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editoriale

Belpietro: L’impossibile teorema di Sofri

Adriano Sofri

L’editoriale

Di Adriano Sofri non mi stupisce la pervicacia nel dichiararsi innocente. Anche se una sentenza definitiva della Cassazione l’ha condannato a 22 anni di carcere, riconoscendo che fu il mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, l’ex leader di Lotta continua ha tutto il diritto di dire che non ha “mai ordito, né ordinato quel delitto”. La legge non impone a un condannato di tacere, né gli impedisce di dirsi vittima di un’ingiustizia; neppure gli vieta di tentare di riaprire il processo, di chiedere una revisione della sentenza, che nel caso in questione già vi fu, ma con la conferma di tutte le condanne. Dunque non sarò certo io a dire che invece di scrivere della sua dolorosa vicenda umana e politica, Sofri dovrebbe farsi dimenticare, lasciar cadere su di sé il silenzio, sparire. Anzi: gli auguro un giorno di poter dimostrare di non avere nulla a che fare con l’assassinio di un inerme poliziotto, contro cui lui e i suoi compagni predisposero una campagna di odio, o, meglio, un annuncio di morte.
E se non mi stupisce la sua proclamazione di innocenza, non sono neppure sorpreso dalla tesi giustificazionista da lui sostenuta nei giorni scorsi e che lo ha portato a spiegare l’agguato a Calabresi come “l’azione di chi volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca”. L’ex capo di Lc nella sua rubrica sul Foglio si è spinto a sostenere che il delitto “fu un atto terribile, ma ciò non significa che i suoi autori fossero persone malvagie”. Per Sofri chi sparò al commissario “fu mosso dallo sdegno e dalla commozione delle vittime”, sottintendendo che l’omicidio fu una risposta alla strage di piazza Fontana, una reazione sbagliata, ma in fondo motivata da sentimenti nobili, alti.
L’ex leader extraparlamentare in passato aveva spiegato i fatti di quegli anni con la “perdita dell’innocenza” provocata dall’attentato del 12 dicembre 1969, in cui morirono 17 persone. La bomba avrebbe strappato a lui e ai suoi compagni il candore, spingendoli a odiare, anzi, a invidiare chi odiava di più, come un giorno mi disse durante un’intervista. La tesi è che l’esplosione avrebbe sconvolto una generazione, l’avrebbe spinta a incattivirsi: avrebbe liberato la violenza, armato le mani. All’origine della colpa c’è dunque un atto di terrore. Ecco perché Sofri non vuole che si parli di terrorismo a proposito dell’agguato a Calabresi. Perché il terrorismo è quello di piazza Fontana e ovviamente è un terrorismo di stato, il resto è solo una difesa, magari non legittima, ma comprensibile. La tesi giustificazionista è comune a molti protagonisti di quegli anni, anche a quelli del partito armato. Devono spiegare, devono trovare un appiglio per motivare la loro lucida follia, altrimenti apparirebbero per quel che sono: criminali. Politici, ma sempre criminali. Cinici, egoisti, narcisisti e insensibili, come tutti i criminali.
La criminalità politica non nacque dopo piazza Fontana. Gruppi di destra ma anche di sinistra organizzarono attentati ben prima di quell’inverno di quasi quarant’anni fa. Sofri ricorda solo le bombe fasciste, che vi furono, ma dimentica le esplosioni di diverso colore, come quelle contro il Palazzo della Regione, a Trento, nella primavera del ‘68, il cui autore fu prontamente nominato “primo rivoluzionario d’Italia”, e anche quelle contro il Comune di Genova, il palazzo di giustizia di Livorno, la sede della Banca d’Italia di Milano, il palazzo di giustizia di Roma, la sede del Senato e del ministero dell’Istruzione, per cui furono condannati, con sentenza definitiva, degli anarchici. L’ex leader di Lc sorvola anche sulla riunione che diede vita alle Brigate rosse, avvenuta in un albergo di Chiavari un mese prima di piazza Fontana, e anche sulla data di nascita della XXII ottobre, la banda che uccise e terrorizzò in nome della rivoluzione.
L’estrema sinistra non diventò violenta per reazione alla strage di piazza Fontana: lo era già. E la lotta continua di Sofri per far credere il contrario la comprendo. Ma ha meno possibilità di successo di quante egli ne abbia di dimostrare la sua innocenza.

Belpietro: Bossi non è Follini

Umberto Bossi

Editoriale 

Molti pensano che, con la ripresa dell’attività politica, i veri problemi per Silvio Berlusconi non verranno dall’opposizione, che in preda a una crisi di identità è in letargo, ma dalla Lega. Con una sinistra lacerata e una maggioranza semplificata dalla nascita del Popolo della libertà, il Cavaliere dovrà vedersela solo con le folate di vento del Nord. Secondo i più pessimisti c’è addirittura il rischio che si ripeta ciò che accadde nella passata legislatura, quando Berlusconi fu messo all’angolo dall’Udc di Marco Follini, con gli effetti devastanti sul governo che tutti ricorderanno.
In effetti le ultime uscite di Umberto Bossi lasciano intravedere una certa impazienza tra le file del Carroccio e, come sempre succede in questi momenti, il Senatur torna a usare le parole e i gesti forti. È accaduto con l’inno di Mameli, cui il capo della Lega ha fatto un particolarissimo alzabandiera; è accaduto con l’ipotesi di reintroduzione dell’Ici. Ma se è vero che nel partito che meglio incarna lo spirito del Settentrione serpeggia qualche nervosismo, sono convinto che dietro l’angolo non ci sia alcuna intenzione di rompere l’alleanza. Innanzitutto perché Bossi non è Follini, ma in particolare perché il suo progetto politico non si basa sulla liquidazione di Berlusconi, come contemplava invece quello dell’ex segretario Udc e del suo ex padrino politico Pier Ferdinando Casini. Il leader della Lega non sogna per sé una futura leadership nel centrodestra, né una nuova coalizione. E poi uno sgambetto al Cav. il Senatur l’ha già fatto nel ’94 e si sa com’è andata a finire.
In realtà la sola ambizione di Bossi è il federalismo, o, meglio, il federalismo fiscale. Forte dell’esperienza accumulata come ministro delle Riforme, Bossi ha capito che non basta la devolution, ossia il trasferimento di poteri dallo Stato alle Regioni, e neppure l’autonomia in settori importanti come sanità e istruzione. Per dar vita davvero a un’Italia federale serve soprattutto la possibilità di controllare le entrate. Sì, insomma, senza la cassa non si fa nulla. Non solo non si possono finanziare le decisioni prese, ma non si tagliano neppure gli sprechi. Senza il fisco, il federalismo è monco. Anzi, non è neppure un federalismo, ma soltanto un’illusione di federalismo.
Così Bossi spinge, reclama una decisione che vada nella direzione da lui auspicata, nei modi che gli sono abituali. Che l’impresa gli riesca non è detto. L’autonomia fiscale non è un giochino che si fa in quattro e quattr’otto, spostando un po’ di quattrini da un tavolo all’altro. Perché funzioni è indispensabile che si ridisegni l’architettura dello Stato, ma anche la spesa delle Regioni e soprattutto i servizi, altrimenti alcune amministrazioni farebbero bancarotta in meno di dodici mesi. Certo, non si potrebbe più continuare come si è fatto finora, ovvero trasferire potere alle Regioni senza trasferire i dipendenti, col risultato che gli organici della sanità, ma anche quelli di altri settori, sono continuati a crescere senza freni e soprattutto è cresciuta la spesa pubblica, nazionale e regionale.
Per consentire che i soldi delle tasse rimangano là dove vengono incassati, c’è bisogno di una revisione dello Stato e della sua organizzazione. Perché il federalismo fiscale si accompagna inevitabilmente a una ristrutturazione della spesa. Un’operazione difficile e non priva di rischi. Ma se Bossi riuscisse a realizzarla, io sarei pronto a perdonargli il dito alzato contro l’inno di Mameli e anche molto altro.

Belpietro: Perché dico basta ai giornali assistiti

La sede de Il Manifesto

Ho la sensazione che non si sia mai abusato così sfacciatamente dell’espressione “libertà di stampa” come in questi giorni. Da quando il governo ha manifestato l’intenzione di ridurre i contributi di Stato ai giornali, su vari quotidiani politici sono apparsi appelli contro il provvedimento. Parole quali “regime”, “censura” e “indipendenza” si sono sprecate.
In realtà la libertà di stampa nella fattispecie non c’entra nulla. In gioco infatti non c’è il diritto di informare, semmai quello di sprecare. Finanziare con quasi 2 milioni di euro un quotidiano come L’Opinione della libertà, che vende poche migliaia di copie, non è un contributo alla libertà ma un atto di disprezzo del denaro pubblico che nessun burocrate, e soprattutto nessun difensore del libero mercato, potrà mai giustificare. E lo stesso ragionamento vale per testate come La Discussione o Linea.
In Italia, con la scusa della tutela dei piccoli giornali, in questi anni si sono buttati molti milioni al vento. Quotidiani senza lettori ma con sponsor politici hanno ottenuto denaro a pioggia senza dover rendere conto a nessuno, perché a finanziarne fino al 70 per cento le spese ha provveduto lo Stato, ossia i contribuenti.
Nessuno finora aveva mai tirato le somme di questo immenso sperpero di denaro pubblico. Se ne è incaricato Panorama, che ha provato a fare il conto dei contributi dati ai cosiddetti giornali di partito, riuscendo a ricostruire i fondi erogati nel periodo che va dal 2000 al 2006 (i dati precedenti non sono disponibili). In soli sette anni il totale ammonta a oltre 1 miliardo di euro, una cifra da far paura, più della spesa per la social card, il bonus che il ministro Giulio Tremonti ha varato per aiutare i pensionati in difficoltà.
I contributi ai giornali erano nati per sorreggere piccoli organi di stampa,
realtà culturali, politiche e religiose minoritarie. Ma il sistema è presto degenerato perché ogni partito ha voluto una propria testata e ogni movimento ha sognato di far concorrenza al Corriere della sera e, come sempre capita, a questi si sono aggiunti i furbi. I quotidiani ammessi a beneficiare del finanziamento col tempo sono diventati una gran quantità, spesso senza alcun conforto dell’edicola ma solo dello Stato. Così, per esempio, a una testata storica come Il Manifesto l’area della sinistra alternativa ha affiancato altri tre giornali (Liberazione, Rinascita, Notizie verdi) per una spesa complessiva che nei sette anni presi in esame ha raggiunto i 76 milioni di euro, quasi 150 miliardi di vecchie lire.
Certo, la parte del leone nel sistema di finanziamento pubblico la fanno giornali come L’Unità (40 milioni in sette anni) o La Padania (28 milioni), ma sarebbe ingeneroso dire che a beneficiarne sono solo i quotidiani di partito. Del sistema in qualche modo sono entrati a far parte anche quotidiani come Avvenire (37 milioni) o come Libero (39) o Il Foglio (25). Giuliano Ferrara spiega che Il Foglio è un lusso e in linea teorica non è giusto che il contribuente paghi il piacere di pochi, ma che in fondo anche la Scala di Milano o il Regio di Torino sono lussi per pochi pagati da tutti i cittadini. Può darsi che abbia ragione, però mi convince di più quando dice che senza contributo pubblico forse i giornalisti si sforzerebbero di fare giornali migliori. Temo infatti che, assistiti dallo Stato e nel nome della libertà di stampa, noi tutti otterremo un solo risultato: la libertà dai lettori, senza i quali continueremo a fare giornali che leggeremo da soli. Ma coi soldi pubblici.

Belpietro: Sfida all’Ok Corral con i giustizialisti

toghe
Prima delle elezioni avevo consigliato a Silvio Berlusconi, dalle colonne di Panorama, di tenersi alla larga dai temi della giustizia. C’è tanto da fare che quelli, pensavo, possono venire dopo. Non immaginavo però che la giustizia, per mano di alcuni suoi più smaniosi amministratori, le avrebbe ancora una volta escogitate tutte per non tenersi alla larga da lui. Credevo che la stagione dello scontro tra politica e toghe potesse considerarsi finita e che la caccia al Cavaliere fosse avviata a conclusione, soprattutto perché l’area ideologica in cui certi pm avevano trovato in passato legittimazione era uscita devastata dal confronto elettorale. Con il senno di poi, mi sbagliavo: quella che pareva una legislatura cominciata bene, capace di metter mano ai guai del Paese, sta precipitando in un vortice di veleni in cui rischia di essere risucchiato lo stesso governo.
L’operazione, diversamente dal passato, non mira ad abbattere il presidente del Consiglio per via giudiziaria, ma a demolirne l’immagine pubblica, a minarne il profilo istituzionale, così da renderlo impresentabile, in Italia e all’estero. Qualcuno pensa che le telefonate, i pettegolezzi, le spiate dal buco della serratura possano fare molto più di una condanna in primo grado, soprattutto se la sentenza rischia di essere riformata nel secondo o in Cassazione per evidenti vizi di forma. Non importa che nelle chiacchiere bollenti non si ravvisino profili di reato: bastano quelli provocanti di belle ragazze in cerca di una parte. E così è un inseguirsi di voci su presunte intercettazioni a sfondo erotico-ministeriale e confidenze d’alcova su cui non è apposto alcun segreto giudiziario.
Una campagna che ha una diabolica efficacia e che non è nuova. Trent’anni fa, con un mix forcaiolo e gossiparo molto simile, L’Espresso riuscì ad abbattere Giovanni Leone. Il presidente della Repubblica fu descritto come un tangentista anche se era innocente, fu ritratto in copertina come un clown, fu messo in croce per le sue amicizie, fu sbeffeggiato perché aveva una bella moglie e dei figli dipinti come monelli. Grazie alla codardia del suo partito, la Dc, e alla protervia dell’opposizione, il Pci, il capo dello Stato fu accompagnato alla porta, salvo poi essere riabilitato vent’anni dopo. La giornalista dell’Espresso che si era resa responsabile di quella caccia all’uomo fu condannata, ma nessuno lo ricorda più.
Così come nessuno rammenta che, per un curioso caso, Leone fu l’unico presidente favorevole alla separazione delle carriere tra pm e giudici: in un messaggio alle Camere ammonì il Parlamento sul lassismo giudiziario, invocando meno scarcerazioni facili, soprattutto meno ferie e concorsi e formazione più scrupolosi per i magistrati. Rinviò alle Camere la legge sull’elezione dei membri del Csm, la stessa che in seguito alla reiterazione del Parlamento aprì le porte dell’organo di autogoverno delle toghe alle correnti e alla politicizzazione.
Chi credesse dunque che il problema della giustizia e dell’uso politico che alcuni gruppi editoriali fanno della giustizia e del pettegolezzo siano un problema esclusivamente di Berlusconi sbaglierebbe. Il problema della giustizia, della sua ideologizzazione e dell’irresponsabilità dell’azione penale, mischiato al ruolo che alcuni centri giustizialisti svolgono, non riguarda solo il Cavaliere, ma la democrazia stessa. Il tema non è sorto nel 1994, con la discesa in campo di Berlusconi, ma tiene banco dal giorno in cui è nata la Repubblica.
Nel 1954 il ministro Michele De Pietro (quasi un omonimo dell’attuale leader della corrente forcaiola) cercò di porre un argine a un potere giudiziario che si autoamministra con un’autonomia che anche all’estero giudicarono non avere eguali in Europa continentale. Ma la riforma fu bloccata dalle proteste dei giudici. Ogni tentativo di rompere l’intangibilità dei magistrati nel corso degli anni si è infranto contro lo strapotere delle toghe. Dal referendum sulla responsabilità civile alla riforma del Csm, ogni prova si è risolta in ulteriore rafforzamento dei giudici.
Quella in cui è impegnato Berlusconi appare dunque come una sfida all’Ok Corral, un duello all’ultimo sangue, dove non è sicuro che a vincere sarà la legge, anche se si presenta sotto le ali della giustizia.

Belpietro: Perché la toga che sbaglia non paga mai?

dai magistrati ai primari, radiografia delle caste

Editoriale

Nei giorni scorsi mi hanno colpito tre storie che hanno a che fare con la giustizia, o, meglio, con le procure. Il primo è un fatto di cronaca che in passato ha riempito le pagine dei giornali, ma i cui sviluppi l’altro ieri sono stati liquidati in poche righe, e in qualche caso del tutto ignorati. È la vicenda di Filippo Pappalardi, il padre dei fratelli di Gravina, Ciccio e Tore, morti in fondo a un pozzo. Sospettato per quasi 2 anni di averli fatti sparire e poi incarcerato per 3 mesi con l’accusa di averli assassinati, Pappalardi non doveva essere arrestato. Una sentenza della Cassazione ha stabilito che non c’erano né prova né movente, ma solo sospetti.
Il papà di Francesco e Salvatore ha annunciato che farà domanda per ottenere un risarcimento per l’ingiusta detenzione. Io invece mi sono chiesto: il pm che ha arrestato Pappalardi, e che lo ha trattenuto in prigione anche quando si capì che i fratellini erano caduti nel pozzo, continuerà a fare il magistrato?
L’altro caso è quello della Santa Rita, la cosiddetta “clinica degli orrori”. Il tribunale del riesame ha stabilito che, allo stato attuale, non c’è prova che dimostri che in quella casa di cura si uccidessero i malati. Probabilmente sono stati fatti interventi chirurgici non necessari, quasi certamente sono state gonfiate le fatture per incassare di più, ma fra operazioni e decessi non c’è correlazione.
La procura di Milano, che si è vista bocciare l’ordine di custodia cautelare per omicidio volontario, ha annunciato che disporrà una perizia per provare l’accusa. Senza in alcun modo voler sostenere che i medici arrestati siano degli stinchi di santo, mi chiedo: ma visto che l’inchiesta sulla Santa Rita era in corso da oltre un anno, i procuratori non potevano ordinare la consulenza prima di arrestare gli indagati?
Terzo episodio: il caso Emanuela Orlandi. La ragazzina romana scomparsa 25 anni fa sarebbe stata rapita dalla banda della Magliana, un clan criminale che operava nella capitale negli anni Ottanta. Il sequestro sarebbe stato compiuto per fare un favore al vescovo Paul Marcinkus, presidente dello Ior, che intendeva dare un segnale alle alte sfere ecclesiastiche, o per ricattare il padre di Emanuela, commesso in Vaticano, che aveva visto qualche documento di troppo.
Secondo l’amante del boss della Magliana, una donna tossicodipendente che si è ricordata di tutto ciò solo ora, la quindicenne alla fine fu uccisa e fatta sparire in una betoniera. La testimonianza, confusa e un po’ fantasiosa, cozza con una serie di date che non tornano, ma, stranamente, dopo essere stata raccolta dalla procura e prima ancora di essere verificata, è finita sui giornali, con tanto di accuse a vivi e morti. Mi domando: qualcuno pagherà per questa fuga di notizie?
Conclusione: temo che troppe volte i magistrati si innamorino delle proprie teorie. Invece di cercare le prove di colpevolezza o di innocenza di un indagato, succede che molti cerchino solo di sorreggere un teorema di cui si sono convinti nonostante i ragionevoli dubbi.
Forse qualcuno si sarà stupito leggendo il sondaggio della Repubblica, secondo il quale solo il 35 per cento degli italiani ha fiducia nella giustizia. Probabilmente gli stessi lettori del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari si saranno sorpresi apprendendo che gli italiani non condividono gli allarmi del Fondatore in materia di giustizia, ma sono in maggioranza d’accordo con i provvedimenti auspicati da Silvio Berlusconi. Forse chi si meraviglia non ha mai messo piede in un tribunale.

Belpietro: Veltroni a rimorchio di Di Pietro

Antonio Di Pietro

Editoriale

Il problema di Walter Veltroni non è Silvio Berlusconi, ma Antonio Di Pietro: è con lui che il segretario del Partito democratico deve fare i conti. L’ex pm è un concorrente vero, il solo che, dopo la scomparsa in Parlamento dei gruppi radicali, può rubargli la scena e di conseguenza i voti. La linea del dialogo non piace a tutti gli elettori del Pd, molti preferirebbero una contrapposizione muscolare che rallentasse l’avanzata del Cavaliere trionfante, e l’antiberlusconismo di Di Pietro rischia di avere presa rapida su questa fascia di militanti.
Perciò Veltroni è costretto a inseguire il leader dell’Italia dei valori in battaglie cui probabilmente rinuncerebbe volentieri, come quella sull’emendamento alla Gasparri, bollato subito come provvedimento “salva Rete 4″. In realtà la norma non ha nulla a che fare con Emilio Fede e la tv della Mediaset (lo testimonia il fatto che il governo ha riformulato l’emendamento nella parte contestata dall’opposizione) e i molti opinionisti che si sono occupati della materia avrebbero potuto scoprire, se non fossero vittime di un giornalismo sciatto, il gioco furbo e un po’ maramaldo dell’ex pm.
L’unico ad avere avuto il coraggio di scrivere che l’operazione rientra nel filone di un antiberlusconismo che rischia di riportare indietro le lancette della politica è stato Franco Debenedetti, ex senatore dei Ds e fratello dell’editore della Repubblica, il giornale che più ha enfatizzato la battaglia dipietrista. Debenedetti, sul Sole 24 ore, ha spiegato testualmente che “Rete 4 con le obiezioni di Bruxelles non c’entra nulla (è nominata in due note a piè di pagina)”.
L’emendamento in realtà è la risposta alle obiezioni della Commissione europea. Due anni fa, epoca Prodi, l’Europa contestò alcuni paragrafi di due leggi che regolano il mercato delle tv. Il buonsenso avrebbe imposto al precedente governo di fare al più presto le modifiche sollecitate, per evitare che la procedura d’infrazione proseguisse e rischiasse di giungere fino alle estreme conseguenze, ossia una multa. Romano Prodi invece non fece nulla e preferì lasciare in eredità al nuovo esecutivo l’obbligo d’un intervento. Appena però Berlusconi ha messo nero su bianco una misura che recepisce “esattamente la formulazione richiesta da Bruxelles” allo scopo di evitare la sanzione pecuniaria, Di Pietro ha dato fiato alle trombe, accusando il Cavaliere di farsi gli affari suoi, fabbricandosi leggi su misura. E visto che la materia è complicata, nessuno ha verificato le tesi dell’ex pm, prendendole per buone.
Sono bastati dunque un po’ di titoli sui giornali e il sospetto che l’emendamento servisse a “salvare Rete 4″ per convincere Veltroni ad accodarsi alla campagna dipietrista, accantonando la linea del dialogo. Pagherà questa strategia? Servirà a ritrovare il ruolo perduto? Credo di no. Il Pd si è presentato agli elettori con un programma che rompeva ogni legame con la sinistra radicale: basta girotondi, fine della stagione di demonizzazione dell’avversario. Che senso ha dunque ritornare su una strada già percorsa, “contendendo” come dice Debenedetti “a scrittori di libelli e al partito di Di Pietro il loro piccolo redditizio monopolio giustizialista”? Non sarebbe meglio metter da parte l’antiberlusconismo e riflettere sulla sconfitta?
L’ex parlamentare diessino probabilmente chiede troppo. Ciò di cui neppure lui s’accorge è che il Pd e il suo segretario sono troppo deboli per potersi permettere il lusso di ignorare la concorrenza dell’ex pm. La realtà è che dalla lotta per la vittoria si è passati alla lotta per la sopravvivenza. E per il Pd l’esito non è affatto scontato.

Calabrese: Questi stanno dando i numeri

Panoarama - n. 41
L’editoriale

Non è che io ce l’abbia preventivamente con il governo Prodi, dove tra l’altro lavorano eccellenti ministri. Certo, l’uomo non è un’esplosione di simpatia e a sentirlo parlare viene il latte alle ginocchia, ma questo vuol dire poco. Quello che conta, o meglio, quello che conterebbe, è sapere se sta facendo bene il suo lavoro. E il suo lavoro consiste (consisterebbe) nel far stare meglio tutti noi. Il Professore sta assolvendo il suo compito primario? A me sembra di no.
Voi avete capito cosa è accaduto con la Finanziaria? Sarà sicuramente mia insipienza, ma io ne ho capito poco. I ministeri hanno tagliato le spese o no? I ministri dicono di sì e piangono miseria. Poi però si vanno a guardare i numeri e si scopre che tagli non ce ne sono stati o quando ci sono stati si tratta di entità miserevole. E non parliamo dei costi dei politici, di cui tanto ci si era giustamente indignati: nemmeno una riduzione. Anzi, cifre alla mano, si scopre che ci costano di più.
In compenso l’altra sera mi ha impressionato sentire sul Tg5 il responsabile del sindacato dei poliziotti affermare sconsolato: non abbiamo neanche i fondi per comprare le scarpe ai nostri ragazzi. Così, oltre che andare a piedi perché mancano i soldi per fare il pieno alle volanti, i poliziotti dovranno pure andare scalzi.
C’è poco da scherzare: uno stato che tratta in questo modo i suoi figli migliori, poliziotti, carabinieri, finanzieri, che rischiano la vita per poco più di 1.000 euro al mese, non è uno stato degno di questo nome. Non è accettabile che in Italia si risparmi sui poliziotti e sui maestri di scuola e non si riesca a tagliare nemmeno uno dei costi di quella politica di cui ormai ci vergogniamo tutti.
Hai voglia a scrivere e a predicare che il fenomeno Grillo è preoccupante per la democrazia, che tutta l’operazione è condotta in maniera cialtronesca da chi sta approfittando di un comico geniale che ha sentito il vento, annusato l’aria e adesso cavalca la protesta.
Quale migliore occasione della Finanziaria per lanciare un segnale ai buoni cittadini che davvero si ha voglia di cambiare, di dare una dimostrazione concreta che anche la politica può diventare onesta e trasparente, e quindi legittimarsi? Figuriamoci. Prima gli interessi propri e poi quelli degli altri. È una vecchia storia senza confini, né a destra né a sinistra.
Sentite questa: un mio amico chirurgo, a 62 anni, 37 dei quali passati in sala operatoria, decide di andarsene in pensione. Fa le pratiche giuste, saluta i colleghi in ospedale, regala libri e camici, fa una bicchierata ed è pronto al buen retiro. Il pomeriggio del giorno prima lo chiama l’amministrazione dell’ospedale e gli comunica che per prendere la pensione piena deve pagare 61 mila euro perché solo così è possibile cumulare la sua pensione Inpdap a quella Inps che aveva maturato durante gli anni di ricerca universitaria. E il disgraziato scopre che il calcolo sui contributi gli è stato fatto sugli ultimi stipendi e non su quanto guadagnava trent’anni prima all’Università di Catania. Il motivo? “Lei ha fatto domanda di congiungimento nel 2005, quindi noi le calcoliamo la somma in base a quanto lei percepiva in quell’anno” gli è stato risposto dal funzionario dell’Inpdap.
Il mio amico ha rischiato l’infarto. E intanto ha dovuto rinviare i giorni della pensione per avere il tempo di capire cos’è successo alla sua vita, e in quale paese viviamo nell’anno del Signore 2007.

Calabrese: Ricucci, Totò e il colosseo


Editoriale

Non capisco, e ne attribuisco la responsabilità all’età e al rimbambimento. Non capisco come mai da due settimane l’Italia politica, con tutti i problemi seri che deve affrontare, sembra tarantolata dalla lettura dei verbali di Stefano Ricucci: non contengono nulla di penalmente rilevante, ammorbano l’aria che il Paese respira, e fanno una gran tristezza perché il loro attore principale mima la caricatura di Totò quando tentava di vendere al turista americano la fontana di Trevi. Si tratta di dichiarazioni rese un anno fa su accadimenti di due anni fa. Molte si conoscevano già e nessuno può far finta di non sapere come vanno le cose nelle relazioni sciuè sciuè tra politici e banchieri in tutto il mondo. È vero che la politica ha ragioni che la ragione non conosce, ma tutto questo infoiarsi dietro a Ricucci mi dà tanto l’impressione di code di paglia lunghe un chilometro, e spero di sbagliarmi.

Ho incontrato Ricucci una volta sola, a Milano. Come ho raccontato a chiunque me lo chiedeva, mi è sembrato per mezz’ora di essere precipitato in un film dei fratelli Vanzina. L’ex odontotecnico è persona furba, spiritosa suo malgrado, verace, simpatica e certamente capace. Ha fatto i soldi, magari troppo in fretta e aggiustandosi non poco, ma gli piace l’idea di essere ricco, e si capisce. Voleva anche entrare nel salotto buono della finanza e invece è entrato a Regina Coeli. Se non avesse scelto di diventare milionario alla sua maniera, avrebbe avuto uno strepitoso successo come sceneggiatore dei film dei fratelli Vanzina. Dove lo troviamo un altro che ci regala lo strepitoso “È facile fare i froci con il culo degli altri”?
Personaggi come Ricucci se ne incontrano tanti nei circoli romani sul Tevere, con i quali si discute prima della doccia subito dopo la partita di calcetto, che ci regalano battute grevi e micidiali. Eppure questa macchietta sta facendo ballare l’Italia e io continuo a non capire come mai siamo ridotti a discettare sui deragliamenti morali che Ricucci ha raccontato ai giudici, e nelle interviste gli chiediamo pure cosa ne pensa del Partito democratico (!). A meno che, minacce di separazione a parte, non siamo tutti qui a sbavare dietro al marito di Anna Falchi con quella sana dose di voyeurismo che hanno i paesi scalcinati. Forse è davvero così, come ha capito lo stesso Ricucci che si è preso insulti di ogni tipo, ma quando gli hanno dato del lanzichenecco no, allora con scarsa dimestichezza per la storia ma con vanziniana folgorazione, è sbottato: “Lanzinechecco a me? A uno che tutte le sere si tromba la Falchi?”. E vai Ricucci, facci sognare!

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
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