
I have a dream. Se potessi fare mio, oggi, il sogno di Martin Luther King, guarderei alla campagna elettorale di Barack Obama. Mancano sette mesi alle elezioni presidenziali e Obama ha già raccolto 53 milioni di dollari. Colpisce che i sottoscrittori siano stati finora 570 mila e che il 97 per cento abbia versato non più di 250 dollari, detraibili dalle tasse (come quasi tutto, negli Stati Uniti, dove peraltro l’infedeltà fiscale viene punita realmente con la prigione). Continua
di Augusto Minzolini
C’è qualcosa che stride nel comportamento della cosiddetta maggioranza Abc (Alfano, Bersani, Casini). Sulla riforma del mercato del lavoro i tre partiti che sostengono il governo Monti hanno trovato solo un accordo di facciata, confuso, visto che sulla riforma dell’articolo18 Pier Luigi Bersani è andato a rimorchio della Cgil e ha inflitto un grave danno all’immagine del Professore, scomunicato per questo motivo dai giornali di riferimento dei mercati, all Street Journal e Financial Times. Problemi che, invece, non si sono verificati sulla difesa del finanziamento pubblico dei partiti su cui A, B e C si sono mossi all’unisono. Continua
di Vittorio Feltri
C’erano una volta Roberto Formigoni e Nichi Vendola. A dire il vero ci sono ancora, e auguriamo loro lunga vita, ma è come se non ci fossero più. A occhio e croce, alle prossime elezioni, ammesso che di elezioni si possa ancora parlare, del che dubitiamo, non andranno molto lontano. Il cattolicone e superciellino non potrà più candidarsi a governatore della Regione Lombardia, avendola già governata oltre ogni limite consentito dalla legge. E il comunistone, però pio, con tutte le grane giudiziarie che gli pendono sul capo non sembra in grado di recuperare ancora i voti necessari per essere confermato. La politica vive momenti difficili per vari motivi. Continua

«Da quando ci conosciamo io e Umberto? Dalla fine del 1979. Mi ero laureato in legge il 5 dicembre e non avevo niente da fare. Forse volevo diventare giornalista, ma in giro non c’era niente. L’incontro con Bossi avvenne per colpa del Comune di Varese. C’era un’area verde sopra il mio paese, Lozza, e il comune voleva farci una lottizzazione. Noi protestammo, Umberto lesse la notizia sui giornali e m’invitò a casa sua. Cominciò a parlarmi di autonomismo e l’indomani andammo a dipingere su un cavalcavia della Milano-Laghi all’altezza di Castronno la prima scritta: “Lega Autonomista Lombarda”. Usammo la macchina di mia madre e la sporcammo di vernice verde. Naturalmente mia madre non la prese bene, ma diventò una furia quando seppe quel che ero andato a fare con Umberto, la cattiva compagnia da evitare». Continua

di Vittorio Feltri
D’accordo. Umberto Bossi ha molte attenuanti, e tutti, più o meno, gliene hanno concesse: la grave malattia che lo colpì nel 2004, mesi e mesi in un letto d’ospedale, un ictus debilitante, la paura di non farcela, l’esigenza di delegare le persone a lui più vicine a guidare il partito, un alto grado di dipendenza dalla famiglia eccetera. Insomma, ci siamo capiti. Continua

Tutto è capire Roberto Maroni. Il futuro della Lega nord dipende dalle sue mosse. Non conosco il suo segno zodiacale, ma il suo ascendente è certamente un’anguilla. Non lo dico per denigrarlo, infatti mi è in fondo simpatico e gli riconosco, non da solo, il merito di avere fatto non uno ma tre lavori importanti per l’Italia: Continua

Ci vorrà ancora del tempo per chiarire fino in fondo le responsabilità penali e politiche che hanno causato la frana della Lega. Di certo, fin d’ora, è stata raggiunta la ragionevole certezza che i controlli interni al movimento non hanno funzionato. Il famoso «cerchio magico» che ha agito indisturbato sulla pelle del movimento e dello stesso Umberto Bossi ha potuto fare scorribande finanziarie e politiche anche e soprattutto per l’ignavia di non pochi esponenti di primo piano del Carroccio che si rivelarono contigui o conniventi con i famigli del capo. Sono coloro che, per esempio, quando Panorama nel settembre del 2011 (cioè sei mesi prima che esplodesse lo scandalo) ha raccontato con dovizia di particolari come la corte gestisse in modo spregiudicato la vita del Senatùr, ci hanno riempito di improperi e minacce accodandosi alla linea del cerchio magico. Una reazione logica, alla luce dei fatti: bisognava non alzare il velo dell’ipocrisia, guai a squarciare il sipario di una commedia che serviva a garantire ai saltimbanchi del primo cerchio bossiano prebende e rendite di posizione altrimenti inconcepibili e inimmaginabili in un mondo normale.
Ma andiamo al problema politico di fondo. A seguito del terremoto nella Lega è scattato, immediato, il richiamo alla fine di un’epoca – cioè la Seconda repubblica – iniziata con le dimissioni del governo di Silvio Berlusconi. Il problema è che, a oggi, non esistono neppure i germogli di una Terza repubblica. Vediamo rapidamente perché.
Entro maggio 2013 (alla scadenza della legislatura) l’Italia dovrebbe dotarsi di una nuova architettura istituzionale in grado di sconfiggere l’elefantiasi di una burocrazia che rende impossibile qualsiasi ipotesi di rinnovamento. Entro lo stesso periodo ci vuole una legge elettorale che garantisca governabilità e che sia quindi in grado di superare il bipolarismo senza degenerare in ammucchiate buone per vincere le elezioni ma non in grado di garantire la governabilità. Non è ancora tutto: in meno di un anno i partiti dovrebbero reinventare se stessi e concludere processi di rinnovamento in parte richiesti dall’elettorato, sempre più votato all’antipolitica, e in parte imposti dalle inchieste in corso. Dimenticavo: i tecnici, fino a prova contraria pronti a farsi da parte non appena conclusa l’esperienza della «strana» alleanza, vanno sostituiti con uomini nuovi che sappiano interpretare la leadership del Paese.
Alcuni di questi cantieri (su riforme e legge elettorale, per esempio) sono stati avviati, ma le difficoltà di intravedere una sintesi condivisa non lasciano purtroppo ben sperare. E, anzi, prestano il fianco a ipotesi azzardate data la fragilità del sistema Italia (si veda lo spread, prossimo ai livelli del 2011): un grave incidente di percorso (non mancano di certo le «opportunità», basta guardare alla riforma sul lavoro) sarebbe sufficiente per un rompete le righe con la conseguenza di aprire la strada a elezioni in autunno? Quanto terrà la linea della «responsabilità», se la crisi non smetterà di mordere il Paese con il corollario di tasse, tasse e ancora tasse che gli italiani stanno subendo dai tecnici legittimati dalla politica? Sicuri che questa eredità sia un buon viatico per chiedere poi il consenso democratico agli italiani? Sono interrogativi che richiedono risposte urgenti. Perché siamo ormai ai tempi supplementari della Seconda repubblica, ma non riusciamo a scorgere l’alba della Terza.
di Oscar Giannino
Modesta proposta al governo Monti: dopo il caso Lusi e il caso Belsito, non può reggere la distinzione fra ristretto mandato del governo d’emergenza e piena sovranità parlamentare per tutto ciò che attiene ad altre materie. O meglio, non può sussistere tale distinzione quando i caratteri di urgenza e di scandalo diventano assoluti e innegabili. È sicuramente così per i rimborsi elettorali ai partiti politici. Continua
di Augusto Minzolini
È finita un’epoca. Il passo indietro di Silvio Berlusconi e le dimissioni di Umberto Bossi, i leader più longevi della Seconda repubblica, determinano un punto a capo. C’è da chiedersi se, però, il tramonto dei due leader rivoluzionerà lo scenario o se Pdl e Lega sopravviveranno, cioè saranno capaci di rinnovarsi. Continua

Dalla culla alla tomba: era questo negli anni Settanta il motto delle socialdemocrazie scandinave. Tasse altissime, ma servizi sociali al massimo e vita senza imprevisti. Un po’ triste, magari, tanto da richiedere un consumo sostenuto di alcol e di droghe e di provocare un ragionevole numero di suicidi. Ma i sopravvissuti, la grande maggioranza, non avevano problemi. Noi ricevevamo negli stessi anni servizi peggiori (li abbiamo mantenuti, tranne forse che per la sanità), pagavamo tasse assai più basse con una evasione molto più alta (questa è rimasta immutata), ma potevamo programmarci la vita. Il lavoro a termine di fatto non esisteva. Il posto era fisso per sua natura, la pensione per molti sarebbe arrivata abbastanza presto e sarebbe stata equivalente all’ultimo stipendio. Continua