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crisi

di Vittorio Feltri
I lettori ricorderanno. Alcuni giorni orsono il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, se n’è uscito con una delle sue: ma quale crisi? I ristoranti e gli aerei sono sempre pieni. Come dire che la depressione, di cui tutti parlano e si sentono vittime, è una fantasia alla quale danno corpo e credibilità i partiti dell’opposizione, e i media che li fiancheggiano e sostengono, per interesse di parte. Possibile che la politica in senso lato, anziché aiutare i cittadini a stare meglio, materialmente e psicologicamente, si dia da fare per gettarli nel più tetro sconforto allo scopo di screditare il governo in carica e costringerlo a ritirarsi? Difficile dire. Sta di fatto che il premier, non appena pronunciata la frase riportata, è stato coperto di improperi come se avesse bestemmiato in chiesa.
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Fuori Porta
Nei suoi due discorsi al congresso fondativo del Popolo della libertà, Silvio Berlusconi ha parlato complessivamente per 2 ore e 40 minuti. Ma la frase di gran lunga più impegnativa è durata appena un paio di secondi: “Non lasceremo indietro nessuno”. È la sfida più importante che egli deve affrontare da quando 15 anni fa ha deciso di fare politica.
Il presidente del Consiglio si vanta di non avere mai licenziato nessuno nella sua attività di imprenditore: è l’uomo del fare, del crescere, e caratterialmente è un generoso, come riconoscono anche quanti non lo amano. Alla fine dell’anno scorso soffriva visibilmente per non poter mettere le mani nella cassa su cui si era seduto Giulio Tremonti: avrebbe voluto distribuire un po’ di soldi in più, magari nelle tredicesime, ma oggi bisogna ammettere che la prudenza del nostro Tesoro è stata finora la scelta migliore, riconosciuta anche nell’ultimo rapporto dell’Ocse.
Non lasciare indietro nessuno, dunque: che vuol dire in concreto? Un esempio di solidarietà lo ha dato la Chiesa che salverà il bilancio di 20-30 mila famiglie numerose o con ammalati a carico garantendo un prestito mensile di 500 euro per 12 o 24 mesi, con restituzione dilazionata a cinque anni a tassi contenuti. È ragionevole pensare che Berlusconi (con strumenti tecnici diversi) punti a qualcosa di analogo perché nessuna persona che perde il lavoro debba trovarsi completamente scoperta.
La valutazione Ocse del 9 marzo quotava la disoccupazione italiana al 6,7 per cento, contro l’8,4 per cento europeo. Venti giorni dopo (31 marzo) è salita al 9,2 per cento per quest’anno e al 10,7 per l’anno prossimo. Il dato è di un punto migliore dell’area euro ed è sostanzialmente equivalente a quello degli Stati Uniti. I numeri degli economisti vanno presi con le molle. È antica tradizione che, salvo luminose e rare eccezioni, non abbiano mai azzeccato le previsioni più importanti, a cominciare dalla gigantesca crisi in atto. Previsioni contraddittorie e in rapido mutamento servono a poco. Meglio guardare alla realtà e tenere i soldi pronti per intervenire.
A questo proposito, è possibile che stavolta Berlusconi convinca il suo ministro dell’Economia a sfondare i tetti dell’indebitamento per non lasciare tanta gente senza reddito. L’idea di portare la cassa integrazione fino alla copertura integrale del reddito, l’ipotesi di garantire un triennio di esenzione fiscale alle nuove imprese, un adeguato fondo di garanzia per attenuare i rischi delle banche nell’ampliamento dei prestiti vanno in questa direzione, insieme ovviamente a interventi solidi per i lavoratori a tempo determinato che perderanno il posto senza paracadute.
Il “non lasceremo nessuno indietro” è una promessa che non può essere elusa e che richiede interventi adeguati, costi quel che costi. La situazione patrimoniale italiana (la pubblica e la privata messe insieme) è tale da rendere improbabile una fuga internazionale dai nostri titoli di Stato.
Naturalmente la barca va se si rema tutti insieme. Lo sciopero proclamato dalla Cgil per il 4 aprile rischia di allontanare ancor di più il principale sindacato italiano da un riformismo adeguato ai tempi.
Ma sono anche le imprese a dover fare l’esame di coscienza. La Federprogetti, che riunisce le grandi società di ingegneria aderenti alla Confindustria, ha calcolato che su tre sole grandi opere (alta velocità Milano-Genova e Milano-Treviglio e il ponte sullo Stretto) sono immediatamente spendibili 3,7 miliardi equivalenti a 100 mila posti di lavoro, fra diretti e indotto. Per sbloccarli è necessario azzerare il contenzioso che da molti anni oppone allo Stato imprese edili che spesso hanno sistemato i bilanci senza muovere un mattone.
È l’ora di chiedere, ma anche l’ora di dare. Da parte di tutti.
L’europeo
Una vettura in fiamme in una strada della periferia di Parigi non è una notizia. Accade generalmente il sabato sera: una banda di ragazzi dà fuoco a un’automobile, la polizia e i pompieri intervengono, i ragazzi li aspettano per accoglierli a sassate, qualcuno finisce al commissariato, gli altri scappano. I moti e i disordini del 2005 sono stati energicamente affrontati da Nicolas Sarkozy, allora ministro dell’Interno. Ma persiste una turbolenza diffusa e latente, fatta di piccoli episodi che esplodono generalmente nelle notti del finesettimana.
Il governo di François Fillon ha adottato un piano che prevede contratti di lavoro per i giovani, incentivi alla scolarizzazione, miglioramento delle strutture scolastiche, nuove case più umane dei casermoni costruiti trent’anni fa. Sarkozy, negli scorsi mesi, ha creato un alto commissariato alle diversità e nominato alla sua guida un imprenditore di origini algerine, Yazid Sabeg. Si dice che il presidente voglia introdurre nel sistema francese la formula adottata negli Stati Uniti («affirmative action») per indurre le istituzioni pubbliche o finanziate dallo stato a inserire nei loro quadri una quota di funzionari o docenti appartenenti alle minoranze. Ma il piano, nonostante le buone intenzioni del capo dello stato, stenta a decollare e appare comunque insufficiente. Occorrerà parecchio tempo, nella migliore delle ipotesi, perché le misure adottate e i fondi stanziati comincino a produrre i loro effetti.
Le burocrazie si muovono lentamente e la crisi del credito costringe il governo a tenere conto di altre esigenze, più importanti per la ripresa della economia nazionale. Dalle banlieue nel frattempo escono, come nella primavera del 2005, segnali preoccupanti. Qualche sera fa, mentre la polizia disperdeva un gruppo di teppisti intorno a un’auto bruciata, un ragazzo, uscito dall’ombra con un fucile ad aria compressa, ha sparato contro la polizia una ventata di pallini di piombo.
Non è la prima volta: esiste forse un rapporto fra la crisi dell’economia e queste nuove ondate di violenza? Forse no. Ma la crisi avrà certamente l’effetto di acuire il disagio economico e sociale delle periferie. E può divenire preoccupante quando le rivendicazioni non sono soltanto economiche e sociali, ma anche etniche e religiose. Yazid Sabeg ha detto recentemente: “In Francia stiamo costruendo frontiere interne. L’apartheid non esiste nella legge, ma esiste nei fatti. Le cose si aggravano e la crisi rischia di aggravare ancora questa frattura”.
Questo malessere non è soltanto francese. I disordini greci degli scorsi mesi sono dovuti in buona parte all’esistenza di una corrente anarchica che risale alla guerra civile dell’immediato dopoguerra e alla resistenza contro il regime dei colonnelli negli anni Settanta. Ma la brusca interruzione della crescita e l’aumento della disoccupazione offrono agli anarchici l’occasione per muoversi all’interno di una più vasta area di malumore sociale.
Fenomeni analoghi appaiono, anche se con caratteri alquanto diversi, in Lettonia, in Polonia, in Islanda, in Romania, in Bulgaria, in qualche città russa particolarmente colpita dalla crisi e nei territori francesi d’oltremare, dalla Guadalupa alla Martinica. Là dove esistono antichi malesseri, vecchie rivendicazioni (i paesi baschi, l’Ulster) o potenziali tensioni etniche, la recessione è destinata ad avere ripercussioni non sempre prevedibili. La crisi, per ora, è principalmente economica. Ma potrebbe mettere in discussione, nei prossimi mesi, la sorte di alcuni governi e il futuro di alcuni regimi.
L’editoriale
Nonostante la crisi, c’è una merce che si vende sempre bene: è la demagogia. Anzi, in tempi grami come questi le promesse a buon mercato si piazzano ancor meglio, soprattutto in politica: non costano nulla e permettono di fare bella figura, guadagnando qualche titolo sui giornali. L’ultima delle mirabolanti offerte è l’assegno di disoccupazione per tutti lanciato dal nuovo segretario del Partito democratico, Dario Franceschini. Il neoeletto per farsi notare ha bisogno di far parlare di sé e dunque prova ogni espediente, compreso il sussidio per chi non ha lavoro. La trovata in sé non è male, ma per le casse dello Stato sarebbe pessima: un punto e mezzo del prodotto interno lordo, ha spiegato il presidente del Consiglio. Il capo del Pd ha replicato sostenendo che le cifre del premier sarebbero sballate e con soli 4 miliardi di euro si potrebbero far contenti quanti non hanno un posto. In realtà, nelle promesse di Franceschini si nasconde un trucco o, meglio, una mezza verità.
Il leader dell’opposizione, quando parla di sussidio ai disoccupati, non pensa a un assegno da elargire a tutti quelli che non hanno lavoro, che in Italia sono quasi 2 milioni, ma solo a chi il lavoro lo ha perso recentemente o ce l’ha a singhiozzo. Nel complesso sarebbero circa 500 mila persone. Non solo, ma nei piani del segretario del Pd il bonus dovrebbe essere limitato nel tempo: non uno stipendio indeterminato, ancorché decurtato, bensì una provvidenza di soli sei mesi, massimo un anno. Ovviamente la prospettiva cambia, e i conti con essa. Ve lo immaginate che cosa succederebbe se a tutti coloro che non hanno lavoro si pagasse un salario regolare? Provate a pensare quanti furbi cercherebbero di spassarsela gratis con i 500 euro regalati dal governo. In certe aree del Paese, dove regnano una disoccupazione cronica e una criminalità diffusa, l’unico effetto sarebbe di far crescere il lavoro nero, perché grazie al sussidio molti potrebbero dedicarsi ai vari sistemi per arrotondare le entrate senza dover versare un centesimo al fisco. Del resto, se in un paese come la Gran Bretagna (e in passato l’Australia) sono stati costretti a mettere dei vincoli al sussidio di disoccupazione per evitare che qualcuno ne approfittasse fraudolentemente, c’è da supporre che da noi bisognerebbe mettere le guardie a fianco degli sportelli che erogano l’assegno, costringendole a spulciare ogni pagamento.
Tra i furbi ci sarebbero anche certi imprenditori svelti di mano e di conti, che avrebbero un mezzo rapido per alleggerire il carico contributivo. Grazie all’assegno di disoccupazione potrebbero fare ristrutturazioni senza dover passare dall’ufficio provinciale del lavoro per discutere delle modalità con cui mettere i lavoratori in cassa integrazione o in mobilità. Il sussidio di disoccupazione rischierebbe insomma di accelerare la riduzione del personale. Tutto diventerebbe più facile, grazie alle casse dello Stato.
Intendiamoci: non è che non ci sia bisogno di un aiuto a chi resta senza impiego. Ma in Italia di strumenti per dare una mano a chi ha perso il lavoro ce ne sono già a sufficienza, basti ricordare, appunto, la cassa integrazione, che in qualche caso dura anni. E per i dipendenti che non ne hanno diritto sono stati previsti strumenti simili. Ma più che parlare di come aiutare i disoccupati, come ha spiegato il segretario della Uil Luigi Angeletti, forse sarebbe il caso di discutere di come far aumentare gli occupati. Certo, ci vorrebbe un piano di aiuti alle imprese che assumono, soprattutto a quelle medie e piccole che soffrono a causa della carenza di liquidità. Ma per far questo c’è bisogno di più di una promessa a buon mercato.
L’Editoriale
Di Walter Veltroni non sono mai stato un grande estimatore. Lo considero un lupo travestito da agnello, o un pescecane camuffato da spigola, per usare una battuta che Giovanni Valentini ha coniato per Renato Soru. Insomma, il segretario uscente del Pd è uno scaltro burocrate di partito che è riuscito a far dimenticare le sue origini facendo l’Americano e, visto la prova che ha dato di sé nella capitale, anche un pessimo amministratore. Ciò detto, sarebbe ingeneroso attribuire a lui solo il disastro delle elezioni in Sardegna. Anzi, la dico tutta: sarebbe sbagliato pensare che lui, e solo lui, sia il responsabile della collezione di sconfitte che il Pd ha inanellato nell’ultimo anno, dalle politiche alle amministrative di Roma per finire con le regionali.
Il leader dimissionario del Partito democratico ha le sue colpe, tra le prime la sua indecisione a tutto. Ma, per usare uno slogan del vecchio Pci (”Veniamo da lontano e andiamo lontano”, cui una mano anonima aggiunse: “Siamo solo di passaggio”), gli errori vengono dal passato e vanno attribuiti a tanti. Forse vale la pena di ricordare che cosa sono stati gli ultimi vent’anni del maggior partito della sinistra, ciò che è accaduto dopo che il Pci fu costretto a fare i conti con il crollo dell’impero comunista.
Dal 1989 a oggi gli orfani di Botteghe oscure si sono affannati a cercare una strada alternativa per evitare uno scioglimento che appariva logico e inevitabile dopo la liquidazione della chiesa comunista di osservanza russa. In vent’anni, i nipotini di Palmiro Togliatti hanno cambiato simbolo e nome al vecchio Pci almeno tre o quattro volte, ma soprattutto, da Alessandro Natta in poi, alla guida del partito abbiamo assistito a una girandola di segretari (Achille Occhetto, Massimo D’Alema, Veltroni, Piero Fassino, poi di nuovo Veltroni), tutti alla disperata ricerca di una formula o di un nome che consentisse di salvare il partito. Ma le operazioni di chirurgia estetica, al simbolo e ai leader, non hanno fatto il miracolo.
Inutile anche l’ultimo esperimento, tentato in ricordo di Enrico Berlinguer, che col compromesso storico ad altro non mirava se non a mettere insieme i cattolici di sinistra e gli eredi del Fronte popolare. Il Partito democratico si è rivelato quello che era evidente fin da subito: un prodotto da laboratorio. “Un amalgama non riuscito” per dirla con D’Alema, dove la storia del Cattolicesimo non si mischia con quella comunista e il veterosindacalismo non si fonde con la modernità.
Il fallimento, come dicevo, ha molti padri. Oltre a quello di Veltroni, nel libro nero vanno iscritti anche i nomi di D’Alema, Fassino, Turco e compagni: tutti provenienti dalla vecchia scuola del Pci. Non ultimo quel Pier Luigi Bersani, che oggi si presenta come uomo nuovo, salvatore unico dei riformisti: in realtà appartiene al gruppo dirigente del partito da più di vent’anni. È un apparatcik come Veltroni e D’Alema, fin dai tempi in cui guidava la Regione Emilia-Romagna.
Non è dunque il solo segretario a doversi dimettere, ma è l’intero gruppo dirigente che deve prendere atto del proprio fallimento. Questa è la sola via per salvare la sinistra in Italia: se ne ha davvero a cuore le sorti, la generazione che proviene dal Pci deve avere il coraggio e l’orgoglio di farsi da parte. Dentro il Pd sta crescendo una classe dirigente nuova e davvero postcomunista. Sono trentenni e quarantenni che non provengono dalla burocrazia interna, ma dalle professioni e da altre esperienze, come il cattolico Matteo Renzi, che nella rossa Firenze ha sconfitto alle primarie i candidati di Veltroni e D’Alema. Tocca a loro ricominciare. Ma a patto che gli ex ragazzi di Berlinguer glielo lascino fare.
L’europeo
Le profezie sul declino degli Stati Uniti e la fine del sogno americano sono probabilmente premature e viziate dalle speranze dei suoi nemici, troppo inclini a prevedere ciò che desiderano. Il paese dispone di straordinarie energie ed è ancora la maggiore potenza mondiale. Ma è difficile immaginare che la crisi finanziaria degli scorsi mesi non sia destinata a incidere sul suo ruolo internazionale. L’effetto delle terapie è ancora incerto, ma sulla diagnosi l’accordo è pressoché generale.
Per parecchi anni l’America ha vissuto di bolle speculative spendendo oggi ciò che avrebbe guadagnato domani. E ha potuto farlo grazie a un sistema finanziario in cui le maggiori autorità pubbliche e private, dalla banca centrale (la Federal reserve) alle agenzie di rating (a cui spetta la valutazione dell’affidabilità delle aziende), autorizzavano e assecondavano strategie che si sono rivelate fallimentari. Sappiamo che gli Stati Uniti sanno correre ai ripari e che correggeranno i loro errori. Ma credo che abbiano perduto il diritto di definire unilateralmente e autonomamente le regole della finanza internazionale.
Il nuovo sistema, se e quando nascerà, sarà il risultato di una maggiore concertazione. Ne abbiamo già avuto una prima dimostrazione: il G20 di Washington, voluto dalla presidenza francese dell’Unione Europea con la partecipazione di paesi che sono ancora considerati «in via di sviluppo».
Nessuna regola potrà funzionare, tuttavia, se i cittadini della maggiore potenza mondiale non rinunceranno allo stile di vita e di consumi che hanno adottato negli ultimi decenni. Non bastano nuove regole. Occorre che il paese smetta di vivere al di sopra dei propri mezzi. Commetteremmo un errore, tuttavia, se dimenticassimo che questa dissennata economia americana ha avuto anche ricadute positive. Come ha detto Joseph Stiglitz in un’intervista alla Repubblica del 6 dicembre, le bolle speculative degli Stati Uniti hanno avuto l’effetto di sostenere la crescita mondiale. Non vi sarebbe stato un miracolo cinese se i prodotti industriali della Repubblica Popolare non fossero stati divorati dal grande mercato americano. E lo sviluppo dei Bric (Brasile, India, Cina e Russia) sarebbe stato più lento e incerto se i capitali generati dal vorticoso mercato dei derivati non avessero contribuito al decollo tecnologico dei paesi asiatici.
Che cosa accadrà quando il grande volano americano comincerà a girare ancora più lentamente? Che cosa accadrà nei paesi emergenti quando i loro governi non saranno più in condizione di soddisfare le attese dei loro cittadini? Molti di essi (la Cina e l’India in particolare) cercheranno di rispondere alla crisi sviluppando il proprio mercato interno e dovranno farlo aumentando il livello di vita dei loro cittadini.
È giusto, ma occorrerà evitare la tentazione del protezionismo e le derive nazionaliste che generalmente accompagnano lo sviluppo del mercato nazionale. La migliore notizia, a questo proposito, viene da Pechino, dove il segretario americano del Tesoro Henry Paulson avrebbe stipulato negli scorsi giorni un accordo con il governo cinese per l’apertura di una linea di credito congiunta: 20 miliardi di dollari destinati a sostenere il commercio internazionale e in particolare l’interscambio dei paesi che rischiano di essere maggiormente colpiti dalla recessione.
A Washington qualcuno ha capito che la maggiore potenza mondiale non può, da sola, governare la crisi.
Sino a qualche mese fa Henry Paulson, segretario americano del Tesoro, impiegava buona parte del suo tempo a evitare che il Congresso approvasse leggi protezionistiche contro le esportazioni cinesi. Oggi la tentazione protezionistica esiste ancora, ma è considerevolmente aumentato il numero di coloro per cui la Cina, in un mondo minacciato dalla recessione, è un fattore di speranza e di ottimismo. Le ragioni sono state spiegate da Federico Rampini nel corso di un convegno a Roma, promosso da Walter Veltroni e presieduto da Ferruccio de Bortoli, sulle elezioni americane e la crisi finanziaria. Le vicende degli ultimi mesi hanno avuto due effetti opposti e complementari. Hanno dimostrato la fragilità delle economie che si sono progressivamente finanziarizzate e i meriti di quelle che non hanno mai perso di vista la realtà delle attività produttive e le virtù del risparmio. Al primo gruppo appartengono anzitutto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, al secondo la Cina. Se un paese può darci una mano a uscire dal pantano in cui rischiamo di affondare, questo è la Cina. Le sue riserve valutarie, il suo grande mercato e il lavoro dei suoi cittadini sono una delle poche luci che illuminano il paesaggio con rovine dell’economia internazionale. Esistono tuttavia due punti interrogativi. Il primo concerne il legame che ha unito in questi anni l’America e la Cina. Gli americani hanno riempito i loro supermercati di prodotti cinesi e hanno garantito alla Repubblica Popolare la straordinaria crescita annuale del suo prodotto interno lordo. I cinesi hanno investito il ricavato delle esportazioni in bond americani e hanno finanziato il debito pubblico degli Stati Uniti.
Ma oggi la recessione colpisce i consumi americani e, di conseguenza, le esportazioni cinesi: una situazione che incide sul tasso di crescita del pil cinese e rischia di provocare un pericoloso aumento della turbolenza sociale in un paese dove scioperi e rivolte contadine sono ormai all’ordine del giorno. La Cina sa che deve sostituire le esportazioni con i consumi del mercato interno e si appresta a varare un pacchetto fiscale che dovrebbe iniettare nell’economia una somma di poco inferiore ai 600 miliardi di dollari. Occorre persuadere i cinesi a usare i loro risparmi per consumare di più, ma questo può accadere solo se lo stato è in grado di garantire un sistema sanitario e previdenziale, oggi inesistente. Senza assistenza e previdenza i cinesi continueranno a tenere i loro soldi in banca o sotto il materasso. E la Cina, azzoppata dalla brusca interruzione della sua crescita, non sarà in condizione di aiutare nessuno, neppure se stessa. Il secondo punto interrogativo concerne le intenzioni dei dirigenti cinesi. Molti, soprattutto in America, hanno lungamente sospettato che la Cina avrebbe rivelato prima o dopo le sue ambizioni imperiali. A me sembra invece che sia consapevole dei suoi limiti e delle sue debolezze. Sa di essere ancora, per molti aspetti, un paese sottosviluppato. Sa che la crescita degli ultimi decenni ha allargato l’area della società benestante, ma ha creato sacche di collera sociale che possono esplodere da un momento all’altro. Ed esiterà a lungo prima di assumersi responsabilità internazionali per le quali non si ritiene preparata. È questa la ragione per cui i dirigenti cinesi, quando vengono interpellati sul ruolo del loro paese nella crisi, rispondono prudentemente che il loro maggiore contributo a risolvere i mali del mondo sarà la buona gestione della loro economia. In altre parole, possono aiutarci soltanto facendo del loro meglio per uscire dalla crisi il più presto possibile.
Sono i due anti Krugman. Se il loro collega Paul Krugman è il Nobel laureato quest’anno per la sua cavalcata da economista popolare sull’onda di riflusso della globalizzazione capitalistica impacciata dalla crisi finanziaria dei mercati, due italiani di talento vanno senza esibizionismi in tranquilla e rocciosa controtendenza. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi hanno scritto un libretto inusuale per il ceto intellettuale italiano, un pamphlet molto coraggioso contro le idee correnti abbracciate a sinistra e a destra dalla classe politica oggi al potere (La crisi, il Saggiatore).
I due autori appartengono a un circuito accademico, scientifico e culturale internazionale. Hanno le spalle coperte da un establishment che non ha bisogno della politica per esistere, per esprimersi autorevolmente, per investire adeguatamente nella ricerca e per propagare, nel dibattito e nel pluralismo, la specie o se volete la casta degli economisti.
Protetti come sono, però, Alesina e Giavazzi non vivacchiano, non cincischiano, non stanno a guardare in attesa di tempi migliori. Contestano apertamente, con argomenti vivaci e ordinati, facendo un po’ di polemica e un po’ di storia, tutto quello che sa di protezionismo, di ritorno al capitalismo di stato, di irreggimentazione burocratica dei mercati finanziari e dei sistemi produttivi del mondo capitalistico globalizzato. Fanno questo in un momento di vacche magre, di crisi ciclica del sistema, di erosione della fiducia popolare in certe idee e in certe pratiche dalle quali, come da una fonte miracolosa, negli ultimi trent’anni era sgorgata una straordinaria, duratura corrente di innovazione sociale, di allargamento delle capacità di sviluppo, in una parola di ricchezza, di lavoro, di consumo, di benessere diffuso.
Il pubblico oggi diffida di ogni rischio, la gente vuole tutela e tende a ripararsi sotto l’ala potente dello stato e della politica che ritornano a rivendicare un primato per certi aspetti sinistro. Alesina e Giavazzi forniscono qualche seria ragione per non abbattersi e per non illudersi, per non fare errori che potrebbero aggravare la situazione e portarci a esiti di depressione stile 1929 oggi assolutamente non prevedibili.
Due intellettuali specialisti di valore, con un linguaggio piano e alla portata di chi non ha le competenze tecniche della più complessa letteratura economica, predicano contro la paura, contro le semplificazioni, le demagogie di un momento di difficoltà e di forte tensione sociale.
Se volete capire che cosa succede, vi conviene comprare questo libro che è una risposta non risentita e non saccente, molto elegante, al duro «silete economisti» lanciato dal sapiente e insidioso interlocutore dei nostri polemisti, il ministro italiano dell’Economia Giulio Tremonti, all’indirizzo dei guru del libero mercato.
La tecnica di Alesina e Giavazzi è classica, semplice, dunque raffinata. Invece di stare zitti, prendono le nuove sicurezze culturali, le nuove idee ricevute sulla finanza che è sempre cattiva, sulle regole che sono sempre buone, sulla libera circolazione delle merci che favorisce gli imbroglioni cinesi e sulle barriere commerciali che premiano l’industriosità ben temperata degli europei e degli americani; prendono i dogmi di ritorno sulla rinazionalizzazione del gioco economico, sulla guida e pianificazione statale del mercato finanziario altrimenti impazzito in una logica di pura speculazione e di puro rischio: e poi smontano questo castello di teorie della paura, dalla paura generate e nella paura cementate, con qualche numero, qualche buon esempio storico, qualche buon uso della ragione.
L’europeo
Dopo esserci cullati nell’illusione che il tifone americano si sarebbe spento prima di arrivare in vista dell’Europa (o avrebbe fatto qualche guasto, tutt’al più, nella finanza britannica), siamo alle prese con una crisi piu grave di quella che colpi i paesi della Comunità europea durate gli shock petroliferi degli anni Settanta. Se lo avessimo previsto e ci fossimo preparati per tempo, gli effetti, forse, sarebbero meno gravi. Oggi, mentre le maggiori economie europee corrono ai ripari, rischiamo di commettere un altro errore di distrazione, ignorando gli effetti che la crisi potrebbe avere in altri continenti e i contraccolpi che questi effetti potrebbero avere sui rapporti internazionali. Nei momenti di riposo, fra un salvataggio e l’altro, proviamo a chiederci che cosa potrebbe accadere in Cina, Russia e America Latina. Mentre il Congresso americano protestava contro il protezionismo cinese e minacciava rappresaglie, la Repubblica Popolare e gli Usa hanno vissuto per molti anni in stato di felice simbiosi. La Cina ha invaso con i suoi prodotti a basso prezzo il mercato americano e ha creato qualche disagio nei settori industriali maggiormente colpiti dalla concorrenza.
Ma ha fatto la gioia dei consumatori e ha usato i proventi in dollari delle sue esportazioni per comperare i bond con cui il Tesoro americano finanzia il suo debito. Sappiamo che il prodotto interno lordo cinese cresce ogni anno, mediamente, del 10 per cento. E tasso di sviluppo per noi eccezionale, ma e quello che consente alla dirigenza cinese di governare i tumultuosi mutamenti sociali del paese e il crescente divario fra ricchi e poveri. Se la percentuale, in una fase di generale recessione, scendesse al di sotto dell’8 per cento, la Cina sarebbe probabilmente costretta a puntare sul mercato interno, su un ambizioso programma di infrastrutture e sull’aumento della spesa sociale. Ma potrebbe ricorrere anche al nazionalismo, vale a dire allo strumento di cui molti governi si servono quando vogliono zittire i dissidenti, spegnere i malumori sociali, attribuire a un nemico esterno i malanni della nazione. La situazione russa e probabilmente migliore. L’aumento medio del pil fra il 1999 e il 2007 (7 per cento) e dovuto quasi esclusivamente al mercato interno, agli investimenti e, più recentemente, all’aumento del prezzo del petrolio. Gli screzi e gli attriti con l’Occidente in materia di petrolio e gas avevano, paradossalmente, un risvolto positivo.
Si litigava per la distribuzione di costi e profitti in un contesto in cui uno dei litiganti, l’Occidente, aveva bisogno di comprare e l’altro, la Russia, bisogno di vendere. Che cosa accadrebbe il giorno in cui la domanda di energia diminuisse e il flusso dei capitali verso la Russia si riducesse? Riusciranno Vladimir Putin e Dmitri Medvedev ad aggiustare il tiro senza ricorrere al nazionalismo? La crisi di Wall Street piace ideologicamente ai nemici degli Stati Uniti nel continente latinoamericano e soprattutto a Hugo Chavez, il loro più chiassoso esponente. Ma i legami economici e finanziari con il Nord sono ancora importanti, persino per il Venezuela, e le ricadute negative saranno numerose. E possibile tuttavia che la crisi acceleri il processo d’integrazione dei paesi del Mercosur (il mercato unico di una parte dell’America Latina) e contribuisca alla nascita di una più solida economia latinoamericana. Sono soltanto tre esempi. Ma dimostrano che l’Europa e gli Stati Uniti dovranno di tanto in tanto alzare lo sguardo dalle loro sciagure per tenere d’occhio cio che accade nel mondo.
L’editoriale
C’è un po’ di moralismo intorno alla vicenda del grande crac che sta sconvolgendo le borse, e i portafogli, di tutto il mondo. Editorialisti e professori spiegano a destra e a manca che quella che sta saltando è una finanza sporcacciona, che ha fatto imbrogli e non merita di essere soccorsa. Il succo del ragionamento è che in fondo è meglio così, perché alla fine ci verrà reso un capitalismo pulito, liberato dagli speculatori o, meno diplomaticamente, dai banditi. Ora, lungi da me l’intenzione di difendere banchieri e giocatori d’azzardo della finanza. Ai vertici delle società che hanno portato i libri in tribunale spesso più che industriali del credito c’erano giocolieri del denaro, ovviamente altrui, e le loro responsabilità sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto di quelli degli inquirenti americani, che in questi giorni stanno bussando alla porta di molte ville.
Stabilito dunque che non ho alcuna intenzione di vestire i panni del difensore di banchieri e bancarottieri, ai quali per la verità non ho risparmiato critiche, non ho però neppure voglia di bermi la balla della funzione purificatrice del grande crac.
Dietro questa idea c’è la convinzione che il crollo delle borse abbia avuto inizio come le valanghe, da un distacco piccolo che poi trascina a valle tutto. Secondo questa tesi, la crisi di una delle banche americane avrebbe generato il panico, convincendo i risparmiatori a reclamare indietro i propri risparmi e provocando dunque un fuggi fuggi generale che ha travolto gli sportelli. In realtà, a riprendersi il denaro non sono stati i piccoli investitori, ma i grandi, e non perché hanno fiutato prima degli altri il pericolo, ma perché molto probabilmente hanno sentito l’odore dei soldi, degli affari.
Quando in borsa c’è chi perde da un’altra parte c’è chi guadagna: è la regola. I banchieri caduti nel fango certamente avevano fatto operazioni azzardate, ma la spinta che li ha fatti ruzzolare giù per la china è stata data da qualcuno che aveva individuato il loro incerto equilibrio. Quelli della Lehman Brothers hanno denunciato cinque grossi investitori: non so se sia vero, ma sono certo che se i bancarottieri sono imbroglioni, quelli che ne prenderanno il posto non sono cavalieri bianchi.
Nel mondo della finanza non c’è alcun salvatore, ci sono solo speculatori, che non è una brutta parola, ma semplicemente un sostantivo plurale che definisce chi trae profitto dai prezzi di mercato, sia quando vanno su che quando vanno giù. Non c’è dunque un capitalismo più sano alle viste, ma un capitalismo più o meno spregiudicato, più o meno cinico, più o meno ruffiano nel far credere di essere migliore di quello precedente.
Aggiungo un’ultima annotazione, a proposito del piano di salvataggio delle banche fallite o in via di fallimento. Secondo alcuni (tra questi i liberisti puri) l’operazione è ributtante. Per chi la pensa così la bancarotta sarebbe preferibile all’aiuto di stato concesso a gruppi finanziari in difficoltà. A sorreggere questa tesi c’è la convinzione che i contribuenti non debbano pagare la finanza allegra, che la socializzazione delle perdite sia roba appunto da stato socialista o dirigista. Principio in sé condivisibile, ma solo da un punto di vista teorico. Già, perché nessuno sa dire che cosa succederebbe se per esempio le grandi banche americane fallissero una dietro l’altra. Chi ripagherebbe i piccoli investitori, i correntisti, i pensionati che hanno messo i propri risparmi nei fondi? E che impatto avrebbe il crac sull’economia reale, sull’occupazione, sulle imprese, sui servizi.
C’è chi dice che a ogni dipendente di banca d’investimento licenziato ne corrispondano almeno tre nell’economia reale. Quanto costerebbe tutto ciò agli Stati Uniti in termini di mancato gettito fiscale? E quante tasse pagherebbero in più i contribuenti? Nessuno lo sa, ma ho il sospetto che sarebbero assai di più dei 700 miliardi di dollari che si appresta a spendere la Casa Bianca. Certo, forse quei soldi si potrebbero spendere meglio, forse ci sono sospetti di interessi privati di alcuni membri del governo, ma quando c’è da spegnere un incendio si usa l’idrante, poi si pensa alle cause che l’hanno provocato, a come prevenire o circoscrivere il prossimo rogo. Il moralismo, anche quello liberista, in qualche caso può attendere.