credibilità, ultima bellissima parola di questa nuova stagione politica. Che gli zelanti estimatori di Monti cominciano per la verità a usare malinconicamente un po’ a sproposito.</p>
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		<title>Una cosa non ha ancora imparato il prof Monti: la politica ha i suoi costi, sociali, etici e civili. Il caso Malinconico insegna</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 11:46:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano Ferrara</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

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		<description><![CDATA[Il caso Malinconico non mi consola. Lo stile di Mario Monti è stato sfregiato, con la compiacenza di Fabio Fazio, da quella bruttura di cui nel salottino della vaghezza preconfezionata non si è parlato per convenienza, per falso pudore, per opportunismo. Lo ha rilevato inappuntabile Francesco Merlo in un nuovo capitoletto, quello tecnico, della sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>caso Malinconico </strong>non mi consola. Lo stile di <strong>Mario Monti</strong> è stato sfregiato, con la compiacenza di <strong>Fabio Fazio</strong>, da quella bruttura di cui nel salottino della vaghezza preconfezionata non si è parlato per convenienza, per falso pudore, per opportunismo. Lo ha rilevato inappuntabile <strong>Francesco Merlo</strong> in un nuovo capitoletto, quello tecnico, della sua saga dell’onestà. Lo hanno anticipato con durezza adamantina il mentore del<em> Fatto</em>, <strong>Marco Travaglio</strong>, e il direttore del <em>Giornale</em>, <strong>Alessandro Sallusti</strong>, chiedendo le dimissioni del reprobo. Anche il grand commis de l’etat veniva mantenuto nel weekend, come il ministro di formazione democristiana e di benevolenza berlusconiana che si ritrovò pagata la casa, «a sua insaputa». Un tocco di estrema platealità da commedia leggera, che fa ridere e piangere.<span id="more-3321"></span></p>
<p>Mi consolerò quando questa peraltro prevedibile e da tempo visibile coda delle intercettazioni, e di quel tanfo grottesco che ne emana, sarà stata tagliata del tutto da comportamenti decenti e da un nuovo centro dell’attenzione pubblica. Il problema degli italiani però non è precisamente quello. Anche il banchiere centrale svizzero si è comportato male, e se ne è andato. Anche il presidente della Repubblica federale di Germania è stato preso con le mani nello stesso vasetto della marmellata in cui pucciò<strong> Antonio Di Pietro</strong>, il prestito a tasso amichevole, e forse se ne andrà. <strong>La carne è straordinariamente e goffamente debole</strong>. Ma la Svizzera e la Germania stanno alacremente lavorando, ciascuna nel suo ordine politico e civile, per fare i loro interessi. Noi no. Stentiamo parecchio sebbene commissariati. Noi continuiamo a ripulirci addosso tutti beati e contenti del fare pulizia, quel repulisti che ci accompagna dal tempo di Mani pulite e che ci ha sporcati alla fine più di una tempesta di melma, lasciandoci senza una classe dirigente, senza un programma, senza un metodo politico e un sistema che funzioni, addirittura senza più il diritto di voto.</p>
<p>Il problema di Monti, Malinconico a parte, è questo. Fa il tecnico bonario e ironico, piange come un coccodrillo sull’impopolarità dei partiti, sciorina dati, ragionamenti spesso molto convincenti, riforme per decreto fino all’intrattabile Rai, e viaggia e perora la causa del debito pubblico italiano, che intanto si difende a colpi di tasse deprimenti e di blitz sacrosanti contro l’evasione gagliarda. Ma il presidente del Consiglio deve ancora dimostrare di sapere controllare le conseguenze politiche della serietà al governo, concetto evanescente e anche un po’ viscido. E non sarà facile farlo senza un’anima.</p>
<p>Direte che <strong>l’anima è un concetto metafisico, filosofico</strong>, che i paesi moderni si possono tranquillamente guidare con il calcolo ottimista senz’anima: invece di usare il vecchio arnese del conflitto, sediamoci al tavolino, e calcoliamo, calcolemus, come diceva il filosofo <strong>Gottfried Leibnitz</strong>. Ma non esistono salvezze aritmetiche, come non esistono tasse, pensioni e liberalizzazioni aritmetiche. Tutto in politica ha un costo sociale, etico e civile, e bisogna mostrarsi disposti a pagarlo in qualche modo quando si governa la macchina dello Stato. Urge un corso accelerato di politica politicante, utile per i banchieri che devono salvare l’Italia. Anche da se stessa.</p>
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		<title>Mulè: In democrazia governano gli eletti, non i supereletti. È questo lo scoglio su cui rischia di sbattere il professor Monti</title>
		<link>http://blog.panorama.it/opinioni/2011/12/19/mule-in-democrazia-governano-gli-eletti-non-i-supereletti-e-questo-lo-scoglio-su-cui-rischia-di-sbattere-il-professor-monti/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 11:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio mulè</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[Giorgio Mulè]]></category>

		<category><![CDATA[governo tecnico]]></category>

		<category><![CDATA[panorama in edicola]]></category>

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		<description><![CDATA[Giuliano Ferrara, nell’ultima opinione pubblicata, pone una domanda che provo a sintetizzare e alla quale cercherò di dare una risposta: può un governo tecnico, si chiede Ferrara, cambiare marcia e prendere decisioni politiche in grado di rilanciare lo sviluppo dell’economia reale? Senza troppi giri di parole dico di no. Per spiegarne i motivi mi affido [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.panorama.it/opinioni/2011/12/19/ferrara-quello-che-il-governo-monti-non-potra-fare/" target="_blank"><strong>Giuliano Ferrara, nell’ultima opinione pubblicata, pone una domanda che provo a sintetizzare e alla quale cercherò di dare una risposta: può un governo tecnico, si chiede Ferrara, cambiare marcia e prendere decisioni politiche in grado di rilanciare lo sviluppo dell’economia reale?</strong> </a>Senza troppi giri di parole dico di no. Per spiegarne i motivi mi affido a un tweet di Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della sera, ricevuto martedì 13 dicembre mentre scorrevano – numerose – le modifiche alla manovra. In 140 caratteri, de Bortoli scriveva: «Troppe incertezze. Un governo è tecnico se va spedito, altrimenti viene risucchiato, senza antidoti, dalla palude politica e corporativa». In questa massima, scritta immagino di slancio da una persona certamente moderata e lontana da facili esercizi demagogici, c’è il nocciolo della questione.<span id="more-3265"></span></p>
<p>Primo punto: le incertezze, che non sono poche ma troppe. È la verità, e per rendersene conto basta rileggere i primi 30 giorni del governo Monti, disseminato di passi avanti e indietro. Tutti ricordano a memoria un certo numero di balletti (alcuni ancora non definiti, peraltro) su Irpef, patrimoniale, pensioni, contributi di solidarietà, pagamenti in contanti, tagli alla politica. Per non parlare delle liberalizzazioni, fatte a singhiozzo e per giunta rinviate di un anno con la clamorosa esclusione dei taxi. Perché si è ceduto ancora una volta al ricatto dei tassisti che a qualsiasi tentativo di intervento rispondono con la minaccia di bloccare le nostre città? Per far valere le loro ragioni i farmacisti, sul piede di guerra visto che sono di fatto gli unici a dovere essere liberalizzati da subito a vantaggio di parafarmacie e grande distribuzione, si sono adeguati e minacciano ferro e fuoco. Un governo politico, forte di un programma approvato dagli elettori, avrebbe la legittimazione a intervenire anche drasticamente in nome dell’insuperabile mandato popolare. Un governo tecnico è cosa diversa: è un ibrido sconosciuto alla Costituzione e soggetto continuamente a un insuperabile vizio di fondo. Non ha legittimità popolare, ha una maggioranza politica virtuale. Non è quindi in grado di guadare o saltare a piè pari la palude politica, perché piaccia o no è in quella palude che risiede il fondamento<br />
della democrazia: la sovranità popolare.</p>
<p><strong>In Italia si è accettato di derogare dall’articolo 1 della Carta costituzionale sull’onda del terrore finanziario e del panico da spread. </strong>I fatti, a un mese di distanza dalla fine del governo Berlusconi, dicono che il differenziale dei nostri titoli è rimasto lì dov’era e che la borsa ha continuato a perdere terreno. Abbiamo avuto la dimostrazione (in barba ai nostri radical sapientoni tanto amici di hedge funder e hedge fund) che i fondi speculativi continuano a guadagnare in virtù del fatto di poter contare su disponibilità finanziarie capaci di far impallidire qualsiasi manovra monstre.</p>
<p>Non può esserci né esiste, in conclusione, una democrazia dei supereletti che messianicamente risolve i problemi. C’è la palude politica, non molto bella da guardare e a volte sicuramente maleodorante se non nauseabonda. Ma è da lì che bisogna passare, anche turandosi il naso, per traghettare il Paese. Perché è proprio nel galleggiamento del governo tecnico in quella palude, e cioè nell’infinito gioco dei veti contrapposti e delle soluzioni non digeribili dall’una o l’altra parte, che si corre il rischio di impantanarsi con gravissimi danni allo sviluppo e alla capacità di rilancio dell’intera economia del Paese.</p>
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		<title>Ferrara: Quello che il governo Monti non potrà fare</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 11:30:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano Ferrara</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[arcitaliano]]></category>

		<category><![CDATA[Giuliano-Ferrara]]></category>

		<category><![CDATA[governo monti]]></category>

		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo stile del governo italiano e il contesto politico e parlamentare in cui opera sono da un mese completamente rovesciati, e in modo spettacolare. A Silvio Berlusconi non se ne perdonava una, nemmeno un sorriso,<strong> a Mario Monti si perdonerebbe tutto</strong>, e a <strong>Elsa Fornero perfino le lacrime</strong>. La maggioranza del Cav era diventata fragile e litigiosa, vistosa e chiassosa, quella di Monti è ingombrante, invasiva, onnipresente ma segreta, pudica, vergognosa di sé e delle circostanze di emergenza che l’hanno incollata insieme. <strong>Berlusconi incontrava un’opposizione assolutista, eticizzante, e un circuito mediatico-giudiziario che la nutriva di grandi archetipi morali anti Caimano, e tutta la cultura che fa opinione era sulle barricate (spesso sovvenzionate dallo Stato)</strong>; Monti invece non ha un’opposizione febbrile e distruttiva, se non mettiamo nel conto minoranze sociali, parlamentari ed extraparlamentari, in generico movimento ma per adesso schiacciate dall’autorevolezza del governo «in stato di eccezione», e dalla necessità per i grandi partiti di riconsiderare il sistema che non produsse né un vero governo di centrodestra né un progetto alternativo di centrosinistra, altro che lotta contro il governo dello spread. Infine, dove al Cav sono mancati imprenditori e cancellerie internazionali, banche, industria e grandi lobby europee e americane sono compatte, schierate con il governo tecnico.<span id="more-3297"></span><br />
Questo rovesciamento ha portato l’esecutivo a un intervento duro sulle tasse pagate dagli italiani, che completa e aggrava con il<em> rigor mortis </em>manovre di austerity recessiva già varate da <strong>Berlusconi</strong> e Giulio <strong>Tremonti</strong>, e gli ha però consentito la riforma delle pensioni con l’abolizione dell’anzianità e l’estensione universale del contributivo, fattore strutturale di riduzione di spesa pubblica e ridimensionamento del «privilegio» retributivo da lungo tempo inseguito invano da tutti i governi. <em>Chapeau</em>, a parte le vessazioni ai contribuenti e ai pensionati, che non sono mai cose belle: se l’obiettivo è una più visibile disciplina fiscale e sostenibilità del debito pubblico, in termini contabili, ci siamo un poco più vicini.<br />
Dico «visibile» perché anche secondo la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea l’Italia non ha nel lungo termine problemi di sostenibilità del debito, si limita a condividere con altri paesi europei, anche più forti, la crisi di liquidità finanziaria del sistema bancario e l’attacco dei tassi di interesse sulle emissoni pubbliche. Un fattore che solo gli eurobond e una nuova politica di prestatore e garante della banca centrale potrebbero rapidamente risanare.<br />
Il problema adesso è questo. I<strong>l qualcosa che un governo tecnico e coccolato dalla società che conta poteva fare è stato fatto.</strong> Potrà un governo subordinato al direttorio e alla sua politica, dopo l’accordino di Bruxelles rigettato dalla liberale e sovranista Gran Bretagna, fare il resto, il di più, che è poi lo strettamente necessario? La domanda non si pone per i dementi che avevano previsto un calo dello spread di 200 punti alla sola notizia delle dimissioni di Berlusconi. Ma per le persone serie si pone. Un governo tecnico troverà mai la forza, l’anima, la voce per affermare in patria e in Europa una linea non punitiva e ispirata all’imperativo dello sviluppo dell’economia reale? Qui potremmo constatare che i governi politici hanno molti difetti, ma nella difesa di un vero interesse nazionale, in questo caso misure anticrisi che scardinino la tendenza a stagnare o a recedere della creazione di ricchezza nazionale, sono più efficaci e meglio piazzati di un ministero tecnico-contabile.</p>
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		<title>Mulè: L’Europa invocata per cacciare Berlusconi ci chiede di riformare le regole del lavoro e imbarazza i conservatori della sinistra</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 10:19:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio mulè</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[Giorgio Mulè]]></category>

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		<description><![CDATA[Sgombrato il campo dal grande imbroglio sul parallelo spread alle stelle=governo Berlusconi (si attendono, inutilmente, atti di contrizione di sedicenti economisti e saccenti professoroni), anche il nuovo esecutivo guidato da Mario Monti è alle prese con gli stessi, identici problemi del predecessore. Il duo Merkel-Sarkozy ogni giorno che passa si rivela per quello che è: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sgombrato il campo dal grande imbroglio sul parallelo spread alle stelle=governo Berlusconi (si attendono, inutilmente, atti di contrizione di sedicenti economisti e saccenti professoroni), anche il nuovo esecutivo guidato da Mario Monti è alle prese con gli stessi, identici problemi del predecessore. Il duo Merkel-Sarkozy ogni giorno che passa si rivela per quello che è: l’unione di due debolezze che si legittimano a vicenda nel vuoto di una Europa politica in grado di parlare con voce stentorea e sicura. Non è un nodo che si risolverà a breve e potrebbero pensarci gli elettori francesi e tedeschi a fare calare il sipario sui commedianti, se non arriveranno prima le armate speculative in perenne caccia di prede da spolpare. <span id="more-3259"></span></p>
<p>Nel frattempo converrà concentrarsi sui fatti di casa nostra. È istruttivo leggere l’ultimo outlook dell’Ocse sull’Italia e il rapporto che ci riguarda messo a punto dal commissario europeo agli Affari economici, Olli Rehn. In entrambi i casi viene ripetuto come un ritornello un concetto che da anni rappresenta un tabù per l’Italia: la riforma del mercato del lavoro. Su questo fronte da oltre 10 anni (e nonostante il sacrificio di Massimo D’Antona e Marco Biagi) non si riesce a voltare pagina. Bisogna dare atto a Renato Brunetta e Maurizio Sacconi di avere tentato di dare la scossa necessaria e di avere buttato le basi per una svolta (non a caso Rehn scrive con inchiostro indelebile che la riforma Brunetta sulla pubblica amministrazione «va applicata integralmente»).</p>
<p>Sappiamo però che i veti sindacali, conservatori e antistorici, uniti alla pavidità della sinistra di mettersi una volta tanto in discussione, sono sempre riusciti nel loro intento: conservare lo status quo. L’ampia intervista concessa a Panorama da Pietro Ichino, il giuslavorista senatore del Pd capace di creare scompiglio nel partito a causa delle sue idee «rivoluzionarie», spiega benissimo le ragioni di questo rifiuto. Adesso però, soprattutto grazie all’opportunità di contare su un governo «tecnico», è forse giunto il momento di affrontare di petto la questione. E dare seguito alle indicazioni dell’Ocse che ci dice di avviare «il prima possibile» gli interventi sulle «tutele del lavoro» nelle parti di mercato «maggiormente rigide». O di seguire alla lettera le indicazioni del commissario Rehn quando sostiene la necessità di «eliminare le rigidità per esempio sostituendo l’attuale sistema di protezione attraverso il reintegro obbligatorio con il pagamento di un’indennità di liquidazione legata allo stipendio percepito».</p>
<p>Si tratta, evidentemente, di misure di buon senso che se varate costituirebbero un volano sicuro per la creazione di nuovi posti di lavoro. Ci vuole un’apertura mentale capace di superare, una volta per tutte, il mito e la mitomania della concertazione e quei suoi riti fondati su improbabili tavoli sempre più eterni e ingovernabili (guardate che cosa succede alla Fiat in questi giorni). Serve una nuova cultura sindacale accompagnata da una seria etica imprenditoriale in grado di rinnovare le relazioni tra lavoratori e dirigenti d’azienda. E c’è soprattutto bisogno di un nuovo inizio che spezzi l’antistorica cristallizzazione del conflitto sull’articolo 18 e sappia guardare al futuro con il coraggio, come sostiene Ichino, di spezzare finalmente le catene del consenso immediato.<br />
Un consenso che, in tempi non lontani, veniva quasi sempre raggiunto scaricando sul bilancio dello Stato i costi di un welfare spesso insensato e insostenibile. Con quegli effetti nefasti sul debito pubblico che oggi più che mai sono sotto gli occhi di tutti.</p>
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		<title>Ferrara: Fu un’ingenuità e un azzardo pensare  che l’euro fosse una moneta di pace</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 10:11:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano Ferrara</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[Giuliano-Ferrara]]></category>

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		<description><![CDATA[Come andrà a finire la storia dell’euro è un enigma. Ma come è cominciata? Le radici di quella moneta sono due, tecnocratica l’una e per così dire umanistica l’altra. Per molti europeisti, gente convinta che la prima metà del Novecento sia stata un incubo da non rivivere, la moneta comune europea era ed è una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come andrà a finire la storia dell’euro è un enigma. Ma come è cominciata? Le radici di quella moneta sono due, tecnocratica l’una e per così dire umanistica l’altra. Per molti europeisti, gente convinta che la prima metà del Novecento sia stata un incubo da non rivivere, la moneta comune europea era ed è una bandiera di civiltà liberale e di pace, il vero garante della fine delle ostilità franco-tedesche e delle grandi guerre continentali. <span id="more-3257"></span>L’Europa occidentale, a cavallo della caduta del comunismo e della minacciosa riunificazione tedesca sotto le insegne dell’economia sociale di mercato, era chiamata a pagare il pegno monetario della sua futura unità sovranazionale. Ci voleva il tintinnio del denaro per trasformare l’inferno in un purgatorio e poi, forse, in uno storico paradiso di libertà e integrazione dei commerci, a confronto con campioni della crescita tanto più grandi, a est e a ovest, degli staterelli-nazione con le loro divise di foggia antica (il marco, il franco, la lira, la peseta). Il mercato comune, poi il mercato unico, poi la moneta unica e infine il superstato o un potere superstatale e sovranazionale capace di conciliare l’inconciliabile, armonizzando lingue, culture, civiltà costituzionali e altri usi o way of life diversi e conflittuali: questo era lo sfondo del progetto monetario.</p>
<p>A parte i sognatori umanisti, c’erano i <strong>tecnocrati di puro ceppo finanziario</strong> che approntarono prima il sistema monetario, il serpente, e poi di crisi in crisi la moneta di tutti come garanzia della libertà di commercio, come scudo contro i comportamenti lassisti, come frontiera chiara oltre la quale sarebbero finite le tendenze alla spesa pubblica facile, le basse produttività, in uno spirito di competizione mondiale che solo la classe dei banchieri poteva sostenere.<br />
<strong>È l’euro della Banca centrale di Francoforte</strong>, quello disegnato e immaginato, per l’Italia, dall’asse di ferro tra Carlo Azeglio Ciampi, il meglio del lignaggio Bankitalia, e i grandi capi della Bundes-bank, cane da guardia contro l’inflazione, più il resto delle tecnocupole finanziarie europee. Una monta magica prodotta dall’incrocio fra interessi ben difesi e disegnati e slancio disinteressato verso un futuro di prosperità comune.<br />
Ma c’era chi era contrario. Lo ha ricordato Pierluigi Battista nel Corriere della sera, scrivendo che oggi ai contrarian di ieri si dovrebbe chiedere scusa per l’ostracismo che hanno subito le loro idee, e in qualche caso (quello di Antonio Fazio, ex governatore della Banca d’Italia) anche le loro persone. Ho sottomano il testo di una feroce requisitoria contro l’euro di Carlo Ripa di Meana, testimone della storia europea recente tra i più fieri e anche capricciosi, ma lucido. «Si è rovesciata» disse Ripa al Parlamento europeo in una fulminea dichiarazione di voto contrario  «la sequenza europeista: invece di uscire dalla logica dei trattati tra stati, muovendo verso quella della Costituente europea, si opta per la moneta unica lanciata nel vuoto. È un gioco d’azzardo che comporta rischi altissimi senza offrire garanzie e contropartite». Era il 2 di maggio del 1998. Letta 13 anni dopo, in effetti, fa impressione.<br />
<strong>L’euro può ancora mettersi in salvo.</strong> Ma alla prima grande crisi, lo ha notato un osservatore americano sul Wall Street Journal, è diventato un casus belli o può diventarlo. Partita come moneta della pace e della unificazione, quel pezzo di carta, quella moneta tintinnante può diventare un elemento divisivo assai peggiore dei peggiori incubi degli umanisti. Bisogna tifare per il meglio, e ci mancherebbe, e lavorare per il meno peggio, ma è una lezione che in futuro non si dovrà dimenticare. Lo scetticismo è il principio di ogni conoscenza, a quanto sembra.</p>
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