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Ferrara: Ecco il mio testamento biologico

Eluana Englaro
L’arcitaliano

Se me lo chiede la direzione del giornale, contratto alla mano, allora il mio testamento biologico lo scrivo senza problemi di pudore o di superstizione. Il punto di partenza è che non voglio essere aiutato a morire in vita, spero invece di essere aiutato a vivere la mia morte. Spero mi si abbandoni alla mia libertà di morire, alleviando per quanto possibile la sofferenza che precede la morte e legittima la vita. Se lo mettano bene in testa quelle strane persone, Corrado Augias & C, che girano nelle loro rubriche con degli strani kit pieni di veleni appositi, facendo finta di essere europei e protestanti, atei e materialisti, mascherando umane paure e ridicole ideologie nulliste sotto le sembianze di una procedura baciata dal vento del progresso e della consapevolezza scientifica.
Non voglio il suicidio assistito, non voglio la loro assistenza. Se impazzisco di disperazione, ci penso da solo a fottermi. Aiuto a morire i miei animali che non sanno di morire sebbene sentano la fine. Io invece sento e so, dunque sto con il poeta Vincenzo Cardarelli che voleva morire, sì, ma non essere aggredito dalla morte.
Spero di essere circondato da persone che mi amano. Questa è la cura di cui non avrei mai abbastanza. Questo conforto dell’umanità è il sostituto di quel riposo in Dio che mi spetta e non mi spetta, in quanto non credente. Che amino me o, attraverso di me, l’immagine divina restituita da un essere umano, non fa una grande differenza. Anzi: alla fine, verso la fine, è la stessa cosa.
Qualcuno dirà: non fare il furbo. Parlaci in modo asciutto del fine vita. Spiega la procedura che solleciti sia messa in opera alle strutture sanitarie e dicci quali norme sono quelle giuste secondo te, parla la lingua del sanitariese. Ma io non posso. Spiegherò bene ora che cosa intendo come mia ultima volontà, renderò omaggio al narcisismo di un’epoca in cui anche il testamento non riguarda più gli eredi ma il trapassato stesso e il suo trapasso, ma non credo esista il fine vita: esiste il morire. Non esiste il fine cura: esiste l’abbandono disperato, la fine dell’amore, il rifiuto della carità per abbondanza ideologica.
Se finisco in coma, vi prego di lasciarmi così come sto, come Nino Andreatta e Ariel Sharon, come Eluana Englaro. Se vi sarà difficile curarmi, se sarete assaliti dalla disperazione, disidratatemi pure, affamatemi, non ve ne vorrò, perché è una prova dura, e non sono lì con voi a cercare di superarla insieme, quindi non accampo diritti assoluti. Ci sono, e non ci sono. Ci siete, e non ci siete. Ma non fate stupide leggi, e feroci, che prescrivano di disidratare e affamare la gente che dorme pesante, limitatevi se del caso a un comportamento socialmente egoistico, senza farne un chiavistello per affermare una concezione non cristiana della vita e della cura, aprendo la porta al Diavolo con il grimaldello della norma. Finché c’è qualche buon cristiano che mi porta un bicchier d’acqua, lasciatelo venire.
Le cure, le macchine, la vita artificiale… Decidete voi a spanne, con senso di umanità, che è qualcosa di diverso dall’astrattezza della giustizia. Decidete voi. A me la vita artificiale non piace, anzi mi spaventa, ma se devo fissare qui una volontà so che sarà menzognera, so di non sapere quanto attaccato alla vita potrei essere in futuro. Ascoltate quel che ho da dirvi, ed eseguitelo con compassione, se avrò la coscienza e le facoltà di comunicare con voi.
Lasciatemi riposare in pace per sempre se ve lo chiederò, quando sia un ritrovato tecnico a impedirlo, e io non voglia ricorrervi. Ma non prendetemi a esempio per fare le leggi, non mandatemi in onda, non affidatemi a un partito politico, non stabilite norme di cui la società potrebbe pentirsi quando, così raramente, alza gli occhi al cielo. l

Ferrara: Inutilità della piazza veltroniana

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L’arcitaliano

La classica manifestazione generale contro il governo serve a poco. Può anche rimbalzare come una palla su chi la organizza. Silvio Berlusconi si liberò di Romano Prodi quando aprì a Walter Veltroni. Ve lo ricordate? Disse che dovevano rifare insieme la Repubblica, incontrarsi e aprire una nuova fase. E la nuova fase si aprì. Con l’aiuto di una incursione molesta del solito magistrato d’assalto, Prodi cadde. Il grilletto fu premuto da un togato, ma il terreno era stato arato e seminato dall’iniziativa politica. Invece la manifestazione kolossal del dicembre successivo alla sconfitta elettorale servì più che altro a mettere in piazza le divisioni dell’opposizione di centrodestra. Sì, è confortante sentirsi in tanti e protestare uniti contro il governo: ma serve?
Ora ci prova Veltroni. Suo diritto, ovviamente. Ma un leader che aveva promesso innovazione, salto generazionale, bella politica e molte altre amabili cosucce dovrebbe chiedersi che senso abbia la sopravvivenza, in Italia e solo in Italia, di questo tipo di manifestazione ovvero la mobilitazione generale contro il governo, ma senza oggetto, senza ordine del giorno, senza contenuto, senza un’anima sociale e politica definibile. “Salva l’Italia” è una parola d’ordine di impressionante genericità, diciamo pure che è del tutto vuota di significato. E, d’altra parte, su quale mai drammatica svolta di regime dovrebbe incentrarsi la protesta?
Il governo Berlusconi ha ripulito un po’ Napoli, ha tassato i petrolieri, ha varato il federalismo fiscale d’intesa con i sindaci dell’opposizione, ha abrogato il foro boario della finanziaria d’autunno, ha fatto cose strategiche o anche di solo buon senso nella scuola, nella pubblica amministrazione, nelle politiche ambientali. Il governo ha realizzato il decreto per la sicurezza dei cittadini che Veltroni aveva proposto invano a Prodi e cerca di attuare politiche di integrazione efficaci degli immigrati che sollevano scandalo solo tra i moralisti, gli ipocriti, i paternalisti.
Infine, di fronte alla crisi finanziaria mondiale, il governo ha organizzato la protezione dei risparmiatori e investitori che aveva promesso e cerca di fare fronte alla recessione con idee critiche verso l’autonomia dei mercati, puntando sull’interventismo statale. Ha ottenuto risultati, e i sondaggi lo premiano. Vi pare che contro queste robe qui, con la televisione pubblica che se ne sta lì bella intonsa a far chiacchiere “de sinistra” e quella privata che fa il suo mestiere pluralista tra Mediaset e Sky, si possa organizzare una mobilitazione convincente?
Non si può. Si potrà giocare con i numeri alla conta e gigioneggiare a colpi di milioni di partecipanti. Ma l’effetto politico sarà pressoché nullo. Il Partito democratico guidato da Veltroni, che prometteva un nuovo patto tra la politica e i cittadini, un nuovo linguaggio, una nuova organizzazione della politica, una nuova passione capace di motivare le tensioni spente dei vecchi partiti-apparato, potrebbe perfino confermare, con la manifestazione del Circo Massimo, la sua ormai troppo modesta ambizione, il suo essere risucchiato in una logica di correnti e di battaglie tra i capi tradizionale, molto tradizionale.
Il rischio dell’autolesionismo è dietro l’angolo, quando si comincia con le primarie, quando si bandisce il superamento delle ideologie del Novecento, e poi si torna in piazza a fare come sempre la solita ammuina contro il governo. Se era per costruire idee sapide, interessanti e magari inedite, questa è risaputa, sciapa e vecchia. Comunque auguri, perché le manifestazioni, anche quelle inutili, sono atti di legittimità democratica, e il governo dovrebbe rispettarle e starne fuori.

Ferrara: In difesa della vita morente

Angelo Bagnasco

L’arcitialiano
La Chiesa italiana o almeno la sua Conferenza episcopale ha deciso di accettare, anzi di favorire, una legge in cui ciascuno di noi è chiamato a stabilire come desideri morire, e quando lo desideri, nel caso sia perduta coscienza o capacità cognitiva o possibilità di trasmettere un pensiero compiuto. Parliamo del “testamento biologico”, detto anche “dichiarazioni anticipate di fine vita”. E già le parole sono chiare: la vita è a mia disposizione, come le mie cose, ne dispongo come voglio.
La Chiesa fa ciò che vuole, ovvio, e i vescovi pensano di limitare i danni, di scongiurare l’abbandono terapeutico, l’eutanasia o il suicidio assistito, che ormai sono pratiche legislative diffuse in Europa, facendo del testamento biologico una specie di diga. Così il cardinale Angelo Bagnasco, capo dei vescovi, dice che dalle direttive anticipate si dovrà escludere la possibilità, resa tragicamente chiara nel caso di Eluana Englaro, di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiale.
E come si fa, una volta abbattuto il tabù o il mistero della vita umana, una volta consegnata la decisione sulla vita alla volontà soggettiva, all’arbitrio di ciascuno protetto dalla norma valida per tutti, come si fa poi a porre condizioni e a stabilire limiti? Il nulla, come ideologia, non sopporta limiti. Il nulla non ha confini. La diga dei vescovi non reggerà.
L’uomo è un animale libero. Può rifiutare le cure. Può fare quel che vuole e che ha sempre fatto, determinando le condizioni della propria vita e anche quelle della propria morte. Ma stabilire questo potere come un diritto, farne una norma universale, vuol dire fare cultura nichilista, vuol dire non già trasgredire il tabù della vita, il suo mistero, ma abbatterlo per scelta ideologica. Lo abbiamo già fatto con l’aborto, che è un atto di distruzione della creatura umana del quale abbiamo stabilito non solo la legalità (questione discutibile), ma anche la legittimità moralmente indifferente. Ora, dopo la vita nascente, lo faremo per la vita morente. E dietro il testamento, passato quel principio, c’è ovviamente la sequenza di eutanasia e suicidio assistito.
Che non sappiamo come morire è un riflesso del fatto che non sappiamo più tanto bene come vivere. La moderna paura di morire si accompagna ad altre paure: soffrire, far soffrire gli altri, dipendere dalla altrui carità, perdere la propria libera disponibilità di se stessi. Ci siamo inventati una vita che non c’era mai stata prima di noi. Una vita che è una nostra costruzione, fatta di soluzioni chimiche, interventi chirurgici, macchine capaci di prendere in carico il corpo e sostituirne le funzioni a tempo indeterminato. Non riusciamo a padroneggiare bene questo insieme di possibilità tecniche. Infatti oscilliamo sempre tra due retoriche vitaliste di opposta caratura, e le confondiamo l’una con l’altra. «Ha combattuto fino all’ultimo» è il complimento alla volontà di vita tenace e consapevole. «È morto senza soffrire, istantaneamente, come desiderava» è il complimento rivolto alla persona che vuole scomparire senza nemmeno saperlo.
Una volta, quando il mondo era diverso, meno secolarizzato, meno libero e volitivo, ma anche meno triste, la persona che declinava provava l’antica ed eterna paura di morire ma sapeva affidarsi, si consegnava in modo cerimoniale ed esemplare alla cura altrui, la cura della medicina e quella dell’amore familiare o amicale, e poi c’era il prete con l’ultimo sacramento. E poi c’era il poeta: «Morire sì/ non essere aggredito dalla morte». A decidere dell’ultimo istante era la discrezione. Caso per caso. Nel bene e nel male. Morire non era l’effetto di una norma, era l’avvenimento finale della vita, del misterioso corso della vita faceva parte come una necessità e, per la gente di fede, come una speranza.

Ferrara: Salvataggi all’italiana

Dipendenti della Lehman Brothers

L’arcitaliano

Esuberi è una parola triste, eufemistica. Riflette la nostra estraneità culturale al gioco pericoloso, vitale e mobile del capitalismo. Sarò pazzo di rabbia il giorno in cui qualcuno mi dirà: “Sei licenziato, siamo falliti”. Vorrà dire che una battaglia è stata persa, e guai ai vinti. Ma morirò di malinconia quando mi avranno incasellato come un “esubero di manodopera”. Vorrà dire che nessuna battaglia è stata data e la mia funzione sociale si è semplicemente rivelata superflua.
In questi giorni tutti fanno il paragone tra la drammatica ma sobria dismissione per bancarotta di decine di migliaia di lavoratori di Wall Street e l’angoscioso ma palloccoloso protrarsi dell’agonia sociale che colpisce l’Alitalia e i suoi “esuberi” al termine di una lunga storia di fallimenti mascherati e iperprotetti e rinviati con i quattrini pubblici. È un paragone troppo facile, ovviamente. E per questo si impone.
Da una parte la decisione di una notte per la Lehman Brothers Holding Inc., che arriva quando gli anelli della catena finanziaria legata ai mutui inaffidabili sono saltati e nessuno viene in tuo aiuto, perché la legge del mercato deve funzionare, si deve capire che l’assunzione del rischio è una cosa seria, in certi casi si può e si deve intervenire a tutela della stabilità, ma non si fa assistenza alle società fallite con il pubblico erario, gli interventi di salvataggio sono eccezioni al sistema per salvarne il funzionamento basilare, non la regola del sistema.
Dall’altra parte, con l’Alitalia, una storia di salvataggi a ripetizione, in cui tutti i governi, tutti i partiti, tutte le culture di management industriale e finanziario concorrono da vent’anni all’unico scopo di far sparire il fallimento, di nasconderlo sotto le esigenze astratte dell’italianità ma anche sotto il destino nero di famiglie destinate a un forte disagio sociale, alla sofferenza e all’umiliazione della perdita del posto di lavoro in un paese e in una società che non prevedono alcuna vera forma di mobilità.
Ora Robert Skidelsky, autore di una importante biografia di John Maynard Keynes, sostiene che, se facciamo eccezione per le economie asiatiche spinte dal liberismo e dalla globalizzazione della legge di mercato, “la crescita economica è stata più rilevante e assai più stabile nei decenni d’oro del keynesismo che nell’era di Milton Friedman, e che i suoi frutti furono distribuiti con maggiore equità, e che coesione sociale e moralità economica furono mantenute più facilmente”.
Può essere, in effetti, che si stia avviando un nuovo ciclo in cui protezione sociale, interventismo statale, governo programmato e ultraregolato dell’economia tornano a orientare la vita delle nazioni e il funzionamento concreto dei mercati, ma almeno per noi italiani sarebbe una riconversione storica in pura perdita.
C’è un mondo europeo continentale che ha conosciuto e praticato l’economia sociale di mercato, ovvero lo sviluppo economico e finanziario, l’accrescimento della ricchezza, in regime di compromesso intelligente con i sindacati e in un contesto di fortissima disciplina sociale del capitale e del lavoro. È il modello tedesco, socialdemocratico, e in parte quello francese.
C’è chi nel mondo anglosassone ha corso l’avventura del capitalismo allo stato selvaggio, ha goduto di feroci tagli fiscali, ha visto compagnie manifatturiere, tecnologie, merci, materie prime, obbligazioni e azioni innalzarsi e volare nella gara competitiva dei mercati mondiali. A noi è toccata una specie di socialismo corporativo modello Iri, poi il progetto incompiuto di una rivoluzione liberale evocata sia da Silvio Berlusconi sia da Massimo D’Alema, ed eccoci già al ritorno della pianificazione per cordate e bancocentrica, naturalmente con i quattrini dei contribuenti. Non è un po’ troppo?

Ferrara: E io difendo i contributi pubblici

vita di redazione

La libertà di stampa non è garantita dai giornalisti, come a torto si pensa correntemente, ma dagli editori. Non nego che un giornalista colto, curioso, intelligente e coraggioso possa dare una mano a liberare un paese democratico dal conformismo. Dico però che la sostanza della libertà di stampa è nel pluralismo degli editori, che rischiano e alla fine decidono della qualità e dell’orientamento di un’impresa giornalistica. (Stiamo parlando del mondo di ieri, perché nel web nessuno ancora sa che cosa sia la libertà online).
Le sovvenzioni pubbliche all’editoria permettono la moltiplicazione degli editori, dunque aiutano la libertà di stampa in termini di varietà della scelta, rappresentanza di minoranze e gruppi particolari.

Il lettore di un giornale sovvenzionato dallo stato per un terzo dei suoi costi, come Il Foglio, è un curioso animale. Si tratta di decine di migliaia di persone che amano leggere, e molto. Per la sua forma grafica, Il Foglio è un giornale austero. Per la scaletta dei temi di informazione che affronta e approfondisce, riservandosi spazi di polemismo e divertimento ma senza risparmiarsi la fatica delle idee, Il Foglio è un giornale unico. Lo hanno riconosciuto autorevoli recensori italiani, europei e americani.
Il Foglio non ha una sua base popolare precostituita (come certi giornali di partito o di area), non è politicamente fedele al suo patron virtuale, che è per poco più di un terzo la famiglia Berlusconi, ma è da sempre culturalmente un giornale amico della rupture berlusconiana: stile tycoon, follie istituzionali, gaffes caratteriali, grandezze pop e umanissime miserie del Grande Timoniere sono state il pane della parte politica e semantica del giornale, mentre poi la politica estera, le questioni etiche e culturali, e la politica italiana, furono sempre trattate in totale indipendenza, se non in modo decisamente eccentrico rispetto all’orbita dell’attuale premier.
Non è che ci sia bisogno del Foglio. È un lusso, un giornale così. In linea teorica non è giusto che il contribuente paghi un lusso per pochi. Non c’è neanche bisogno della Scala di Milano o del Regio di Torino, nemmeno di tre reti Rai, per non dire di altre diecimila aree di finanziamento pubblico della comunicazione sociale e della cultura. Per non parlare dei grandi giornali commerciali di tradizione, quelli per i molti, che potrebbero tranquillamente farcela da soli senza i generosi finanziamenti che sono loro confermati.
Sarebbe una forzatura dire che la libertà di stampa verrebbe meno se i giornali assistiti dalla fiscalità generale perdessero i contributi. Sarebbe perfino sciocco. Da un certo punto di vista, anzi, la fine dei contributi pubblici all’editoria metterebbe in pressione sul mercato una certa quantità di esperienze e intelligenze giornalistiche e culturali, e forse ci indurrebbe tutti a uno sforzo di fantasia per produrre informazione interessante a costi minori o con introiti maggiori, creando una editoria non assistita altrettanto varia e libera.

A parte qualche ladruncolo e qualche parassita, in generale la mia esperienza personale mi dice che si può gestire in modo limpido una piccola azienda editoriale parzialmente assistita, che vive creativamente fuori del grande mercato, ma la pigrizia e la routine sono sempre dietro l’angolo. Il mercato è uno stimolo molto più efficiente del protezionismo di stato, in ogni campo e per qualsiasi attività.
Se scomparissero tutti questi giornalini liberi o semiliberi, alcuni dei quali pregevoli e utili, be’, sarebbe un dispiacere per una minoranza di cittadini lettori che amano i giornali. E un giorno di festa per quelli, non pochi, che, spesso anche giustamente, li odiano, e non vorrebbero pagarli se non per scelta propria, in edicola.

Ferrara: Ma perché ho smesso di fumare?

una sua foto in topless per una sigaretta

L’arcitaliano

Sono costernato quando vedo un padre o una madre fumatori assediati dai loro ragazzi, ricattati, intimiditi, supplicati, perché la scuola insegna che il primo dogma salutista è smettere di fumare. La scuola ha perso per sé il principio di autorità e vuole trasmettere questa perdita, esiziale per il buonumore della nostra cultura, anche alla famiglia, contaminandola mortalmente: non sono più i padri che prendono a cinghiate i figli che hanno fumato di nascosto (successe a me, a Mosca, quando avevo sette anni), sono i figli che impongono ai padri di smettere di fumare con la loro petulante trasvalutazione in casa delle verità correttissime apprese a scuola. Il solito mondo alla rovescia. Un orrore. Un’umiliazione innaturale della paideia occidentale, l’infantilizzazione dei genitori a mezzo di insegnanti piuttosto asini, uno scampolo di totalitarismo idilliaco con i figli messi contro la loro matrice per il bene della causa, il gulag del tabacco.
Sono triste quando penso alla fortuna della favola metropolitana, edificante per l’igiene e menzognera per la morale interiore, del cosiddetto fumo passivo. A parte la legittima ritrosia a respirare il fumo degli altri, che devono sempre cercare per lo meno di mostrarsi non troppo ineducati, il fatto di giustificarla, invece che con le buone maniere, con un inesistente pericolo statistico di morte, la ghigliottina polmonare del fumo altrui annusato nell’aria è una burletta per gonzi. Peggio. La storia del fumo passivo è come gli eccessi risibili sul carattere antropogeno dell’effetto serra, quando ti dicono per via statistica, e ti fanno ridere mentre guardi la vastità dell’aria dall’oblò del jet, che un volo d’aeroplano inquina il cielo, e bum bum bum! Non farebbe del male a una mosca, il contatto medio e normale con il fumo altrui, se non fosse caricato di questo segno maniacale-igienista di tipo depressivo.
Amo disperatamente il fumo di sigaretta, di sigaro, di pipa e magari anche d’altro. Lo amo fin da quando ero ragazzo. Quel che James Joyce diceva di Nora, sua femmina, io potrei dirlo della mia prima sigaretta: “Hai fatto di me un uomo”. Altro che sesso, alcol, solo il cibo è paragonabile, salvo il suo stupido carattere utilitaristico, al gratuito piacere del fumo. Il fumo taglia il tempo secondo il tuo gradimento. Aguzza certamente l’ingegno. Non dà alcuna vera dipendenza, tutte balle, nemmeno a noi chain smoker, fumatori ininterrotti di 50 e più sigarette al giorno, o sette mezzi toscani. Il fumo si combina divinamente con il pensiero, quando ci sia, e con l’oblio del vagheggiamento indifferente, quando non si pensi a nulla. Stimola, però anche narcotizza.
Ti accompagna come un guardiano del tuo benessere, ti obbliga a gesti eleganti e misurati, in continuo contatto con il fuoco e la cenere, due cose tra le più pulite nel mondo materiale. È ecologico, sono foglie morte e vitali, arrotolate o sbriciolate, che per natura nicotinica combattono la tentazione troppo umana di ricorrere a droghe raffinate, pesanti, chimiche, mortifere.
Bisognerebbe studiare l’orrore contemporaneo per il fumo, è certamente un aspetto della nostra decadenza, una delle vie che ha preso il nostro autolesionismo, uno dei grandi equivoci ideologici del nostro tempo. E che carriera splendente ha fatto la immonda cricca antifumo, come sono riusciti in vent’anni a cambiare il paesaggio psicologico e morale dell’Occidente, portando la verità menzognera del rischio salute in ogni angolo d’America e d’Europa.
Ho smesso di fumare a fine maggio, per via di una fastidiosa bronchite. Spero, e non spero, di riprendere a fumare al più presto.

Ferrara: Ma le tasse non le caliamo più?

Giulio Tremonti

L’arcitaliano

Siccome è ganzo, come si dice in Toscana, cioè spavaldo, dunque coraggioso, forse un po’ incosciente, Giulio Tremonti comincia a piacermi, oltre la spessa cortina di diffidenza che mi separa dal suo modo di vedere le cose. Il superministro che mette il suo pensiero protettivo al servizio della nazione ha tirato fuori un piano economico triennale (o quinquennale?) che fa furore, ma il cui risvolto finale è che la pressione fiscale non calerà nei prossimi anni. Già nella legislatura dell’altro governo Berlusconi (2001-2006), nato dallo slogan “meno tasse per tutti”, Tremonti fu il primo a dire categoricamente: inutile abbassare le tasse agli italiani, perché poi loro risparmiano, si tengono i soldi in tasca e i consumi restano depressi.
Amaro realismo, d’accordo. Però non solo quello. Dietro la diagnosi c’era un progetto emerso a poco a poco: critica della globalizzazione mercatista, passaggio dalla coppia libertà & responsabilità al binomio paura & protezione, fine dell’illusione liberista e nascita di un pragmatismo politico in cui c’è un poco di tutto. In sintesi tremontiana icastica, perfetta: il mercato quando possibile, lo Stato quando e quanto necessario.
Due commentatori di rango e diversa formazione, Giuseppe De Rita (Il Sole 24 ore) e Lodovico Festa (Il Giornale), hanno detto cose opposte del piano quinquennale il cui timbro sarà: stesso livello di pressione fiscale, per sempre. Per De Rita nasce o rinasce il vecchio concetto di economia mista, pubblico e privato, capitalismo più socialismo, una roba anni Sessanta e Settanta che ha le sue radici nella cultura economica dell’Iri e del suo fondatore Alberto Beneduce. Un’utopia regressiva, dice con garbo De Rita, il cui esito finale sarà “l’appiattimento assistenziale”.
Per Festa non è così, il testo del piano di Tremonti va letto con l’accompagnamento della sua musica, e il significato di un riformismo che tassa i superprofitti e privatizza e liberalizza le municipalizzate e i servizi urbani è nella liberazione dalle ideologie e nel saper dire la verità.
A me piacerebbe pensare che il protezionismo sociale, la carta dei poveri, la tassa sul petrolio e altre formule creative non siano destinate alla riproposizione dell’assistenzialismo di Stato. C’è qualcosa perfino di Luigi Einaudi in certe trovate fiscali. Niente pregiudizi. Saper attendere, senza lanciare l’allarme per una nuova economia mista, né carne né pesce, che poi vorrebbe dire miracoli dirigisti, con lo Stato che guida l’economia, o bassa crescita e competitività programmate. Solo che il livello della tassazione è il principale metro di misura, non tanto e non solo del saggio di competitività di un’economia e della sua prospettiva di crescita, quanto del saggio di libertà e di responsabilità di un paese.
Mi preoccupa che la rinuncia a far calare le tasse è anche, e per la banda Berlusconi si tratta di un patrimonio strategico che rischia la liquidazione, la rinuncia a una nuova idea di cittadinanza fondata sulla costruzione di sé e sulla famiglia e sulla sussidiarietà.
Può essere che mi sbagli, e che queste siano ormai solo formule ideologiche, però il premio Nobel Robert A. Mundell dice che i tagli fiscali di George W. Bush, il cardine intorno al quale ruota l’economia mondiale di questo inizio di secolo, sono stati una benedizione del Signore, e che se si tornasse indietro spalancheremmo le porte alla recessione, ma quella vera, non quella percepita di questi mesi di apocalissi finanziaria molto letteraria, molto fictional. E comunque con la pressione fiscale all’italiana, per di più data come invariabile, il prestigio della parola libertà è destinato a finire sotto le scarpe. Non è un pericolo per il Popolo della libertà?

Ferrara: Una democrazia di credenti

Il dibattito televisivo sulla politica estera americano si è concluso con una schiacciante vittoria per l'ex Fist Lady
L’Arcitaliano

Una democrazia di credenti, e l’oratoria come preghiera civile. Quelli di Barack Obama, dicono: “Yes, we can”. Quelli di Hillary Clinton rispondono: “Yes, she will”. Nel primo caso l’accento cade sul noi e sul possiamo farlo, che è un futuro di sogno. Nel secondo caso cade sul lei e sul futuro di realtà, “she will”. In America i segni contano. Dwight D. Eisenhower, detto Ike, fu eletto con lo slogan eufonico e allitterativo “I like Ike”.
Il grande linguista Roman Jakobson dedicò pagine persuasive all’analisi del linguaggio politico americano, alla sua brevitas che è un residuo dello spirito classico respirato dalla comunità civile di quel paese. Alla sua efficacia. Alla sua chiarezza. Al suo senso filosofico. E noi qui oggi, in Italia, cerchiamo di mutuare quel vantaggio comunicativo con i nostri “Si può fare” (Walter Veltroni) e “Rialzati, Italia” (Silvio Berlusconi).
Abbiamo anche noi per la verità un passato di sloganeria efficace, quando il regime e il suo Duce inquadrarono le masse e diffusero il messaggio politico seriale in un paese non più censitario e liberale: dal “Credere, obbedire, combattere” fino al longanesiano “Spunta il sole, canta il gallo, Mussolini monta a cavallo”. Ma la nostra antica chiave di violino era legata o al disciplinamento del popolo o al gusto dell’avanspettacolo. C’era qualcosa di culturale o di sornione che nella democrazia americana, una democrazia di credenti, è del tutto sconosciuto.
Una democrazia di credenti, appunto. Non è il nostro caso. Lo scetticismo dell’antica sapienza italiana impedisce a Berlusconi e Veltroni di attingere gli stessi risultati che sono a portata di mano dei candidati. I nostri leader invidiano quelle frasi brevi, quei discorsi in cui quasi tutto è implicito, la grammatica già conosciuta, e solo l’accento cambia con il tempo e le occasioni diverse.
Anche John McCain non ha bisogno di troppe parole per spiegarsi. Dice che il presidente si elegge valutando la sua vita, ed è già tutto chiaro: McCain è un eroe di guerra in un paese in cui guerra ed eroismo sono ancora pane quotidiano. Si dichiara un vero conservatore, e il pubblico capisce in un attimo che in quella parola non è evocata grettezza retrograda, ma un insieme di criteri e idee che emanano calore politico e civile.
Anche il coniuge accanto ha un significato religioso. È il testimone diretto di un sacramento rispettato. È la sentinella di una promessa privata che ha incidenza pubblica. Uno dei problemi di Hillary è che il suo, di coniuge, provoca un misto di attrazione, perché è sexy, e di repulsione, perché l’idea di rivederlo ciondolare negli uffici che furono teatro delle sue gesta erotiche sconcerta il pubblico. I democratici clintoniani si augurano che Bill tenga serrata la patta dei pantaloni fino al momento del voto. Hillary dovrà fare uno sforzo supplementare per superare l’handicap. Infatti suo marito dopo le elezioni in Ohio e in Texas, con la brillante rimonta della moglie, è scomparso dal podio.
La democrazia credente ha un vantaggio. Anche la peggiore delle divisioni politiche si realizza nella comunione intorno alla sacralità delle istituzioni e della verità da tutti abbracciata. Ho visto il faccia a faccia, molto latino e un po’ teppistico, tra José Luis Zapatero e Mariano Rajoy in Spagna: si sono dati del bugiardo sistematicamente. In America non ci si può dare del bugiardo. “Are you calling me a liar?”, mi stai dando del bugiardo?: ecco una frase contundente, che si rovescia pericolosamente su chi è sospettato di adottare una tattica spregiudicata e sleale, inammissibile. Lì la politica è di parte, ma la verità che la legittima è di tutti.

Ferrara: Fate l’amore, non l’aborto

Il Cardinale Camillo Ruini
L’arcitaliano

Quarant’anni dopo il 1968, anno d’avvio della postmodernità all’insegna del “fate l’amore, non la guerra”, non si è capito bene che la rivolta morale contro il delitto dell’aborto di massa, sempre più spesso selettivo ed eugenetico, è una cosa nuova, non la riproposizione delle vecchie, eroiche ma sconfitte battaglie antiabortiste.
La moratoria dell’aborto su scala mondiale, parallela a quella realizzata per la pena di morte legale, è innanzitutto un problema della coscienza laica, della cultura laica. È un affare che riguarda tutti noi. È un problema che si propone in relazione a fatti nuovi: noi vediamo nel seno delle gestanti quel che non vedevamo prima, che non esistono feti ma bambini. Che questi bambini sentono, soffrono, gioiscono, reagiscono a stimoli come la musica e altri vari. Che in molti casi, come ha ricordato l’intellettuale laico Camillo Ruini, il cardinale che ha portato la Chiesa fuori da una obiezione di puro principio alla legge 194 di tutela della maternità e tutela delle donne dall’aborto clandestino, il bambino è non solo vivo e unico e irripetibile, ciò che accade fin dallo stato embrionale, ma anche autonomo e capace di cavarsela da solo, se non intervenisse la sua soppressione volontaria.
Ma non c’è solo questo, che è moltissimo. C’è anche il fatto nudo e crudo di come si trova il mondo a quarant’anni da quell’anno fatale in cui un’enciclica del Papa Paolo VI, la Humanae vitae, fece scandalo anche e soprattutto nella cattolicità ottimista e modernizzatrice emersa nel dopo Concilio Vaticano II. Per alcuni aspetti si trova meglio, perché l’estrema solitudine e il pregiudizio colpevolista verso la coscienza della donna in maternità, che non ce la fa, si è sostanzialmente dissolto. Ma per altri versi, e sono altrettanto se non più decisivi, si trova peggio. Nel senso che l’aborto di massa si è trasformato in genocidio, visto che il numero degli asportati chirurgicamente (o avvelenati ed espulsi dalla Ru486) si aggira intorno alla cifra mostruosa di 1 miliardo di aborti, e si è collegato sempre di più, non solo in relazione alle tecniche di procreazione artificiale e alle analisi che consentono l’aborto selettivo, a una deriva eugenetica.
Specie in Asia, ma non solo lì, l’esclusione sessista e razzista di molte decine di milioni di bambine dalla libertà di nascere è una pratica che ha ormai le caratteristiche di governo demoscopico centralizzato del nostro futuro biologico ed etico da parte di politiche pubbliche degli stati e dei governi.
Nel frattempo però la coscienza culturale di quel che siamo non è rimasta ferma. Il dubbio laico su questa strana razionalizzazione della storia, per cui dobbiamo essere ciò che siamo diventati, ovvero la fine di ogni eticità nell’agire umano, si è fatto strada. Ci sono stati due papi come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che hanno testimoniato in questo senso con notevole efficacia intellettuale, non solo confessionale. Nell’ultima enciclica sulla speranza Benedetto critica Francesco Bacone come araldo della modernità utilitaristica, in cui l’uomo diventa una particella della natura e una cosa, non più un soggetto con la specifica dignità della persona. E nonostante Bacone sia difeso in modo peloso dagli estremisti dell’ateismo di stato, i vari Odifreddi e Flores d’Arcais, non c’è intellettuale o studioso serio il quale negherebbe che Bacone ha teorizzato il fatto che la distinzione tra bene e male non è più un problema dell’umanità, e che l’idea di uomo è stata propriamente abrogata dal progresso scientifico.
Anche grandi intellettuali italiani come Norberto Bobbio e Pier Paolo Pasolini, per non parlare di una eccellente letteratura internazionale favorevole al ripristino della libertà di nascere, la pensavano precisamente così. E allora? La vogliamo fare questa moratoria in nome dei diritti umani e dell’amore e della vita?
Vogliamo metterci al bavero il bottone giallo con su scritto: Fate l’amore, non l’aborto?

Ferrara: Suvvia, compagno Fondatore

Il giornalista Eugenio Scalfari, fondatore della Repubblica.
L’arcitaliano

Pensierino di Natale per gli amici della Repubblica. Fate un giornale di grande successo, date voce a un folto pubblico di lettori e gli offrite cose che sono tra le migliori del professionismo e della cultura italiani: ma chi ve lo fa fare di continuare a comportarvi come un partito politico, senza dichiarare lo scopo?
Una volta Eugenio Scalfari diceva di sé e della sua tribuna: siamo le vestali dell’opinione pubblica. Poi, quando la crisi dei partiti ha portato, dopo il crollo del Muro di Berlino, alla grande divisione bipolare, il Fondatore si è accorto, essendo intelligente, che non reggeva più. E ha cambiato identità: siamo le vestali dell’opinione pubblica di sinistra, gli interpreti di una visione laica e progressista del futuro. Il Successore, Ezio Mauro, ha ringiovanito e rinfrescato la formula e, alle prese con l’11 settembre e le sue conseguenze, ha aggiunto al pacifismo, all’antiamericanismo e a tutte quelle balle lì, forse indispensabili a una tribuna europea progressista, un riferimento sempre mantenuto all’Occidente e alla sua identità da difendere.
Ma è sempre sulla politica italiana, sull’economia reale, sul gioco degli interessi, che alla fine casca l’asino. E casca malamente, perché per uno come me, che considera gli editori liberi di dare una fisionomia al loro giornale, e non addita come servi direttori e giornalisti che collaborano all’impresa in ogni senso, la sorpresa non è che La Repubblica faccia quello che vuole l’ingegner Carlo De Benedetti, la sorpresa è che lo faccia con uno stile da caserma. Garantisco senza supponenza e senza sussiego: si può militare apertamente senza perdere quel perimetro irridente e scanzonato di indipendenza di pensiero e di cultura che sono necessari per rendere credibile un giornale fino in fondo.
Insomma, ce l’ho con il fatto che La Repubblica adesso fa di tutto per infilzare il CaW (Cav. + W), cioè l’ipotesi di un accordo tra i due grandi partiti italiani per riformare il sistema e renderlo governabile. Era già successo al tempo della famosa Bicamerale per le riforme costituzionali, quando a provarci furono Massimo D’Alema e il Cavaliere allora a capo dell’opposizione. Subito scatta l’agguato seriale, l’offensiva aspra e inciprignita il cui scopo, sempre negato, è colpire la possibilità che la politica riprenda una sua autonomia e faccia il proprio mestiere sulla base del consenso trovato nel Paese tra progetti alternativi. E da questo punto di vista la reazione automatica è davvero da partito irresponsabile, democraticamente irresponsabile.
De Benedetti era stato esplicito, in pubblico aveva detto “largo ai giovani”, promuoviamo Walter Veltroni e Francesco Rutelli alla guida di un forte Partito democratico, e che Romano Prodi amministri il condominio del governo in attesa di una vera leadership. A queste condizioni, aggiungeva l’editore, prendo anche la tessera numero 1 del Pd. Ora, per la presunta “contaminazione” berlusconiana della leadership di Veltroni, ecco che tutto cambia e si rovescia. La Repubblica tira mazzate furibonde e Scalfari accusa chiunque sospetti uno scopo politico recondito e un doppio standard nei comportamenti del giornale, per esempio Pierluigi Battista del Corriere, di voler fare un processo inquisitorio alle intenzioni.
Suvvia, compagno Fondatore. Anche un bambino leggerebbe il mutamento di linea della Repubblica, prima il sostegno a Veltroni e poi, dopo uno scarto politico sgradito, lo scontro con le sue scelte ravvivato dal ritorno dell’antiberlusconismo d’annata.
Non si spiegherebbe altrimenti la riduzione del giornalismo a guardonismo e origliamento, la degradante pubblicazione di una conversazione privata senza importanza tra il Cav. e il suo amico Agostino Saccà, l’accusa grottesca di putschismo al generale Roberto Speciale, il militare trattato dal governo come un nemico pubblico numero uno, solo per aver rifiutato di eseguire ordini ingiusti dell’esecutivo. Non sono intenzioni, sono fatti.

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
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