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Ferrara: Quello che il governo Monti non potrà fare


Lo stile del governo italiano e il contesto politico e parlamentare in cui opera sono da un mese completamente rovesciati, e in modo spettacolare. A Silvio Berlusconi non se ne perdonava una, nemmeno un sorriso, a Mario Monti si perdonerebbe tutto, e a Elsa Fornero perfino le lacrime. La maggioranza del Cav era diventata fragile e litigiosa, vistosa e chiassosa, quella di Monti è ingombrante, invasiva, onnipresente ma segreta, pudica, vergognosa di sé e delle circostanze di emergenza che l’hanno incollata insieme. Berlusconi incontrava un’opposizione assolutista, eticizzante, e un circuito mediatico-giudiziario che la nutriva di grandi archetipi morali anti Caimano, e tutta la cultura che fa opinione era sulle barricate (spesso sovvenzionate dallo Stato); Monti invece non ha un’opposizione febbrile e distruttiva, se non mettiamo nel conto minoranze sociali, parlamentari ed extraparlamentari, in generico movimento ma per adesso schiacciate dall’autorevolezza del governo «in stato di eccezione», e dalla necessità per i grandi partiti di riconsiderare il sistema che non produsse né un vero governo di centrodestra né un progetto alternativo di centrosinistra, altro che lotta contro il governo dello spread. Infine, dove al Cav sono mancati imprenditori e cancellerie internazionali, banche, industria e grandi lobby europee e americane sono compatte, schierate con il governo tecnico. Continua

Ferrara: Abbattiamo il muro del 25 aprile

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

L’arcitaliano
Silvio Berlusconi fa bene a farsi il suo 25 aprile. Ma chi lo provoca a festeggiare dovrebbe dare ragione della festa. Che è una bella festa, in origine. Giusta, perché c’è stato un momento in cui bisognava scegliere e trovare una verità e viverla. E quel momento e quella scelta vanno ricordati nel tempo. C’è gente che ha sfigurato il 25 aprile, nei mesi successivi della rabbia e della maledizione. Ma prima un mucchio di gente si era fatta valere, aveva fatto quello che considerava il proprio dovere, sacrificato esistenza libertà e vita per fare la cosa giusta.
Bella pagina, da ricordare. In modo sobrio, intelligente, sincero, senza faziosità, senza strumentalismi politici di bottega, senza riserve e intenzioni nascoste, senza sputare in faccia a quelli che morirono dalla parte sbagliata, senza coprire il giorno del ricordo con le menzogne di una storia che divide. Ma prima di tutto bisogna domandarsi: che ne abbiamo fatto della Repubblica nata dalla Liberazione?
L’abbiamo abrogata, cancellata nella vergogna e nel disonore. L’abbiamo rimossa con tutta la forza del circuito mediatico-giudiziario. Non abbiamo soltanto messo in carcere alcuni corrotti con un giusto processo, abbiamo distrutto con brutalità un sistema, una cultura, un modo di essere della vecchia democrazia repubblicana. Abbiamo sepolto la memoria istituzionale e politica della Repubblica sotto una gigantesca ondata di demagogia e di discredito.
Nemmeno un partito di quelli che hanno firmato la Costituzione, nemmeno uno spezzone della classe dirigente che era passata dal Comitato di liberazione nazionale alla Costituente, niente e nessuno è stato risparmiato dal grande repulisti dei primi anni Novanta. Tutti ladri e mafiosi. Tutti costretti alla fuga, al cambio del nome, al mimetismo, alla cancellazione dell’identità storica. In un certo senso verrebbe da domandarsi: che cosa c’è da festeggiare? E da rispondersi: niente, niente più.
Il crollo del Muro di Berlino ha poi fatto la sua parte. L’equivoco dell’antifascismo non democratico, della lotta di liberazione condotta con tutte le riserve di un’ideologia totalitaria, è saltato. Si è capito che il bagaglio retorico del vecchio antifascismo da arco costituzionale era troppo pesante per continuare a portarlo appresso. Ci sarebbe voluta una genuina revisione storica dei presupposti del 25 aprile, ovvero le ragioni sbagliate di tanti che combatterono dalla parte giusta.
Ci pensò proprio Berlusconi, dopo Bettino Craxi, a rifare i conti con il 1945, e a rifarli attraverso i fatti della politica. Prima riscoprendo e rilanciando in modo salutare, qualche volta con insistenze e atteggiamenti fobici un po’ anacronistici, il valore storico dell’anticomunismo. Poi legittimando nella politica italiana quella destra «impalatabile» che era stata brutalmente esclusa dall’arco costituzionale, un’esclusione che funzionava da alibi per la permanenza in vita, oltre i limiti del consentito, del comunismo all’italiana.
Oggi che quell’alibi è caduto quella destra ha, anche grazie a Berlusconi, un leader che è un riverito e accettato presidente della Camera capace di predicare la necessità di un 25 aprile unito, senza se e senza ma.
Il 25 aprile è stato svuotato del suo profondo contenuto di libertà con la barbarie giustizialista, poi è stato trasformato in parata faziosa, in politicizzazione abusiva di una ricorrenza nazionale di gioia e di riscatto. Ecco, speriamo che Berlusconi trovi le parole per dire un nuovo 25 aprile, più convincente di quello abbandonato dagli antichi partiti in rotta politica e morale lungo gli ultimi 20 anni.

Ferrara: Una scossa se la meriterebbe la Rete

Napolitano visita le zone devastate dal terremoto

L’arcitaliano

“C’è gente che si diverte a spargere notizie infondate e allarmi” aveva detto il 31 marzo Guido Bertolaso, capo della Protezione civile. E aveva qualificato di “imbecille”, parola forse un po’ grossa e impulsiva, chi s’ingegnava ad anticipare l’appuntamento fatale con il terremoto. Bertolaso si riferiva a Giampaolo Giuliani, un sismologo in proprio che pretendeva di avere previsto il terremoto attraverso una macchina di sua invenzione, il “precursore sismico”, basata sulla rilevazione delle emissioni di gas radon. La “previsione” in realtà era per una data e una città diverse da quelle in cui la scossa si è prodotta: il sisma c’è stato alle 3 e mezzo del 6 aprile, e all’Aquila, mentre Giuliani aveva detto che la terra avrebbe tremato a Sulmona il 29 marzo. Se fosse stata presa per buona, magari migliaia di persone sarebbero state trasferite da Sulmona e dintorni all’Aquila e dintorni, con le conseguenze non difficili da immaginare.
Ma il problema non è il Giuliani, che può essere in perfetta buona fede, che può essere un fiero e capace anticipatore di ricerca sul terreno, che può essere un visionario e un bravo cittadino allo stesso tempo, forse un imprudente dilettante troppo ciarliero ma non necessariamente un imbecille che si diverte a spargere allarmi infondati. Queste sono magari esagerazioni di un clima infuocato e polemico. Il problema è che la credulità popolare, con la regressione dalla metodologia scientifica all’attitudine magica, si è riversata, di lì rimbalzando e circolando ampiamente, sul web, sì, sulla mitica rete che dovrebbe costituire la nuova piattaforma dell’informazione dopo il tramonto dei giornali di carta. Mamma mia! Se questo è il futuro, chiediamo una proroga di passato.
Enzo Boschi, scienziato e capo dell’Istituto di neofisica, ha spiegato con quella sua tranquillità non boriosa che il problema, quando si parla di terremoti, è la capacità di prevedere di tipo deterministico. Devi poter dire quando e dove il sisma si produrrà, con la massima precisione. Altrimenti è il caos. E questa capacità di previsione deterministica non ce l’ha nessuno, mentre predizioni generiche, non impegnative, ma idonee a far saltare i nervi alle comunità interessate, e a peggiorare ogni possibile opera di prevenzione del danno, sono sempre possibili.
Questo a occhio e croce dovremmo capirlo senza tanto sforzo. Il bacino tirrenico, per esempio, è percorso attualmente da uno sciame sismico, ma nessuno può dire che un terremoto ci sarà qui o lì, e il tal giorno e magari alla tal ora. Che facciamo? Evacuiamo il Lazio e la Toscana per qualche mese?
Piano piano ci stiamo abituando al web come a un luogo di eccesso e di impostura, al fianco di tante cose sensate e utili che in esso si producono. Un cretino di Facebook fa finta di essere me (Giuliano Ferrara), che sono abbastanza cretino in proprio per essere quel che sono, e si fa amici a mio nome sfruttando il suo anonimato protetto dai protocolli primitivi della rete. Ma come si permette, l’impostore? E magari il suo procedere è analogo a quello di tanti siti che si sono detti sicuri delle previsioni di Giuliani, che hanno concertato il grande allarme impossibile.
È straordinario che la gente d’Abruzzo, montanari seri e tradizionali nella visione delle cose, forse perché bene o male è ancora educata dalla lettura dei giornali e dalla parola scritta, filtrata e in qualche senso verificata dalla procedura di stampa, non abbia creduto a questo allarme multifase che si è sparso nella rete elettronica.
Ma è triste pensare che il futuro possa riservarci, se dall’interno della stessa rete non verranno gli anticorpi, un destino di piccole e grandi imposture alla portata di tutti i computer.

Ferrara: Eluana, la vera sconfitta è della Chiesa

L'addio a Eluana Englaro

L’arcitaliano

Uno dei pilastri del Cristianesimo è la cura degli ammalati, l’accompagnamento dei moribondi, il lenire la solitudine del male, il dare dignità alla vita in ogni circostanza dell’esistenza. Ora, dopo la vittoria giudiziaria della famiglia Englaro e dei suoi protavoce bioetici, l’eliminazione fisica del disabile che non ha coscienza è diventata una possibilità concreta e, quel che più conta, socialmente legittimata. L’Italia ha assistito divisa alla cerimonia degli addii. Molti milioni di italiani sono rimasti indifferenti, attaccati al video che offriva le lacrime meno impegnative dei concorrenti del Grande fratello su Canale 5.
La Chiesa cattolica, diciamo la verità, ha affrontato i fatti divisa e impreparata. Non si capiva se dovesse valere l’appello alla mobilitazione del giornale dei vescovi o il prudente silenzio diplomatico dell’Osservatore romano, se facessero testo le grida accorate di alcuni cardinali o l’appello al silenzio di tanti altri, e anche la pressione orante, la meditazione, l’interiorità cristiana erano lacerate da diverse forme di compassione, da diverse idee su che cosa possa essere vita, morte o carità.
I cristiani d’Italia, cioè all’ingrosso i cattolici, non hanno espresso una classe dirigente intellettuale e morale in grado di tenere banco, di organizzare un persuasivo discorso pubblico e contrastare i laici militanti o laicisti, che sulla questione avevano le idee fin troppo chiare.
Infatti alcuni di loro hanno detto che la morte di Eluana è stata una nuova Porta Pia, una grande breccia nel muro non più del temporalismo petrino ma dell’influenza culturale e civile degli insegnamenti spirituali ed etici della Chiesa e del mondo cristiano. La morte, hanno detto i sostenitori del diritto di morire, ha smesso di essere mistero e dono, e così la vita è ridiventata disponibile, è cosificata, è un patrimonio individuale di cui si potrà presto disporre a mezzo di testamento.
Dicendo questo, i bioeticisti atei e materialisti che non credono in un orizzonte trascendente, e riducono tutto relativisticamente alle scelte individuali, non hanno detto il falso. Per il modo in cui la morte della ragazza è stata cocciutamente perseguita attraverso le sentenze, per il sovrappiù drammatico del conflitto tra il governo e il Quirinale, per l’affermarsi in particolare tra i giovani dell’idea che fosse giusto lasciare andare la malata in stato vegetativo persistente nella forma di un’eutanasia passiva, per tutti questi motivi la concezione cristiana della vita e della morte ha subito un colpo molto grave, che agisce nel profondo della cultura.
Alcuni vescovi, molti preti, settori importanti della Chiesa stessa, mentre i Ruini e altri ribadivano che lo spiraglio aperto all’eutanasia è scandalo e anatema per un cattolico, dicevano esattamente il contrario, predicavano a messa o nei giornali che lo scandalo è solo la violazione della libera coscienza, che la famiglia di Eluana doveva essere soltanto abbracciata e compresa, e alla fine certificando che quella trincea o frontiera o ispirazione spirituale intorno alla vita e alla morte la Chiesa può e deve sfumarla, se non cancellarla.
A me sembra che questa storia di rilevante peso simbolico dimostri la grande vulnerabilità del Cristianesimo oggi in Occidente. Dal matrimonio alla famiglia, dall’amore alla carità, le grandi coordinate della costellazione cristiana bimillenaria, sotto i colpi della religione scientista e della ulteriore scristianizzazione e secolarizzazione della nostra cultura, vengono scompaginate e confuse. È un problema centrale, credo, per chi osserva con partecipazione e sforzo di comprensione l’andamento delle cose che contano nel tempo in cui viviamo.

Ferrara: I dolori del giovane Obama

Barack Obama con la first lady Michelle

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L’inaugurazione del mandato presidenziale in America è una cerimonia in costume, tra le coccarde e le musiche bandistiche e le divise e gli abiti cerimoniali e altri segni di attaccamento alla tradizione sembra di rivivere i tre secoli che precedono il nostro. Ma sembra anche una cerimonia religiosa, l’incoronazione del capo di una comunità scandita dalla preghiera, dalla predica, dal giuramento sulla Bibbia, dalla benedizione, naturalmente in una tonalità protestante dove ciò che importa è “we, the people”, cioè la sovranità collettiva di una grande democrazia costituzionale che si considera una luce su una collina, e una misura di Dio fatta per ciascuno dei partecipanti, fatta per gli individui e le famiglie. Molto bella ed emozionante, per chi ha fiducia nella ritualità monarchica di tutte le solide repubbliche.

L’incoronazione di Barack Obama aveva tratti splendidi, con quella suggestione imperiale che è indicata dalla vivacità cromatica, dalla diversità delle folle, dalla presenza danzante di così tanti neri, asiatici, latinos mescolati in un seguito ininterrotto di feste, di concerti, di canti corali sugli spartiti di canzoni e inni che ciascun americano impara a memoria a scuola e non dimentica mai più. La musica cantata in coro è forse il maggior pegno di integrazione e di ossequio laico alla trascendenza della cittadinanza rispetto all’individuo. Le discussioni di questi anni sul bisogno, o no, di una religione civile capace di legare il vulgo disperso di una repubblica fragile come la nostra si capiscono meglio quando si guardano queste cerimonie tipicamente americane.

Non importa che poi a Washington tendano a comandare in effetti poche famiglie influenti, alleate con i principi della borsa di New York e con il grande business. Non importa che, specie negli ultimi tempi, la presidenza fosse diventata quasi un fatto dinastico, con le famiglie Bush e Clinton sempre dentro o nei dintorni della Casa Bianca. Gli americani sanno che i riti della democrazia sono solo una parte della politica, ma guardano a quella folla variopinta di giudici, congressmen, funzionari pubblici, pastori, lobbisti e altri agenti di influenza, militari, business-men che circondano l’eletto, il prescelto, come al contorno decisivo dell’unzione democratica, della santificazione, sempre reversibile a giudizio delle assemblee elettive sovrane, di un comandante in capo che, finché gli si lascia il potere, è autorizzato a esercitarlo senza troppe remore, riserve, condizionamenti, ricatti di palazzo.
Questo presidente giovane, nero, energico, follemente ambizioso, grande oratore nella tradizione solidarista democratica, ma anche politico realista della scuola di Chicago, è ora alla prova. Deve fermare la crisi con la forza dell’intervento pubblico, ma senza proporre un modello socialdemocratico all’europea che dividerebbe il paese e si incaglierebbe nelle procedure dell’economia mondializzata. Deve estrarsi dalla tragedia claustrofobica in cui George W. Bush e Dick Cheney hanno dovuto recitare la parte del cattivo, e proseguire in quella guerra al terrorismo di cui ha riconosciuto la realtà. Programma da far tremare anche un gigante.
Finora l’idealismo di Obama, il suo spirito sognatore, era il prodotto della parola incarnata in lui stesso, nella sua biografia, nella storia sacralizzata della sua diversità e della sua identità profondamente americana, di qui il suo tratto messianico, la sua forza di rassicurazione e la statura di guida morale, oltre che politica.
Ma il giorno dopo l’inaugurazione del primo mandato tutto questo è finito, e per quanta pazienza manifestino gli americani nella considerazione del presidente e della sua agenda, per quanto gli promettano di non giudicarlo una delusione troppo presto, di lasciargli un grande spazio di manovra adeguato alla vastità della crisi, la resa dei conti comincia da subito.

Ferrara: Morucci non salga in cattedra

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Sembra meschinità vendicativa, trent’anni dopo i fatti, impedire a Valerio Morucci, il brigatista rosso che fece parte della squadra armata di via Fani, di spiegarsi nella più grande università italiana, la Sapienza di Roma. Invece quel rifiuto è segno di puro buonsenso, è una disposizione pietosa verso la memoria civile del Paese, indice di un comportamento serio e proporzionato rispetto ai fatti.
C’è infatti una relazione simbolica chiarissima tra la Sapienza e la storia del rapimento di Moro, dell’uccisione della sua scorta, della campagna di primavera delle Br che giunse all’esecuzione dello statista democristiano dopo decine di altri delitti eseguiti a freddo in quei 55 giorni di angoscia nazionale. L’università romana era stata negli anni incubatrice della violenza politica e ideologica. Le sue aule, sconvolte dall’uragano della fine degli anni Sessanta, erano diventate fortezze armate nella seconda metà dei Settanta. L’autorità accademica e quella dello Stato erano finite espulse dal campus, da quei luoghi erano stati cacciati un sindacalista come Luciano Lama e decine, centinaia di militanti democratici dei partiti e dei movimenti di massa; e se oggi ha forse l’aria di una iperbole l’accusa del sindaco Gianni Alemanno, quando dice che l’università della capitale è in mano a 300 criminali, gli antenati degli scalzacani e dei collettivi e centri sociali che hanno inscenato la famosa caciara contro il Papa e che ora tengono in pugno il disordine pubblico in quelle aule erano davvero un esercito violento forte di un’ideologia intollerante e di una brutale organizzazione di apparato, di gruppo, di banda.
Morucci è nella condizione di un cittadino che ha commesso gravi crimini, che ha comminato dolore e ingiustizia alla comunità in cui viveva, e che ha pagato i suoi debiti penali secondo le leggi del suo paese. Ha riacquistato un diritto di parola che nessuno può togliergli, nemmeno in nome dell’inestinguibile debito morale che resta sempre sulle spalle di un assassino. Ma non è risalendo su una di quelle cattedre da cui sono stati tenuti i discorsi assembleari dei cattivi maestri del ‘77 che Morucci può spiegarsi, come ha cercato di fare nel suo libro: insegnare agli altri i propri tragici errori nei luoghi simbolici in cui si era condensata la nuvola nera che avvolse l’Italia nell’epoca del piombo ideologico è una assurdità, un segno di insensibilità e perfino di alterigia.
Ci sono altri modi per elaborare il proprio lutto, un mesto e sincero pentimento, se di questo nobilmente si tratta. Le università dovrebbero ridiventare un centro di ricerca, di didattica e di scambio civile e culturale in cui l’autorità delle buone idee si esercita in forme significative, con il lavoro storico e teorico, con lo scavo dentro esperienze e regioni mentali nuove. Non è sensato riconsegnarle, sia pure con un segno opposto a quello degli anni più tragici, al chiacchiericcio delle testimonianze e alle acrobazie morali dei capi del partito armato.
Quando una coalizione faziosa di docenti e studenti votati all’estremismo anticattolico creò una situazione così offensiva e odiosa da costringere Benedetto XVI a non parlare nell’aula magna della Sapienza, privando quell’università dell’ascolto di uno straordinario discorso sul rapporto tra cultura, religione e politica nella storia della civilizzazione occidentale, quel gesto illiberale si inserì perfettamente nella lunga teoria di comportamenti violenti che avevano preparato il terreno agli assalti dei pitrentottisti e delle Br, fino al culmine drammatico del sequestro di Aldo Moro. Tra la parola sprezzantemente tolta e la parola incautamente data c’è un legame vizioso che andava spezzato.

Ferrara: Ebrei condannati a far paura al mondo

Istanbul

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L’ultima guerra del Libano fu durante la nostra estate del 2006, questa di Gaza travolge il nostro inverno. L’atmosfera è cupa, il dolore lancinante, le immagini catastrofiche, e per quanto Tsahal sappia colpire dall’alto il nemico entro un perimetro sorvegliato di 2 metri, gli innocenti in ogni guerra finiscono nel bersaglio. Figuriamoci adesso che le guerre jihadiste e terroriste dei nemici di Israele e dei crociati cristiani fanno saltare deliberatamente decine di bambini in Afghanistan, bruciano folle di credenti in preghiera in Pakistan, circondano le scuole della regione di Kandahar minacciando di uccidere le bambine abilitate a frequentare le odiate scuole occidentaliste, terrorizzano Mumbai con la guerriglia di strada contro indù e occidentali e l’esecuzione a freddo dei missionari ebrei.
La pietà è erosa dalla guerra di civiltà, dal fanatismo ideologico binladenista, dall’islamismo politico radicale sparso per ogni dove. Il mondo si imbruttisce e le immagini apocalittiche da Gaza ci ricordano quanto sia sfregiato là dove comandano i guerrafondai di Hamas, i militanti di Khaleed Meshal al soldo di volta in volta della Siria e dell’Iran, come gli hezbollah, tutti a seminare terrore e a rompere fragili tregue sotto l’ombrello prenucleare di Mahmoud Ahmadinejad, il gentiluomo che ci ha fatto gli auguri di Natale dagli schermi britannici di Channel 4.
Per chi non volta la faccia dall’altra parte, i fatti sono rocciosi, non li si può aggirare. O gli ebrei se ne tornano da dove erano venuti, e quelli nati lì si dispongono a una nuova diaspora senza protezione, senza focolare, senza patria, senza stato, oppure devono difendersi con la deterrenza. Mentre arabi, palestinesi e protettori regionali iraniani celebrano la loro discordia, ma appena ottengono legittimazione per uno stato autonomo in Palestina subito alcuni di loro bruciano la Palestina e rilanciano la vocazione all’eliminazione dell’odiata entità sionista dalla carta geografica, Israele è condannata al destino nazionale di una guarnigione assediata che ha l’obbligo di incutere timore reverenziale ai suoi vicini.
Va via dal Libano meridionale e il fronte del nord diventa impossibile da vivere per i suoi civili colpiti dai razzi di Hezbollah. Va via da Gaza, cacciando con la forza in un lacerante dolore i suoi coloni che vivevano lì pacificamente da anni, con le loro città giardino e le loro sinagoghe, ed ecco che il fronte sud del paese diventa il bersaglio dei missili Kassam.
Barack Obama dovrà ora essere all’altezza delle sue dichiarazioni rese nella città martirizzata dai missili di Hamas, Sderot. «Qualunque cosa» disse l’estate scorsa in piena campagna elettorale, «anything», farei qualunque cosa per proteggere la casa dove dormono i miei figli aggredita dai missili di Hamas. Ma tutti noi, occidentali ed europei storditi dall’impotenza della nostra coscienza pulita e codarda, dagli inutili appelli alla pace quando la tregua è rotta, dobbiamo riflettere sulla doppia condanna di Palestina.
Le popolazioni civili arabe di Gaza e dei territori sono travolte dallo spirito di guerra degli estremisti che prendono il sopravvento, e il popolo di Israele è costretto a mostrarsi potente, spietato, chirurgico nella capacità di amputare le mille braccia del male che si annidano tra i civili nelle aree affollate di un territorio, la Striscia, guidato da una banda di terroristi animati dal sacro fuoco islamista e dalla fanatica idea di perseguire il bene e il paradiso maomettano con le loro mense popolari e le loro bombe umane.
L’ultima condanna degli ebrei è di mettere paura al mondo mentre si battono per sopravvivere.

Ferrara: Non esiste l’aborto indolore

La pillola Ru486

L’arcitaliano 

Anche il secolo ha un cuore. I cristiani non detengono il monopolio della pietà. O almeno così sembrava finché non è arrivato, ora anche in Italia, il nuovo veleno abortivo, la pillola Ru486, il mifepristone che annienta e scioglie nel sangue il nucleo biologico di un bambino che sta per nascere. Quando decidemmo di legalizzare l’omicidio stabilendo che una donna può rifiutare, a certe condizioni, il bambino che ha concepito (legge 194, 1978), stipulammo un compromesso morale. In Europa, dico, perché in America la scelta fu fatta senza compromessi: una sentenza della Corte suprema (Roe vs Wade, 1973) considerò diabolicamente l’aborto come un semplice capitolo della privacy femminile, una questione interna al corpo e all’anima della donna incinta. In Europa no. Le leggi abortiste, e quella italiana in particolare, non sancirono il diritto privato di aborto.
Piuttosto preferirono l’aborto pubblico, a certe condizioni da accertare con l’ausilio del medico, degli psicologi, di altri operatori sociali. Si disse che per eliminare l’aborto clandestino era necessario consentire l’interruzione di gravidanza su richiesta motivata di una donna, ma nel quadro di una iniziativa per la «tutela sociale della maternità» (così è intitolata la legge che ha autorizzato 5 milioni di aborti in 30 anni).
È per via di questo compromesso che, mentre in America la guerra pro life e pro choice è lo scontro frontale tra coloro che sono convinti dell’illiceità morale dell’aborto e dall’altra parte dottori e donne e giudici e opinione liberal convinti che la libertà di scelta venga prima di tutto, in Italia le cose sono andate altrimenti. Nella clinica Mangiagalli di Milano, per esempio, si fanno gli aborti e si scongiurano gli aborti al tempo stesso. In regime di separazione delle carriere, operano i ginecologi e le ginecologhe che devono dare seguito alla disposizione di legge, ma anche persone come Paola Bonzi e i suoi compagni, che fanno di tutto per salvare le vite dei bambini destinati all’aborto e quelle delle loro madri, e ci riescono migliaia di volte.
Questo compromesso morale è destinato a saltare per via di questa pillola Ru486, che cambia radicalmente la natura dell’aborto. I promotori di questo veleno farmacologico dicono che si tratta di aborto facile e indolore. Una menzogna, perché non esiste un aborto indolore e, se è per questo, l’espulsione lenta e non del tutto sicura di un feto per via farmacologica presenta ancora oggi lati molto oscuri per la salute fisica di una donna. Invece è certo il salto nel buio per la salute psichica.
L’aborto diventa solitario, la pillola si assume per ora in ospedale, domani a casa dopo l’acquisto in farmacia o in un dispensario ospedaliero. Diventa lungo e lento, l’omicidio, ci vogliono giorni per l’espulsione. Si compone di più atti, ripetuti. Abbisogna di analisi e verifiche tutte a cuore caldo e a occhio vigile, per verificare che sia stata bene orchestrata l’esecuzione del compito luttuoso. La donna viene completamente abbandonata, maschi e medici e altri guru ideologici della cultura faustiana contemporanea sono totalmente deresponsabilizzati. E si reintroduce, nell’isolamento sociale di una stanza da bagno privata in cui avviene l’espulsione del nucleo fetale di un bambino, l’antica sintassi tragica del peccato clandestino di aborto.
È quasi incredibile che un governo così forte e pimpante, perfino così estrosamente amico del Papa, consenta l’introduzione anche in Italia di questa nuova offesa al corpo delle donne, di questa prova finale del fatto che l’aborto è diventato moralmente indifferente, non soluzione legale contro l’aborto clandestino ma sentenza legittima di morte a carico degli innocenti, iniezione letale che non prevede moratoria alcuna.

Ferrara: Viva la differenza

Una scena de I segreti di Brokeback Mountain

L’arcitaliano 

L’episodio della censura televisiva di Brokeback Mountain, il film di successo su due cowboy che si amano e fanno l’amore sotto la tenda (scena tagliata), mi spinge a pormi due domande. Quand’è che abbiamo deciso che mettere su coppia o famiglia con una persona del tuo stesso sesso è perfettamente equivalente a sposarsi tra uomo e donna? Quando siamo passati dalla comprensione, dalla tolleranza, dalla simpatia verso l’amore che un tempo non osava dire il suo nome all’annullamento radicale della distanza culturale, psicologica e spirituale tra un comportamento omofilo e uno eterofilo?

Per rispondere a modo mio a queste due domande devo prima esibire titoli, giustificazioni e precisazioni appuntite come stuzzicadenti. Infatti in ogni società ideologizzata come la nostra, in cui la discussione sui fondamenti del vivere e sui costumi non è davvero libera, è sempre in agguato l’aggressione intellettuale, la diffamazione, l’intolleranza conformista. Quindi, ecco le mie scuse non richieste: non ho niente contro l’amore omosessuale, rispetto le persone omosessuali, e lo dimostro nella mia vita e nella mia professione. Trovo degradante ogni forma di inimicizia verso i gay, per non parlare delle violenze culturali e di stato, della persecuzione penale. La censura televisiva mi fa semplicemente ridere.

Detto questo, evito di portare il cervello all’ammasso. Le reazioni progressiste (tutte) al grottesco episodio di Raidue che trasmette una storia d’amore tra maschi senza i baci e le carezze, nella presunzione che in questo taglio si realizzi un alto concetto educativo del servizio pubblico, mostrano l’emergere di una nuova consapevolezza generale in fatto di amore e famiglia: tutto è eguale, non ci sono differenze e dobbiamo conformarci definitivamente al dogma zapateriano della coppia gay benedetta dalla legge matrimoniale eguale e dal diritto di famiglia in cui madre e padre diventano progenitore A e progenitore B al fine di tutelare la famiglia omosessuale con bimbi fabbricati per via eterologa o adottati.

Con tutta la stima affettuosa e non condiscendente verso persone dello stesso sesso che si amano, fanno l’amore e mettono su famiglia; con tutta la comprensione per l’enfasi retorica impiegata nel trattare i diritti nascenti di persone che adottano comportamenti di minoranza, fino a ieri maltrattati e abusati in modo spesso ignobile, e ora celebrano in gran tumulto la loro liberazione dal pregiudizio: con tutto ciò, mi domando se sia ancora possibile educare all’amore tra uomo e donna senza autocomprendersi, o senza risultare agli altri, cultori confessionali e oscurantisti di una visione ristretta e fanatica dell’amore, ispirata a dogmi o canoni inquisitori spietati.
Penso di sì. Puoi compiacerti di una società libera dal pregiudizio senza rinunciare al giudizio. Puoi giudicare, formandoti gli strumenti adatti, senza trasformare il giudizio in una sentenza di esclusione, tantomeno una condanna, tantomeno per le persone e le loro libere vite. Puoi essere serio, ma non senza ironia. Puoi in sostanza considerare un criterio importante di vita quel particolare tipo di amore che ti ha dato la vita, che ti ha generato nell’attesa, che ti ha accudito ed educato in un quadro familiare che ha trovato posto per figure quali la madre e il padre. Puoi considerare con particolare benevolenza e simpatia l’idea di una relazione obbligante o libera, parziale o definitiva, con una persona di sesso diverso dal tuo, eguale a te nell’umanità eppure così fatalmente e splendidamente diversa.

Combattere l’omofobia è sacrosanto e ormai lo si fa in coro. Confondere questa battaglia con la rinuncia a un principio di educazione e autoeducazione fondato sull’amore tra uomo e donna, generatore di figli e di futuro, è un’altra cosa. E qualcuno deve dirlo.

Ferrara: Tutte le furbizie del presidente

affluenza record con lunghe code ai seggi

L’arcitaliano

In America scegliere il tuo team può riservare curiose sorprese. George W. Bush nel 2000 incaricò Dick Cheney di trovargli un vicepresidente. Cheney sottopose a un esame spietato alcuni candidati, scrutando nell’abisso della loro vita privata. Poi disse a Bush che il candidato migliore in fondo era lui stesso. E si riservò in seguito di usare i dati che aveva raccolto sui concorrenti molto virtuali per sedare le loro proteste. Ma la presenza a bordo di Cheney, che fu incaricato di guidare il team nel periodo di transizione tra l’elezione e l’insediamento del presidente, garantì a Bush una squadra di prim’ordine, che fronteggiò l’11 settembre e altri rischi planetari.

Quanto a Barack Obama, ora che è stato eletto in ticket con Joe Biden, le cose si prospettano in modo molto diverso. La polpa è la solita astuzia del potere, il guscio è cambiato. Bush era riservato, talvolta top secret, Obama gioca il suo gioco all’insegna della trasparenza, usando i media e facendosi usare dai media.
Ha intortato Hillary Clinton facendo pubblicamente sapere che le aveva offerto il posto di segretario di Stato, così da renderle difficile un rifiuto. E ha poi fatto anche lui l’esamino alla ditta Clinton, Bill & Hill, raccogliendo dati che gli saranno utili in futuro. D’altra parte su queste cose non si scherza, gli uomini del presidente esigono di sapere tutto, ma proprio tutto, a proposito di coloro che hanno l’onore di collaborare con il boss alla guida del paese. E hanno il potere di farlo. Ma come per Cheney con Donald Rumsfeld e gli altri, anche la scelta della senatrice Clinton per gli Esteri o la conferma alla Difesa di Bob Gates sono acchiappi, o “pick” come si dice a Washington, che promettono di rivelarsi molto fortunati.

Obama ha la chiacchiera alta e porta decisamente la retorica a sinistra, nel senso speciale che questo termine può avere per la cultura delle élite americane nel loro rapporto con la società, ma promette di agire pragmaticamente al centro. Se pensiamo al suo new deal in economia, dunque all’intervento dello stato con fondi federali molto ingenti nella crisi economica, l’impressione è quella di un pragmatismo perfino eccessivo.
La squadra, con Tim Geithner dalla Fed di New York al Tesoro e l’ex ministro e presidente di Harvard Lawrence Summers al Consiglio nazionale per l’economia, è di gran classe, ma è anche un’impresa tra cugini, che decisamente rivaleggia con le pratiche europee e italiane in fatto di conflitti potenziali d’interessi. Teste d’uovo e operativi di eccezionale preparazione, d’accordo. Ma se non vengono da Goldman Sachs e non hanno il bollo di Robert Rubin, l’influente ex clintoniano in capo ora consulente della quasi fallita e salvata Citigroup, non se ne fa niente.

Per estremo paradosso, con le scelte di Obama gli stessi che sotto Clinton hanno deregolamentato la finanza ora caduta sui mutui, e che poi hanno aiutato il nuovo presidente a vincere attaccando la deregulation e rilanciando il mito di Franklin D. Roosevelt e signora, ora la salveranno con i quattrini dei contribuenti. Ma questa è in fondo la legge del sistema americano, che premia la continuità istituzionale, scoraggia rotture troppo radicali e crea deregulation e rilanciando il mito di Franklin D. Rooseveltun equilibrio tendenziale in tutti i settori della vita pubblica.
Basti pensare all’altro grande paradosso che dovrà affrontare il dream team di Obama: chiudere Guantanamo in nome delle garanzie e aprire un tribunale speciale per la sicurezza dello stato, la più antigiuridica delle istituzioni, a meno di non rilasciare decine di brutti ceffi jihadisti destinati a riprendere servizio sulla pelle di soldati e civili occidentali. Buon lavoro.

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