Leggi tutte le notizie su:
Bruno-Vespa

I partiti avevano preso due impegni: riformare il sistema costituzionale che regola le funzioni di Parlamento e governo e cambiare la legge elettorale. Mediaticamente la seconda riforma appare più urgente della prima, poiché i cittadini reclamano parlamentari scelti da loro e non nominati dai partiti. Giusto, ma se tuttavia non si vuole essere ipocriti occorre rilevare che senza l’indicazione della preferenza (aborrita perché può portare con sé corruzione e clientele) di dritto o di rovescio sono sempre i partiti ad avere la parola decisiva sulle candidature. Continua

Ghino di Tacco, bandito gentiluomo del XIII secolo, teneva il suo quartier generale nel Senese sulla rocca di Radicofani, dalla quale controllava il passaggio dei viaggiatori decidendo quali derubare. Essendo di origini nobili e di animo caritatevole, non depredava completamente le sue vittime, ma gli lasciava sempre qualcosa. Eugenio Scalfari paragonò a Ghino di Tacco Bettino Craxi per contestarne la rendita di posizione politica. Il Psi infatti, pur essendo assai meno forte della Dc e del Pci, ne condizionava le scelte alleandosi con la prima a Roma e con il secondo nelle giunte locali. Continua

Da quando Angelino Alfano è diventato segretario politico del Popolo della libertà, il 1° luglio 2011, è passato un secolo. Il suo mentore Silvio Berlusconi stava apparentemente saldo a Palazzo Chigi, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti sosteneva che i conti dello Stato erano sotto controllo, lo spread fra bund tedeschi e buoni del Tesoro italiani a 10 anni era salito a 214 punti base, limite allarmante e perciò considerato quasi invalicabile, nella Lega nord, inquieta e un po’ arrogante per carattere, il ministro dell’Interno Roberto Maroni guardava con simpatia e interesse al nuovo segretario del partito alleato, immaginando di poter costituire con lui una coppia di comando se e quando Berlusconi fosse stato costretto a passare la mano. Continua

Il popolo frigge, i politici annaspano, nulla sarà come prima. Ma come sarà? Vediamo curiose analogie con la Prima repubblica. Le inchieste per corruzione di politici si moltiplicano, anche se non siamo probabilmente a Tangentopoli, almeno nella misura che mi spiegò nel 1993 Giuliano Amato: opere pubbliche fatte per lo scopo prevalente di procurare finanziamenti illeciti. Ma gli scandali firmati da Luigi Lusi per la Margherita e da Francesco Belsito per la Lega nord vanno, nell’immaginario collettivo, e purtroppo anche nella realtà, oltre la classica tangente. Dilagano nell’improntitudine più clamorosa e indifendibile, fornendo l’immagine, pure largamente inesatta, di una classe politica interamente ladra e arrogante. Come rimediare? Continua

I have a dream. Se potessi fare mio, oggi, il sogno di Martin Luther King, guarderei alla campagna elettorale di Barack Obama. Mancano sette mesi alle elezioni presidenziali e Obama ha già raccolto 53 milioni di dollari. Colpisce che i sottoscrittori siano stati finora 570 mila e che il 97 per cento abbia versato non più di 250 dollari, detraibili dalle tasse (come quasi tutto, negli Stati Uniti, dove peraltro l’infedeltà fiscale viene punita realmente con la prigione). Continua

«Da quando ci conosciamo io e Umberto? Dalla fine del 1979. Mi ero laureato in legge il 5 dicembre e non avevo niente da fare. Forse volevo diventare giornalista, ma in giro non c’era niente. L’incontro con Bossi avvenne per colpa del Comune di Varese. C’era un’area verde sopra il mio paese, Lozza, e il comune voleva farci una lottizzazione. Noi protestammo, Umberto lesse la notizia sui giornali e m’invitò a casa sua. Cominciò a parlarmi di autonomismo e l’indomani andammo a dipingere su un cavalcavia della Milano-Laghi all’altezza di Castronno la prima scritta: “Lega Autonomista Lombarda”. Usammo la macchina di mia madre e la sporcammo di vernice verde. Naturalmente mia madre non la prese bene, ma diventò una furia quando seppe quel che ero andato a fare con Umberto, la cattiva compagnia da evitare». Continua

Dalla culla alla tomba: era questo negli anni Settanta il motto delle socialdemocrazie scandinave. Tasse altissime, ma servizi sociali al massimo e vita senza imprevisti. Un po’ triste, magari, tanto da richiedere un consumo sostenuto di alcol e di droghe e di provocare un ragionevole numero di suicidi. Ma i sopravvissuti, la grande maggioranza, non avevano problemi. Noi ricevevamo negli stessi anni servizi peggiori (li abbiamo mantenuti, tranne forse che per la sanità), pagavamo tasse assai più basse con una evasione molto più alta (questa è rimasta immutata), ma potevamo programmarci la vita. Il lavoro a termine di fatto non esisteva. Il posto era fisso per sua natura, la pensione per molti sarebbe arrivata abbastanza presto e sarebbe stata equivalente all’ultimo stipendio. Continua
A chi incautamente gli chiede se vuole andare al Quirinale, Pier Ferdinando Casini risponde correttamente di ignorare la parola. Cinquant’anni di storia democristiana dimostrano che qualunque leader abbia manifestato la voglia di diventare presidente della Repubblica ha dovuto rinunciarci. Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani, perfino Franco Marini, se vogliamo allungarci alla Seconda repubblica. Storie diverse, analogo esito infausto. Perfino Alcide De Gasperi sarebbe stato infilzato, se non fosse morto in tempo. Continua

«Quel che occorre non è un’ennesima riforma, bensì la piena e rapida attuazione del metodo contributivo, il solo in grado di garantire al tempo stesso pensioni sostenibili, uniformità di trattamento, uscite flessibili e sostegno trasparente ai lavoratori meno fortunati». Propriamente applicato, «il metodo contributivo è l’unico compatibile con l’equilibrio pressoché automatico della ripartizione e quando i politici si lamentano della “severità” del metodo, che pagherebbe pensioni “troppo basse”, dimenticano che pretendere che un sistema distribuisca in media più risorse di quante esso generi attraverso le contribuzioni e il loro tasso di crescita vuol dire addossarne l’onere alle generazioni giovani e future». Continua
Abc, Alfano, Bersani, Casini. Ci sono due lettere su tre dell’acronimo politico di moda che non lo amano. Non lo ama Angelino Alfano e nemmeno Pier Luigi Bersani. Hanno fatto del governo Monti di necessità virtù, ma hanno sul collo il fiato dei rispettivi elettorati. Il più penalizzato è naturalmente Alfano. Continua