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Belpietro: Perché Indro ruppe col Cav

Montanelli

L’editoriale
Approfittando della ricorrenza dei cent’anni dalla nascita, è cominciato un processo (laico) per la beatificazione di Indro Montanelli. Giornali e soprattutto tv hanno dato ampio spazio ai suoi diari pubblicati per l’occasione, soffermandosi in particolare sull’ultimo periodo di vita, quello cominciato il giorno in cui Indro, dopo 20 anni di direzione, lasciò Il Giornale, la sua creatura. Nella scelta c’è una buona dose di malizia, perché così si può mettere in luce esclusivamente il Montanelli antiberlusconiano. Anzi, si fa del grande giornalista il campione dell’opposizione al Cavaliere.

Intendiamoci, l’ex direttore del quotidiano di via Negri fu dal 1994 in poi un fiero avversario di Silvio Berlusconi. Ma ridurre la sua storia solo a quello è una manipolazione bella e buona. Così com’è manipolata la ricostruzione del suo abbandono del Giornale. A differenza di quel che si racconta, il fondatore non fu né licenziato né cacciato. Fu lui ad andarsene, scegliendo di non appoggiare il partito che il suo editore aveva deciso di lanciare. Secondo la vulgata che tenta di farlo passare per una vittima, Montanelli sarebbe stato obbligato ad andarsene dopo un discorso tenuto da Berlusconi davanti alla redazione del Giornale. Neppure questo corrisponde al vero. Indro non fu affatto costretto alle dimissioni, anche perché l’intervento del Cavaliere nell’assemblea non contiene le frasi che sono state spesso citate. Per averne prova basta rileggersi il resoconto stenografico che fu riportato nel libro di Mario Cervi e Gian Galeazzo Biazzi Vergani, due dei collaboratori più vicini a Indro.

Se non vi fu la cacciata, perché Montanelli se ne andò? La risposta è triplice.
Primo. Il Giornale da tempo perdeva soldi. Fin dalla sua fondazione il bilancio era in perdita per un eccesso di spese e proprio per questo i redattori, primi proprietari della testata, erano stati costretti a vendere le loro quote a Berlusconi. Ma, nonostante l’abitudine alle perdite, quelli del 1993 furono risultati molto negativi, tanto che il cda, di cui Montanelli faceva parte, decise di varare un doloroso piano di ristrutturazione: chiusura delle sedi estere, riduzione delle trasferte e contenimento di ogni spesa, pur di evitare il disavanzo di 14 miliardi attesi per il 1994. Indro, che a malincuore aveva approvato quel piano di lacrime e sangue e che in pubblico manifestava il suo disprezzo per i contabili, in segreto coltivava il desiderio di uscire da quella situazione fondando un giornale nuovo, più piccolo, con meno costi e meno problemi. E per questo, molto prima del discorso di Berlusconi al Giornale, si era rivolto a Victor Uckmar, noto commercialista genovese, che capeggiava una cordata di imprenditori intenzionati a fare un nuovo quotidiano.

Il secondo motivo dell’addio va ricercato nella voglia di non avere un editore, seppure di minoranza, che facesse politica. E per giunta un editore che egli non amava molto, anzi che probabilmente disprezzava. Montanelli, acerrimo avversario dei radical chic, era però un aristocratico, non con il blasone, ma sicuramente nelle maniere, e non amava la sudata fortuna di Berlusconi. Lo rivela lo stesso Marco Travaglio, quando racconta che Montanelli non appoggiò il Cavaliere “per motivi estetici, prima ancora che etici e morali”.
Terza ragione, la più importante: Indro si considerava l’unico, vero leader della destra in Italia. Pur non disponendo di un partito, Montanelli era l’indiscusso interprete di quelle idee, non a caso i politici, da Giovanni Spadolini a Ugo La Malfa, e perfino i capi dc, tenevano in grande considerazione le sue argomentazioni. Montanelli, quando Berlusconi decise di scendere in politica, si rese conto che il suo primato volgeva al termine. Non sarebbe più stato l’unico alfiere della destra e dell’anticomunismo, avrebbe dovuto condividere quel ruolo con l’imprenditore che ripianava i suoi deficit editoriali. Probabilmente capì che l’arrivo sulla scena politica del Cavaliere avrebbe archiviato per sempre la destra montanelliana, una destra quasi risorgimentale, sostituita da quella pragmatica di Berlusconi.
Ecco, il grande Indro non perdonò al Cavaliere di avergli strappato non Il Giornale, ma la patente di campione incontrastato di quella che un tempo fu definita la maggioranza silenziosa. Montanelli era sempre stato la voce di quella maggioranza d’italiani, ma nel 1994 alla sua voce si sostituì quella di Berlusconi. Per Indro fu un affronto insopportabile. Per questo s’inventò un’altra Voce. Per questo proprio lui, che era sempre stato di destra, si buttò a sinistra.

Belpietro: c’è un’altra casta, i manager

Il manager Puri Negri
L’editoriale
In questi giorni mi è capitato sotto mano un vecchio ritaglio della Repubblica. Si tratta di un articolo di un paio d’anni fa, dedicato a Carlo Puri Negri, che fino all’altro ieri era il vicepresidente della Pirelli Real estate, società immobiliare del gruppo della gomma. L’incipit del pezzo è esaltante: “Carlo Puri Negri ha il merito di impersonare un caso che non è così frequente nel mondo dell’industria e della finanza. Quello di un manager che, dopo aver mosso i primi passi nelle più varie direzioni, scopre poi una vocazione precisa, e in essa si dimostra fantasioso e innovativo, e in grado di produrre valore”. Mi fermo qui, anche se il testo prosegue con altre deliziate immagini.
Che razza di valore fosse in grado di produrre l’erede della dinastia degli pneumatici è noto a tutti. Nel 2008 la Pirelli Re ha perso quasi 200 milioni di euro ed è stata costretta a lanciare un aumento di capitale pari al doppio della perdita. Un disastro, insomma. Tralascio il fatto che due anni fa, quando uscì l’articolo della Repubblica, sul settore immobiliare già s’allungavano le nuvole nere della crisi. Non voglio infierire sull’anonimo redattore: capita a tutti di scrivere stupidaggini. Anche perché il punto non è ciò che è stato detto, semmai quello che si è taciuto. A stupirmi è infatti l’assenza (o quasi) di commenti alla notizia dell’addio dato dal manager alla sua creatura, un abbandono accompagnato da una buonuscita di 14 milioni di euro, nei quali sono compresi quasi 9 milioni e mezzo di indennità per l’anticipata cessazione del mandato e 3 milioni per convincere il manager a non fare concorrenza alla sua ex società.
L’uomo che ha fatto 200 milioni di buco è stato ringraziato con 14 milioni di euro, che vanno ad aggiungersi ai 36 che ha incassato negli ultimi sette anni. E, tranne rare eccezioni, nessuno ha avuto nulla da ridire: i quotidiani hanno dato la notizia nelle pagine economiche, senza commentare, come fosse routine. A me non pare una cosa così ovvia: come si fa a corrispondere una liquidazione da milioni di euro a un manager che ha creato una voragine di debiti e di perdite? Come si fa a invocare il valore e il merito e premiare chi il valore lo ha distrutto e ha solo il merito di essersi costruito un contratto blindato, a prova di licenziamento?
Quello di Puri Negri è un caso clamoroso, ma non il solo. Nelle scorse settimane la Seat Pagine gialle, altra società straindebitata che nel 2008 ha perso 179 milioni di euro, ha gratificato Luca Majocchi, amministratore delegato uscente, con quasi 8 milioni di euro, 5 dei quali a ricompensa del patto di non concorrenza. Oltre al danno, c’è la beffa di dover pagare il manager che viene congedato perché non provochi altri danni.
Non voglio fare il moralista, ma c’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo. Per anni ci siamo sbracciati a spiegare a operai e impiegati che il salario non è una variabile indipendente dai risultati di un’azienda. Oggi ci accorgiamo che esiste un’altra variabile indipendente che negli ultimi anni ha consentito a una casta di dirigenti di moltiplicarsi la remunerazione senza tenere in alcun conto il reale andamento dell’impresa. È come se esistesse una scala mobile dei top manager che sale sempre più in alto, senza alcun controllo, né di chi nell’azienda ci lavora, né dei suoi azionisti.
Nel passato ci spiegarono che le public company, ovvero le società senza proprietari di riferimento, erano il futuro, perché liberavano le aziende dai padroni. Non vorremmo che le finte public company italiane si fossero sì liberate dal controllo e dagli interessi dei propri azionisti, ma solo per rimanere prigioniere dei propri manager voraci.

Belpietro: Nell’emergenza cresce il consenso

prime lezioni sotto le tende

L’Editoriale

In questi giorni molti scienziati della politica si affannano a trovare giustificazioni del particolare rapporto tra Silvio Berlusconi e gli elettori. Le analisi mirano a svelare il mistero della tenuta di consenso del governo a un anno dalla nascita. In genere la luna di miele finisce dopo pochi mesi. Il primo e il secondo governo del Cavaliere cominciarono a soffrire subito, quelli di Romano Prodi anche. Al contrario il Berlusconi ter conserva la sua popolarità. Il fenomeno viene spiegato in più modi, ma principalmente si fa ricorso alla crisi. Così fior di professori s’impegnano a dimostrare come nei momenti difficili gli elettori siano più prudenti e conservatori e dunque preferiscano tenersi stretto il governo in carica, piuttosto che immaginarsene uno nuovo. Sarà anche vero, ma si trovano parecchi esempi storici di leader licenziati proprio nel momento peggiore dell’economia. Basti pensare a Jimmy Carter battuto da un Ronald Reagan descritto come una mezza macchietta di Hollywood o, in tempi più recenti, a Oscar de la Rua, il presidente argentino travolto da una crisi senza precedenti.

Non sono l’economia in crisi e la paura dei licenziamenti che rinsaldano una leadership. Se così fosse, gli Stati Uniti avrebbero rimpianto George Bush e invece sappiamo che da un ipotetico confronto con Barack Obama l’ex presidente sarebbe uscito peggio di John McCain. Il caso Bush, al contrario, dimostra che il consenso va di pari passo con la capacità di gestire situazioni complesse. All’ex inquilino della Casa Bianca gli americani non rimproverano di essere entrato in guerra con l’Iraq, semmai di non aver saputo come uscirne. E gli addebitano la carenza dei soccorsi dopo l’uragano Katrina (quasi 2 mila vittime).
Anche il governo di José María Aznar, leader spagnolo popolarissimo, scivolò su una pessima conduzione delle informazioni relative agli attentati del 2004 e la vittoria del delfino di Aznar, Mariano Rajoy, che appariva scontata, fu cancellata.
Insomma, la ragione vera della tenuta di consenso del governo va ricercata principalmente nella sua capacità di gestire le emergenze. È di fronte all’evento straordinario che si misura un esecutivo, non certo nell’ordinarietà. È sulla prontezza nel far fronte al problema che si costruisce il consenso. Berlusconi ha dato buona prova con i rifiuti di Napoli e ora anche con il terremoto in Abruzzo. Per questo ha rafforzato la sua popolarità.
Ma ripulire una città, per quanto grande come Napoli, e ricostruire una città distrutta non sono operazioni comparabili. La prima ha certo richiesto un impegno gravoso, ma una buona organizzazione e una sana dose di decisionismo sono riuscite a fare il miracolo. Restituire un alloggio ai terremotati dell’Aquila, evitando che trascorrano l’inverno sotto una tenda o in un container, è più complesso. È questa la vera prova con cui il Cavaliere dovrà misurarsi ed è su questo terreno che si giocherà gran parte dell’immagine.
Ho ascoltato in questi giorni molte richieste da parte di enti locali che reclamano fondi per poter ricostruire rapidamente. Ottimo ricercare il consenso di comuni e istituzioni locali. Ma Berlusconi dovrebbe guardarsi dal delegare in toto i progetti di ripristino degli edifici. È vero che l’Abruzzo non è l’Irpinia, però non è neppure il Friuli e non vorremmo che l’eccesso di autonomia allentasse i controlli, lasciando spazio alla lentezza delle amministrazioni civiche. Visto che, a prescindere da chi deciderà, a rispondere della ricostruzione sarà comunque lui, al premier converrebbe tenere saldo in mano il bastone del comando. Se il consenso deriva dalla capacità di gestire le emergenze, è preferibile accantonare il federalismo edilizio. Per cause di forza maggiore, l’autonomia va momentaneamente sospesa.

Belpietro: Cavaliere, tocca alla Costituzione

Silvio Berlusconi con Gianfranco Fini

Editoriale 

In questi giorni Silvio Berlusconi celebra il suo trionfo. Come ho già avuto modo di scrivere, dalla nascita della Repubblica nessun capo politico era riuscito a ottenere ciò che egli ha ottenuto. Come presidente del Consiglio, il Cavaliere per longevità ha battuto ogni record, compreso quello di un fondista della politica come Giulio Andreotti, che con i suoi governi è stato inquilino di Palazzo Chigi oltre sei anni. Il vero successo del premier non è però la permanenza alla guida dell’esecutivo, ma essere riuscito a radunare i moderati in un’unica casa.
A lungo, nella Prima repubblica, diversi esponenti politici inseguirono l’idea di mettersi insieme per rappresentare uniti gli interessi degli elettori. Ricordo le esperienze a destra e quelle dei cosiddetti partiti laici, gruppi che in genere alle elezioni raccoglievano pochi decimali. Tutti i tentativi fallirono a causa dei personalismi o delle ambizioni. Quando l’impresa pareva l’ossessione di un folle, Berlusconi non solo lanciò l’idea di un fronte moderato che arginasse la sinistra, ma nel corso degli anni affinò il progetto, fino ad arrivare al partito unico del centrodestra. Nessuno, ribadisco, ce l’aveva fatta. Così come nessuno era mai riuscito a portare una formazione politica al 40 per cento dei voti: la Dc, che pure nei suoi periodi migliori era considerata un partito di massa, ci riuscì solo in un paio di occasioni.
Tra le innovazioni che il Cavaliere ha portato nella politica italiana quella certo più significativa è proprio il partito unico del centrodestra. Perché riduce la presenza dei gruppi in Parlamento e perché sancisce la nascita in Italia di un sistema bipartitico. È questa infatti la conseguenza della fondazione del Popolo della libertà. Dopo la creazione del Pdl, sarà inevitabile che anche il centrosinistra, se vuole tornare ad avere un peso, dia vita a un vero partito unico, che non può essere il Pd, ma dovrà essere più ampio, capace di includere tutte le schegge più o meno impazzite che oggi gli gravitano attorno.
Insieme con il Pdl, Berlusconi ha gettato le basi anche per un’ulteriore innovazione, quella costituzionale. Spesso si è discusso della necessità di riformare la Carta e di trovare una forma istituzionale più adeguata ai tempi, come per esempio la repubblica presidenziale. Ma esperti e osservatori concordavano sul fatto che un simile passo avrebbe richiesto un cambio radicale anche nel sistema elettorale. Ricordo un articolo di Indro Montanelli, il quale già nel 1974 indicava la strada presidenzialista, ma intravedeva nell’impossibilità di disporre di un sistema bipartitico uno scoglio insuperabile (il vecchio Indro sognava anche una più accentuata decretazione d’urgenza: paradossi della storia). La via parlamentare era giudicata non praticabile: non si poteva chiedere ai piccoli partiti di fare harakiri e di votare una riforma che li liquidasse. E altre non ve n’erano. Dunque per anni il cambiamento è rimasto un sogno.
Ma Berlusconi il bipartitismo lo ha introdotto per via extraparlamentare, col famoso discorso del predellino. Decisione che ha convinto anche i più riottosi e ha imposto la riforma bipartitica nella prassi, senza bisogno di modifiche elettorali, ma con un progetto politico che traeva forza dal consenso popolare.
A questo punto, al Cavaliere non resta che continuare l’opera: se vuole davvero traghettare l’Italia nel nuovo millennio, ora deve cambiare la Costituzione. È il passo conseguente, ma anche quello inevitabile. Dia alla Repubblica italiana una forma presidenziale, con un capo dello stato eletto direttamente dal popolo e con poteri eguali a quelli che un presidente ha in Francia o altrove. Cambi quelle norme che da oltre mezzo secolo condannano i nostri governi all’impotenza e all’inefficienza a tutto vantaggio dei partiti e dei loro riti. Così supererà se stesso.

Belpietro: Pensioni, la paura fa 60

Un modulo della pensione

Editoriale 

Non c’è niente da fare: da noi appena si tocca un privilegio la categoria coinvolta si ribella e costringe la politica a ritornare indietro con la coda fra le gambe. È successo con i tassisti, è capitato con i magistrati. Se ne deduce che fare le riforme in Italia è da sempre un’impresa ardua. C’è però una missione che appare più complicata delle altre ed è cambiare la previdenza. Chi tocca le pensioni muore e lo sa bene Silvio Berlusconi che proprio su quella materia vide naufragare il suo primo governo, nel 1994.
Il Cavaliere, già sotto scacco dei magistrati che gli inviarono il famoso avviso di garanzia a mezzo stampa mentre era in corso il G7 a Napoli, cadde sulle proteste contro la riforma previdenziale, che spaventarono Umberto Bossi e lo spinsero a uscire dal governo. Sarà per questo che quando c’è da metter mano alle pensioni il premier ci va con i piedi di piombo.
Di sicuro la vicenda dell’innalzamento dell’età pensionistica per le donne che lavorano nel settore pubblico è stata maneggiata con la massima cura. Infatti, nonostante la misura sia sollecitata dall’Unione Europea, che intende equiparare il trattamento delle signore a quello dei maschi, i ministri competenti si sono mossi con una cautela straordinaria, ipotizzando correzioni lievi in un arco di tempo molto ampio. In realtà il passaggio al tetto dei 65 anni, dagli attuali 60, avrebbe bisogno di essere fatto in fretta.
La gradualità forse risponderà a regole di cortesia imposte dal galateo, trattandosi di donne, ma non risponde certo a criteri di economicità. Per capirlo basta dare un’occhiata ai conti dell’Inpdap, l’ente previdenziale dei dipendenti dell’amministrazione pubblica.
Nonostante il lavoro del commissario, che fa di tutto per risparmiare, l’istituto ha un disavanzo di 8 miliardi di euro. Una cifra enorme che serve a pagare oltre 2,6 milioni di pensioni agli ex dipendenti pubblici e che non è controbilanciata dai contributi versati dai 3,3 milioni di impiegati statali. Secondo alcune simulazioni, se non si interviene in fretta, nel giro di soli cinque anni gli 8 miliardi di buco diventeranno 14. In pratica, in capo a un decennio, l’Inpdap rischia di trasformarsi in un’autentica voragine per il bilancio dello Stato.
Mandare dunque in pensione le donne più tardi, adeguando le norme che le riguardano a quelle dei colleghi uomini, non è un dispetto né una mancanza di riguardo nei confronti di lavoratrici che quasi sempre hanno una doppia occupazione, quella di impiegate e di mamme, come ho letto su qualche giornale. Ritardare il loro pensionamento è semplicemente una necessità, anzi un’urgenza. E forse qualcuno farebbe bene a spiegarlo. Tacere i danni che possono essere prodotti continuando a nascondere la testa sotto la sabbia non ha molto senso.
Capisco che il sindacato faccia il suo mestiere e strilli ogni volta che si sfiora l’argomento, ma la buona politica ha l’obbligo di rimuovere ciò che non funziona e soprattutto di decidere. Toccare le pensioni non è, né mai sarà, popolare. Però il sistema così com’è non regge e viaggia allegramente verso il crac. Aspettare non serve a nessuno, certamente non al Paese.
Dunque, lancio una modesta proposta: il governo si procuri un amuleto che scongiuri la malasorte, che allontani i ricordi degli insuccessi passati, e poi faccia la riforma previdenziale. Quella che riguarda le lavoratrici del pubblico impiego e quella che interessa i dipendenti privati. Approfitti della diffusa percezione di un cambiamento epocale provocato dalla crisi economica che sta squassando i mercati e il mondo. Decida. Del resto, se non ora, quando?

Belpietro: Popolo dei bisticci

Umberto Bossi

L’editoriale 

Dicono che Umberto Bossi stia giocando le sue carte in vista delle elezioni di primavera. Dicono anche che a Gianfranco Fini stia stretto il vestito istituzionale e non voglia lasciare a Silvio Berlusconi mano libera per fare il nuovo Pdl e disfare la vecchia An. Sarà, ma fa un certo effetto vedere il governo che un giorno sì e l’altro pure litiga sulle cose da fare, suscitano una certa impressione le divisioni in una maggioranza che ha in proposito di unirsi in un solo partito.
Se si mettono in fila tutti gli incidenti di percorso del centrodestra negli ultimi mesi, si rimane senza parole. Dai battibecchi sulla riforma della giustizia si è passati a quelli sul contributo per il permesso di soggiorno, dalla difesa di Malpensa si è finiti a litigare per i soldi concessi a Roma.
Il dibattito politico, più che tra maggioranza e opposizione, è stato fra maggioranza e maggioranza. Sarà perché la sinistra, sia quella tradizionale sia quella giustizialista, è in coma che il centrodestra ha deciso di farsi l’opposizione in casa? Forse nel Popolo della libertà temevano di annoiarsi senza qualcuno che li criticasse? Sono domande che mi faccio per scherzo, ma mica tanto.
Intendiamoci: seguo le vicende politiche da tempo e conosco le ragioni di certi comportamenti. Quando arrivano le elezioni, non c’è coalizione che regga al richiamo del voto, e siccome da noi le urne sono in funzione ogni sei mesi, è evidente che nessun governo si sottrae alla campagna elettorale non-stop.
Capisco anche che la Lega miri a diventare il primo partito del Nord, così da non dovere condividere con un ingombrante Berlusconi la rappresentatività delle istanze del Settentrione.
Comprendo pure le preoccupazioni di An: colonnelli e generali vengono da una lunga marcia, hanno alle spalle un partito che ha una struttura e una tradizione e temono di essere annessi da quelli di Forza Italia. In vista del congresso che darà vita al Popolo della libertà, gli uomini di Alleanza nazionale cercano di ottenere maggior peso per non far la fine degli ospiti nel nuovo partito.
Eppoi, il presidente del Consiglio non è un uomo che lascia molto spazio agli altri e dunque è facile immaginare che gli altri, siano leghisti o militanti di An, ogni tanto puntino i piedi, anzi facciano qualche sgambetto, per esempio far mancare il numero legale quando c’è da votare un provvedimento non condiviso o far passare un ordine del giorno della sinistra.

Tutto normale, dunque? Bisticci di cui non c’è bisogno di preoccuparsi? Macché, è proprio ora di preoccuparsi. Perché, se è chiaro quello che è accaduto fino a oggi nel centrodestra, non è affatto certo quel che potrebbe accadere nel prossimo futuro. Sarà anche vero che nella maggioranza hanno tutti delle buone ragioni per suonarsele di santa ragione, ma se continua così non c’è molta differenza con l’Unione di Romano Prodi. Anche lì s’erano messi insieme con le migliori intenzioni, ma hanno finito per prevalere le peggiori. Negli ultimi mesi non c’era decisione che riuscisse a passare indenne tra le forche caudine della rissa politica intestina alla maggioranza. Come si è conclusa quell’esperienza lo sanno tutti.
Ora, probabilmente con Berlusconi e soci non si rischia la crisi, ma di questo passo si finisce nel pantano, con una parte che afferma una cosa e l’altra che gli dà contro. Con il governo di Prodi eravamo abituati a dire che l’indecisione regnava sovrana. Non vorremmo dover scrivere che con quello attuale è la confusione a regnare sovrana.

Belpietro: Partito dei sindaci, illusione perduta

L’editoriale 

C’era un volta il partito dei sindaci. Era il fiore all’occhiello della sinistra e nelle intenzioni dei suoi artefici avrebbe dovuto fornire al Paese una nuova e sperimentata classe dirigente, cioè politici forgiati nell’amministrazione di grandi città, che all’occorrenza avrebbero potuto competere per la leadership dell’Ulivo, già allora fiacca al punto da aver costretto i Ds a candidare a Palazzo Chigi un notabile democristiano come Romano Prodi. Di quel serbatoio di belle speranze i più in vista erano Francesco Rutelli, Massimo Cacciari e Antonio Bassolino, tre primi cittadini che all’epoca erano oggetto di sperticate lodi da parte di giornali e tv, al punto che qualcuno giunse a dipingere l’ultimo del terzetto come una specie di Lorenzo il Magnifico del Rinascimento campano.
A distanza di 10 anni, di quel movimento non resta più niente. Rutelli, dopo essere stato sconfitto da Gianni Alemanno nella corsa per il Comune di Roma, non si è più ripreso. Cacciari ha l’acqua alta in casa e si avvia a chiudere malinconicamente il suo mandato. Bassolino, che invece in casa aveva i rifiuti, vive i suoi ultimi giorni da governatore asserragliato nel bunker di Palazzo Santa Lucia.
Presentatosi come simbolo di buona gestione, il partito dei sindaci, al contrario, appare oggi come l’emblema della cattiva amministrazione. Una miscela di errori, scontri di potere e scandali giudiziari sta fiaccando Rosa Russo Iervolino a Napoli, ma anche Marta Vincenzi, il sindaco di Genova che deve vedersela con lotte intestine e inchieste giudiziarie sugli appalti del comune.
Di quello che un tempo era considerato il vivaio della sinistra resistono pochi amministratori, ma sempre più disorientati ed esausti. Come Sergio Chiamparino, il primo cittadino di Torino, che un giorno annuncia di dimettersi da ministro ombra e l’altro minaccia di fondare una Lega di sinistra. O come Leonardo Domenici, l’uomo che guida per conto del Pd la giunta di Firenze e che per protestare contro La Repubblica si è incatenato all’uscio della redazione locale. Mentre Sergio Cofferati, da cinque anni al timone di Bologna, ha già pronunciato un addio senza rimpianti.
E i governatori delle regioni, che in una certa misura militavano anch’essi nel partito dei sindaci, non stanno meglio. Di Bassolino s’è detto. Del presidente della Calabria, Agazio Loiero, sono note le difficoltà, anche giudiziarie. Claudio Burlando in Liguria resiste a fatica. Riccardo Illy, che nel passato veniva accostato a Rutelli, Bassolino e Cacciari nel firmamento degli astri nascenti della sinistra, sconfitto alle elezioni friulane, è di fatto uscito di scena.
La fine del partito dei sindaci coincide curiosamente con un periodo di crescente difficoltà per la leadership del Partito democratico. Mai come oggi, mentre Walter Veltroni è messo in discussione, servirebbe un deposito cui attingere. Mai come oggi sarebbe indispensabile per la sinistra disporre di figure alternative. Tramontato il movimento dei cacicchi (così furono chiamati, evocando i capi indiani d’America ai tempi della dominazione spagnola), per il posto di segretario del Pd non restano che le leve interne, ossia quei funzionari cresciuti alla scuola di partito. Volti già visti, in gran parte usurati da anni di militanza.
Tutto ciò contribuisce a tenere in piedi la leadership di Veltroni, che, seppur debolissima, al momento non ha alternative. Per trovare una nuova guida carismatica a sinistra probabilmente bisognerà aspettare qualche anno. O, forse, i volti di un’altra generazione.

Belpietro: Pd, flop come la fusione fredda

Walter Veltroni e Massimo D'Alema

L’editoriale 

Nella pur breve storia del bipolarismo italiano non era mai successo che il partito all’opposizione perdesse malamente le elezioni. Dalla metà degli anni Novanta, ogni consultazione di medio termine, locale o nazionale che fosse, ha sempre visto premiato lo schieramento che non aveva responsabilità di governo. Silvio Berlusconi vinse tutto ciò che c’era da vincere mentre Romano Prodi e Massimo D’Alema stavano a Palazzo Chigi e così fu anche per Piero Fassino, quando, tra il 2001 e il 2006, toccò al Cavaliere fare il primo ministro.

Per questo motivo la bruciante sconfitta in Abruzzo è illuminante di quello che sta succedendo nella politica italiana. Non solo segnala che la luna di miele tra il governo e il Paese non si è ancora interrotta, nonostante siano trascorsi da tempo i classici cento giorni, ma indica che il Partito democratico è in crisi nera, tanto da non essere considerato non dico un’alternativa all’attuale centrodestra, ma neppure un contenitore in grado d’intercettare il malcontento o il voto di protesta.
La vera novità della consultazione regionale di domenica scorsa non è, dunque, la vittoria di Gianni Chiodi e neanche l’avanzata di Antonio Di Pietro, bensì il fiasco del Pd. So che molti pensano al contrario e cioè che il successo dell’Italia dei valori sia il vero fenomeno da indagare per capire quanto sta accadendo nel centrosinistra. Certo, il raddoppio dei consensi è strabiliante, ma non bisogna confondere la causa con l’effetto. La crescita dell’Idv è una conseguenza collaterale, probabilmente neppure duratura, della sconfitta di Walter Veltroni. Se ci fosse stato un Partito democratico forte, con un leader carismatico e autorevole, l’ex pm di Mani pulite non avrebbe certamente sfiorato simili picchi di consenso.

Che il problema principale sia il pensiero debole del Pd e del suo numero uno, risulta evidente anche sulla base di altre considerazioni. Nel caso del Popolo della libertà appare chiaro chi lo guida e anche qual è il programma politico che il partito intende realizzare, ossia uno stato che tuteli i suoi cittadini ma senza rapinarli con le tasse. Anche la Lega e l’Idv sono retti da leader indiscussi e propugnano progetti forti (la prima il federalismo e la sicurezza, la seconda la lotta contro i corrotti). Invece il Pd lancia messaggi che non colpiscono l’elettore. Il passo del Partito democratico appare incerto: vorrebbe essere riformatore ma non sa su quali riforme puntare, vorrebbe opporsi ma non sa bene contro che cosa e, quando lo fa, va a rimorchio, talvolta degli studenti, sovente dello stesso Di Pietro.
Molto probabilmente la responsabilità di tutto ciò è in larga misura di Veltroni. L’errore capitale commesso dal segretario del Pd è stata la decisione di apparentarsi alle elezioni con Di Pietro invece che con i socialisti: se avesse optato per quest’ultimi, il centrosinistra avrebbe comunque perso le elezioni, ma oggi non sarebbe alle prese con un avversario interno cui lo stesso Pd ha fatto da levatrice. Con i lontani eredi di Filippo Turati, il Partito democratico avrebbe dato vita a uno schieramento riformista, invece si ritrova stretto in un abbraccio mortale con l’alleato.
Nonostante sia convinto che Veltroni porti il peso dei suoi errori, non posso fare a meno di ricordare che la nascita del Pd fu una fusione fredda, ossia l’unificazione a tavolino di due partiti che avevano storie e riti completamente diversi. Lo sbando di oggi è la conseguenza di un’unione nata male ieri. Un esperimento in laboratorio, proprio come quello che tentarono gli scienziati Martin Fleischmann e Stanley Pons. Il risultato si sa quale fu. Un flop.

Belpietro: Indecente battaglia su un corpo

Editoriale 

Trovo indecente la battaglia intorno al corpo di Eluana. Anzi: lo spettacolo dei fan che tifano per la sua morte mi inorridisce. Non mi piace chi utilizza la vita spenta di una giovane donna per sostenere le tesi pro eutanasia. Penso che imbastire una campagna politica per il diritto alla “buona morte” servendosi del dolore e della disperazione della famiglia Englaro sia un esempio di cinismo che mette i brividi. Lo stesso sentimento lo provai alla vigilia di Natale di due anni fa, quando una pattuglia radicale specializzata in manifestazioni di disubbidienza civile accompagnò la fine di Piergiorgio Welby, un pittore che una malattia terribile aveva privato di ogni funzione, riducendolo immobile in un letto. Gli esponenti della Rosa nel pugno nei cinquant’anni della loro storia ci avevano abituati alle ribellioni pacifiche in caserma, agli aborti con comunicato stampa e perfino alla distribuzione di spinelli in piazza. Si trattava di pugni nello stomaco, per l’opinione pubblica, che dovevano spingere un Parlamento pigro e indeciso a intervenire su materie complesse. Che si fosse d’accordo o no con quelle provocazioni, non si può non riconoscere che i radicali, mettendosi in gioco anche dal punto di vista penale, costrinsero l’Italia a discutere. Ma quando i seguaci di Marco Pannella annunciarono la morte di Welby con toni quasi trionfalistici, la mia reazione fu di profonda tristezza. Un uomo e la sua disperazione erano stati usati in nome di una campagna politica. Può darsi che l’obiettivo della sfida fosse alto o civile, come piace dire agli esponenti della Rosa nel pugno, ma strumentalizzare una morte non può essere giustificato da alcun fine. A onor del vero, mi fa paura anche la battaglia senza tentennamenti di chi difende vite che si sono spente da molti anni. Neppure tra i sostenitori dell’esistenza a oltranza trovo molto rispetto per il dolore di un padre la cui figlia non c’è più anche se giace in un letto. Come per i tifosi dell’eutanasia, anche i fan della vita senza limiti mi fanno tremare, insensibili come sono di fronte all’angoscia delle famiglie che hanno perduto i loro cari. Perché non c’è ombra di dubbio che, anche se continuano a rimanere attaccati a una macchina che li fa respirare, quei parenti sono persi per sempre. Lo so che di mezzo c’è un problema etico grande come l’universo. Che in discussione c’è il concetto stesso di vita o di morte e che non si può liquidare la fine di un essere umano come una faccenda burocratica. Già lo Stato ci prende per mano e ci assilla fino alla morte: se poi gli deleghiamo anche quella, ci aiuterà a raggiungerla più in fretta, previa compilazione di un modulo. Capisco anche quanto sia difficile fissare la modica quantità di vita che dà diritto ad accedere all’assistenza per andare all’aldilà. Ma, pur sapendo e comprendendo tutto ciò, penso che se mi trovassi imprigionato in un corpo che non mi risponde più, senza poter parlare e senza poter vedere, senza poter ascoltare la voce della mia famiglia, anch’io vorrei andarmene. Però in silenzio, senza politici, giudici, medici o vescovi che decidano per me, senza articoli sui giornali, soprattutto senza diventare, mio malgrado, il simbolo di una battaglia di disubbidienza civile. Purtroppo, temo che avrei bisogno almeno di un’altra vita prima di vedere intorno a me questo rispetto. Oppure di un altro Parlamento.

Belpietro: La favola del capitalismo sporcaccione

Dipendenti della Lehman Brothers

L’editoriale

C’è un po’ di moralismo intorno alla vicenda del grande crac che sta sconvolgendo le borse, e i portafogli, di tutto il mondo. Editorialisti e professori spiegano a destra e a manca che quella che sta saltando è una finanza sporcacciona, che ha fatto imbrogli e non merita di essere soccorsa. Il succo del ragionamento è che in fondo è meglio così, perché alla fine ci verrà reso un capitalismo pulito, liberato dagli speculatori o, meno diplomaticamente, dai banditi. Ora, lungi da me l’intenzione di difendere banchieri e giocatori d’azzardo della finanza. Ai vertici delle società che hanno portato i libri in tribunale spesso più che industriali del credito c’erano giocolieri del denaro, ovviamente altrui, e le loro responsabilità sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto di quelli degli inquirenti americani, che in questi giorni stanno bussando alla porta di molte ville.
Stabilito dunque che non ho alcuna intenzione di vestire i panni del difensore di banchieri e bancarottieri, ai quali per la verità non ho risparmiato critiche, non ho però neppure voglia di bermi la balla della funzione purificatrice del grande crac.
Dietro questa idea c’è la convinzione che il crollo delle borse abbia avuto inizio come le valanghe, da un distacco piccolo che poi trascina a valle tutto. Secondo questa tesi, la crisi di una delle banche americane avrebbe generato il panico, convincendo i risparmiatori a reclamare indietro i propri risparmi e provocando dunque un fuggi fuggi generale che ha travolto gli sportelli. In realtà, a riprendersi il denaro non sono stati i piccoli investitori, ma i grandi, e non perché hanno fiutato prima degli altri il pericolo, ma perché molto probabilmente hanno sentito l’odore dei soldi, degli affari.
Quando in borsa c’è chi perde da un’altra parte c’è chi guadagna: è la regola. I banchieri caduti nel fango certamente avevano fatto operazioni azzardate, ma la spinta che li ha fatti ruzzolare giù per la china è stata data da qualcuno che aveva individuato il loro incerto equilibrio. Quelli della Lehman Brothers hanno denunciato cinque grossi investitori: non so se sia vero, ma sono certo che se i bancarottieri sono imbroglioni, quelli che ne prenderanno il posto non sono cavalieri bianchi.
Nel mondo della finanza non c’è alcun salvatore, ci sono solo speculatori, che non è una brutta parola, ma semplicemente un sostantivo plurale che definisce chi trae profitto dai prezzi di mercato, sia quando vanno su che quando vanno giù. Non c’è dunque un capitalismo più sano alle viste, ma un capitalismo più o meno spregiudicato, più o meno cinico, più o meno ruffiano nel far credere di essere migliore di quello precedente.
Aggiungo un’ultima annotazione, a proposito del piano di salvataggio delle banche fallite o in via di fallimento. Secondo alcuni (tra questi i liberisti puri) l’operazione è ributtante. Per chi la pensa così la bancarotta sarebbe preferibile all’aiuto di stato concesso a gruppi finanziari in difficoltà. A sorreggere questa tesi c’è la convinzione che i contribuenti non debbano pagare la finanza allegra, che la socializzazione delle perdite sia roba appunto da stato socialista o dirigista. Principio in sé condivisibile, ma solo da un punto di vista teorico. Già, perché nessuno sa dire che cosa succederebbe se per esempio le grandi banche americane fallissero una dietro l’altra. Chi ripagherebbe i piccoli investitori, i correntisti, i pensionati che hanno messo i propri risparmi nei fondi? E che impatto avrebbe il crac sull’economia reale, sull’occupazione, sulle imprese, sui servizi.
C’è chi dice che a ogni dipendente di banca d’investimento licenziato ne corrispondano almeno tre nell’economia reale. Quanto costerebbe tutto ciò agli Stati Uniti in termini di mancato gettito fiscale? E quante tasse pagherebbero in più i contribuenti? Nessuno lo sa, ma ho il sospetto che sarebbero assai di più dei 700 miliardi di dollari che si appresta a spendere la Casa Bianca. Certo, forse quei soldi si potrebbero spendere meglio, forse ci sono sospetti di interessi privati di alcuni membri del governo, ma quando c’è da spegnere un incendio si usa l’idrante, poi si pensa alle cause che l’hanno provocato, a come prevenire o circoscrivere il prossimo rogo. Il moralismo, anche quello liberista, in qualche caso può attendere.

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
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L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
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