
di Vittorio Feltri
Sui costi della politica si continua a discutere e litigare. Per capire che gli emolumenti dei parlamentari italiani sono in media con quelli europei ci sono voluti anni di studi comparativi. E le cifre esatte ancora non si conoscono né mai si potranno conoscere perché la composizione delle buste paga cambia da paese a paese, come del resto mutano le aliquote fiscali, cosicché fra lordo e netto si fa una gran confusione. In ogni caso si è scoperto che Palazzo Madama e Montecitorio non sono abitati da nababbi. Significa che sulla Casta si è fatto tanto rumore per nulla? Nossignori. Continua

di Vittorio Feltri
È noto che il finanziamento pubblico ai partiti politici fu abolito per referendum negli anni Novanta. Ma, una volta buttati fuori dalla porta, quei contributi a fondo perduto sono rientrati – raddoppiati, anzi triplicati – dalla finestra sotto forma di rimborsi elettorali. Sissignori. Il Parlamento, badando alla forma e infischiandosene della sostanza, cambiò il titolo di spesa, cioè la denominazione dell’esborso, ma anziché abolirlo lo aumentò. Il tutto, ovviamente, a carico dello Stato, ovvero del debito pubblico che grava sulle spalle dei cittadini. Questa la premessa. Poi c’è lo scandalo. Ogni volta che si aprono le urne, che si tratti di elezione amministrativa, nazionale o europea, scatta uno strano meccanismo per cui ciascun partito, in base al numero di voti ottenuti, riceve una somma di denaro impressionante. E non c’è verso di bloccare il drenaggio o almeno di ridurne la portata. Continua

«Non lamentarti se dovrai pagare molte tasse: sono segno di benessere». A mio padre la sorte non consentì mai di pagare molte tasse, ma non ho mai dimenticato questo suo insegnamento. Né lui né io avremmo mai immaginato che ne avrei pagate tante raggiungendo un benessere ben superiore alle mie aspirazioni giovanili. Ma le polemiche di questi giorni successive alla simbolica retata dell’Agenzia delle entrate a Cortina suggeriscono qualche riflessione. Continua

Nel 1995, dopo gli scandali di Tangentopoli e il primo governo Berlusconi, uno storico tedesco, Jens Petersen, pubblicò in Germania un libro intitolato Quo vadis Italia? Anche a noi piacerebbe sapere in questi giorni dove stia andando la Germania di Angela Merkel. Il cancelliere dichiara di volere difendere l’euro e sembra consapevole della necessità di impedire la bancarotta della Grecia. Ma chiede ai suoi partner più vulnerabili una politica finanziaria che rischia d’imprigionarli per molti anni in una delle più gravi fasi recessive della loro storia economica. Alcune delle sue pretese, come quella che coinvolge i privati nella ristrutturazione dei debiti sovrani, hanno avuto l’effetto di spaventare le banche e aggravare la crisi. Continua

Si è fatto un gran parlare intorno alle parole d’ordine del governo guidato da Mario Monti: equità, rigore e sviluppo. Ciascuna di queste belle parole si porta dietro, quando viene concretamente attuata attraverso provvedimenti legislativi, dotte dissertazioni sull’effettiva applicazione nella realtà dei fatti. Al netto degli equilibrismi e dell’autocensura dei partiti nel nome della «responsabilità», il governo ha dovuto in alcune occasioni innestare frettolosamente la marcia indietro o imporsi correzioni di rotta per evitare incidenti frontali con alcune forze della variegata maggioranza. È successo sui temi della riforma del lavoro e sulle liberalizzazioni, giusto per fare due esempi. L’esecutivo ha adesso annunciato che entro il 20 gennaio sfornerà un decreto sulle liberalizzazioni. E mal gliene incolse. L’annuncio, come sempre è accaduto e sempre accadrà, ha immediatamente riacceso la miccia della protesta. Continua

Il caso Malinconico non mi consola. Lo stile di Mario Monti è stato sfregiato, con la compiacenza di Fabio Fazio, da quella bruttura di cui nel salottino della vaghezza preconfezionata non si è parlato per convenienza, per falso pudore, per opportunismo. Lo ha rilevato inappuntabile Francesco Merlo in un nuovo capitoletto, quello tecnico, della sua saga dell’onestà. Lo hanno anticipato con durezza adamantina il mentore del Fatto, Marco Travaglio, e il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, chiedendo le dimissioni del reprobo. Anche il grand commis de l’etat veniva mantenuto nel weekend, come il ministro di formazione democristiana e di benevolenza berlusconiana che si ritrovò pagata la casa, «a sua insaputa». Un tocco di estrema platealità da commedia leggera, che fa ridere e piangere. Continua

Giuliano Ferrara, nell’ultima opinione pubblicata, pone una domanda che provo a sintetizzare e alla quale cercherò di dare una risposta: può un governo tecnico, si chiede Ferrara, cambiare marcia e prendere decisioni politiche in grado di rilanciare lo sviluppo dell’economia reale? Senza troppi giri di parole dico di no. Per spiegarne i motivi mi affido a un tweet di Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della sera, ricevuto martedì 13 dicembre mentre scorrevano – numerose – le modifiche alla manovra. In 140 caratteri, de Bortoli scriveva: «Troppe incertezze. Un governo è tecnico se va spedito, altrimenti viene risucchiato, senza antidoti, dalla palude politica e corporativa». In questa massima, scritta immagino di slancio da una persona certamente moderata e lontana da facili esercizi demagogici, c’è il nocciolo della questione. Continua

Lo stile del governo italiano e il contesto politico e parlamentare in cui opera sono da un mese completamente rovesciati, e in modo spettacolare. A Silvio Berlusconi non se ne perdonava una, nemmeno un sorriso, a Mario Monti si perdonerebbe tutto, e a Elsa Fornero perfino le lacrime. La maggioranza del Cav era diventata fragile e litigiosa, vistosa e chiassosa, quella di Monti è ingombrante, invasiva, onnipresente ma segreta, pudica, vergognosa di sé e delle circostanze di emergenza che l’hanno incollata insieme. Berlusconi incontrava un’opposizione assolutista, eticizzante, e un circuito mediatico-giudiziario che la nutriva di grandi archetipi morali anti Caimano, e tutta la cultura che fa opinione era sulle barricate (spesso sovvenzionate dallo Stato); Monti invece non ha un’opposizione febbrile e distruttiva, se non mettiamo nel conto minoranze sociali, parlamentari ed extraparlamentari, in generico movimento ma per adesso schiacciate dall’autorevolezza del governo «in stato di eccezione», e dalla necessità per i grandi partiti di riconsiderare il sistema che non produsse né un vero governo di centrodestra né un progetto alternativo di centrosinistra, altro che lotta contro il governo dello spread. Infine, dove al Cav sono mancati imprenditori e cancellerie internazionali, banche, industria e grandi lobby europee e americane sono compatte, schierate con il governo tecnico. Continua

Sgombrato il campo dal grande imbroglio sul parallelo spread alle stelle=governo Berlusconi (si attendono, inutilmente, atti di contrizione di sedicenti economisti e saccenti professoroni), anche il nuovo esecutivo guidato da Mario Monti è alle prese con gli stessi, identici problemi del predecessore. Il duo Merkel-Sarkozy ogni giorno che passa si rivela per quello che è: l’unione di due debolezze che si legittimano a vicenda nel vuoto di una Europa politica in grado di parlare con voce stentorea e sicura. Non è un nodo che si risolverà a breve e potrebbero pensarci gli elettori francesi e tedeschi a fare calare il sipario sui commedianti, se non arriveranno prima le armate speculative in perenne caccia di prede da spolpare. Continua

Come andrà a finire la storia dell’euro è un enigma. Ma come è cominciata? Le radici di quella moneta sono due, tecnocratica l’una e per così dire umanistica l’altra. Per molti europeisti, gente convinta che la prima metà del Novecento sia stata un incubo da non rivivere, la moneta comune europea era ed è una bandiera di civiltà liberale e di pace, il vero garante della fine delle ostilità franco-tedesche e delle grandi guerre continentali. Continua