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Belpietro: La favola del capitalismo sporcaccione

Dipendenti della Lehman Brothers

L’editoriale

C’è un po’ di moralismo intorno alla vicenda del grande crac che sta sconvolgendo le borse, e i portafogli, di tutto il mondo. Editorialisti e professori spiegano a destra e a manca che quella che sta saltando è una finanza sporcacciona, che ha fatto imbrogli e non merita di essere soccorsa. Il succo del ragionamento è che in fondo è meglio così, perché alla fine ci verrà reso un capitalismo pulito, liberato dagli speculatori o, meno diplomaticamente, dai banditi. Ora, lungi da me l’intenzione di difendere banchieri e giocatori d’azzardo della finanza. Ai vertici delle società che hanno portato i libri in tribunale spesso più che industriali del credito c’erano giocolieri del denaro, ovviamente altrui, e le loro responsabilità sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto di quelli degli inquirenti americani, che in questi giorni stanno bussando alla porta di molte ville.
Stabilito dunque che non ho alcuna intenzione di vestire i panni del difensore di banchieri e bancarottieri, ai quali per la verità non ho risparmiato critiche, non ho però neppure voglia di bermi la balla della funzione purificatrice del grande crac.
Dietro questa idea c’è la convinzione che il crollo delle borse abbia avuto inizio come le valanghe, da un distacco piccolo che poi trascina a valle tutto. Secondo questa tesi, la crisi di una delle banche americane avrebbe generato il panico, convincendo i risparmiatori a reclamare indietro i propri risparmi e provocando dunque un fuggi fuggi generale che ha travolto gli sportelli. In realtà, a riprendersi il denaro non sono stati i piccoli investitori, ma i grandi, e non perché hanno fiutato prima degli altri il pericolo, ma perché molto probabilmente hanno sentito l’odore dei soldi, degli affari.
Quando in borsa c’è chi perde da un’altra parte c’è chi guadagna: è la regola. I banchieri caduti nel fango certamente avevano fatto operazioni azzardate, ma la spinta che li ha fatti ruzzolare giù per la china è stata data da qualcuno che aveva individuato il loro incerto equilibrio. Quelli della Lehman Brothers hanno denunciato cinque grossi investitori: non so se sia vero, ma sono certo che se i bancarottieri sono imbroglioni, quelli che ne prenderanno il posto non sono cavalieri bianchi.
Nel mondo della finanza non c’è alcun salvatore, ci sono solo speculatori, che non è una brutta parola, ma semplicemente un sostantivo plurale che definisce chi trae profitto dai prezzi di mercato, sia quando vanno su che quando vanno giù. Non c’è dunque un capitalismo più sano alle viste, ma un capitalismo più o meno spregiudicato, più o meno cinico, più o meno ruffiano nel far credere di essere migliore di quello precedente.
Aggiungo un’ultima annotazione, a proposito del piano di salvataggio delle banche fallite o in via di fallimento. Secondo alcuni (tra questi i liberisti puri) l’operazione è ributtante. Per chi la pensa così la bancarotta sarebbe preferibile all’aiuto di stato concesso a gruppi finanziari in difficoltà. A sorreggere questa tesi c’è la convinzione che i contribuenti non debbano pagare la finanza allegra, che la socializzazione delle perdite sia roba appunto da stato socialista o dirigista. Principio in sé condivisibile, ma solo da un punto di vista teorico. Già, perché nessuno sa dire che cosa succederebbe se per esempio le grandi banche americane fallissero una dietro l’altra. Chi ripagherebbe i piccoli investitori, i correntisti, i pensionati che hanno messo i propri risparmi nei fondi? E che impatto avrebbe il crac sull’economia reale, sull’occupazione, sulle imprese, sui servizi.
C’è chi dice che a ogni dipendente di banca d’investimento licenziato ne corrispondano almeno tre nell’economia reale. Quanto costerebbe tutto ciò agli Stati Uniti in termini di mancato gettito fiscale? E quante tasse pagherebbero in più i contribuenti? Nessuno lo sa, ma ho il sospetto che sarebbero assai di più dei 700 miliardi di dollari che si appresta a spendere la Casa Bianca. Certo, forse quei soldi si potrebbero spendere meglio, forse ci sono sospetti di interessi privati di alcuni membri del governo, ma quando c’è da spegnere un incendio si usa l’idrante, poi si pensa alle cause che l’hanno provocato, a come prevenire o circoscrivere il prossimo rogo. Il moralismo, anche quello liberista, in qualche caso può attendere.

Belpietro: Serve la crescita. Anche degli imprenditori

Emma Marcegaglia e Luca Cordero di Montezemolo


L’Editoriale

Non conosco Emma Marcegaglia. Mi dicono che sia tosta, determinata e ottimista, animata da molta voglia di fare. Nelle sue prime settimane da presidente della Confindustria ha parlato di come far ripartire la crescita economica, di interventi antiburocrazia, di riforma della contrattazione aziendale. Discorsi sacrosanti e sottoscrivibili: la politica deve muoversi, il sindacato non deve rimanere fermo al passato. C’è però una questione che mi pare rimasta un po’ in ombra, non so se per distrazione dei cronisti o per scelta della nuova leader degli industriali, ed è ciò che deve fare l’impresa.
Perché in tema di sviluppo del Paese, se è vero che i governi non hanno fatto molto e le organizzazioni confederali hanno fatto fin troppo ma per frenarlo, bisogna riconoscere che anche gli imprenditori hanno qualche responsabilità. Non parlo solo delle imprese andate male, ma anche di quelle andate bene: talvolta, invece di credere nella propria azienda, gli azionisti hanno dirottato altrove gli investimenti, preferendo la finanza all’industria, la rendita alla sfida.
So di avventurarmi in un campo minato, ma credo che sia ora di fare un discorso sulla qualità della nostra classe imprenditoriale, o almeno di una non piccola parte di essa. La politica, il sindacato, la burocrazia e il sistema bancario hanno colpe enormi. Il nostro è il paese occidentale col minor tasso di libertà economica, dove più si ostacola chi vuole avviare un’attività, ma è anche quello dove le imprese troppo spesso chiedono aiuti allo stato. Da noi abbondano i capitalisti senza capitale e gli imprenditori sembrano più preoccupati di ottenere sgravi fiscali e cunei che di fare buoni prodotti.
Se si dà uno sguardo agli incentivi pubblici versati alle imprese, si scopre che rappresentano lo 0,44 per cento del pil (anno 2003, esclusi trasporti e agricoltura), mentre in Gran Bretagna raggiungono appena lo 0,19. Una ragione c’è: a Londra ancora echeggiano le parole di Margaret Thatcher, che non furono solo rivolte contro il sindacato, ma anche contro gli aiuti alle imprese. «Se non siete capaci di vendere buoni prodotti, dovete fallire» disse la Lady di ferro annunciando ai manager la chiusura dei rubinetti.
In Italia si è convinti che tocchi allo Stato aiutare le aziende a essere competitive. Uno dei refrain più ascoltati riguarda la ricerca e sviluppo: siamo tra gli ultimi, e non per colpa dei governi (o perlomeno non solo) quanto piuttosto delle imprese. Nel 2003 neanche metà dei fondi investiti in ricerca e sviluppo proveniva da privati e la quota era in discesa. Un’anomalia nel confronto con l’Europa, dove le imprese finanziano più del 60 per cento della spesa in innovazione, con punte che raggiungono il 70 nei paesi nordici.
Ci siamo cullati con l’idea che piccolo è bello, perché la moneta svalutata e la flessibilità delle aziende con pochi operai consentivano di essere competitivi. Ora che servono soldi per investire in grande scopriamo che piccolo è senza fondi. I minimprenditori fanno miracoli anche senza soldi e quelli grandi con i soldi, specie se pubblici o di terzi, troppe volte fanno disastri.
È di qualche anno fa un libro del giornalista Massimo Mucchetti in cui si calcolava quanto denaro avessero bruciato i grandi gruppi dal 1993 al 2001: quasi 142 miliardi di euro. Lo stato e il sindacato con questa enorme distruzione di ricchezza hanno poco a che fare: le colpe sono quasi tutte degli industriali. Parlarne aiuterebbe a non fare altri errori. Sarebbe un buon inizio per una giovane presidente che dice di voler cambiare per contribuire a far crescere il Paese. Probabilmente aiuterebbe a far crescere anche gli imprenditori.

Belpietro: Agli italiani fa paura il nuovo

Operaio al alvoro per l'Alta VelocitÃ

L’Editoriale

Si discute molto, di questi tempi, su come far progredire l’Italia e lo stesso Silvio Berlusconi ha messo la questione al centro del suo intervento in Parlamento martedì 13. Sull’onda dell’esperimento francese, intellettuali e politici si domandano se una commissione bipartisan possa, anche da noi, «liberare la crescita», approfittando del clima di concordia instaurato dal cambio di governo. Le opinioni sono tante. C’è chi parte dalla scuola, chi dalle infrastrutture, chi dalla semplificazione di norme e procedure che penalizzano ogni impresa. Tutti suggerimenti azzeccati e giustificati. Mi permetto di aggiungerne uno che credo meriti di non essere dimenticato. Oltre a intervenire su istruzione, strade e leggi, c’è bisogno di agire sugli italiani, i quali a parole vogliono far crescere il Paese, sottraendolo alle inefficienze delle caste, ma nella sostanza sono i primi a non volerlo fare. O ad averne paura.
Per spiegare meglio, racconterò due storie che mi è capitato di sentire un paio di giorni fa. La prima è ambientata a Saline Ioniche, piccolo comune calabrese a poca distanza dal mare. Qui, negli anni 70, il boss della Liquichimica, Raffaele Ursini, tentò di impiantare una fabbrica. Doveva occupare molti operai. In realtà il lavoro non lo ha mai dato, lo stipendio sì, modesto, ma garantito dalla cassa integrazione.
Ora un gruppo energetico svizzero vorrebbe costruire a Saline una centrale a carbone, impianto che occuperebbe alcune centinaia di persone. Però la popolazione non ci sta: capeggiati da verdi e rifondatori comunisti, i cittadini temono l’inquinamento, anzi l’impatto ambientale in una zona da anni condannata al degrado. Fa niente se il progetto prevede emissioni inferiori del 50 per cento rispetto a quelle consentite per legge: i comitati anticentrale sono convinti che l’impianto a carbone sia pericoloso e in nome «di una battaglia globale contro i mutamenti climatici che stanno già colpendo la salute e l’economia» (cito testualmente) sono pronti alle barricate.

Ma se il carbone non va bene, non è ben visto neppure il biocarburante, che si può produrre con l’impiego di enzimi naturali e richiede impianti per nulla pericolosi, più simili a quelli di una distilleria di grappa che a quelli di una raffineria di petrolio. La fabbrica di Rivalta Scrivia dovrebbe trasformare il mais in bioetanolo, senza emissioni tossiche o impiego di metalli. L’idea però non piace agli abitanti, i quali per avversarla prima hanno tirato in ballo i rischi per l’ambiente, poi problemi di collocazione (la fabbrica oscurerebbe la vista del Monte Rosa, che sta a 200 chilometri di distanza), quindi lepri e fagiani (sarebbero disturbati dall’andirivieni di camion), infine la fame nel mondo: l’impianto trasformerebbe in benzina ecologica produzioni che potrebbero essere impiegate anche in campo alimentare, sottraendole alla tavola dei paesi poveri.
Le due storie nascono dalla stessa cultura e dicono di questo Paese più di tante indagini sociologiche. In Italia sono quasi 200 le opere pubbliche bloccate dalla sindrome Nimby, acronimo inglese di «Not in my back yard», non nel mio cortile. E, come si vede, l’opposizione al progetto ha poco a che fare con l’inquinamento, piuttosto con il timore del nuovo.
Non c’entra il carbone o il mais: è una sorta di terrore della crescita. Il nostro è un Paese che ama la comodità, ma non la modernità. Che vuole il progresso, ma senza i suoi costi.
Per far crescere l’Italia più che una commissione Attali servirebbe dunque un’istituzione che facesse ragionare gli italiani. Sono essi, per primi, a dover liberare la crescita. Soprattutto dai loro pregiudizi e dalle loro paure.

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
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