Leggi tutte le notizie su:


Fuori-porta

Vespa: Clandestini, troppo buonismo fa male

I migranti nigeriani sulla Pinar

Fuori Porta
Chissà se l’hanno mai ripreso, il simpatico Mustafà. È difficile svolgere una ricerca perché, quando lo incontrai nel giugno scorso nel centro di identificazione ed espulsione di Roma, all’immediata vigilia della sua ennesima, inutile espulsione dall’Italia, Mustafà mi dette un cognome diverso dai 26 che aveva fornito alla polizia nell’arco di 17 anni. «Se riuscissero a sapere davvero come mi chiamo, mi manderebbero via» mi disse asciutto.
Nonostante quattro espulsioni, dal 1991 Mustafà non si è mai mosso dall’Italia. È stato arrestato sei volte, in tre occasioni è finito in carcere con condanne a sei mesi: atti di libidine, rissa aggravata, estorsione, danneggiamento, lesioni, resistenza a pubblico ufficiale. Appena sbarcato (forse) da Casablanca con un visto turistico, ha gettato i documenti e ha cominciato l’attività di clandestino libero professionista. Dopo il nostro incontro, infischiandosi ovviamente del quarto decreto d’espulsione, sarebbe andato prima vicino a Foggia per raccogliere pomodori, poi in Calabria per le olive e infine in Sicilia per le arance. Parole sue, con tanto di dettagli sul trattamento economico e la profonda antipatia verso i romeni che, dice, sono inaffidabili e pericolosi. Alle richieste di identificazione, Algeria, Tunisia e Marocco hanno risposto picche.
E così Mustafà è uno dei nostri. Come lo saranno i 1.038 clandestini rimessi inopinatamente in libertà perché il Parlamento ha bocciato la proposta di trattenerli per sei mesi invece dei due consentiti oggi.
Su questa storia bisogna intendersi senza ipocrisie. Sono stato a Lampedusa, ho parlato con gente appena sbarcata, ho ascoltato racconti di sofferenze che sarebbe disumano augurare al peggiore nemico. Nessuno di noi può immaginare che cosa provino le donne violentate ai diversi posti di blocco libici e quanto sia doloroso pregare tutti a voce alta quando il mare s’ingrossa. Nessuno di noi saprà mai quante migliaia di speranze siano finite in fondo al Mediterraneo. Fanno bene, dunque, le nostre navi a fare quel che né la Spagna né Malta (i due paesi più vicini ai luoghi d’imbarco dei migranti) farebbero mai.
Al tempo stesso, non è immaginabile che l’Italia risolva da sola il problema della disperazione africana. Perché l’eccesso di tolleranza e perfino di carità porta fatalmente agli eccessi xenofobi. Le immagini di degrado di via Cairoli a Padova, filmate dall’ultimo italiano che abita in quella strada invasa da stranieri irregolari e trasmesse dal Tg1 domenica 26 aprile, valgono più di cento dibattiti televisivi e parlamentari.
Dunque? Dunque occorre mettere la pietà d’accordo col buonsenso. L’iniziativa di spingere i medici a denunciare il clandestino bisognoso di cure è un atto di inutile crudeltà sociale, oltre che una violazione del codice deontologico sanitario. Ma portare da due a sei mesi la permanenza dei clandestini nei centri è il minimo che si possa fare per avere qualche pur ridotta possibilità di restituire i migranti ai paesi d’origine.
Un dirigente del settore immigrazione mi ha detto che sotto il profilo tecnico forse quattro mesi potrebbero bastare. Però va valutato un aspetto accessorio. Finora l’esercito di Mustafà in giro per l’Italia ha considerato i due mesi nei centri un incidente di percorso. Se questi mesi diventassero sei o ancora di più (l’Europa ne autorizza non a caso fino a 18), probabilmente l’Italia diventerebbe un mercato meno appetibile.
Naturalmente il problema va affrontato in radice, con formidabili investimenti occidentali nei paesi africani. Ma nell’attesa tutti i dirigenti politici provvisti di buonsenso badino a non trasformare l’Italia in un’anticamera di via Cairoli a Padova.

Vespa: Perché Berlusconi esce illeso dalle macerie

Il cdm all'Aquila

Fuori Porta
Perché Silvio Berlusconi è più popolare dei suoi principali colleghi europei? L’ultimo numero dell’Economist rileva con molta perplessità che Nicolas Sarkozy nei sondaggi è sotto i sindacati (in genere poco popolari) sebbene i numeri della crisi francese siano migliori, per esempio, di quelli tedeschi. Gordon Brown e Angela Merkel non stanno messi benissimo. Il Cavaliere invece cresce. Più disgrazie gli cadono addosso, più cresce. Possiamo discutere sui numeri dell’indice di gradimento, non sulla sostanza. E la sostanza ci dice che la popolarità di Berlusconi, già alta al momento della vittoria elettorale di un anno fa, è cresciuta con i rifiuti di Napoli, poi con la crisi economica più grave da 80 anni, infine col terremoto dell’Aquila.
Per capire il fenomeno, vale la pena di sfogliare un quotidiano comunista, Il Manifesto. Spiega Ida Dominijanni (14 aprile): “Il terremoto… è stata l’apoteosi della vocazione antipolitica di Berlusconi, del suo antico presentarsi come un politico per caso, in prestito al Palazzo, ma cresciuto fuori del Palazzo, e come un premier per necessità, che per vocazione resta un imprenditore che s’è fatto da solo, che a ciascuno dice di farsi da solo, o nella fattispecie di rifarsi, anche sotto una tenda”.
L’allusione al rifarsi è motivata dal racconto poche righe prima della dentiera fatta avere a tempo di record a una signora che l’aveva persa tra le macerie della propria casa e all’impegno di altre due anziane sfollate di andare dal parrucchiere in cambio di due tailleur nuovi. Come dire: basta un modesto gesto d’attenzione per conquistare una persona per sempre e garantirsi un clamoroso effetto moltiplicatore. “Che può fare una sinistra più agonizzante che malconcia dinanzi a un populismo così spontaneo e naturale?” si chiede Il Manifesto. “Intanto non snobbare il problema, non liquidare il populismo come un sottoprodotto politico necessariamente di destra”. E quant’altro.
Piaccia o non piaccia, Berlusconi è l’uomo del fare. Sbuffa contro le lentezze di un sistema bicamerale perfetto e si rifugia nei decreti legge. Lamenta gli estenuanti dibattiti parlamentari (la democrazia esige le sue piccole noie) e propone di far votare solo i capigruppo. Si sente imbrigliato nei vincoli costituzionali che il presidente della Repubblica (e ora anche quello della Camera) gli ricordano ogni momento e deve abbozzare. Ma appena arriva un’emergenza rinasce. Perché rinasce?
Perché emergenza chiama commissario e il commissario agisce per le vie brevi, saltando le procedure. Guido Bertolaso e Gianni Letta si ammazzano di lavoro, l’uno sul campo, l’altro nelle retrovie di Palazzo Chigi. Ma il commissario ideologico è il Cavaliere. È lui che sfida il destino dicendo che già nel primo autunno, quando a L’Aquila comincia il gran freddo, gli sfollati dormiranno in una casa vera. Come farà, non sappiamo. Ma l’ha promesso e c’è il rischio che ce la faccia.
Quando va a L’Aquila, Berlusconi si siede con gli uomini della Protezione civile e guarda carte, rilievi, progetti. Sa che tra lui e le nuove case non c’è alcun ostacolo se non il tempo. Niente doppie letture parlamentari in commissione e in aula, niente conferenze di servizi, niente rallentamenti burocratici, niente fondi virtuali.
La vita non può scorrere sempre così, Berlusconi ha dimostrato di saperci fare anche con la crisi (il suo consenso non è sceso nemmeno lì). Ma dategli una vecchietta senza denti e un quartiere da ricostruire senza intoppi e lui trionferà.
La sinistra più intelligente l’ha capito e si chiede se anche la politica italiana nel suo complesso non uscirà cambiata dal terremoto dell’Aquila.

Vespa: Se gli sciacalli sono i giornalisti

il recupero dei tesori religiosi e degli oggetti personali

Fuori Porta

Un fotografo s’avvicina a un bambino e gli intima: “Piangi o sorridi”. Il bambino resta interdetto, i genitori mettono in fuga il fotografo. Un altro si traveste da prete ed entra nel grande hangar in cui sono deposte le bare prima del funerale. Scoperto, ammonito, allontanato.
Non mi meraviglio: cose del genere accadono purtroppo in ogni tragedia. E in questo caso, se la Protezione civile deve far fronte in poche ore alla distruzione di un intero capoluogo di regione e di una trentina di paesi circostanti, con circa 100 mila persone scappate in pigiama e 500 sotto le macerie, di cui 200 salvate entro un paio di giorni, ecco che la notizia sta nel parlarne male mentre tutti ne parlano bene.
Dopo quasi 50 anni di mestiere cominciato da adolescente in quel centro storico dell’Aquila oggi deserto e impraticabile, mi chiedo che senso abbia cercare il colpo quando basta raccontare la normalità per sconvolgere il lettore e lo spettatore.
Ho imparato dall’alluvione di Firenze e poi in Belice, Friuli, Irpinia, Umbria e ancora a Sarno che le tragedie sono tanto più grandi dell’immaginazione che basta appoggiare la cinepresa su un muro qualsiasi: racconta tutto da sola. Noi cronisti potremmo perfino stare zitti.
Per carattere, noi abruzzesi di montagna siamo più vicini ai friulani e speriamo di essere sobri e bravi come loro nella ricostruzione che contribuì allo straordinario sviluppo economico di quella regione. Siamo gente di poche parole, disposta ad applaudire con sobrietà. La storia ci ha insegnato la diffidenza e non vediamo l’ora di essere smentiti. Se qualcuno ci imbroglia, non lo dimentichiamo. Ma se merita la nostra amicizia, sarà per sempre. Il silenzio è la nostra forma suprema di disprezzo e qualche sciacallo in questi giorni deve essersene accorto.
Raramente la mia gente ha cercato una telecamera e, se si è trovata un microfono davanti, ha detto lo stretto indispensabile. Giustino Parisse e Massimo Cinque, il giornalista che ha perso due figli e il pediatra che ai due figli ha aggiunto anche la moglie, hanno parlato soltanto con me non per un riguardo a Porta a porta, ma perché mi sentivano uno dei loro. Non a caso si è ascoltata soltanto la loro voce bassa, senza telecamera: ma è bastata a sconvolgere milioni di persone.
I miei amici più cari mi hanno raccontato al telefono la loro tragedia con molta sobrietà. Questo non vuol dire che non ne portino dentro tracce incancellabili. La cosa più dolorosa è stata dover dimenticare i loro numeri di casa. Ne conosco alcuni a memoria, fin dall’infanzia. Mi veniva istintivo formarli, è stato terribile dovermi fermare a metà.
E quando, col passare dei giorni, anche la tragedia acquista la fisionomia della routine, sono gli oggetti e i profumi che raccontano pezzi di vita cancellati per sempre. L’altro giorno, aprendo una finestra su un cortile a Roma, ho visto che è tornata la stagione dei glicini. E ho rivissuto la lunga passeggiata che da casa mia all’Aquila mi portava dove abitava il mio amico di sempre. Per un bel tratto mi accompagnava il profumo dei glicini che trovavo anche nel piccolo giardino di casa sua. Non so se quegli alberi siano sopravvissuti. La casa è crollata e la mamma del mio amico, che mi aspettava in cima alle scale, è morta sotto quei mattoni.
Un giorno, qualche decennio fa, il mio amico mi regalò in quella casa una copia del suo primo saggio: Country blues e coscienza razziale. Mi era tornata fra le mani qualche giorno prima del terremoto e l’avevo fatta rilegare in due copie. Speravo di fargli una sorpresa. Non immaginavo di dovergliela consegnare a Roma, perché la casa dell’Aquila non c’è più.

Vespa: Berlusconi adotti L’Aquila

L'Aquila: il giorno del lutto

Fuori Porta 

Parlo da aquilano, prima che da cronista. Spero che Silvio Berlusconi adotti L’Aquila del terremoto come l’anno scorso adottò Napoli dei rifiuti. Il presidente del Consiglio ha annullato un’importante visita a Mosca per dimostrare all’Aquila che «lo Stato c’è». La stessa cosa aveva detto a Napoli subito dopo l’insediamento del suo governo e ha mantenuto la parola. A Napoli in 15 anni di commissariamento non si era riusciti a cavare un ragno dal buco. In compenso si erano buttati nella spazzatura 2 miliardi di euro. Esattamente la cifra che serve per ricostruire L’Aquila.
Ma qui il problema è tremendamente più complicato. A Napoli, superati gli ostacoli politici, si aveva davanti una soluzione tecnica ben delineata. All’Aquila occorre ricostruire un centro storico più importante, sotto il profilo artistico e monumentale, di quelli distrutti da un terremoto nell’ultimo secolo. Né Messina né Avezzano, che piansero insieme 130 mila morti, avevano le chiese e i palazzi dell’Aquila. E non li avevano, negli ultimi decenni, il Friuli e l’Irpinia. Solo i danni alla Basilica di San Francesco di Assisi, con gli affreschi di Giotto e Cimabue, sono di gravità artistica superiore a quelli subiti dall’Aquila. I danni alle chiese, alle basiliche, agli edifici storici aquilani meritano dunque un gigantesco intervento da parte del ministero dei Beni culturali.
Ma sono soltanto la punta di un iceberg perfino più drammatico e complesso. L’idea di Berlusconi di costruire all’Aquila la prima cittadina satellite in periferia è la benvenuta perché aiuterà soprattutto le giovani coppie a trovare un alloggio piacevole a prezzi ragionevoli. Negli ultimi quarant’anni la città si è d’altra parte molto estesa fuori del centro storico e un esempio di nuova edilizia residenziale non può che giovarle. Ma non può in alcun modo trattarsi di un’Aquila 2. La città deve essere completamente risanata nel suo centro storico.
A parte chiese e monumenti, di cui abbiamo detto, ci sono due tipologie di interventi che in queste prime ore si possono ipotizzare, oltre all’urgente risanamento degli edifici semplicemente lesionati. La prima: riedificare le palazzine di recente costruzione che sono incredibilmente crollate. Qui si può dare davvero l’esempio di buona architettura residenziale moderna, mentre per la prefettura, ufficio simbolo, la mano di un grande architetto può inserire il nuovo edificio nella piccola, raffinata piazzetta storica esistente.
La seconda riguarda la ristrutturazione delle abitazioni antiche o la loro ricostruzione nello stesso luogo. Qui occorre stare attentissimi: il centro storico dell’Aquila ha per larga parte una struttura tardobarocca, perché la splendida città medioevale fu in larga parte distrutta dal terremoto del 1703. Gli interventi sostitutivi o di recupero vanno fatti con estrema attenzione. Anche questa può essere l’occasione di un esempio perché nei decenni passati, all’Aquila come in tutte le città italiane, si sono costruiti nei centri storici anche palazzi molto brutti dopo la demolizione di quelli fatiscenti.
Quel che deve essere chiaro fin dall’inizio è che L’Aquila dovrà tornare a vivere esattamente com’era fino a domenica scorsa. Nessuna città fantasma, insomma. Solo una città gravemente ferita che dovrà tornare più sana e più bella.

Vespa: “Non lasceremo indietro nessuno”

Silvio Berlusconi

Fuori Porta

Nei suoi due discorsi al congresso fondativo del Popolo della libertà, Silvio Berlusconi ha parlato complessivamente per 2 ore e 40 minuti. Ma la frase di gran lunga più impegnativa è durata appena un paio di secondi: “Non lasceremo indietro nessuno”. È la sfida più importante che egli deve affrontare da quando 15 anni fa ha deciso di fare politica.
Il presidente del Consiglio si vanta di non avere mai licenziato nessuno nella sua attività di imprenditore: è l’uomo del fare, del crescere, e caratterialmente è un generoso, come riconoscono anche quanti non lo amano. Alla fine dell’anno scorso soffriva visibilmente per non poter mettere le mani nella cassa su cui si era seduto Giulio Tremonti: avrebbe voluto distribuire un po’ di soldi in più, magari nelle tredicesime, ma oggi bisogna ammettere che la prudenza del nostro Tesoro è stata finora la scelta migliore, riconosciuta anche nell’ultimo rapporto dell’Ocse.
Non lasciare indietro nessuno, dunque: che vuol dire in concreto? Un esempio di solidarietà lo ha dato la Chiesa che salverà il bilancio di 20-30 mila famiglie numerose o con ammalati a carico garantendo un prestito mensile di 500 euro per 12 o 24 mesi, con restituzione dilazionata a cinque anni a tassi contenuti. È ragionevole pensare che Berlusconi (con strumenti tecnici diversi) punti a qualcosa di analogo perché nessuna persona che perde il lavoro debba trovarsi completamente scoperta.
La valutazione Ocse del 9 marzo quotava la disoccupazione italiana al 6,7 per cento, contro l’8,4 per cento europeo. Venti giorni dopo (31 marzo) è salita al 9,2 per cento per quest’anno e al 10,7 per l’anno prossimo. Il dato è di un punto migliore dell’area euro ed è sostanzialmente equivalente a quello degli Stati Uniti. I numeri degli economisti vanno presi con le molle. È antica tradizione che, salvo luminose e rare eccezioni, non abbiano mai azzeccato le previsioni più importanti, a cominciare dalla gigantesca crisi in atto. Previsioni contraddittorie e in rapido mutamento servono a poco. Meglio guardare alla realtà e tenere i soldi pronti per intervenire.
A questo proposito, è possibile che stavolta Berlusconi convinca il suo ministro dell’Economia a sfondare i tetti dell’indebitamento per non lasciare tanta gente senza reddito. L’idea di portare la cassa integrazione fino alla copertura integrale del reddito, l’ipotesi di garantire un triennio di esenzione fiscale alle nuove imprese, un adeguato fondo di garanzia per attenuare i rischi delle banche nell’ampliamento dei prestiti vanno in questa direzione, insieme ovviamente a interventi solidi per i lavoratori a tempo determinato che perderanno il posto senza paracadute.
Il “non lasceremo nessuno indietro” è una promessa che non può essere elusa e che richiede interventi adeguati, costi quel che costi. La situazione patrimoniale italiana (la pubblica e la privata messe insieme) è tale da rendere improbabile una fuga internazionale dai nostri titoli di Stato.
Naturalmente la barca va se si rema tutti insieme. Lo sciopero proclamato dalla Cgil per il 4 aprile rischia di allontanare ancor di più il principale sindacato italiano da un riformismo adeguato ai tempi.
Ma sono anche le imprese a dover fare l’esame di coscienza. La Federprogetti, che riunisce le grandi società di ingegneria aderenti alla Confindustria, ha calcolato che su tre sole grandi opere (alta velocità Milano-Genova e Milano-Treviglio e il ponte sullo Stretto) sono immediatamente spendibili 3,7 miliardi equivalenti a 100 mila posti di lavoro, fra diretti e indotto. Per sbloccarli è necessario azzerare il contenzioso che da molti anni oppone allo Stato imprese edili che spesso hanno sistemato i bilanci senza muovere un mattone.
È l’ora di chiedere, ma anche l’ora di dare. Da parte di tutti.

Vespa: Nasce il Pdl, bentornata Dc

Primo Congresso Nazionale del Popolo della LibertÃ

Fuori Porta
E se avesse ragione Nichi Vendola, governatore della Puglia e leader di Sinistra e libertà? Non quando definisce Silvio Berlusconi “un individuo geniale”, ma quando riferendosi all’intera area della sinistra italiana ammette: “Noi abbiamo fatto un errore tragico, demonizzare il personaggio e intenderne poco il meccanismo culturale di riproduzione del consenso… Berlusconi ha vinto, prima che nelle urne, nei sogni e negli incubi degli italiani”. Ha vinto, cioè, intuendo prima degli altri i cambiamenti della società, assecondandoli e indirizzandoli.
Come riconobbe a suo tempo Fausto Bertinotti, Berlusconi è il miglior realizzatore di campagne elettorali che abbia conosciuto la politica italiana. Ma stavolta il Cavaliere è andato al di là delle urne. Mantiene pressoché intatto il suo consenso a un anno dal voto e durante la crisi economica peggiore degli ultimi 80 anni. Mentre dalla Grecia alla Francia la crisi ha determinato sommosse popolari, Le Figaro ha spedito in Italia il redattore capo del proprio supplemento settimanale per chiedersi come mai il presidente del Consiglio italiano non venga scalfito dalla crisi. E il ritratto del Cavaliere che ne esce è per lui piuttosto incoraggiante.
Nessuno chiede a Dario Franceschini di convertirsi alle tesi di Vendola. Ma c’è da domandarsi se la nascita del Popolo della libertà, e la definitiva e intelligente consegna dello scettro al Cavaliere da parte di Gianfranco Fini, non richieda a Pd e Pdl un confronto più alto delle insopportabili scaramucce nei tg. Anche se l’unità elettorale tra Forza Italia, Alleanza nazionale e i cespugli del centrodestra è vecchia di un anno, la formale costituzione del Pdl segna la nascita di quel partito moderato di massa che mancava alla politica italiana. Viene spontaneo il paragone con la Dc, fatte salve le ovvie distinzioni storiche.
La Dc aveva tuttavia una componente di sinistra che qui manca, tanto è vero che è confluita nel Partito democratico e ha proprio in Franceschini l’elemento più visibile e caratterizzante. Non ha molto senso chiedersi se ci stiamo avviando verso un bipartitismo: c’è spazio per i cinque partiti attuali e anche per un sesto della sinistra radicale. Ma non c’è dubbio che per la prima volta la semplificazione del sistema politico stia producendo una maggiore fluidità nell’azione di governo.
Se nel novembre 2007 Berlusconi disse in piazza San Babila a Milano: “Chi mi ama, mi segua”, lo deve anche alla svolta impressa da Walter Veltroni al Partito democratico. E la decisione del segretario pd di correre con il solo Antonio Di Pietro incoraggiò il Cavaliere a fare la lista unica e a imporre l’aut aut a Pier Ferdinando Casini. Se nel giro di due anni i gruppi parlamentari alla Camera si sono ridotti da 14 a 5 il merito è perciò di Veltroni e Berlusconi.
Oggi Veltroni non c’è più e Franceschini deve essersi convinto che per recuperare consensi il Pd deve tornare all’antiberlusconismo duro e puro. È la strada migliore? Ce lo diranno di qui a due mesi e mezzo i risultati delle elezioni europee. Ma sarei cauto. Storicamente (lo ricorda Vendola) la criminalizzazione del Cavaliere non ha portato bene alla sinistra. Oggi non siamo a questo. Ma il segretario del Pd sostiene ogni giorno che il governo non ne azzecca una. Statisticamente è improbabile.
Se si provasse a cercare qualche convergenza su un tema di straordinaria difficoltà come l’immigrazione, se l’opposizione trovasse del buono in un provvedimento largamente popolare come il piano casa (anche nella versione corretta), credo che ne guadagnerebbe in credibilità. Come sta facendo, con prudenza e con indubbia intelligenza politica, Casini.

Vespa: Perché Forza Italia non assorbirà An

Berlusconi e Fini

Fuori Porta

Nell’Otello di William Shakespeare il tradimento di Desdemona non c’era, ma Iago ne aveva bisogno per vendicarsi di una nomina mancata da parte del suo padrone. Giocò con un fazzoletto innocente e si sa com’è andata. La storia dell’annessione di An da parte di Forza Italia nel nuovo Popolo della libertà è nata allo stesso modo. Non c’è sondaggio d’opinione che lasci immaginare un’inquietudine del genere. Ma non c’è dubbio che scavando in profondità in alcuni angoli di un partito con una forte identità, come An, qualche dubbioso si trovi. Nasce così la notizia, quindi il titolo, quindi la campagna: An teme l’annessione per opera di Forza Italia.
Chi conosca minimamente la politica italiana sa che un’ipotesi del genere è semplicemente assurda. Quando la Margherita (in larga parte ex Partito popolare, cioè ex sinistra democristiana) è confluita nel Partito democratico, con una operazione storica di cui bisogna assegnare il merito a Walter Veltroni, i timori erano certamente più fondati. Non tanto perché il partito più debole si associava con quello più forte (la stessa cosa sta accadendo nel centrodestra), quanto perché il partito meno strutturato si fondeva con quello di gran lunga più organizzato. Basta vedere la selva di fondazioni inventate da quel genio di Ugo Sposetti per documentare che la rete organizzativa e finanziaria dei Ds non è stata intaccata. Nessuno scandalo: si fa la separazione dei beni tra sposi, figuriamoci se non può farsi tra partiti. Eppure, se uno come Massimo D’Alema parla di “amalgama non riuscito” del Pd, è perché le differenze stanno via via prevalendo sui tratti comuni.
Nel centrodestra questo rischio non c’è o è assai minore. È vero che il Msi dal quale viene tutto lo stato maggiore di An è storicamente agli antipodi del partito socialista dove sono vissuti Cicchitto, Sacconi, Brunetta, Tremonti, Frattini, Bonaiuti e, affettivamente, lo stesso Silvio Berlusconi. Per non parlare della Dc di Scajola, Formigoni, Alfano, Fitto e Rotondi. Ma i moderati del vecchio centrosinistra della Prima repubblica sopravvissuti a Tangentopoli hanno capito che soltanto con la massima coesione avrebbero potuto resistere all’attacco dei poteri forti (giudiziario o economico). Mentre gli ex missini, che pure cavalcarono Tangentopoli avendo tutto da guadagnarci, devono all’alleanza con i moderati superstiti di quella stagione il definitivo passaggio nell’area di una destra democratica europea riconosciuta a livello internazionale.
Con il paradosso che i parlamentari ex missini entreranno nel Partito popolare europeo senza che nessuno batta ciglio, mentre i parlamentari ex democristiani del Pd non potranno esserci avendo il loro nuovo partito fatto un’altra scelta.
Perché dunque non ha senso parlare di annessione di An da parte di Forza Italia? Innanzitutto perché la struttura organizzativa della prima è più forte di quella della seconda. E questo conta, anche in tempi di “partiti leggeri”. E poi perché Berlusconi non ha chiesto a Gianfranco Fini alcuno strappo che il leader di An non avesse già compiuto per conto suo. Con lo sdoganamento del 1993 (”Al Comune di Roma voterei Fini invece che Rutelli”) Berlusconi ha capito prima di altri che quel percorso stava avviandosi alla fase conclusiva. Il nuovo Pdl sarebbe perciò debolissimo con una componente di An mortificata e marginale.
Ci sono invece tutte le premesse per una partecipazione paritaria nei fatti e non solo nei patti scritti a tavolino. Anche se il leader, come ha riconosciuto correttamente Altero Matteoli, è Berlusconi. Perché conviene a tutti che si governi uno per volta.

Vespa: Ricordiamoci di Milano 2

Il premier Silvio Berlusconi

Fuori Porta 

Quando nel ’68 dovetti scegliere un tema da sviluppare in un servizio del concorso per telecronisti Rai, scelsi la speculazione edilizia a Roma. Allora destava scandalo l’albergo Hilton, costruito in cima alla collina verde di Monte Mario. In effetti, l’avessero fatto un paio di piani più basso, sarebbe stato meglio, anche se oggi, a riguardarlo mentre scrivo questo articolo, non mi pare orrido. Da non romano, partii dall’Hilton perché la stampa progressista lo aveva additato come esempio del sacco di Roma. Cercai tuttavia di allargare lo sguardo a una città che conoscevo poco e scoprii due cose.
I palazzinari, con la complicità delle giunte democristiane, avevano fatto il bello e il cattivo tempo negli anni Cinquanta. Avevano sopraelevato fra l’altro in maniera abusiva moltissimi palazzi del centro storico e dei lungotevere. Un costruttore, dalle parti di piazza di Spagna, stava esagerando al punto che Alcide De Gasperi, che vedeva l’abuso crescere a vista d’occhio nelle frequenti passeggiate con la moglie per via San Sebastianello, lo fece ammonire di limitarsi alla sopraelevazione di un piano invece dei due previsti.
Scoprii tuttavia un’altra cosa di cui la grande stampa progressista non parlava: gli orrori dell’architettura “democratica”. L’intera periferia romana era stata cementificata con raccapriccianti dormitori che richiamavano i casermoni della Russia di Stalin, senza tuttavia averne la sobria (seppur funerea) austerità. I disastri di quegli architetti non si limitarono alle periferie: basti guardare il complesso giudiziario di piazzale Clodio. Buio e sinistro come un carcere d’altri tempi, ha i pavimenti con i cubetti di porfido stradale perché così la gente avrebbe dovuto sentire la giustizia più vicina. Conclusi perciò con molta amarezza che l’ultimo urbanista della capitale degno di questo nome era stato Benito Mussolini. Negli ultimi settant’anni non è stato tirato infatti su un solo quartiere paragonabile a Prati-Della Vittoria e all’Eur. C’è da rallegrarsene…
Abusi (condonati) e orrori non si limitano naturalmente a Roma. C’è un’Italia intera da risanare e da ammodernare. Se verrà perciò rispettato lo spirito della nuova legge sulla casa progettata da Silvio Berlusconi, nei prossimi anni potremmo assistere a un formidabile processo di rinnovamento urbanistico e di riqualificazione energetica.
Il Cavaliere, che forse ama le case perfino più della televisione, come costruttore ha le carte a posto: basti riascoltare i mugolii d’entusiasmo con cui alcune firme radical chic benedissero il quartiere di Milano 2. Mai immaginando che quel giovane costruttore sarebbe diventato l’Uomo Nero (dalla televisione alla politica) dei decenni successivi.
Naturalmente, conoscendo gli italiani, occorrerà tenere gli occhi molto aperti. Siamo pur sempre il Paese che ha distrutto chilometri di coste, che ha coniato il termine «rapallizzare» per indicare quello che non va fatto in angoli di paradiso come la Riviera ligure. Siamo il Paese in cui a qualcuno è saltato in testa di costruire il «mostro di Fuenti» e di aprire tante altre ferite simili, anche se meno note. La durezza della repressione degli abusi che dovessero aprirsi tra le pieghe della nuova legge dovrà perciò essere proporzionale alle opportunità di ampliamento e di semplificazione che la stessa legge offrirà.
Ora la parola passa alle regioni. E sarebbe deprimente se ci si dividesse tra destra e sinistra. Ha ragione Massimo Cacciari: perché demonizzare prima di capire? E parliamo del sindaco di una città cristalleria come Venezia in cui ogni abuso sarebbe mortale, ma anche dove la somma dei vincoli ha ucciso tante case in cui rifare un bagno è più complicato che costruire un grattacielo a Manhattan.
Qualcuno maliziosamente sospetta che le obiezioni possano essere alimentate da assessori e funzionari comunali: se i permessi vengono tagliati, se basta la dichiarazione giurata di un professionista per procedere, molto del potere locale va a farsi benedire. A ben vedere, è questo uno dei risvolti più interessanti della nuova normativa.

Vespa: Governare così è ancora più difficile

Walter Veltroni lascia

Fuori Porta

Mettiamola così: arrivati a questo punto, Silvio Berlusconi potrebbe nominare il suo chansonnier Mariano Apicella presidente della Rai e nessuno batterebbe ciglio. Eppure, il centrodestra deve guardarsi dai rischi dell’abbondanza. Guidare un paese complicato sull’onda di consensi crescenti nonostante una pesantissima crisi economica ha le sue insidie. Guidarlo con una opposizione parlamentare senza leader è ancora più rischioso.
La Sardegna non è l’Abruzzo, si era scritto prima delle elezioni per ammonire il Cavaliere dai rischi in cui si era ficcato gestendo in prima persona la campagna elettorale. È vero. In Abruzzo la rediviva Unione aveva messo in campo un candidato dell’Italia dei valori di cui nessuno ricorda il nome. In Sardegna il candidato da battere era Renato Soru. Forte per quanto spigoloso, cioè fortissimo. Tanto forte da combattere in Sardegna pensando a Roma, alla successione di Walter Veltroni. È stato umiliato da Ugo Cappellacci, ignoto fino a ieri alla pubblica opinione: 9 punti di scarto che salgono a 18 nel confronto tra coalizioni.
Un risultato impensabile alla vigilia. E impossibile se la sfida fosse stata tra Soru e Cappellacci. Si è giocata invece tra Soru e Berlusconi e ha avuto una dimensione così gigantesca da costringere alle dimissioni il segretario del Pd.
Bisogna dunque prendere atto che Berlusconi ha in questo momento un consenso nazionale mai ottenuto nei 15 anni della sua vita politica. Ma il massimo del consenso produce anche il massimo delle aspettative. E qui si nasconde l’insidia.
La crisi economica italiana è meno grave che in altri paesi perché risparmiamo di più, ci indebitiamo di meno e le nostre banche sono più solide. Però rischia di essere più grave perché si innesta su meccanismi di base arrugginiti e inefficienti: burocrazia, scuola, ricerca, magistratura, infrastrutture. Il governo Berlusconi ha il compito storico di risolvere, almeno in parte, problemi sui quali tutti, compresi i precedenti governi di centrodestra, hanno finora sostanzialmente fallito. Perché la soluzione richiede decisioni chiare, dure e impopolari.
Nell’aprile del 2008 l’elettorato ha dato al centrodestra la maggioranza più larga della storia repubblicana perché ha fame di decisioni. Queste sono spesso incompatibili con le lentezze parlamentari (occorre 1 anno e mezzo per approvare una legge!) e ciò giustifica la decretazione d’urgenza. Ma sono anche incompatibili con ogni tipo di divisione nella maggioranza.
Nonostante l’evidenza dei fatti, sbaglierebbe Berlusconi a ritenersi un re Mida che trasforma in oro tutto ciò che tocca. Ascolti perciò senza pregiudizi i suoi alleati e anche i suoi avversari. Ma sbaglierebbero ancor più Gianfranco Fini e Umberto Bossi a mettergli i bastoni tra le ruote per ragioni di bottega. Fini sa benissimo che il suo ruolo nella politica italiana è destinato a crescere, se non commetterà errori. Sa che nel nascituro Popolo della libertà An avrà comunque un ruolo strategico, per ragioni storiche, politiche e per la sua organizzazione sul territorio. E Bossi sa benissimo che il federalismo si farà, fiscale e non solo. Non c’è perciò bisogno di dare continui segnali di nervosismo.
La partita con la storia non se la sta giocando soltanto Berlusconi, che 15 anni fa era solo un grande imprenditore televisivo. Se la giocano anche Fini, timoroso a suo tempo che il Msi potesse sopravvivere alle nuove leggi elettorali, e Bossi, che sull’onda della secessione rischiava di sparire.
Solo un’assoluta coesione nella maggioranza può consentire di fare la rivoluzione di cui l’Italia ha bisogno. E sarebbe indispensabile che il Pd del dopo Veltroni rinunciasse al rituale controcanto nei telegiornali della sera per raccogliere la sfida di un grande progetto di trasformazione nazionale. Ma questo è un altro discorso.

Vespa: Giustizia è sfatta

Angelino Alfano

Fuori Porta

A proposito di certezza della pena, ho scoperto l’altra sera un dettaglio forse scontato, ma che fa una certa impressione. Le progressive riduzioni di pena per buona condotta (o meglio, per l’assenza di una cattiva condotta) non tengono conto del numero dei delitti compiuti. Siano uno o cento, fa lo stesso. Marco Furlan e Wolfang Abel, membri della banda Ludwig, hanno rivendicato 15 omicidi commessi tra il 1977 e l’84. Sono stati condannati a 27 anni per dieci delitti. Furlan ne ha scontati complessivamente soltanto 18, dopo una fuga e una latitanza di quattro anni. Dal 3 gennaio scorso è completamente libero, dopo un anno di affidamento ai servizi sociali. Tra poco tornerà libero anche il suo complice.
Marino Occhipinti è uno della banda della Uno bianca: 24 omicidi e un centinaio tra rapine e delitti minori. Dopo 12 anni di carcere (è stato condannato all’ergastolo come i fratelli Savi), il giudice di sorveglianza di Padova insiste perché i familiari delle vittime lo incontrino per constatare che è un uomo diverso dall’assassino dei primi anni Novanta. Il primo passo verso l’uscita. Anche lui ha maturato i tre mesi di sconto all’anno per buona condotta, la metà pena è vicina, potrebbe uscire in permesso tra poco. Ma i parenti delle vittime s’indignano al solo pensiero.
Guardando le schede di alcuni detenuti, ho potuto verificare che gli autori di omicidi condannati a 30 anni dopo dieci di carcere cominciano ad avere i permessi e dopo 18 sono liberi. È vero che la legge Gozzini e gli altri istituti premiali interpretano il diritto costituzionale al riscatto e hanno evitato le rivolte carcerarie dovute al sovraffollamento. Ma credo che il pendolo del garantismo stia scivolando pericolosamente a favore dei condannati e in danno delle vittime.
La riforma della giustizia che comincia in questi giorni il suo percorso in Consiglio dei ministri purtroppo non si occuperà di questi aspetti. Il governo comincerà a esaminare i temi per cui non è necessario toccare la Costituzione. Verrà ripristinata l’autonomia d’indagine della polizia in termini simili a quelli precedenti la riforma del Codice di procedura penale dell’89. Nella sostanza, e salvo sorprese, il pubblico ministero non dovrebbe più andarsi a cercare la notizia di reato (cosa che si è prestata ad abusi) ma dovrà aspettare un rapporto degli investigatori. L’altra riforma che non toccherebbe la Costituzione è la modifica per l’elezione dei membri del Consiglio superiore della magistratura. Essa consentirebbe di ridurre il peso delle correnti, oggi dominatrici nell’assegnazione degli incarichi degli uffici giudiziari più importanti.
Ma il cuore della riforma sta nella modifica della Costituzione: di questo si è parlato negli ultimi giorni, anche con gli interventi di Nicola Mancino e di Gianfranco Fini, però il governo non se ne occuperà subito. I punti centrali sono l’affidamento alle Camere con voto qualificato delle priorità nelle indagini, per ridurre il potere discrezionale dei procuratori, che aggira di fatto l’obbligatorietà dell’azione penale. E una riforma profonda del Csm in cui i magistrati non rappresentino più i due terzi del plenum.
C’è poi il tema della separazione delle carriere (o di una distinzione irrobustita) e della sezione disciplinare che alcuni vorrebbero distinta dallo stesso Consiglio.
Su alcuni punti si può trovare l’accordo anche con l’opposizione, su altri non c’è nella stessa maggioranza.
Ma, anche se duole dirlo, il ministro Angelino Alfano dovrà impegnarsi molto per la costruzione di nuove carceri per rivedere una strategia premiale ormai molto dolorosa per le vittime.

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
FacebookTwitter
MobileFeed rss
FacebookTwitter
  • Aspettando Sanremo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • Le uscite al cinema
    • Viaggio nell'antico Egitto
    • Applicazioni Mondadori
    • Immobiliare.it
      Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

      Provincia
      Tipologia
    • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!