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	<title>Opinioni</title>
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	<description>Le opinioni di Panorama</description>
	<pubDate>Wed, 23 May 2012 10:27:53 +0000</pubDate>
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		<title>Ferrara: Forse Monti qualcosa poteva portarla a casa</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 10:27:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano Ferrara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Mario Monti e i suoi si sono un po’ fatti fregare. La loro legittimazione viene dall’alto, ha un senso in quanto si fonda sull’emergenza e sulla necessità di misure di straordinaria portata. Sono commissari non eletti, il loro lavoro dipende dall’Europa politica, dalle trattative di Bruxelles. Il metodo della decisione è fondamentale. Se sei legittimato dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mario Monti e i suoi si sono un po’ fatti fregare. La loro legittimazione viene dall’alto, ha un senso in quanto si fonda sull’emergenza e sulla necessità di misure di straordinaria portata. Sono commissari non eletti, il loro lavoro dipende dall’Europa politica, dalle trattative di Bruxelles. Il metodo della decisione è fondamentale. Se sei legittimato dal basso, la tua preoccupazione costante è il responso elettorale, la mediazione politica e sociale in un quadro rigorosamente nazionale. Il Parlamento diventa il luogo del decidere.<span id="more-4085"></span></p>
<p>Nel caso italiano, poi, <strong>il Parlamento era da tempo immemorabile il luogo di ratifica di rapporti di forza stabiliti da sondaggi e sindacati, consenso e corporazioni, non importa se governava la destra o la sinistra.</strong> Nel caso inverso, il cedere alla discussione protratta nel tempo, il rinunciare alla consultazione in favore del negoziato, sia sul piano politico sia sul piano sociale, ti porta a uno stato di sospensione politica della tua stessa identità. E alla fine i partiti cedono al richiamo della foresta. Se hanno voce in capitolo, la loro voce è quella, e non può essere altrimenti, in specie se nessuno prende l’iniziativa di un rimescolamento di sistema. Tutto è cominciato con la lunga definizione della riforma del mercato del lavoro. Pochi mesi dopo avere detto che i sindacati venivano consultati e basta concertazione, pochi mesi dopo avere detto che viveva a Roma e a Bruxelles, il presidente del Consiglio ha autorizzato o promosso un confronto nazionale che ha rimesso in gioco, nella versione peggiore, il controllo dei sindacati e dei partiti e un criterio di legittimazione dal basso che è in sé sacrosanto, ma che in una situazione di emergenza e di pericolo di fallimento era stato escluso come radice del potere politico tecnocratico.</p>
<p>Se è così, se c’era da arzigogolare sulle riforme di struttura, se alla fine bisognava partecipare a una gara demagogica coram populo, allora la ragione quintessenziale del governo tecnico, l’emergenza, la robustezza e inevitabilità della cura di rigore e di riforma diventavano cose di cui si può fare a meno.<strong> Quando in novembre dicevo che dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi era meglio votare sotto la neve, pensavo a questo</strong>: alla fragilità intrinseca di una soluzione esposta al rischio dell’irrilevanza. Per di più in un mare di equivoci e di comportamenti infedeli, in cui il governo diventa la copertura per vendette trasversali e demagogie sociali miserabili.</p>
<p>Nel tempo mi sono convinto che essendo fallito il precedente sistema di decisione, tutto sommato a colpi di decreto legge, con l’ausilio potente dell’Europa tedesca e di Giorgio Napolitano, Monti qualcosa poteva portarla a casa, per lo meno nell’orizzonte, già in sé ristretto, delle politiche del 2013. Lo penso ancora, e penso che il 2013, sempre che ci si arrivi con un’Europa ancora in piedi, del che sono ormai in molti a dubitare, resta una data che non dovremmo piegare ciascuno alle proprie più dirette e faziose convenienze.</p>
<p>Ma il governo tecnocratico si è indebolito. Fa ancora le cose che concretamente si possono fare, ma gli manca quell’orizzonte dello stato di necessità, che in natura e in politica è sinonimo, paradossalmente, di libertà e di scelta. La situazione è grave, ma stavolta è anche seria.</p>
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		<title>Minzolini: Povero procuratore Piero Grasso, costretto a fare retromarcia su Berlusconi e antimafia</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 10:27:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[augusto minzolini]]></category>

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		<category><![CDATA[Piero Grasso]]></category>

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		<description><![CDATA[di Augusto Minzolini
Cronache italiane. Giorni fa il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, ha dichiarato come grazie a un provvedimento del governo Berlusconi siano stati confiscati ai mafiosi circa 40 miliardi di beni, colpendoli nel loro punto debole: i quattrini. E nello stesso tempo ha criticato il pm di Palermo Antonio Ingroia, per la sua incontenibile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Augusto Minzolini</strong></p>
<p>Cronache italiane. Giorni fa il procuratore nazionale antimafia,<strong> Piero Grasso</strong>, ha dichiarato come grazie a un provvedimento del governo Berlusconi siano stati confiscati ai mafiosi circa <strong>40 miliardi di beni</strong>, colpendoli nel loro punto debole: i quattrini. E nello stesso tempo ha criticato il pm di Palermo <strong>Antonio Ingroia</strong>, per la sua incontenibile voglia di politica. Inutile aggiungere che nelle 48 ore successive il povero Grasso, assediato dai soliti network antiberlusconiani (da <strong>Marco Travaglio</strong> a Magistratura democratica, fino allo stesso Ingroia), ha dovuto smentire, precisare, rettificare quella che in fondo era un’ovvia verità (basta leggere la <em>Gazzetta ufficiale</em> per scoprire che quella legge porta le firme di due ministri del Cavaliere, <strong>Angelino Alfano </strong>e <strong>Roberto Maroni</strong>).<span id="more-4095"></span></p>
<p>Alla fine, esasperato, il magistrato ha rivendicato il suo «diritto alla comunicazione e al libero pensiero». <strong>Ma perché una persona perbene e di carattere come Grasso si è lasciata andare a quella ridda di precisazioni superflue? Semplice, per paura. </strong>Già, il sentimento prevalente in questi mesi nel Belpaese è la paura. O si segue la logica prevalente nei media, un conservatorismo intellettuale che ha codificato nell’enciclopedia dei luoghi comuni tre principi tutti «da dimostrare», e cioè che Silvio Berlusconi ha sbagliato tutto, che se Mario Monti cade viene giù il mondo e che l’Europa, indipendentemente dal fatto se ci conviene o meno, è intangibile, o si rischia di essere additati al pubblico ludibrio, di essere degli sfascisti o, peggio, dei soggetti dell’antipolitica.</p>
<p>Insomma, <strong>siamo al regime.</strong> E l’emblema della paura, dispiace dirlo, è <strong>il governo Monti</strong>: <strong>forte con i deboli, debole con i forti. </strong>Basta guardare la sua politica economica. Ha tassato per decreto, colpendo soprattutto i ceti e le categorie rappresentate da un centrodestra disorientato. Sulla riforma del lavoro, sull’articolo 18, ha invece incassato senza colpo ferire, o meglio senza decreto ferire, il niet della Cgil e del Pd. Le liberalizzazioni hanno riguardato tassisti e farmacisti, ma hanno risparmiato banche e assicurazioni. E, sempre per parlare dei forti, le proprietà immobiliari delle fondazioni bancarie sono state esentate dall’Imu. E i tagli alla spesa pubblica, l’ormai leggendaria spending rewiew? Il ministro Piero Giarda si è agitato per mesi invano e alla fine il premier ha nominato un commissario straordinario, Enrico Bondi, che dovrebbe valutare il lavoro dell’esponente di governo. Una scelta dai contorni costituzionali confusi: un ministro che ha ricevuto la fiducia del Parlamento messo sotto la tutela di un’autorità fuori dal governo? Mah&#8230;<strong> Il motivo? Sempre per paura: chi tocca i tagli muore, per cui meglio farli firmare da un personaggio che ha la fama del risanatore</strong>.</p>
<p>È superfluo, infine, dissertare sulla durezza, si fa per dire, con cui il premier, che si autodefinisce «il più tedesco fra gli economisti italiani», tratta con <strong>Angela Merkel</strong> su crescita e rigore.</p>
<p>Naturalmente la paura non paga. I risultati stanno lì a dimostrarlo: aumentano le tasse, la gente non consuma, si restringe la base imponibile per cui lo Stato incassa meno tasse; ergo, aumentano l’inflazione, il famigerato spread, il deficit pubblico e il debito pubblico. Di contro chi manda a quel paese Angela Merkel, o spiega che le tasse non vanno aumentate ma semmai fatte pagare a tutti, che i tagli alle spese superflue vanno adottati subito, che la politica delle banche è all’origine della crisi e che si può criticare chiunque esageri, dalla retorica dell’antimafia al capo dello Stato, alla fine piace agli elettori. Sarà demagogo, populista, dirà anche un sacco di scemenze, ma nel contempo, in un mondo di imbelli, poche verità ha il coraggio di dirle. Questo è il segreto del <strong>successo di Beppe Grillo:</strong> in fondo la cosiddetta antipolitica cresce perché dice quello che la politica non ha il coraggio di dire. E in una situazione di crisi (per lasciarsi andare a una constatazione vera quanto banale) la gente segue chi non ha paura.</p>
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		<title>Vespa: Senza riforma costituzionale la legge elettorale non serve a nulla</title>
		<link>http://blog.panorama.it/opinioni/2012/05/23/vespa-senza-riforma-costituzionale-la-legge-elettorale-non-serve-a-nulla/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 10:27:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Vespa</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[legge-elettorale]]></category>

		<category><![CDATA[riforma costituzionale]]></category>

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		<description><![CDATA[I partiti avevano preso due impegni: riformare il sistema costituzionale che regola le funzioni di Parlamento e governo e cambiare la legge elettorale. Mediaticamente la seconda riforma appare più urgente della prima, poiché i cittadini reclamano parlamentari scelti da loro e non nominati dai partiti. Giusto, ma se tuttavia non si vuole essere ipocriti occorre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I partiti avevano preso due impegni: riformare il sistema costituzionale che regola le funzioni di Parlamento e governo e cambiare la legge elettorale. Mediaticamente la seconda riforma appare più urgente della prima, poiché i cittadini reclamano parlamentari scelti da loro e non nominati dai partiti. Giusto, ma se tuttavia non si vuole essere ipocriti occorre rilevare che senza l’indicazione della preferenza (aborrita perché può portare con sé corruzione e clientele) di dritto o di rovescio sono sempre i partiti ad avere la parola decisiva sulle candidature.<span id="more-4102"></span> Nel vecchio sistema con il quale nel 1994 nacque la Seconda repubblica, erano i partiti a stabilire chi dovesse presentarsi in collegi sicuri, incerti o perdenti e chi dovesse essere salvato nella quota proporzionale, ideata appunto per garantire un seggio a chi non era proponibile nei collegi uninominali. Quante decine di candidati settentrionali furono eletti al Sud e viceversa? Come si vede, la libera scelta dei cittadini è stata sempre poco più di una finzione. La decisione più ragionevole, a questo punto, sarebbe di migliorare il «Porcellum» con un sistema che eviti all’elettore l’umiliazione della lista bloccata e soprattutto stabilisca una soglia ragionevole per guadagnare il premio di maggioranza, per evitare che il Paese sia potenzialmente governato da un partito che abbia il 20 per cento dei voti.</p>
<p>La suggestione di questi giorni di<strong> fare nostro il sistema a doppio turno francese porterebbe, se applicata, il centrodestra a perdere le elezioni per sempre, come riconoscono i più autorevoli tecnici della materia. </strong>Non a caso fin dalla Bicamerale del 1997 Massimo D’Alema si disse pronto a cedere addirittura sul semipresidenzialismo (storico tabù della sinistra) purché il centrodestra accettasse il doppio turno. Ben sapendo che da sempre l’elettorato di sinistra è molto disciplinato e turandosi il naso voterebbe anche candidati di coalizione sgraditi, mentre l’elettorato di centrodestra è meno motivato e non sa turarsi il naso allo stesso modo.</p>
<p>Facciamo un esempio riferito al passato, visto che il futuro è misterioso. L’elettore di Rifondazione pur di vincere avrebbe votato al secondo turno delle elezioni politiche il candidato di Clemente Mastella, come ha fatto alle comunali, mentre pochi elettori leghisti al secondo turno avrebbero votato il candidato di Alleanza nazionale, come è puntualmente avvenuto alle elezioni locali.</p>
<p>La riforma della legge elettorale risolverebbe tuttavia ben poco se non fosse accompagnata da quella del Parlamento e del governo. Una parte cospicua dei nostri mali nasce dall’impotenza costituzionale del presidente del Consiglio e dalla assurda duplicazione funzionale delle Camere. <strong>L’opinione pubblica aspetta inoltre con impazienza la riduzione del numero dei parlamentari. La maggioranza di unità nazionale è l’unica in grado di produrre un accordo dignitoso su bozze già pronte </strong>in Parlamento, visto che con la caduta di Silvio Berlusconi è venuta meno la necessità di opporsi a qualunque sua proposta di riforma, anche se ragionevole. La riforma costituzionale richiede due passaggi per ogni Camera, ma se si parte subito può essere attuata. La riforma della legge elettorale è assai più semplice. Partendo immediatamente, possono realizzarsi entrambe. Mancare anche a uno solo degli appuntamenti aumenterebbe il discredito già enorme della classe politica. E francamente non se ne sente il bisogno.</p>
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		<title>Feltri: L’ondata dei suicidi? Le statistiche dicono che non è vero</title>
		<link>http://blog.panorama.it/opinioni/2012/05/23/feltri-l%e2%80%99ondata-dei-suicidi-le-statistiche-dicono-che-non-e-vero/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 10:26:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>

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		<category><![CDATA[suicidi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vittorio Feltri
Non vi è dubbio che molta gente muoia suicida: basta leggere i giornali per rendersene conto. Sarà la crisi, sarà l’Agenzia delle entrate, sarà l’Equitalia: i disperati che si tolgono la vita sembrano numerosi. E noi ci commuoviamo all’idea che ci sia qualcuno talmente in bolletta da non riuscire a far fronte ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vittorio Feltri</strong></p>
<p>Non vi è dubbio che molta gente muoia suicida: basta leggere i giornali per rendersene conto. Sarà la crisi, sarà l’Agenzia delle entrate, sarà l’Equitalia: i disperati che si tolgono la vita sembrano numerosi. E noi ci commuoviamo all’idea che ci sia qualcuno talmente in bolletta da non riuscire a far fronte ai propri impegni e decida di farla finita. Talvolta in modo atroce: dandosi fuoco.<span id="more-4107"></span></p>
<p>Anche io, cronista da 50 anni (ne ho viste e raccontate di ogni colore), rimango colpito da questi episodi e provo un sentimento di pietà. Recentemente, però, mi è capitata sotto gli occhi <strong>una statistica sconvolgente: la media dei suicidi nei primi mesi 2012 è all’incirca la stessa di sempre. Esaminando i dati, non si rilevano mutamenti significativi. </strong>Che vuol dire? Probabilmente, la quantità di persone depresse, che davanti alle difficoltà perdono la voglia di combattere e di resistere, non cambia mai o cambia poco, comunque non in misura sufficiente per autorizzarci a pensare siano i problemi economici attuali la causa dei decessi. Nossignori. A spingere un uomo ad andarsene volontariamente nell’aldilà è il male oscuro, la sempiterna fatica di vivere. L’incapacità di superare uno scoglio scatena il desiderio di fuggire da questo mondo: è la goccia che fa traboccare il vaso della sopportazione. Ma quella goccia, determinante, può essere di qualsiasi natura, non è detto sia solo l’aumento delle tasse o dello spread.</p>
<p>Identico discorso si adatta agli <strong>attentati terroristici</strong>. Più o meno gravi, più o meno preoccupanti, <strong>il loro numero è stabile da alcuni lustri</strong>: anche qui siamo confortati dalle statistiche. Le cifre non sono allarmanti e dimostrano che non c’è nulla di nuovo sotto il cielo italico. Oddio, la recente gambizzazione di <strong>Roberto Adinolfi</strong>, amministratore delegato dell’Ansaldo di Genova, riporta la memoria agli anni di piombo, quando le Brigate rosse insanguinarono il Paese minacciando di sovvertire l’ordine democratico. Il tipo di aggressione, la tecnica usata dai criminali, è tale quale quella dello sconfitto partito armato. Al momento, però, si tratta di un episodio isolato, benché gli anarchici, nel rivendicare l’azione «militare», abbiano annunciato di avere in programma altre spedizioni punitive. Le indagini tuttavia inducono a sospettare che la banda abbia agito in un quadro internazionale: <strong>la scintilla sarebbe scoccata in Grecia, dove alcuni anarchici sono stati arrestati, provocando reazioni a catena dei loro compagni, anche italiani.</strong> Insomma, paragonare i terroristi di una volta, fortemente ideologizzati, a quelli di oggi, privi di un disegno complessivo e di una rete di consensi, sembra scorretto.</p>
<p>Il pericolo di una nuova ondata di violenza simile a quella degli anni Settanta non esisterebbe. Ciò nonostante, i media insistono nel dipingere a fosche tinte la realtà, e i cittadini hanno l’impressione di attraversare un periodo drammatico, punteggiato quotidianamente di attentati dovuti a disagio sociale e di suicidi da attribuire alla stretta finanziaria. Non è così. Stampa e tv fanno il loro mestiere, ma per loro natura <strong>tendono a ingigantire fatti </strong>che, in un altro contesto, non avrebbero uguale rilievo.</p>
<p>Un esempio. Ogni anno molti anziani, d’estate, muoiono per il caldo. È sempre successo. Ma se un giornale comincia a cavalcare notizie del genere, tutti gli altri concorrenti si accodano e la gente si convince sia in atto una moria di vecchi. Altro esempio. I cani mordono, ovvio. Eppure, se oggi compare un titolo: «Alano sbrana la padrona», state sicuri che per una settimana leggerete articoli in cui si descrivono amici dell’uomo con l’attitudine ad azzannare polpacci. Capirai che scoperta.</p>
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		<title>Mulè: Quegli investigatori che devono cercare il giallo anche quando non c’è</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 10:25:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio mulè</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Giorgio Mulè]]></category>

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		<description><![CDATA[A volte la televisione fa danni e pure belli grossi. Alcune serie trasmesse negli ultimi anni, in particolare. Sono quelle fatte così bene, ma così bene, da produrre su noi che le guardiamo un effetto transfert in forza del quale, pur non avendo mai aperto un libro di medicina, maturiamo l’intima convinzione di essere esperti in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte la televisione fa danni e pure belli grossi. Alcune serie trasmesse negli ultimi anni, in particolare. Sono quelle fatte così bene, ma così bene, da produrre su noi che le guardiamo un effetto transfert in forza del quale, pur non avendo mai aperto un libro di medicina, maturiamo l’intima convinzione di essere esperti in anatomia patologica o in microbiologia molecolare. Senza parlare, poi, dello straordinario intuito da investigatore e risolutore di gialli che sviluppiamo al termine di ogni puntata di qualsiasi serial poliziesco. <strong>Il problema è se la sindrome si impadronisce di chi, per mestiere, fa l’investigatore,</strong> perché star dietro ai film costa denaro (tanto) e tempo (tantissimo). Vediamo due casi.<span id="more-4078"></span></p>
<p>Nel 2005 un anonimo telefona a <em>Chi l’ha visto? </em>durante una puntata sul rapimento di Emanuela Orlandi (sparita nel 1983). Per risolvere il giallo, l’anonimo suggerisce di «vedere che cosa c’è» nella tomba di Enrico De Pedis detto Renatino, un boss della banda della Magliana ucciso nel 1990 e sepolto nella Basilica di Sant’Apollinare a Roma. Al netto delle polemiche sul perché un delinquente debba riposare in pace all’interno di una chiesa, quello che ci interessa è la tesi – perfetta per uno dei nostri telefilm – che si è sviluppata sulla base di quella telefonata: all’interno della tomba di De Pedis ci sono i resti della povera Emanuela. Nonostante non ci sia alcuna prova, alcun riscontro, alcuna conferma a quanto suggerito dall’anonimo, l’ipotesi si fa breccia non solo tra gli investigatori catodici ma anche fra quelli veri.</p>
<p>Ad aggravare il quadro ci si mette la popolarità di uno dei protagonisti della fiction <em>Romanzo criminale</em>: cioè il «Dandi» che nella realtà sarebbe De Pedis. Il resto è cronaca di oggi con l’apertura, a 7 anni dalla «rivelazione», della tomba di De Pedis davanti a un nutrito gruppo di persone: poliziotti della scientifica, esperti della procura, magistrati, investigatori della squadra mobile, decine di giornalisti tenuti a bada da almeno una dozzina di carabinieri e agenti. Tutti i giornali ci hanno informato che all’interno della bara c’era De Pedis «con un vestito blu e una camicia bianca ingiallita» (effettivamente dopo 22 anni sarebbe stato un miracolo se fosse rimasta candida). Della povera Emanuela nessuna traccia. Sono state trovate, non nella tomba ma dietro un tramezzo, alcune centinaia di ossa. Il che non è una sorpresa, perché <strong>bastava andare su Wikipedia per sapere che sotto la basilica c’era un cimitero prenapoleonico</strong>. Eppure le ossa saranno sottoposte all’esame del dna per escludere che siano della ragazza.</p>
<p>La vicenda della tomba di De Pedis fa il paio con un’altra vicenda ancora più paradossale: sulla base di un esposto presentato da due storici, la Procura di Palermo aprì nel 2010 un fascicolo per «omicidio e sostituzione di cadavere» del bandito Salvatore Giuliano. Vi risparmio la tesi degli storici e vado al nocciolo: l’esposto si basava su una foto che la polizia scientifica scoprì essere non originale ma un fotogramma del film Salvatore Giuliano diretto da Francesco Rosi. Nonostante ciò, il cadavere venne riesumato ugualmente, alla presenza di frotte di giornalisti e telecamere, su ordine del procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Si scoprì che, ohibò, il cadavere era quello di Giuliano. Manca solo un dettaglio: nessuno ci ha detto se la camicia del bandito era bianca e se, soprattutto, dopo 61 anni si fosse «ingiallita».</p>
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		<title>Ferrara: E se il Cavaliere decidesse di riscendere in campo?</title>
		<link>http://blog.panorama.it/opinioni/2012/05/16/ferrara-e-se-il-cavaliere-decidesse-di-riscendere-in-campo/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:41:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano Ferrara</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[elezioni amministrative]]></category>

		<category><![CDATA[Giuliano-Ferrara]]></category>

		<category><![CDATA[panorama in edicola]]></category>

		<category><![CDATA[Silvio-Berlusconi]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando non sai che cosa fare, cerca di farti un’idea della situazione. Non è poi così difficile. Se Silvio Berlusconi e i suoi dovessero fare uno scarto, ora che le elezioni amministrative parziali sono andate più che malaccio, se dovessero scaricare il governo o peggio lasciare che il governo venga scaricato attribuendo loro la responsabilità, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando non sai che cosa fare, cerca di farti un’idea della situazione. Non è poi così difficile. Se <strong>Silvio Berlusconi </strong>e i suoi dovessero fare uno scarto, ora che le elezioni amministrative parziali sono andate più che malaccio, se dovessero scaricare il governo o peggio lasciare che il governo venga scaricato attribuendo loro la responsabilità, il risultato è certo. Con questa legge elettorale vincerebbe <strong>Pier Luigi Bersani</strong>, con una coalizione improponibile dal punto di vista del governo del Paese ma percepita come unica soluzione elettorale possibile.<span id="more-4045"></span> Con il premio di maggioranza, la sinistra si assicurerebbe una governabilità peggio che mediocre, e la destra finirebbe divisa, marginale, rancorosa e non credibile per un lungo futuro politico. Ciò che resta del partito del Cav. finirebbe diviso più di quanto non lo sia già, e gli verrebbe attribuita la colpa di un ulteriore avvitamento economico e finanziario, il centro di <strong>Pier Ferdinando Casini</strong> sarebbe punito anch’esso rispetto a eventuali serie ambizioni di governo, ma vivacchierebbe comunque di una rendita di posizione più o meno succosa.</p>
<p>Alla testa della sinistra, come sempre, i debenedettiani. E i manettari. Sarebbe l’ora dell’epurazione tanto agognata, della resa dei conti fondata su una revisione storica dell’Italia degli ultimi due decenni, e il capro espiatorio non sarebbe il focoso onorevole <strong>Ignazio La Russa</strong> con i suoi soci rissosi e irresponsabili, sarebbe Berlusconi. Ma non tanto Berlusconi personalmente quanto, con le sue aziende editoriali e televisive, una strana inclinazione alla libertà civile, diffusa tra gli italiani con tutti i suoi guasti e difetti, che l’esperienza di un bipolarismo tremendamente imperfetto ma vitale ha consentito, l’esistenza di un’alternativa, di politica, di governo, di linguaggio, di cultura. La normalizzazione politicamente corretta, con l’aiuto dei processi e delle farse mediatiche in corso, attingerebbe livelli di efficacia mai visti dal 1993, anno del grande terrore giustizialista rovesciato con spavalderia e coraggio dall’entrata in politica dell’outsider.</p>
<p>Rifiutando di fare il presidente invece che l’imputato, di dare la frustata per lo sviluppo economico richiesta dalla situazione internazionale e domestica, di governare in modo spericolato e incisivo e sorprendente, liberandosi di molti equivoci di piccolo cabotaggio, primo fra tutti la fantasia antifinanziaria di <strong>Giulio Tremonti</strong>, secondo la logica autodistruttiva dello scontro con <strong>Gianfranco Fini</strong> che ha portato alla perdita della maggioranza in Parlamento, Berlusconi si è messo nel sacco da solo. Siccome ha un tratto di intuizione forte e spontaneo, fatto il pasticcio si è poi ritrovato per sua scelta, sottolineo per sua scelta, in una situazione in un certo senso invidiabile. Un governo tecnico «terzista» promosso con procedure di legittimazione dall’alto ha escluso che la resa dei conti si facesse in modo barbaricino, ha promosso politiche di tipo europeo nel segno di una certa continuità istituzionale con il passato e con le rotture necessarie al controllo del debito mediante rigore e riforme suggerite dalla Banca centrale europea di Francoforte. <strong>Gli arcinemici di Berlusconi hanno capito che così il Cav. avrebbe salvato l’essenza della propria storia, padroneggiando una situazione divenuta per lui incontrollabile.</strong> E sono passati all’attacco, rispolverando i processi, che sono come sempre il battistrada della loro politica, lo scandalismo antipartito su cui prospera con una certa modestia di risultati il comico di riferimento del momento, e organizzando un’opposizione malamente dissimulata al governo Monti, al presidente della Repubblica <strong>Giorgio Napolitano</strong>, qualificati come garanti di uno status quo armistiziale e di responsabilità nazionale assolutamente inaccettabile per dei faziosi come loro indubitabilmente sono.</p>
<p>Ora un crollo elettorale in amministrative parziali dovrebbe premiare con un suicidio di Berlusconi la loro pretesa di ammazzarlo come un cane. Via, le cose non sono mai state così chiare. Eppure si obietta: il Pdl, e che cosa sia il o la Pdl è cosa tutta da vedere, almeno senza Berlusconi, rischia grosso perché i suoi elettori non amano di certo il governo Monti. Vero, ma che cosa ha fatto Berlusconi, l’unico detentore fino a ieri di una certa autorità sulle sue truppe popolari, per spiegare la propria scelta? Niente. Il Cav. è rimasto muto e fermo, ha dato la sensazione di vivere come uno stato di necessità <strong>una situazione di governo e di sistema che invece doveva considerare, e se fosse in tempo dovrebbe tornare a considerare, non già come uno scudo personale ma come l’unica soluzione per i problemi di un Paese che finirebbe alla deriva con un governo Bersani, Vendola, Di Pietro</strong>. È sembrato che il suo problema fosse quello di «recuperare» Casini o la Lega o tutti e due, mentre il suo problema è di schierare ciò che gli resta di consenso, che è molto di più in potenza di quanto non si veda in elezioni piccolo-civiche e piccolo-partitiche come le amministrative di domenica e lunedì, dietro una battaglia efficace di responsabilità istituzionale nell’interesse comune della nazione.</p>
<p>Parole d’ordine? Tante e chiare. <strong>Cambiare il governo dell’euro</strong>, adesso anche con l’aiuto del successore di <strong>Nicolas Sarkozy</strong>. <strong>Promuovere la crescita</strong> e <strong>fermare i fumi genericamente antifiscali </strong>agitati dagli stessi che vogliono colpire con una diffusa nuova patrimoniale il reddito spendibile e il patrimonio dei cittadini. Fare appello ai partiti perché <strong>facciano le riforme</strong> che spettano loro: <strong>via il finanziamento pubblico </strong>della politica,<strong> nuova legge elettorale</strong>, <strong>mutamenti istituzionali </strong>che rafforzino il fragilissimo potere dell’esecutivo, <strong>riduzione del numero dei parlamentari</strong>, un <strong>monocameralismo </strong>di governo e di decisione contro il bicameralismo della paralisi, <strong>attacco ai privilegi </strong>di impunità delle regioni e dei comuni che sono diventati una specie di forza sociale in permanente mobilitazione mentre dovrebbero essere messi di fronte alle loro responsabilità di governo, per rispondere dei loro debiti e dei loro sprechi bestiali. Insomma, una prospettiva di unità e di convergenza fra una buona politica e una buona tecnica, e sopra tutto una legittimazione dal basso, non senza conseguenze, di quell’esperienza di governo che è nata solo ed esclusivamente con una legittimazione dall’alto. A questa linea di grande coalizione non esiste alternativa credibile di qui al 2013. Berlusconi è seguito ancora dai suoi, che però ha lasciato in balia degli avvenimenti, aperto alla prospettiva di andare avanti sulla sua intuizione della cosa o di rovesciare tutto per premiare ancora una volta gli interessi di una nomenclatura di partito che non ha in pugno né un’analisi seria della realtà né la visione necessaria a padroneggiarla. Muoversi o perire.</p>
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		<title>Minzolini: La sconfitta del Pdl si chiama governo Monti. Ora torni alle origini</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:40:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Augusto Minzolini
In molti lo ammettono a fatica, ma la sconfitta delle ultime elezioni ha soprattutto un nome: il governo Monti. L’elettorato, in particolar modo quello di centrodestra, ha bocciato la ricetta del professore. Motivo? La manovra monster fatta di sole tasse, con pochissimi tagli e nessuna riforma strutturale (a parte le pensioni), non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Augusto Minzolini</strong></p>
<p>In molti lo ammettono a fatica, ma la <strong>sconfitta</strong> delle ultime elezioni ha soprattutto un nome: il <strong>governo Monti</strong>. L’elettorato, in particolar modo quello di centrodestra, ha bocciato la ricetta del professore. Motivo? La manovra monster fatta di sole tasse, con pochissimi tagli e nessuna riforma strutturale (a parte le pensioni), non è stata efficace.<span id="more-4049"></span> Se guardiamo i numeri del debito pubblico, del deficit e del pil, sarà necessaria una manovra di aggiustamento da qui a qualche mese. Il Professore più che risolvere ha tamponato la situazione, secondo un vecchio stile. Avrebbe potuto fare di più? Forse, ma <strong>non ha voluto varare riforme efficaci che lo avrebbero reso inviso alla sinistra della sua maggioranza (l’epilogo della riforma del mercato del lavoro docet) e ha preferito utilizzare soprattutto la leva fiscale mandando all’aria il rapporto fra il Pdl e il suo elettorato.</strong> Questa è l’analisi più vera del voto amministrativo.</p>
<p>Ci sarà anche il problema della casta, degli scandali, della disaffezione verso i partiti tradizionali. Tutto vero. Ma il nocciolo centrale della questione è che il centrodestra dopo la crisi del governo Berlusconi ha pensato di risolvere i suoi problemi, in un eccesso di politicismo, andando dietro ai desiderata istituzionali e con i patti (spesso scritti sull’acqua) di Palazzo. Sull’altare di questa linea, per alcuni versi superficiale, ha abdicato al suo ruolo principale, cioè quello di <strong>rappresentare e proteggere gli interessi del suo elettorato</strong>: il popolo del 730, delle piccole e medie imprese, dei commercianti, dei ceti dinamici del Nord e degli ordini professionali del Sud. Ha sacrificato l’alfabeto della sua politica, insomma, per costruire una maggioranza parlamentare, che già nel nome, Abc (<strong>Alfano, Bersani, Casini</strong>), dimostra di essere il prodotto artificiale di un laboratorio istituzionale che non ha nulla a che vedere con il Paese. E il suo elettorato ha reagito, scandisco la parola, po-li-ti-ca-men-te. Altroché trionfo dell’antipolitica&#8230;</p>
<p>Non essendoci per ora un’offerta alternativa convincente, il popolo del centrodestra si è rifugiato o nel <strong>voto di protesta (Beppe Grillo)</strong> o nel non voto. È stato un avvertimento, probabilmente l’ultimo. Anche perché i nuovi protagonisti si stanno attrezzando per approfittare degli errori dei partiti tradizionali. L’«antipolitico» Grillo paradossalmente ha dimostrato ancora una volta di essere il più politico: ha sterzato a destra per corteggiare l’elettorato della Lega e del Pdl in sofferenza, gettando alle ortiche ogni residuo ideologico. Ha battuto sul problema delle tasse. Ha criticato il Quirinale. E addirittura ha polemizzato (vecchio cavallo di battaglia berlusconiano) con l’antimafia.</p>
<p>Appunto, se si è inermi, gli altri ne approfittano. E il centrodestra è all’ultima spiaggia. Deve farsi due conti: dalla sua c’è il fatto che non c’è ancora qualcuno che possa assumere il suo ruolo (nelle urne il terzo polo si trasforma in un miraggio) e che i suoi argomenti (a cominciare da quello fiscale) sono più attuali e moderni di quelli di una sinistra targata Vasto. Di contro non può restare immobile. Deve reagire sapendo che una riforma elettorale proporzionale non l’aiuta (il centrodestra è nato nel bipolarismo), né può aspettare all’infinito che Pier Ferdinando Casini si decida. <strong>Anzi, dovrebbe tornare a privilegiare la propria identità calibrando su di essa il rapporto con le scelte del governo Monti. E nel contempo immaginare un nuovo assetto o magari un nuovo soggetto politico nel quale Silvio Berlusconi manterrebbe il ruolo di padre nobile</strong> affiancato da un candidato per la premiership: potrebbe essere <strong>Luca di Montezemolo</strong>, che ha già una sua rete nel Paese, o una sorpresa come <strong>Guido Barilla</strong>. Insomma, visti i tempi, non un politico, non un banchiere o un uomo della finanza, ma un imprenditore prestato alla politica. Sarebbe un ritorno alle origini.</p>
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		<title>Vespa: Il paradosso della scossa elettorale. Resuscitare il bipolarismo</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Vespa</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Ghino di Tacco, bandito gentiluomo del XIII secolo, teneva il suo quartier generale nel Senese sulla rocca di Radicofani, dalla quale controllava il passaggio dei viaggiatori decidendo quali derubare. Essendo di origini nobili e di animo caritatevole, non depredava completamente le sue vittime, ma gli lasciava sempre qualcosa. Eugenio Scalfari paragonò a Ghino di Tacco Bettino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ghino di Tacco</strong>, bandito gentiluomo del XIII secolo, teneva il suo quartier generale nel Senese sulla rocca di Radicofani, dalla quale controllava il passaggio dei viaggiatori decidendo quali derubare. Essendo di origini nobili e di animo caritatevole, non depredava completamente le sue vittime, ma gli lasciava sempre qualcosa. <strong>Eugenio Scalfari</strong> paragonò a Ghino di Tacco <strong>Bettino Craxi </strong>per contestarne la rendita di posizione politica. Il Psi infatti, pur essendo assai meno forte della Dc e del Pci, ne condizionava le scelte alleandosi con la prima a Roma e con il secondo nelle giunte locali.<span id="more-4053"></span> Se le elezioni francesi hanno rafforzato <strong>Mario Monti</strong>, quelle italiane l’hanno indebolito perché<strong> è fortissima la tentazione di Silvio Berlusconi e Angelino Alfano di trasferire il Pdl sulla rocca di Radicofani e da lì condizionare il governo. </strong>Come Ghino di Tacco, Berlusconi e Alfano lasceranno a Monti il sufficiente per campare, cioè non gli faranno mancare la fiducia, ma cercheranno di ottenere il massimo utile su provvedimenti che riguardino il blocco di interessi del ceto moderato.</p>
<p>Al di là dello zoccolo duro che esiste proporzionalmente in ogni partito, la domanda che il Popolo della libertà si pone è infatti la seguente: <strong>perché i nostri elettori, che per tre quarti non amano il governo Monti, dovrebbero votare per noi che lo sosteniamo?</strong> Perché l’Italia non può andare in malora, è la risposta. Ma poiché c’è storicamente sempre una gran differenza tra l’Italia e gli italiani, molti tra questi ultimi rispondono al  centrodestra che intanto in malora ci vanno loro. Barcamenarsi tra doveri sociali e interessi individuali è sempre più difficile.</p>
<p>La caduta di Berlusconi è stata digerita peggio dalla base che dal vertice del Pdl e la sensazione che il governo Monti abbia un occhio di particolare riguardo per il centrosinistra fa il resto. Naturalmente sarebbe assurdo addebitare all’appoggio al governo la sconfitta elettorale del Pdl, dovuta in buona parte a un <strong>pessimo lavoro sul territorio e alla designazione di molti candidati sbagliati. </strong>Se oggi chiedete a un elettore o a un ex elettore del Pdl qual è la strategia del partito, egli non saprà rispondervi.</p>
<p>È scontato dunque che Berlusconi e Alfano dovranno muoversi su due piani. Il primo è dare un preciso obiettivo politico e una solida prospettiva elettorale al Pdl o al nuovo movimento che nascerà dalle sue ceneri. Il Pd non è uscito trionfante dalle elezioni: da Palermo a Genova vince solo con sindaci che si riferiscono ad <strong>Antonio Di Pietro</strong> e a <strong>Nichi Vendola</strong>. Il terzo polo è uscito ammaccatissimo dalle elezioni e di fatto non esiste più come tale. <strong>Pier Ferdinando Casini vede spegnersi l’illusione di una legge elettorale proporzionale che avrebbe consentito a lui di fare il Ghino di Tacco dopo le prossime elezioni politiche.</strong> L’alleanza di sinistra esce fortissima dalle elezioni per la capacità di <strong>Pier Luigi Bersani </strong>di appoggiare il governo alleandosi al tempo stesso con chi lo denigra ogni giorno. L’asse Bersani-Casini, se mai è esistito, è morto. Il bipolarismo, se mai fosse morto, è risuscitato. Ecco che Alfano comincia a essere per Casini un interlocutore molto interessante. Ma il Pdl non può arrivare morto alle elezioni. Perciò il secondo piano sul quale saranno costretti a muoversi i suoi dirigenti è far passare solo i provvedimenti in cui si riconoscano. Missione quasi impossibile, ma necessaria a sopravvivere.</p>
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		<title>Feltri: La Lega delude quando ruba, non quando governa</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:39:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Vittorio Feltri
Quello della Lega è stato un suicidio. Per un po’ la si può dare a bere a tutti, ma a lungo andare i pochi che continuano a berla poi la sputano in faccia a chi gliel’ha versata. Venticinque anni di prediche sotto il titolo «Roma ladrona», proclamazioni di indipendenza padana, secessioni annunciate, federalismo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vittorio Feltri</strong></p>
<p>Quello della Lega è stato <strong>un suicidio</strong>. Per un po’ la si può dare a bere a tutti, ma a lungo andare i pochi che continuano a berla poi la sputano in faccia a chi gliel’ha versata. Venticinque anni di prediche sotto il titolo «<em>Roma ladrona</em>», proclamazioni di indipendenza padana, secessioni annunciate, federalismo inconcludente: e alla fine non è successo nulla. Anzi, è successo qualcosa:<strong> in tre o quattro mosse i vertici delle camicie verdi sono riusciti a sputtanarsi.</strong><span id="more-4059"></span></p>
<p><strong>Umberto Bossi</strong>, fiaccato dalla malattia, ha perso la trebisonda e un patrimonio di voti accumulato con tanta fatica da lui stesso e dai militanti, sempre disposti a sacrificarsi per l’idea. Quale idea? Quella di un partito diverso dagli altri, formato da brava gente, onesta, laboriosa e desiderosa di difendere il campanile, l’orto, la piazza del paese, le tradizioni, i dialetti. I leghisti credevano in tutto ciò. Diciamo pure che hanno peccato di ingenuità. Sta di fatto che una mattina si sono accorti di essere stati presi per il naso: <strong>soldi riscossi dallo Stato</strong> (rimborsi elettorali di notevole entità) e <strong>investiti in Tanzania, Cipro e Norvegia</strong>, in lingotti d’oro e diamanti; il <strong>figlio del capo, Renzo</strong> detto «Trota», che faceva la bella vita col denaro del partito; <strong>case ristrutturate </strong>a spese ancora del partito.</p>
<p>Miserie umane? Meschinità? Sia quel che sia, la diversità del Carroccio si è rivelata una bufala. E la reazione degli elettori, dopo il disgusto, è stata una fuga precipitosa. <strong>Chi ama intensamente e viene tradito non prova soltanto dolore, anche rancore e rabbia. </strong>Cosicché le elezioni sono state una disfatta per il movimento nordista che sembrava destinato a crescere. Dal fallimento si è salvato eccezionalmente <strong>Flavio Tosi</strong>, riconfermato sindaco di Verona, al primo turno, con una percentuale di voti strabiliante: 57 per cento circa. Un fiore nel deserto. Miracolo? Nossignori. Quest’uomo è stato premiato dai cittadini perché è un <strong>egregio amministratore</strong>, pragmatico, moderato, riflessivo, sensibile ai problemi concreti della città; e perché non si è mai fatto incantare dai cerchi magici, dai quadrati diabolici e dalle amicizie interessate e insincere. Non ha partecipato alle spartizioni e ai banchetti, non si è piegato ai diktat che venivano dall’alto: ha agito di testa sua, pigliando le distanze dalle iniziative pericolose dei leghisti deviati, imborghesiti, sostanzialmente ladroni.</p>
<p>Non si dimentichi che alcuni mesi fa Tosi fu sul punto di essere cacciato dal partito perché aveva manifestato il proposito di presentarsi alle elezioni con una propria lista. Non fece una piega e tirò dritto, inflessibile, sicuro di sé, convinto della bontà della sua scelta. E ha avuto ragione. Adesso viene guardato con ammirazione dalla base veneta, che ha sempre rivendicato una propria specificità, e anche da quella nazionale. Automaticamente ha conquistato una posizione di preminenza che, con ogni probabilità, lo porterà a candidarsi quale <strong>segretario della Lega. </strong>In contrapposizione con <strong>Roberto Maroni</strong>? Non penso vi sia rivalità fra i due, ma che siano accomunati dal desiderio di fare risorgere il partito. Un’impresa difficile che richiede dedizione e generosità. A rovinarsi la reputazione ci si mette 10 minuti, mentre per ricostruirla ci vuole tempo. Tosi ha il volto pulito, non è un intrigante, non si dà arie, parla un linguaggio schietto. Se non sarà l’uomo della provvidenza, sarà almeno quello della decenza. Per ricominciare, basta.</p>
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		<title>Mulè: non è con gli slogan e il populismo che si può pensare di uscire dal tunnel</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:39:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio mulè</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>

		<category><![CDATA[elezioni]]></category>

		<category><![CDATA[Europa]]></category>

		<category><![CDATA[Giorgio Mulè]]></category>

		<category><![CDATA[panorama in edicola]]></category>

		<category><![CDATA[voto-di-protesta]]></category>

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		<description><![CDATA[E allora proviamo a guardarla da vicino la resa dei conti annunciata da un lato all’altro dell’Europa con le elezioni in Francia, Grecia e Italia, oltre al minitest in Germania. Eravamo stati facili profeti nel prevedere che il voto avrebbe certificato una sconfitta delle politiche rigoriste e germanocentriche impersonate da Angela Merkel e sostenute (salvo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E allora proviamo a guardarla da vicino la resa dei conti annunciata da un lato all’altro dell’Europa con le <strong>elezioni in Francia, Grecia e Italia, </strong>oltre al minitest in <strong>Germania</strong>. Eravamo stati facili profeti nel prevedere che il voto avrebbe certificato una sconfitta delle politiche rigoriste e germanocentriche impersonate da <strong>Angela Merkel</strong> e sostenute (salvo tardivo ravvedimento) dall’utile contabile francese <strong>Nicolas Sarkozy</strong>. L’idea di un’Europa che non sa guardare al futuro ma è prigioniera del presente, che controlla ossessivamente i bilanci ma non sa vedere la strada della crescita, è stata bocciata senza tema di smentita. Con diverse sfumature non secondarie.<span id="more-4039"></span></p>
<p>C’è stata innanzitutto l’affermazione del <strong>voto populista e di protesta</strong>, perfino qualunquista. È stato il voto che ha premiato oltre ogni aspettativa le formazioni filonaziste o filocomuniste in Grecia, quelle del Fronte nazionale di <strong>Marine Le Pen</strong> in Francia e del Movimento 5 stelle di<strong> Beppe Grillo</strong> in Italia. I sondaggi che hanno preceduto le elezioni, in Grecia e in Italia, hanno ancora una volta sottovalutato il gradimento dei movimenti «non allineati» rispetto all’offerta politica tradizionale. Non è la prima volta che accade ed è la dimostrazione che molti elettori, anche quelli legati ai vecchi partiti, hanno probabilmente deciso all’ultimo momento di voltare le spalle e rendere esplicito il dissenso in un modo che non contemplasse smentita: la scelta del candidato (in Grecia come in Italia) non è quindi caduta su partiti prossimi o contigui a quello di riferimento ma su quelli più lontani. Su quelli estremi, appunto. E proprio l’avere scelto sulla scheda un simbolo che rappresentava quanto di più improbabile ci fosse in termini di vissuto politico è servito a fare arrivare, forte e chiaro, un messaggio che più o meno suona così: <strong>mi sento tradito, non mi riconosco in questa politica e, con la scelta elettorale, mi colloco da oggi ai margini affinché sia ancora più esplicita la mia protesta.</strong></p>
<p>Questo primo dato, psicologico ancor prima che razionale, ha avuto come effetto la caduta verticale del Pdl e il ridimensionamento del Pd (già mortificato dalle primarie). Non solo. Ha ucciso in culla i sogni di gloria del Terzo polo e dell’Unione di centro, di<strong> Gianfranco Fini</strong> e <strong>Pier Ferdinando Casini</strong>. Di quelle formazioni «confinanti» con quelle tradizionali, per capirci. No, non potevano essere loro a raccogliere il voto di protesta. Il rischio era che non apparisse affatto di protesta, ma solo di riposizionamento. Spazio a Grillo, quindi, così come ai nostalgici del Reich in Grecia. Per andare dove? Per avere speranza di governare? No, perché il paradosso è che la resa dei conti è quasi sempre distruttiva e non contiene in sé alcuna prospettiva in termini di governabilità: non porta cioè da nessuna parte, non potrà mai essere forza di governo nazionale perché rifiuta lo stesso concetto di democrazia. Non può allearsi con alcuno, rifiuta sdegnosamente qualsiasi concetto di coalizione perché i «puri» sono, per definizione, obbligati a essere élite insindacata (fino a quando, come sappiamo, non arriva sulla ribalta qualcuno più puro che li epura). È <strong>il bluff della cosiddetta democrazia partecipata</strong>, del partito che vive sul web e discute. È la moderna evoluzione (o involuzione, come preferite) dell’onanismo autarchico che tanti danni ha prodotto nel secolo scorso e che non può avere quindi alcuna cittadinanza nelle società evolute e mature in cui viviamo. Riconosciamo allora il fatto che avere imboccato la scorciatoia del No è stato semplicemente il modo più immediato per fare arrivare la scossa alla politica attraverso il voto delle amministrative: non avete saputo rinnovarvi e questa è la punizione.</p>
<p>Nelle città più rappresentative (Genova e Palermo) si sono imposti – e non a caso – i candidati in aperto contrasto con la linea espressa da Pd, Pdl e Udc. È secondario che si tratti degli stessi soggetti politici che tengono in piedi il governo Monti? Niente affatto. Il paradosso politico di questa consultazione è che sul Professore non v’è alcuna ricaduta, non c’è alcuna conseguenza, essendo l’esecutivo per sua natura tecnocratico e quindi alto, diverso e avulso dalla paccottiglia politica. Se poi il tecnico si dà una spruzzatina di qualunquismo, il capolavoro è completato in quanto il tecnico potrà dirsi «irresponsabile» politicamente ma sagace interprete delle posizioni del cittadino. Come spiegare altrimenti il fatto che il governo abbia rivendicato con orgoglio il merito di<strong> avere chiesto al popolo indicazioni via web sulle spese superflue da tagliare</strong>? Ancora martedì 8 maggio, Palazzo Chigi presentava i risultati a una settimana dal lancio dell’iniziativa con malcelata soddisfazione facendo presente che sono state quasi 100 mila le segnalazioni, con una media di un messaggio ogni 2 secondi, e che nel fine settimana tra il 5 e il 6 maggio il «flusso» è stato «costante e consistente anche durante le ore notturne». In breve gli italiani non ci hanno dormito la notte. C’è da dire che, forte di questo fondamentale contributo, i tecnici al governo possono sostenere senza tema di smentita di avere scoperto l’acqua calda. E che, di conseguenza, così come emerso dalle 100 mila segnalazioni, bisogna intervenire con convinzione e durezza su auto blu, costi della politica, pensioni d’oro, stipendi dei dirigenti pubblici, consulenze. Con tutto il rispetto: piuttosto che togliere il sonno agli italiani, sarebbe stato sufficiente dare una lettura (anche solo superficiale) ai libri di Mario Giordano o della pluridecorata ditta Rizzo &amp; Stella.</p>
<p>In materia di tagli e sacrifici ne abbiamo sentite di tutti i colori. <strong>Il cambio di rotta sarebbe stato quello di chiedere agli italiani suggerimenti per la crescita, impegnare e coinvolgere tutti su un tema nel quale possiamo e dobbiamo ritrovarci per costruire qualcosa dopo le macerie lasciate dagli ultimi anni di crisi e ristrettezze. </strong>È un terreno sul quale chiunque deve misurarsi e orientarsi con un approccio costruttivo e positivo. A cominciare dal coraggio di dare una spiegazione al perché molti preferiscono non lavorare piuttosto che svolgere occupazioni considerate non all’altezza del proprio status. O di riflettere una volta per tutte sul valore legale del titolo di studio e capire perché un ingegnere indiano accetti di farsi pagare una prestazione 1.000 euro mentre un nostro ingegnere ne chiede il doppio. La crescita – e il conseguente contrasto al nichilismo del No – passa innanzitutto da queste risposte.</p>
<p>P.S. Scusate, ma non resisto. A proposito di risparmi e follie burocratiche, avrei un suggerimento: nel Paese governato dai commissari straordinari della politica che per tagliare le spese nominano un commissario straordinario, non si potrebbe dare una tagliatina all’esercito di commissari straordinari?</p>
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		<title>Vespa: La grande sfida di Alfano è quella di ricostituire il fronte dei moderati</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 09:32:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Vespa</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Da quando Angelino Alfano è diventato segretario politico del Popolo della libertà, il 1° luglio 2011, è passato un secolo. Il suo mentore Silvio Berlusconi stava apparentemente saldo a Palazzo Chigi, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti sosteneva che i conti dello Stato erano sotto controllo, lo spread fra bund tedeschi e buoni del Tesoro italiani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da quando Angelino Alfano è diventato segretario politico del Popolo della libertà, il 1° luglio 2011, è passato un secolo. Il suo mentore Silvio Berlusconi stava apparentemente saldo a Palazzo Chigi, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti sosteneva che i conti dello Stato erano sotto controllo, lo spread fra bund tedeschi e buoni del Tesoro italiani a 10 anni era salito a 214 punti base, limite allarmante e perciò considerato quasi invalicabile, nella Lega nord, inquieta e un po’ arrogante per carattere, il ministro dell’Interno Roberto Maroni guardava con simpatia e interesse al nuovo segretario del partito alleato, immaginando di poter costituire con lui una coppia di comando se e quando Berlusconi fosse stato costretto a passare la mano.<span id="more-4021"></span></p>
<p>Nel giro di un mese cambiò tutto e dai mercati partì la valanga che in novembre avrebbe travolto il governo consentendo a Giorgio Napolitano di attuare il piano di emergenza che stava progettando da tempo: un gabinetto di tecnici presieduto da Mario Monti e sostenuto da Pdl, Pd e Udc. Lo stesso Monti, d’altra parte, intervenendo a uno speciale di <em>Porta a porta </em>per il decimo anniversario dell’11 settembre, aveva sostenuto che solo un governo del genere (pur senza allusioni personali) avrebbe potuto salvare l’Italia.</p>
<p>Alfano e il suo partito affrontano dunque le elezioni amministrative del 6 maggio (9 milioni di elettori in un migliaio di comuni di cui 26 capoluoghi di provincia) nelle peggiori condizioni possibili. Nel Nord la separazione dalla Lega rende di fatto non realistica quasi dovunque un’affermazione, <strong>in tutta Italia il Pdl paga la caduta di sindaci importanti (da Parma a Palermo, dove non si esclude un ballottaggio di sola sinistra) e soprattutto le dimissioni del governo Berlusconi insieme con il sostegno, indispensabile, ma amarissimo, a un gabinetto</strong> che solo l’ultimo giorno di aprile si è risolto a tagliare finalmente la spesa lasciando al tempo stesso filtrare un percorso comune con la Germania verso ipotesi ancora indefinite di crescita. Nella prospettiva di un’Europa in cui alla malattia di Grecia e Spagna e alla lentissima convalescenza dell’Italia stanno affiancandosi la sorprendente e infausta diagnosi olandese, politica se non finanziaria, e la rivelazione che gli esami clinici della Francia, tenuti nascosti finora dalla supponenza maramaldesca di Nicolas Sarkozy, sono in alcuni casi peggiori di quelli italiani (pareggio di bilancio in ritardo, disavanzo primario, rapporto deficit/pil migliore del nostro ma galoppante in salita).</p>
<p>Alfano ha dunque davanti a sé un compito proibitivo, ma anche l’eccezionale occasione proposta da ogni crisi: ripartire e ricostruire. Dinanzi alla pioggia di tasse che ha stordito gli italiani, Alfano ha ottenuto la  rateizzazione dell’Imu e dovrebbe chiedere che venga anticipata la conoscenza dei saldi di fine anno, perché non è possibile che gli italiani sappiano solo a metà dicembre quanto dovranno pagare l’indomani e perché l’incertezza paralizza consumi già ridotti all’indispensabile. Difficilmente otterrà quel che il buonsenso vorrebbe: rivalersi sulle imposte dei crediti avanzati dall’amministrazione pubblica, ma la proposta serve a rimettere in sintonia la faccia pulita del segretario quarantenne con un elettorato che in larga parte si sente ancora orfano di Berlusconi.</p>
<p>Alfano – qui con l’aiuto decisivo del Cavaliere – deve tenere insieme il suo partito dopo le inevitabili turbolenze elettorali e condurlo alle elezioni dell’anno prossimo riannodando per quanto possibile i rapporti con la Lega e soprattutto giocando la partita decisiva con l’Udc. <strong>La bozza di legge elettorale concordata dai partiti maggiori è figlia della paura: dopo la doppia esperienza di Romano Prodi e quella dell’ultimo Berlusconi, nessuno si sente così forte da vincere nel braccio di ferro del bipolarismo secco</strong>. In prospettiva il partito di Pier Ferdinando Casini tenderà a unirsi col fronte moderato, ma è possibile che i risultati del 2013 (se ha senso oggi proiettarsi fino ad allora, e non ne ha) costringano «Abc» a un nuovo governo di unità nazionale.</p>
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		<title>Feltri: Capisco l’allenatore del Barcellona e il suo bisogno di spegnere il cellulare</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 09:31:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Vittorio Feltri
Tutti sanno chi sia Josep Guardiola, un grande tecnico spagnolo che ha allenato e portato al trionfo il Barcellona per ben quattro anni consecutivi. Pochi giorni fa, forse perché deluso dalla eliminazione della sua squadra dalla Champions, ha deciso di lasciare la panchina che lo aveva reso famoso. Basta. Ha detto di essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vittorio Feltri</strong></p>
<p>Tutti sanno chi sia <strong>Josep Guardiola</strong>, un grande tecnico spagnolo che ha allenato e portato al trionfo il Barcellona per ben quattro anni consecutivi. Pochi giorni fa, forse perché deluso dalla eliminazione della sua squadra dalla Champions, ha deciso di lasciare la panchina che lo aveva reso famoso. Basta. Ha detto di essere stanco, stressato. E aggiunto una frase che ci ha colpiti: «Non ce la faccio più a vivere con gli occhi puntati sul display del mio Blackberry, sento il bisogno di guardare oltre».<span id="more-4029"></span></p>
<p>Non possiamo dargli torto. Anzi, comprendiamo il senso profondo delle sue parole e lo condividiamo. Intendiamoci, <strong>non abbiamo nulla contro la tecnologia che, per molti versi, ci ha semplificato l’esistenza. Ma è altrettanto vero che abusare degli strumenti raffinati che la modernità ci ha messo a disposizione comporta un supplemento di fatica.</strong> In pratica, siamo drogati d’informazione. Ne abbiamo troppa e ne consumiamo ogni giorno in misura crescente.</p>
<p>La corrispondenza elettronica è diventata un’ossessione. Ti arrivano sul computer, e ora anche sul cellulare, decine di email e siamo ansiosi non soltanto di leggerle, ma anche di rispondere a ciascuna di esse. Un uomo che abbia un ruolo pubblico, come un tecnico del calcio, avverte l’obbligo di essere aggiornato. Oltre alle email, ci sono i notiziari che pure giungono sul Blackberry: decine e decine di dispacci ogni dì. E senza contare<br />
gli sms, le fotografie, i video. Una massa di roba per seguire la quale con puntualità si rischia di perdere la testa. A dire il vero, stiamo diventando tutti schiavi di questi oggetti piccoli e micidiali che ci portiamo in tasca.</p>
<p>I vantaggi che ci offrono sono numerosi e non possiamo non apprezzarli. Ma il troppo stroppia. E ci distrugge il sistema nervoso. Molti non spengono mai il cellulare, nemmeno in bagno, nemmeno al cinema, nemmeno la   notte. E dopo qualche tempo denunciano gli stessi sintomi dei tossicodipendenti. Non ce la fanno a separarsi dalla «magica scatoletta» e alla fine della giornata sono sfiniti eppure non sazi di informazioni.</p>
<p>Parlo anche per esperienza personale. Per anni e anni avevo rifiutato i prodigi della tecnologia avanzata, ma a un certo punto ho ceduto e adesso ho addirittura due apparecchietti che, quando non squillano, vibrano e mi sollecitano a compulsarli. Sono vittima di una sorta di mania dalla quale non sono ancora in grado di liberarmi. <strong>Ecco perché ho «bevuto» la lezione di Guardiola: è giunto il momento di fermarsi a riflettere e possibilmente di cambiare abitudini.</strong></p>
<p>Certo, per l’ex allenatore del Barcellona non è difficile prendersi una pausa, uscire per un periodo dal manicomio in cui tutti ci siamo rinchiusi volontariamente, per rifiatare e disintossicarsi. Lui si è affrancato dal bisogno grazie a una attività che gli ha garantito successo (meritato) e denaro, e ciò gli consente di affrontare un lungo riposo senza rischiare di essere del tutto tagliato fuori dal lavoro. Per noi comuni mortali la faccenda è più complicata. Ma provare a ridurre la dipendenza dai computer (portatili e no) credo valga la pena. Migliorerebbe la qualità della vita e anche la salute. Non significa ritirarsi in campagna o in una caverna. Per carità: cadremmo da un disastro all’altro. Ma ridurre la massa di notizie che quotidianamente c’imbottiscono la testa ci eviterebbe almeno l’emicrania. Tra alcuni mesi vedremo come starà Guardiola. Se ripudiando il Blackberry avrà avuto dei benefici, giuro che seguirò il suo esempio. Altrimenti mi rassegnerò a tenere due cellulari.</p>
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		<title>Ferrara: L’ambigua posizione del «Corriere» sul governo Monti</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 09:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano Ferrara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Grillo è stato chiaro: peggio Mario Monti della mafia. Massimo D’Alema dice che «stanno lì un poco», poi tocca a lui e a qualche tecnico di area pd, gente di tutt’altra pasta. La Repubblica lascia che Eugenio Scalfari pontifichi «en economiste», ma non tralascia occasione di scavare sotto i piedi dell’esecutivo a colpi di scandali, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Grillo </strong>è stato chiaro: <strong>peggio Mario Monti della mafia</strong>. <strong>Massimo D’Alema</strong> dice che «stanno lì un poco», poi tocca a lui e a qualche tecnico di area pd, gente di tutt’altra pasta. <em>La Repubblica</em> lascia che <strong>Eugenio Scalfari </strong>pontifichi «en economiste», ma non tralascia occasione di scavare sotto i piedi dell’esecutivo a colpi di scandali, zizzanie e campagne guardonistiche varie. Ma come l’ha presa, la cosiddetta borghesia italiana, l’avventura tecnocratica? Che pensano di Monti e del suo governo i corrieristi, i famosi terzisti? Lavorano per il successo dell’impresa o hanno altri progetti?<span id="more-4004"></span></p>
<p>Chi incarna per scelta autoreferenziale posizioni arbitrali in genere si espone poco. Si proietta obliquamente sulla scena. Dissimula. Tanto più in quanto la politica attraversa i poteri accademici, economici e finanziari, i poteri che si vogliono neutri, e li attraversa con accanimenti e dispregi e inimicizie che sono diversi dalle lotte dei partiti, ma altrettanto robusti. Se non, in certi casi, più robusti ancora e molto meno mediabili. <strong>La Confindustria evanescente della portavoce Emma Marcegaglia, per esempio, ci mette un secondo o una frazione di secondo a liquidare la riforma del mercato del lavoro e lo fa in conto di interessi molto particolari.</strong> Uno dice: gli andava bene la linea Sacconi, Maroni, Biagi. Ma all’epoca non ce ne eravamo accorti, ci era parso che sulla linea di riforma dell’articolo 18, di fronte all’offensiva classista di Sergio Cofferati e poi alla risposta strategica di Sergio Marchionne, gli industriali si fossero aspramente divisi, come d’altra parte nella recente campagna per la presidenza della loro associazione. Monti ed Elsa Fornero no, Silvio Berlusconi e Maurizio Sacconi no: ma che cosa vogliono davvero?</p>
<p>Il <em>Corriere </em>dovrebbe essere montiano per statuto. Non solo perché il rettore della Bocconi e commissario europeo era uno dei loro, è uno dei loro. Non solo perché le cose che fa erano annunciate come bisogno del Paese sulle colonne di quel giornale in editoriali programmatici chiari, che sono stati alla base della scelta finale di Angela Merkel e Giorgio Napolitano. Non solo perché il modello possibile per la classe industriale e finanziaria è quello di arginamento del debito pubblico e insieme di crescita garantita e promossa in un contesto europeo in cui Berlino è cruciale. Dovrebbe contare anche la politica. Il fatto che oltre Monti adesso non c’è altro che il riprendere a darsele come prima, per ora con le stesse leggi elettorali e istituzioni che hanno portato il vecchio bipolarismo al collasso, e gli stessi partiti. Non parlo di Piero Ostellino, la cui obiezione di principio è rispettabile, si radica in una cultura liberale che non coincide con l’economia sociale di mercato interpretata da Monti come sappiamo, con una disinvolta azione fiscale di espansione dello stato nell’economia e di invasione del campo dell’individualità economica. <strong>Ma quel che conta alla fine è la somma delle digressioni ostili, la poca voglia di spendere, di scommettere, di impegnarsi persino nella difesa di un governo tecnocratico alla lettera espressione del rancore e della critica corrierista verso caste e cordate </strong>della politica professionale.</p>
<p>Nessuno racconta veramente la politica come conflitto dentro le classi che oggi dovrebbero essere di sostegno all’impresa ministeriale italiana ed europea di Monti. Eppure la politica sopravvive, lievita, si fa largo anche nella dimensione della tecnica, quando la tecnica coinvolge interessi e visioni. Ma ha un modo soft, subliminale, di esprimersi. E consente ai poteri che una volta si chiamavano forti di esserci e non esserci con un tasso evidente di ambiguità.</p>
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		<title>Minzolini: Il centrodestra vuole sopravvivere? Allora deve alzare i toni</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 09:29:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Augusto Minzolini
C’è una contraddizione latente nell’attuale fase politica. Da una parte gli argomenti principali del momento (questione fiscale, tagli della spesa pubblica, confronto-scontro con la Germania su rigore e crescita) corrispondono da sempre agli elementi caratterizzanti della politica del centrodestra, ne rappresentano l’humus politico-programmatico più favorevole, per cui questo dovrebbe essere il momento dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Augusto Minzolini</strong></p>
<p>C’è una contraddizione latente nell’attuale fase politica. Da una parte gli argomenti principali del momento (questione fiscale, tagli della spesa pubblica, confronto-scontro con la Germania su rigore e crescita) corrispondono da sempre agli elementi caratterizzanti della politica del centrodestra, ne rappresentano l’humus politico-programmatico più favorevole, per cui questo dovrebbe essere il momento dei partiti della vecchia coalizione di governo. E, invece, proprio in questa fase propizia in cui emergono i limiti delle tecnocrazie la sinistra appare vecchia e inadeguata, il Pdl stenta a imporsi sul piano politico e, probabilmente, elettorale.<span id="more-4014"></span></p>
<p>Il motivo è tutto racchiuso in una parola: paura. Il centrodestra ha difficoltà a imporre il suo gioco, è ancora sotto shock per la fine del governo Berlusconi, non crede in se stesso o ci crede poco. Eppure, lo stesso Pier Luigi Bersani, a sentire le cronache politiche, è rimasto impressionato da un dato che emerge dai sondaggi: l’elettorato potenziale del centrodestra, il suo blocco di riferimento, è rimasto pressoché intatto, segno che non trova per ora un’ipotesi politica alternativa e si rifugia nel non voto o nell’antipolitica più per protesta che per convinzione. <strong>Appunto, il popolo del 730 si sente orfano, non ha rappresentanza. Dubita o è deluso dai vecchi referenti politici, </strong>ma non ne individua altri. Una condizione che da una parte dovrebbe confortare Angelino Alfano e i suoi, ma dall’altra deve suonare come un campanello di allarme. I suicidi degli imprenditori, la rivolta fiscale sono segni evidenti di una profonda frustrazione.</p>
<p>Ecco perché per sopravvivere il centrodestra deve osare. Non può immaginare di gestire il declino accontentandosi del palliativo di una nuova legge elettorale che, secondo i calcoli (ma certi calcoli sono sempre rischiosi, in politica), dovrebbe assicurargli un ruolo futuro in un sistema non più bipolare. Nei momenti di crisi e di scontento può nascere in poco tempo un nuovo soggetto politico e un partito può sparire da un momento all’altro perdendo il suo elettorato di riferimento: come nel 1994 Silvio Berlusconi riuscì a conquistare i voti della Dc, oggi può succedere il contrario.</p>
<p>Quindi nessuno è beneficiario di una rendita e per sopravvivere il centrodestra deve ripristinare il rapporto di  fiducia con gli elettori. Se la Lega capeggia la rivolta dei sindaci contro l’Imu, il Pdl deve aumentare il dinamismo nei confronti del governo. Stimo non poco Giuliano Ferrara, ma il fatto che <strong>Carlo De Benedetti e il suo apparato mediatico sia insofferente verso Mario Monti non è ragione sufficiente per appoggiare il Professore</strong>. Semmai il governo deve essere capace di tagliare la spesa, di ridurre la pressione fiscale, di   imporre alle banche un allentamento dei cordoni del credito e ad Angela Merkel gli eurobond.</p>
<p>In sintesi: l’appoggio al governo non è scontato, ma ha senso solo a determinate condizioni. Del resto la maggioranza Abc avrebbe perso la B di Bersani se Monti ed Elsa Fornero non avessero fatto marcia indietro sull’articolo 18. Come c’è bisogno di un maggior dinamismo anche nei confronti dei potenziali alleati: Pier  Ferdinando Casini continua a essere ossessionato dal «fattore Antigua», cioè che Berlusconi lasci completamente la politica; di fronte a questa condizione ingenerosa e inaccettabile, il Pdl abbia il coraggio di guardare altrove, magari a Luca di Montezemolo e non solo, lasciando al leader centrista la scelta se allearsi con l’accoppiata Bersani-Vendola o di correre da solo. In politica per sopravvivere bisogna osare. Chi si accontenta di gestire un declino, inconsapevolmente è già finito.</p>
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		<title>Giannino: La spesa pubblica è al 60 per cento del pil. C’è spazio per tagliare</title>
		<link>http://blog.panorama.it/opinioni/2012/05/02/giannino-la-spesa-pubblica-e-al-60-per-cento-del-pil-ce-spazio-per-tagliare/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 08:47:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Oscar Giannino
Che cosa non funziona nella linea del governo Monti sulla spesa pubblica? Semplificando, tre cose. Un equivoco sull’obiettivo. Non puntare su una discontinuità profonda. Una grave sottovalutazione delle conseguenze fiscali. Nonostante le rassicurazioni del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, indispettito dagli attacchi che iniziava a ricevere per il ritardo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Oscar Giannino</strong></p>
<p>Che cosa non funziona nella linea del governo Monti sulla spesa pubblica? Semplificando, tre cose. Un <strong>equivoco sull’obiettivo.</strong> <strong>Non puntare su una discontinuità profonda</strong>. <strong>Una grave sottovalutazione delle conseguenze fiscali</strong>. <span id="more-3974"></span>Nonostante le rassicurazioni del ministro per i Rapporti con il Parlamento, <strong>Piero Giarda</strong>, indispettito dagli attacchi che iniziava a ricevere per il ritardo di una «spending review» affidatagli in splendida solitudine, il governo di emergenza sembrava credere che il problema della spesa pubblica si identificasse in una sua manutenzione. Cioè nel confermare con nuovi provvedimenti la sua stabilizzazione sul pil, all’attuale quota ben superiore al 50 per cento. La stabilizzazione, di fatto, non è conseguita. È solo grazie alle reiterate manovre di <strong>Giulio Tremonti</strong> che la spesa pubblica nel 2010 e 2011 ha cessato di crescere, come in tutto il dopoguerra (unica altra eccezione, un anno sotto <strong>Carlo Azeglio Ciampi</strong>). Ma il più dei tagli 2011-14 non è ancora conseguito, occorre presidiare affinché avvengano sul serio, e in loro assenza la spesa è inerzialmente ancora in crescita.</p>
<p>Il secondo errore è che <strong>una spesa superiore al 50 per cento del pil ufficiale è</strong>, in realtà, <strong>una spesa pubblica ben superiore al 60 per cento del pil «legale»</strong>, depurandone il dato in nero che l’Istat vi ingloba. Una spesa da record negativo tra i paesi avanzati non va stabilizzata, ne va invertito il segno, assicurandone un’energica discesa, di 5 o 6 punti di pil in 3 o al più 4 anni. Come hanno fatto Germania e Svezia, resesi conto che una spesa pubblica tanto ingente uccideva l’economia. È tanto più vero per l’Italia, con un debito pubblico che dal 120 risale verso il 123 per cento a causa della recessione in corso. Infine, dover provare ad azzerare il deficit pubblico a breve senza incidere in profondità la spesa pubblica significa non solo alzare un prelievo fiscale, a sua volta da record, il 54 per cento sull’Italia «legale», ma un doppio errore, se inoltre l’obiettivo è di raggiungere avanzi primari stabili nell’ordine di 5-6 punti di pil l’anno, ottenuti per quattro quinti solo con maggiori imposte. Di qui gli 87 miliardi di più tasse in 3 anni calcolate dalla Cgia di Mestre.</p>
<p>Gli errori vengono però al pettine, in un’Europa in cui la Francia di <strong>François Hollande</strong> rilancerebbe gli spread, mentre i sin qui eurovirtuosi Paesi Bassi mollano la Germania entrando in crisi di governo proprio sui tagli al deficit, e quando gli Usa al G20 hanno negato un solo dollaro in più a un’Europa indifferente al sospingere così Spagna e Italia verso esiti greci. Giarda che chiede una task force a Mario Monti per la spending review è una prima, parziale, ammissione di consapevolezza. Così proseguendo si arriva a rivolte fiscali e al deprezzamento degli immobili che sin qui avevano retto il portafoglio patrimoniale delle famiglie. Il sottosegretario all’Economia <strong>Vieri Ceriani </strong>che s’intesta nella delega fiscale l’aumento dell’iva previsto a ottobre, e aggiunge che non ci sarà un solo euro di tasse in meno, mostra invece che la consapevolezza ancora manca.</p>
<p>Monti non è solo, nel non voler tagliare spesa pubblica per meno imposte. Nessun partito, a sinistra a destra e al centro, al di là di chiacchiere, ha il fegato di chiedere tagli di spesa per 5 o 6 punti di pil. Si ripete che tagli alla spesa sono tagli ai servizi ai cittadini: <strong>penosa menzogna, visto che la spesa per welfare è meno della metà degli oltre 50 punti di pil, </strong>e le sole forniture sanitarie costano 5 punti di pil cioè il doppio di 7 anni fa, perché ogni ospedale e asl ne rifiuta la centralizzazione. Altro che chiedersi alla Kennedy che cosa possiamo fare per lo Stato. Qui bisogna chiedersi solo che cosa lo Stato stia facendo a noi. Si comporta come un bandito. E in più ha la pretesa che i ladri non hanno, cioè quella di dirci che gli immorali siamo noi.</p>
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		<title>Ricolfi: Tasse e capitale umano insufficiente zavorrano l’Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 08:47:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Luca Ricolfi
Che i paesi poveri, arretrati, o «in via di sviluppo» come da tempo vengono chiamati, possano crescere a tassi molto elevati è cosa nota, e di cui esistono diverse spiegazioni. Una spiegazione è puramente fisico-contabile:
i tassi di crescita sono alti semplicemente perché il denominatore, ossia il pil da cui si parte, è basso. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Ricolfi</strong></p>
<p>Che i paesi poveri, arretrati, o «in via di sviluppo» come da tempo vengono chiamati, possano crescere a tassi molto elevati è cosa nota, e di cui esistono diverse spiegazioni. Una spiegazione è puramente fisico-contabile:<br />
i tassi di crescita sono alti semplicemente perché il denominatore, ossia il pil da cui si parte, è basso. Un’altra spiegazione è che, grazie alla globalizzazione e all’apertura dei mercati, <strong>i paesi «arretrati» possono copiare, imitare o importare i processi produttivi dei paesi «avanzati», percorrendo in pochi anni una strada che alle economie mature è costata decenni se non secoli.</strong><span id="more-3980"></span></p>
<p>Un’altra spiegazione ancora è che in realtà quel che cresce vertiginosamente, a tassi anche superiori al 10 per cento, non è il prodotto fisico totale ma solo il<strong> prodotto monetario,</strong> il famigerato pil: in paesi come la Cina o l’India il mero fatto che immense popolazioni si spostino dall’agricoltura (ancora basata sull’autoconsumo) all’industria fa sì che il mercato, e quindi il prodotto interno lordo che lo riflette, crescano a un ritmo superiore a quello dell’output totale, che è fatto sia di beni scambiati sul mercato sia di beni e servizi che dal mercato non transitano. Sta di fatto che mentre le economie dei paesi Ocse (l’organizzazione che riunisce i paesi sviluppati) arrancano, da almeno un ventennio le economie di molti paesi non Ocse viaggiano a ritmi sostenutissimi, anche in periodi di crisi come quello attuale.</p>
<p>Forse meno nota è un’altra circostanza: la regola secondo cui, tendenzialmente, le economie dei paesi meno ricchi crescono più velocemente di quelle dei paesi più ricchi vale anche all’interno dei paesi Ocse. La velocità di alcuni paesi e la lentezza di altri vengono spesso attribuite al fatto di avere o non avere i «fondamentali della crescita» a posto: elevata qualità del capitale umano, mercati aperti e ben funzionanti, pressione fiscale<br />
ragionevole. Meno attenzione viene dedicata al fatto che, a parità di altre condizioni, <strong>il mero fatto di avere un reddito pro capite elevato è un freno allo sviluppo.</strong> Se per esempio consideriamo l’ultimo periodo di crescita (1995-2007), e analizziamo il comportamento dei paesi con fondamentali accettabili (né disastrosi come quelli dell’Italia né eccellenti come quelli della Norvegia), il quadro è questo: i paesi meno ricchi (Grecia, Portogallo, paesi dell’Est europeo) sono cresciuti a un ritmo medio vicino al 4 per cento, i paesi più ricchi a un ritmo del 2, quelli di ricchezza intermedia a un ritmo a sua volta intermedio, prossimo al 3 per cento.</p>
<p>Vista da questa angolatura la situazione dell’Italia è veramente drammatica: non solo i nostri fondamentali non sono a posto, ma non abbiamo neanche la spinta a migliorarci che deriva da un reddito pro capite basso e che fu la vera chiave del miracolo italiano degli anni Cinquanta e Sessanta.</p>
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		<title>Vespa: Le «straordinarie novità» di Alfano dovranno essere davvero grosse per spiazzare l’«usato sicuro» di Bersani</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 08:46:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruno Vespa</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il popolo frigge, i politici annaspano, nulla sarà come prima. Ma come sarà? Vediamo curiose analogie con la Prima repubblica. Le inchieste per corruzione di politici si moltiplicano, anche se non siamo probabilmente a Tangentopoli, almeno nella misura che mi spiegò nel 1993 Giuliano Amato: opere pubbliche fatte per lo scopo prevalente di procurare finanziamenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il popolo frigge, i politici annaspano, nulla sarà come prima. Ma come sarà? Vediamo <strong>curiose analogie con la Prima repubblica.</strong> Le<strong> inchieste per corruzione </strong>di politici si moltiplicano, anche se non siamo probabilmente a Tangentopoli, almeno nella misura che mi spiegò nel 1993 <strong>Giuliano Amato</strong>: opere pubbliche fatte per lo scopo prevalente di procurare finanziamenti illeciti. Ma gli scandali firmati da <strong>Luigi Lusi </strong>per la Margherita e da<strong> Francesco Belsito </strong>per la Lega nord vanno, nell’immaginario collettivo, e purtroppo anche nella realtà, oltre la classica tangente. Dilagano nell’improntitudine più clamorosa e indifendibile, fornendo l’immagine, pure largamente inesatta, di una classe politica interamente ladra e arrogante. Come rimediare?<span id="more-3985"></span></p>
<p>La Margherita è un partito ormai virtuale e la resa dei conti finali riguarderà una piccola porzione di moderati (ex democristiani e non) all’interno del Partito democratico. La Lega nord si lecca ferite ancora sanguinanti e spera nel commissario <strong>Bobo Maroni</strong>, al quale un <strong>Umberto Bossi</strong>molto malconcio ha dovuto firmare quasi una delega in bianco che ha prodotto la resa del competitore di sempre <strong>Roberto Calderoli</strong>. È presto per valutare forza e strategie di quel che resterà dopo le amministrative del partito del Nord e le sue future alleanze.</p>
<p>Le analogie (pur pallide e improprie quanto volete) con il 1994 riguardano il fronte moderato e il centrosinistra. Cominciamo da quest’ultimo. <strong>Pier Luigi Bersani tiene la barra dritta e nella cabina del ponte di comando c’è bene incorniciata ancora la foto di Vasto con Antonio Di Pietro e Nichi Vendola senza un solo graffio.</strong>È questo l’«usato sicuro» vantato dal segretario del Pd. Per carattere e per prudenza, Bersani non userebbe mai una definizione come quella che ancora insegue <strong>Achille Occhetto</strong>, la «gioiosa macchina da guerra» che nel 1994 andò a schiantarsi contro il muro invisibile di <strong>Silvio Berlusconi</strong>. Ma a ben vedere non sono abissali le differenze tra la foto di Vasto e quella che vide insieme 18 anni fa, accanto a Occhetto,<strong> Fausto Bertinotti</strong> (di cui Vendola è il figlio politico), <strong>Leoluca Orlando</strong> (Rete), <strong>Carlo Ripa di Meana </strong>(Verdi), <strong>Ottaviano Del Turco</strong> (Psi), <strong>Ferdinando Adornato </strong>e <strong>Willer Bordon </strong>(Alleanza democratica).</p>
<p>Bersani ha incamerato larga parte di quel Partito popolare che nel ’94 corse da solo immaginando di fare da ago della bilancia, ma se il Pd è un partito di centrosinistra, la coalizione di Vasto è di sinistra. Che cosa le opporrà il fronte moderato? Tutto dipenderà dalla «straordinaria novità» annunciata da <strong>Angelino Alfano</strong> anche a nome di Silvio Berlusconi e che sarà comunicata dopo i ballottaggi delle amministrative (20-21 maggio).</p>
<p>Allo stato i soggetti in corsa sarebbero tre. Ai due già citati si aggiungerebbe il Partito della nazione di<strong> Pier Ferdinando Casini</strong>. In apparenza Casini tende a occupare lo spazio centrale dello schieramento politico, quello che ieri fu in Italia del Partito popolare e che oggi in Francia è di <strong>François Bayrou</strong>, ultimo arrivato tra i «big  five» delle elezioni presidenziali. L’influenza di quello spazio alle elezioni italiane dell’anno prossimo<strong> dipenderà da due fattori: la nuova legge elettorale che i partiti si sono impegnati a varare nei mesi prossimi e la capacità di Berlusconi e di Alfano di inventare qualcosa di davvero nuovo che possa attrarre i moderati più di Casini.</strong></p>
<p>Fare una pur pallida previsione oggi non è possibile. La situazione è analoga al ’94 perché a sinistra c’è qualcosa di molto strutturato. Allora a destra spuntò Berlusconi e vinse. Se Alfano e Casini si metteranno d’accordo unendo le «straordinarie novità» di entrambi, Bersani potrebbe avere serie difficoltà. Se non lo faranno (oggi sono in competizione) le novità a destra dovrebbero essere davvero grosse per spiazzare l’elettorato, oppure la nuova legge dovrebbe essere tarata per favorire pareggi più che vittorie. E nuovi governi simil Monti.</p>
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		<title>Feltri: Il calcio si ferma per Morosini, la Formula 1 continua nonostante il sangue del Bahrein</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 08:46:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Vittorio Feltri
Ormai non ci sono più dubbi: contano di più le automobili degli uomini. Nel Bahrein, come la stampa e la televisione hanno evidenziato, sta succedendo di tutto, la protesta contro il regime dispotico monta di giorno in giorno, morti e feriti; la comunità sciita è allo stremo. Nonostante ciò la F1, cioè il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Vittorio Feltri</strong></p>
<p>Ormai non ci sono più dubbi: <strong>contano di più le automobili degli uomini</strong>. Nel <strong>Bahrein</strong>, come la stampa e la televisione hanno evidenziato, sta succedendo di tutto, la protesta contro il regime dispotico monta di giorno in giorno, <strong>morti e feriti;</strong> la comunità sciita è allo stremo. <strong>Nonostante ciò la F1, cioè il mondiale delle monoposto e dei piloti, non si è fermato.</strong> Le prove e la gara si sono svolte regolarmente. L’organizzazione, imponente e ricca, davanti al sangue e alle battaglie per i diritti civili, non ha fatto una piega e ha portato a termine i suoi programmi con un cinismo che lascia basiti. In Occidente pochi o nessuno hanno polemizzato, indifferenza quasi assoluta.<span id="more-3992"></span></p>
<p>Non è la prima volta che l’automobilismo internazionale dimostra di essere un’isola completamente autonoma, distaccata dalle vicende umane, addirittura sganciata dall’etica e dai costumi dello sport. Basti pensare che in questo caravanserraglio <strong>non esiste nemmeno l’antidoping</strong>, benché sia noto che per guidare alcune ore bolidi che sfrecciano in pista a 300 chilometri orari si consumano energie fisiche e mentali in grande quantità. Un pilota, dopo una gara impegnativa, arriva a perdere 2 chili di peso. Senza contare lo stress e lo sforzo per rimanere concentrati. Non si può quindi escludere a priori che vari atleti del volante facciano ricorso a sostanze dopanti per essere competitivi. Eppure, non c’è anima che si dia da fare per introdurre negli autodromi specifici controlli. Non se ne parla neanche. Segno che la F1 gode di una sorta di extraterritorialità. Ciò è semplicemente assurdo se si pensa che il ciclismo, disciplina povera e faticosa, è stato massacrato proprio dall’antidoping, che si è accanito sui pedalatori stroncando carriere fulgide. Idem nell’atletica e in parte perfino nel calcio, dove girano parecchi quattrini: squadre di medici e di analisti sono pronti a eseguire verifiche per accertare che le «droghe» non alterino le performance agonistiche. Nell’automobilismo, niente. Non si vede un camice bianco.</p>
<p><strong>Nel Bahrein ci si aspettava prevalesse la sensibilità sull’esigenza di dare corso a ogni costo alla competizione. L’eccezionalità degli eventi che sconvolgevano e sconvolgono quel paese avrebbe imposto di annullare o rinviare la corsa,</strong> se non altro per rispetto di un popolo le cui sofferenze sono sotto gli occhi di chiunque non li chiuda. Non c’è stato nulla da fare. I motori si sono accesi per cause considerate di forza maggiore: interessi economici elevatissimi.</p>
<p>Impossibile non constatare che nello sport si usano pesi e misure diversi, a seconda dei casi. Recentemente, <strong>Piermario Morosini</strong>, calciatore bergamasco in organico al Livorno (serie B), è morto sul campo, ripreso in diretta dalla televisione, stroncato da un arresto cardiaco provocato, si suppone, da una malformazione del cuore mai emersa nelle visite mediche. Il decesso dello sfortunato giocatore ha suscitato impressione e commozione. Al punto che «i padroni» dei campionati italiani hanno seduta stante<strong> sospeso tutte le partite in calendario</strong>. Un provvedimento forse eccessivo, dato che si è trattato di una disgrazia della quale non si può attribuire la responsabilità ad alcuno. Morosini, ragazzo dalla vita tribolata e funestata da lutti, aveva trovato nel calcio un motivo per continuare a sperare. Il pallone era tutto per lui. Un calciatore così sarebbe stato meglio celebrarlo giocando, a nostro giudizio. Comunque sia, anche in questa circostanza si è manifestata una differenza abissale tra il calcio e l’automobilismo. Il primo ha conservato qualche buon sentimento, il secondo ha ribadito la propria arroganza, avendo un pistone al posto del cuore.</p>
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		<title>Ferrara: Monti dà fastidio alla sinistra d’élite</title>
		<link>http://blog.panorama.it/opinioni/2012/05/02/ferrara-monti-da-fastidio-alla-sinistra-delite/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 08:45:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano Ferrara</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[governo monti]]></category>

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		<category><![CDATA[sinistra]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo odiano. La Repubblica ce l’ha con Elsa Fornero, ma anche con Mario Monti è più che esigente, è all’opposizione, vuole scavargli il terreno sotto i piedi, si sente delusa. Non parliamo di Massimo D’Alema. Fa comizi in cui cerca di dissimulare il fatto che detesta il presidente del Consiglio, chiede applausi per Carlo Azeglio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo odiano. <em>La Repubblica</em> ce l’ha con<strong> Elsa Fornero</strong>, ma anche con<strong> Mario Monti</strong> è più che esigente, è all’opposizione, vuole scavargli il terreno sotto i piedi, si sente delusa. Non parliamo di <strong>Massimo D’Alema</strong>. Fa comizi in cui cerca di dissimulare il fatto che detesta il presidente del Consiglio, chiede applausi per <strong>Carlo Azeglio Ciampi</strong> e <strong>Tommaso Padoa-Schioppa</strong>, quelli sì bravi tecnici al servizio del Paese e dell’Ulivo o dell’Unione quando erano ministri dei governi di centrosinistra.<span id="more-3966"></span> Poi aggiunge tra gli applausi che l’unico governo tecnico a sua conoscenza è la giunta militare. <strong>Antonio Di Pietro</strong> grida a Monti che è colpa sua se la gente si suicida. Il fantastico <strong>Beppe Grillo</strong> fa apologia di evasione fiscale, che nemmeno  <strong>Silvio Berlusconi </strong>era mai arrivato a tanto: a lui i soldi no, è «Rigormontis» e vaffanculo (così proclama dal podio). I manettari lo trattano come hanno sempre trattato i governi.<strong> Diffamano i suoi, lo accerchiano con il sospetto universale anticamera della verità, gli rinfocolano il bosco nero di ogni inchiesta vera o presunta, di ogni scandalo, aspettano il momento giusto per il loro grido di guerra: in galeraaaaaa! </strong>I centri sociali danno l’assalto a Fornero, che secondo<strong> Eugenio Scalfari</strong> deve stare zitta, stesso avviso di<strong> Susanna Camusso</strong>, se non altro per compiacere i lettori del suo giornale.</p>
<p>Il segreto dell’impopolarità di Monti in quel genere di sinistra, l’unica che conti, purtroppo, è presto detto. Non è un tecnico al servizio di un progetto politico di parte. Non si è discostato da due punti fermi: le sue idee, precedentemente espresse per anni negli editoriali del <em>Corriere della sera</em> e nell’attività di commissario europeo, e lo spirito della missione che gli ha affidato <strong>Giorgio Napolitano</strong>, che se non fosse il capo dello Stato sarebbe un’altra bestia nera dei marrazzoni e dei ribaldi della peggior sinistra del mondo. Fa delle cose che la sinistra non può sopportare, perché non solo non ha riformato le pensioni, non solo non ha riformato il mercato del lavoro, non solo non ha alcuna idea su come creare lavoro produttivo e sviluppo del Paese, non solo ha esattamente un terzo della responsabilità del debito pubblico abnorme che ci affligge (l’altro terzo è a carico delle classi dirigenti conservatrici di Prima e Seconda repubblica, e l’altro ancora è interamente a carico nostro), ma è anche legata al carro della protesta popolare-sindacale di marca vecchia, novecentesca, classista, degli interessi corporativi e di lobby che tutti conoscono. Le riforme sono il mantra della sinistra che si dice moderna, ma il mantra è coperto dall’innato divieto a riformare alcunché. <strong>Per loro, dunque, Monti è uno che fa le cose che il Berlusconi del 1994 aveva cercato di realizzare e promesso al Paese. </strong>Uno scandalo un governo tecnico che non abbia ancora messo la tv pubblica nelle mani sicure dei giornalisti mainstream, che non ha fatto abbastanza per devastare la tv commerciale, che non ha ancora varato leggi di giustizia ad personam, fatte cioè per avallare le manovre politiche della magistratura militante contro i nemici dell’Italia de sinistra (e qui ci va lo spregiativo «de»).</p>
<p>Monti può farcela o no, fa molti errori, nessuno è contento del facilismo con cui tratta la questione fiscale, non è Dio, è uno che fa le cose che ha detto per anni di voler fare, e che propone un governo di unità nazionale capace di tagliare le ali dell’estremismo e del radicalismo impotenti. Anch’io sono un po’  scandalizzato. Del fatto che Berlusconi e <strong>Pier Ferdinando Casini</strong> e i borghesi parecchio pusilli, che hanno avallato il governo Monti e lo hanno reso possibile, in vista del 2013 non sono ancora decisi a fare fronte comune e a evitare al Paese un governo con <strong>Pier Luigi Bersani</strong> premier, e fin qui passi, con <strong>Nichi Vendola</strong> al lavoro e Di Pietro alla giustizia, e D’Alema in cabina di regia per ricominciare a darsele di santa ragione, e rovinare il Paese definitivamente.</p>
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		<title>Ferrara: Tutti contro tutti. Così si fa solo il gioco dell’antipolitica</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 10:10:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliano Ferrara</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Headlines]]></category>

		<category><![CDATA[dopo berlusconi]]></category>

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		<description><![CDATA[Roberto Benigni racconta sempre la stessa barzelletta, come Woody Allen, e ora ha di nuovo nostalgia di «Silviooooooooo!». Non è l’unico a provare sentimenti magari ironici, nascosti sotto l’ordito del discorso sobrio oggi in voga, ma sono legioni coloro che invece non si accontentano della caduta e desiderano intensamente, costi quel che costi al Paese, un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Roberto Benigni racconta sempre la stessa barzelletta, come Woody Allen, e ora ha di nuovo nostalgia di «Silviooooooooo!». Non è l’unico a provare sentimenti magari ironici, nascosti sotto l’ordito del discorso sobrio oggi in voga, ma sono legioni coloro che invece non si accontentano della caduta e desiderano intensamente, costi quel che costi al Paese, un <strong>processo al berlusconismo</strong> che faccia piazza pulita anche solo della memoria di questi anni.<span id="more-3916"></span> Con qualche più o meno finta ingenuità, mi domando perché un giornale come <em>La Repubblica</em>, un partito-fazione come <em>La Repubblica</em>, non si accontenti e non proceda oltre, con un progetto editoriale e politico rivolto al futuro e alla novità, un progetto di potere e di influenza, s’intende, perché certo i debenedettiani mammolette non sono, nessuno è mammoletta nella terra dei furbi alla quale alla fine tutto l’establishment, compresi gli outsider, appartiene.</p>
<p>Uno dice: e basta con i faccendieri, che sono sempre esistiti, e basta con lo scatenamento antipartito come elemento della nuova antipolitica, quella del club dei miliardari neopuritani intenti a scardinare il sistema senza proporre alcuna seria alternativa, e basta con le feste di Arcore, affari suoi, e basta con il conflitto d’interessi dispiegato e  rima linea, il beauty contest non c’è più (per quel che valeva) e il risarcimento è stato pagato, si tratta alacremente. Perché invece non basta mai?</p>
<p>Questi gentiluomini sfidano il triste destino di lavorare per Beppe Grillo, un po’ al di sotto del re di Prussia come impegno sicario, e una ragione deve esserci. Togliete infatti a Berlusconi tutto quel che gli vuole togliere <strong>la campagna di disinfestazione psicologica e morale tornata in grande stile insieme con Valterino Lavitola, </strong>qualcosa resterà, e quel qualcosa spiega tutto. Berlusconi è mille maschere, mille mestieri, mille errori e cose buone, uno scandalo in ogni senso, perfino quello evangelico, ma sopra tutto incarna la sovranità popolare sugli affari di stato e di governo. Per effetto della sua entrata in politica, e del suo stare in politica da uomo privato, l’Italia è diventata un Paese diverso. Prima dominavano i partiti vecchio stile, una cosa rispettabile ma definitivamente marcita nell’appuntamento con la storia, con il crollo del Muro di Berlino. Furono smantellati a colpi di giudiziaria, intendendo con questo le inchieste e la cronaca. E il progetto era con ogni evidenza di sostituirli con un nuovo blocco di rappresentanza politica controllabile dai veri poteri arrembanti, toghe e media.</p>
<p>Berlusconi, a suo modo, mise di mezzo il popolo, la volontà dell’alternanza alla guida dei governi, il desiderio di contare direttamente nelle scelte. Mario Monti non va bene. <em>La Repubblica</em> è all’opposizione, dissimulata appena ma pur sempre opposizione, dopo soli quattro mesi e mezzo dal varo del governo tecnocratico. Infatti Monti si definisce una parentesi tecnica, un impegno a termine, e per di più non fa da copertura alla deberlusconizzazione.</p>
<p>Risultato: ricominciamo a darcele di santa ragione, rimettiamo in piedi il circuito che ha la vocazione di ingurgitarsi la politica e la sua autonomia, che per un tratto non breve di storia italiana, con Berlusconi o con Romano Prodi al governo, ha significato sovranità, cioè quel che i gran signori della democrazia protetta chiamano populismo. Non c’è altra spiegazione. Insistono nei toni distruttivi di una campagna forsennata contro tutto e tutti, che rischia di travolgere le istituzioni, nonostante sia in carica un governo divincolato dal berlusconismo e intento (con qualche svogliatezza e marpioneria) a fare le cose che contano. È la paura del popolo sovrano e costituzionale, una fissazione, un morbo grossolano, una battaglia verbosa e lancinante di diffamazioni incrociate al motto nichilista, apocalittico e pseudobiblico: «Muoia Berlusconi con tutti i filistei che l’hanno votato per 17 anni».</p>
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