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Perché non usano la lavatrice? A Calcutta due suore della carità si spezzano la schiena lavando decine di sari bianchi delle loro sorelle. Prendono l’acqua da un pilone di cemento, riempiono due secchi in cui c’è il sapone, risciacquano in un altro secchio e così per ore. Perché non usano la lavatrice? “Perché Madre Teresa non voleva alcun tipo di macchina” mi dice un volontario italiano. Obietto: ma se queste suore risparmiassero il tempo del lavaggio, potrebbero dedicare la loro fatica agli ammalati. “Il lavoro comunitario aiuta a stare insieme, a fraternizzare” replica il volontario.
Calcutta è un altro mondo. Una parte dei 10 milioni di indiani benestanti (su 1 miliardo 200 mila abitanti) abita anche qui. Li incontri il sabato pomeriggio e la domenica mentre prendono il sole nel parco del Victoria Memorial, fanno la fila insieme con la classe media per entrare in questo surreale monumento all’imperialismo britannico, frequentano i ristoranti e gli alberghi di lusso, mandano i loro figli alle università di College street e al Presidency college, pietra miliare dell’integrazione inglese. Dagli atenei indiani escono 200 mila ingegneri all’anno, ai quali si preparano a far da camerieri i nostri figli iscritti a scienza della comunicazione. Ma il resto è miseria nera.
Gran parte dei 14 milioni di abitanti di questa megalopoli vive sulla strada, molti ci dormono. Gli ospedali indiani sono tra i più avanzati dell’intero Oriente, ma centinaia di disgraziati muoiono ogni anno tra le braccia delle suore della carità di Madre Teresa, centinaia di orfani vengono accuditi dalle stesse monache in un’altra casa. Ma per visitare la tomba di questa santa monaca albanese piccola e ostinata non c’è fila, mentre gli induisti aspettano molte ore per entrare nel tempio della dea Kalì e affollano le monumentali moschee della città, nonostante i musulmani siano un’assoluta minoranza.
Il volontario italiano che incontro nell’ospedale per malati terminali, gestito anch’esso dalle suore della carità, ha l’accento toscano. È in compagnia di una bella ragazza, toscana anche lei, volontaria come lui. “Resto qui due mesi e poi torno tra i lustrini della moda” dice. Non è medico, né infermiere. Ma lava i malati, aiuta a medicarli e soprattutto li conforta.
M’accompagna tra i 50 maschi ospiti di una sola camerata, stesi su lettucci da campo appoggiati in terra e attaccati l’uno all’altro, come nelle immediate retrovie di una battaglia. Al piano di sopra c’è un’altra camerata con 70 donne. “Arrivano qui dalla strada quando è ormai compiuto tutto il percorso della loro malattia, tubercolosi o altro, o delle loro ferite, aperte e ormai pasto dei vermi” dice il volontario.
Occhi enormi e luminosi mandano lampi drammatici da volti scavati e sofferenti. Alcuni pazienti hanno gli occhi chiusi e non ho il coraggio di chiedere se dormano o non abbiano più conoscenza. Ma in fondo alla stanza un ragazzo sorride. Si solleva dal suo lettuccio quando il volontario s’avvicina, lo abbraccia e scambia con lui qualche battuta di una specie di filastrocca inglese che gli ha insegnato. È paralizzato per sempre, come può essere allegro? “Dice che qui ha trovato la gioia” spiega il giovane italiano.
Dal lato opposto della grande stanza s’alza dal suo giaciglio un ragazzo in salute. È volontario anche lui, viene da Milano, è un tecnico di computer. Sta qui da febbraio, il mese prossimo tornerà per due mesi in Italia e poi di nuovo qui. Per quanto tempo? “Fino a quando non sarà finita la felicità che mi danno loro” e indica queste persone che assomigliano a noi in tutto, ma forse ritroveranno la dignità che meritano solo in un altro mondo.
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In fondo sono un “Raisauro”. D’accordo, un bambino rispetto a Piero Angela, che compie in gran forma 80 anni in video, e alla buonanima di Enzo Biagi, che lavorò gagliardamente fino agli 86. E però, dall’alto (o dal basso) dei miei quarant’anni di televisione, ho messo sotto l’albero la mia brava letterina a Babbo Natale perché il 2009 mi porti una Rai forte, gagliarda e con un destino finalmente ben delineato.
La mia azienda è un centauro, metà pubblicità e metà canone. Il canone Rai è il più basso d’Europa: 106 euro, che diventano 107,50 nel 2009. L’Islanda ha quello più alto (373 euro), seguita da Danimarca, Svizzera, Norvegia, Austria, Svezia e Finlandia: quasi tutte tra i 260 e i 300 euro, tranne le ultime due che stanno intorno ai 215. Anche la Germania è sopra i 200, la Bbc inglese (che non ha pubblicità) è a 187 e si trova in difficoltà spaventose facendo ripianare i deficit dallo stato. Irlanda e Belgio sono intorno ai 160, la Francia è a 116.
Per fare un piacere ai suoi amici delle tv private, da dicembre 2008 Nicolas Sarkozy ha tolto alle reti pubbliche la pubblicità nelle ore più pregiate, caricando un gravoso costo compensativo (insufficiente) sulle spalle dello stato.
Nonostante la modestia del nostro canone, un italiano su quattro non lo paga. Nel Sud evade un italiano su tre. Nella mia letterina a Babbo Natale ho chiesto che il canone diventi una tassa inserita in una bolletta con questi vantaggi: riduzione per tutti e abbattimento fortissimo, fino alla gratuità, per i pensionati al minimo e le persone indigenti.
C’è poi da rimettere in moto l’azienda. Intendiamoci: la Rai non sta ferma e ha vinto questo autunno la sua ennesima battaglia nel periodo di “garanzia” pubblicitaria con la Mediaset. Ma anche se le truppe vincono sul campo, non si è mai visto un esercito che possa andare avanti per molto tempo con uno stato maggiore paralizzato. Il caso Villari sarà risolto entro la metà di gennaio. L’attuale presidente della Vigilanza, frutto paradossale dell’insistenza di Pd e Italia dei valori su Leoluca Orlando, è persona intelligente e vivace, ma politicamente non sta in piedi un presidente eletto a dispetto di chi deve designarlo.
Il presidente del Senato Renato Schifani ha fissato per il 13 gennaio una riunione della giunta per il regolamento. Se Villari non si dimetterà prima, sarà considerato decaduto, non solo dall’incarico di presidente, ma da membro stesso della commissione, perché il gruppo misto al quale egli ha aderito dopo l’esclusione dal Pd è già rappresentato. Le dimissioni volontarie o la rimozione di Villari porteranno all’immediata elezione al suo posto di Sergio Zavoli, candidato condiviso da tutti. Entro gennaio potremmo perciò avere il nuovo consiglio d’amministrazione e il nuovo direttore generale.
Poi si passerà alla revisione delle cariche direttive nelle reti, nelle testate e nei servizi. Dico revisione e non rinnovo automatico perché non tutti, nella maggioranza, sono favorevoli all’azzeramento totale. Lo spoils system (che alla Rai si chiama lottizzazione) può essere fatto in tanti modi. In quarant’anni ho avuto 18 presidenti e 17 direttori generali. Tranne cinque, i direttori sono stati bravi, alcuni bravissimi. La stessa cosa si può sostenere per i direttori di rete e di telegiornale. Per dirla tutta: destra o sinistra, di Maradona rimasti in panchina perché discriminati non ne ricordo.
È inutile aggiungere (ho scritto a Babbo Natale) che col presidente del Consiglio proprietario della Mediaset la nuova squadra Rai deve essere d’eccellenza. Speriamo bene.
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All’accordo! All’accordo! Il clima riformistico sulla giustizia sembra migliorato a destra e a manca dopo le follie compiute sull’asse Salerno-Reggio Calabria. Ma quante buone intenzioni reggeranno alla prova dei fatti? Pier Ferdinando Casini sarà molto collaborativo. Antonio Di Pietro ha annunciato guerra su tutti i fronti. E il Partito democratico? I suoi dirigenti sono divisi, è difficile aspettarsi dal partito scelte rivoluzionarie.
Il primo assaggio è atteso prima di Natale, quando il guardasigilli Angelino Alfano presenterà in Consiglio dei ministri la prima riforma, quella che influisce sui poteri del pubblico ministero assai più (e più utilmente) della chimerica separazione delle carriere. Si tratta di restituire alla polizia giudiziaria i poteri che questa aveva fino al 1989, quando entrò in vigore l’attuale Codice di procedura penale. Intenzione del governo è di lasciare a Polizia, Arma dei carabinieri, Guardia di finanza l’autonoma acquisizione delle notizie di reato e di comunicarle al magistrato che solo in quel momento potrà avviare l’azione penale. Si accerti prima l’ipotesi di reato, insomma, e poi si proceda.
Uno dei padri di questa riforma è l’ex pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris, che ha portato al parossismo alcune anomalie già presenti in parecchi uffici della pubblica accusa. È accaduto spesso, infatti, che i procuratori si siano mossi con quella che è stata acutamente definita la «pesca a strascico». Immagini che un tizio possa aver commesso il reato, lo iscrivi nel registro degli indagati e cominci a intercettare lui e migliaia di suoi interlocutori nella speranza di trovare qualcosa. Alcune volte va bene, altre no.
Con questo sistema De Magistris ha intercettato migliaia di persone e avviato inchieste (poi bloccate) su mezza Italia. Per vendicarne il siluramento, i procuratori di Salerno lo hanno ascoltato 65 volte e hanno messo sotto inchiesta non solo i colleghi di Catanzaro che avevano ereditato le sue inchieste, ma gli stessi vertici del Consiglio superiore della magistratura che si erano permessi di trasferirlo. È così esplosa la visibilità di quell’eccesso di potere dei pubblici ministeri al quale ora si cercherà di porre rimedio.
Il punto centrale della proposta governativa è che il pm non avrà più potere d’iniziativa: dovrà aspettare il rapporto della polizia o la segnalazione di un cittadino. Luciano Violante considera stravagante che se il procuratore legge una notizia di reato sul giornale non possa muoversi. Osservazione giusta con due obiezioni: la prima è che i giornali li legge anche la polizia, la seconda è che al pm non mancherà modo di farsi arrivare sul tavolo in tempo reale la segnalazione da un amico.
D’altra parte la totale discrezionalità di cui oggi godono i procuratori ha portato a risultati così aberranti che qualche sacrificio bisognerà pur farlo. Non si può, inoltre, sostenere che nei quarant’anni in cui questo sistema era in vigore prima del 1989 (quando Violante era giudice istruttore) abbia dato pessimi risultati. Si aggiunga che le nuove norme, se approvate, affideranno alla polizia giudiziaria anche la facoltà di svolgere indagini su filoni paralleli a quelli indicati dal magistrato in modo da arricchire il fascicolo investigativo.
Questa riforma non tocca la Costituzione e metterà subito alla prova la buona volontà dell’opposizione. Da parte sua il premier farebbe bene a recedere dall’ostinazione di togliere dalla riforma delle intercettazioni reati come corruzione e concussione in modo da accelerarne l’approvazione. La separazione delle carriere è assai meno urgente, mentre sulle priorità dei reati da perseguire e sulla stessa diversa composizione del Csm (elemento centrale della riforma, ma di valenza costituzionale) l’accordo con il Pd è possibile.

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Il problema è questo: i comunisti non vogliono morire democristiani e i democristiani non vogliono morire socialisti. La collocazione internazionale del Partito democratico è stata sempre rinviata, ma dopo le elezioni europee della primavera prossima una scelta dovrà essere compiuta. E non sarà una scelta facile.
Il fatto che il documento elettorale del Partito socialista europeo non venga firmato da Walter Veltroni, segretario del Pd, ma da Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds, la dice lunga sul paradosso di questi giorni. Al momento della nascita del Partito democratico, in effetti, una decisione sulla collocazione internazionale del partito non fu presa. I più alti dirigenti ne parlarono in un incontro informale nel giugno scorso, dopo la sconfitta alle elezioni politiche. L’opinione prevalente fu a favore di una collocazione autonoma del futuro gruppo Democratico a Strasburgo, legato tuttavia da uno stretto rapporto di collaborazione con il Partito socialista europeo.
Gli uomini della Margherita non accettano di spostarsi di un millimetro da questa posizione, mentre Fassino e gli ex Ds non vogliono uscire dal gruppo socialista al quale sono stati sempre iscritti. La trasformazione del gruppo Pse in Socialisti e democratici europei non è allo stato immaginabile per la forte e motivata resistenza degli altri partiti che non intendono cambiare la loro storia per risolvere i problemi degli italiani.
Questa piccola bomba a orologeria non è per ora, tuttavia, quella che impensierisce Walter Veltroni. Il segretario ha scadenze più vicine e delicate almeno nella loro somma: le elezioni in Abruzzo, la crisi della giunta Soru in Sardegna, il paradosso Villari nella commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. E soprattutto il processo aperto formalmente alla sua leadership da Francesco Rutelli e in particolar modo dagli amici di Massimo D’Alema. Viene annunciato un franco dibattito nella direzione del 19 dicembre, ma anche qui sono escluse soluzioni traumatiche come la convocazione anticipata di un congresso.
Nessuno in questo momento ha la forza di sostituire Veltroni e a nessuno conviene lacerare ulteriormente il partito alla vigilia di scadenze elettorali importanti come le elezioni europee e le amministrative della primavera prossima.
Ciò non toglie che gli amici di D’Alema stiano affilando le spade per un duello che non sarà incruento. Sebbene siano rassegnati a celebrare il congresso nell’autunno del 2009, vogliono far emergere in tutta la sua evidenza il profondo contrasto politico che li separa dal segretario. In due parole, essi accusano Veltroni di dire tutto e il suo contrario e di galleggiare su una linea politica ambigua.
Naturalmente Veltroni giocherà le sue carte. Se riuscisse a ristabilire, magari con l’aiuto di Gianni Letta, un dialogo con Silvio Berlusconi e con il governo, e a contribuire con suggerimenti ragionevoli alla gestione della crisi economica, segnerebbe un punto importante in proprio favore. Al quel punto l’imbarazzante vicenda della commissione di vigilanza sulla Rai sarebbe fortemente ridimensionata. Non è da escludere, infatti, che Riccardo Villari resti davvero al suo posto, se maggioranza e opposizione non troveranno un cavillo giuridicamente corretto per sollevarlo dall’incarico. I democratici dovrebbero perciò tornare in commissione e per Veltroni non sarebbe una buona giornata.
FuoriportaLa vita politica, come quella comune, è fatta a scale. Si scende, si sale. Walter Veltroni è stato in ascesa festosa e costante dall’incoronazione dell’autunno 2007 alle elezioni della primavera 2008. Sei mesi. Per altri sei, dopo la sconfitta elettorale, è caduto. Serenamente, pacatamente, ma anche disastrosamente. A chi chiedeva se gli avrebbero dato la spintarella finale verso l’ultimo baratro, gli amici di Massimo D’Alema scuotevano la testa: «Non è necessario. Provvede da solo». Con la manifestazione di sabato 25 ottobre al Circo Massimo, Veltroni ha cominciato a risalire. Non nei sondaggi, che restano assai severi con il Partito democratico, ma nel giro della politica. E soprattutto in casa sua. Le sue pacate, serene e micidiali battute ai dalemiani (”Non poteva andarvi tutto bene…”) dinanzi alla folla del Circo sono indicative del fatto che Veltroni, comunque gli vadano le elezioni europee e amministrative, venderà cara la pelle. Non a caso prima della manifestazione del 25 ottobre aveva chiarito che anche dinanzi a una sconfitta a giugno 2009 non si sarebbe dimesso. Ora gli restano sette mesi per giocarsi la partita finale. Come? Con chi?
Il sentiero in cui dovrà muoversi il segretario democratico è piuttosto stretto. Aver dedicato alle critiche a Silvio Berlusconi otto decimi del suo discorso romano ha riempito la pancia di una base delusa e desiderosa di una linea intransigente. Ma a ben vedere non è stata una prova di forza. Piaccia o no, infatti, Veltroni non può permettersi di rompere con il Cavaliere. A meno di rimangiarsi per intero la coraggiosa sfida bipolare nata insieme con la sua elezione a segretario del Pd. Berlusconi vuole togliere le preferenze dalle elezioni europee per evitare una lotta al coltello tra Forza Italia e Alleanza nazionale, meno forte nell’elettorato, ma più forte nell’organizzazione. Ha contro chi gli rimprovera di espropriare l’elettorato di una legittima scelta, ma ha dalla sua il fatto che in quasi nessun paese europeo le preferenze esistono e che in Italia esse alimentano uno spaventoso giro di denaro. Il Cavaliere vuole poi la soglia del 5 per cento nella speranza di escludere l’Udc dal Parlamento europeo, in nome di quel bipolarismo-bipartitismo al quale Veltroni è interessato quanto e più di lui. Ma se il Pd continua a dirgli che si comporta come un dittatore, a Berlusconi converrebbe rinunciare a qualunque riforma e lasciare la legge com’è. Niente sbarramento e preferenze libere. Il Pdl perderebbe qualcosa in favore di Francesco Storace, ma per il Pd sarebbe un disastro: Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani, socialisti e quant’altro, nell’assenza di un voto utile, prenderebbero senz’altro seggi a scapito dei democratici. Gli stessi radicali avrebbero interesse ad andarsene da soli.
L’altro corno del problema per Veltroni è il rapporto con Antonio Di Pietro. Averne accettato il candidato alla presidenza della Regione Abruzzo espone il Pd a un doppio rischio: in caso di vittoria, il ruolo generale di Italia dei valori verrebbe enormemente rafforzato. In caso di sconfitta, a Veltroni verrebbe rimproverato il rilancio dell’alleanza di un avversario molto scomodo. Che in ogni caso si rafforzerà alle elezioni europee quasi completamente ai danni del Pd. La vicenda abruzzese ha poi interrotto bruscamente il dialogo con l’Udc dove Pier Fedinando Casini è molto preoccupato dell’offensiva che il centrodestra gli sta scatenando in molte regioni.
La vita politica è fatta a scale. Si scende, si sale. Ma anche la pianura è pericolosa.

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Tra Antonio Di Pietro e gli eredi del vecchio Partito comunista c’è da 15 anni un susseguirsi di conti in sospeso. Ai tempi di Mani Pulite, Carlo Sama, braccio destro di Raul Gardini, entrò nel palazzo della direzione dell’allora Pds in via delle Botteghe Oscure con una valigetta contenente un miliardo di lire e ne uscì senza. I magistrati di Milano accertarono l’episodio, ma si dissero impotenti a stabilire se Sama fosse salito al secondo piano (la segreteria) o al terzo (l’amministrazione). E non perseguirono nessuno. Quando a Di Pietro viene contestato questo inconsueto fallimento investigativo, l’ex pubblico ministero si difende dicendo che lui avrebbe voluto che nell’aula del processo fossero ascoltati come testi Achille Occhetto e il suo vice Massimo D’Alema, ma la richiesta non ebbe corso.
D’Alema non ha mai amato Di Pietro: le sue opinioni sulla magistratura, nel segreto dell’animo, sono molto più vicine a quelle di Silvio Berlusconi che non al simbolo di Mani Pulite. E Di Pietro è stato sempre un uomo di centrodestra: se non fosse stato bloccato dal suo capo Francesco Saverio Borrelli e dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, forse non avrebbe rifiutato nel 1994 la carica di ministro dell’Interno fattagli balenare da Berlusconi. Anche se lui, fedele al saggio principio che i governi passano e le cariche restano, avrebbe preferito fare il capo della Polizia, come confidò a un collega magistrato.
Fu dunque per un reciproco calcolo di fredda realpolitik che nel 1996 D’Alema, ormai segretario del Pds, offrì a Di Pietro un seggio parlamentare nel collegio blindato del Mugello. A chi gli rimproverava quel gesto innaturale, D’Alema rispose con la consueta aria di sufficienza: “Meglio tenerlo dentro che fuori”. Il suo parere più tardi mutò.
Walter Veltroni ha fatto un discorso analogo proponendo al leader dell’Italia dei Valori l’alleanza alle elezioni del 13 aprile. La cultura e la visione politiche di Di Pietro sono agli antipodi del Pd. Il riformismo del parlamentare molisano su alcuni punti rilevanti del programma (a cominciare dalle infrastrutture) vengono annichiliti dalla visione giustizialista-rivoluzionaria. Veltroni decise di annacquare irreparabilmente la storica decisione di “andare da soli” perché un paio di sciagurati sondaggi lo convinsero di poter pareggiare, se non vincere. Il famoso sms di Dario Franceschini, spedito ai quadri dirigenti del partito nel primo pomeriggio della domenica elettorale (”Nel rispetto della legge, diamoci da fare. Si può vincere”) la dice lunga sull’intera strategia democratica.
È finita come sappiamo. Incassati i seggi necessari, Di Pietro rimase zitto un paio di giorni e poi annunciò che non avrebbe fatto gruppo unico col Pd come promesso prima del voto. Da allora la rottura definitiva è stata annunciata ripetutamente da Veltroni: dall’adunata di piazza Navona, in luglio, al road show televisivo di questi giorni per lanciare la manifestazione di sabato 25 ottobre. Annunciata, ma ancora non consumata, fino a quando Leoluca Orlando, a dispetto dei santi, resterà candidato alla presidenza della Commissione di vigilanza Rai. Ma una grande affermazione Di Pietro l’ha comunque ottenuta, rosicchiando molti voti al Pd (per ora nei sondaggi) e costringendo Veltroni a una posizione meno moderata. Se nelle situazioni locali critiche, come in Abruzzo, Pier Ferdinando Casini correrà davvero da solo nel timore di perdere consensi a destra, l’unione contro natura tra il Pd e Italia dei Valori è destinata a rafforzarsi. Anche se è l’ultima cosa che Veltroni desidera.
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Il mio sistema di sopravvivenza è piuttosto banale: quando la borsa crolla, salto la pagina dei listini. Perché soffrire inutilmente? Ho un unico rimpianto: nel luglio del 2007 volevo vendere tutto: non era possibile che le quotazioni salissero costantemente per 5 anni senza che prima o poi ci fosse un acquazzone. Un “esperto” mi scongiurò di non farlo. Lo sventurato, cioè io, rispose. Era accaduta la stessa cosa vent’anni prima. La mia cultura terragna mi aveva suggerito anche allora di non strafare. Un altro “esperto” mi parlò di non so quale intervento giapponese sull’Olivetti… panzane. Presi un bagno dal quale ancora non mi asciugo.
Il terremoto di questi giorni (e dei mesi passati) da risparmiatore comune mi ha sorpreso. Almeno 3 anni fa, se ricordo bene, erano uscite le prime copertine di Newsweek e dell’Economist con palazzi che crollavano sotto i fulmini. La crisi immobiliare prima o poi sarebbe arrivata. Se nemmeno gli “esperti” delle più grandi banche del mondo sanno farsi i conti in tasca, stiamo freschi.
Dopo il primo grande bagno, lunedì 15 settembre, Silvio Berlusconi a Porta a porta ha suggerito di comportarsi come i “cassettisti”, quei risparmiatori all’antica che mettevano i titoli in un cassetto, ne incassavano ogni anno i dividendi e non si ponevano il problema di vendere le azioni. In effetti, a ben vedere, se un’azienda è sana e fa utili ragionevoli, il titolo può andar giù quanto si vuole, ma passata la buriana recupera. Il problema è di non avere fretta.
Una cosa ormai deve essere chiara a chi investe in borsa: non avere fretta. Mai. Se si è speculatori, questo discorso ovviamente non vale. Il brivido del successo può equivalere al brivido del disastro. Mi riferisco invece a chi si comporta come il buon padre di famiglia richiamato nel diritto romano: moderazione e pazienza.
Quando dico ai gestori dei miei risparmi di comportarsi come il buon padre di famiglia, entrano nel panico. Che significa? Significa che la flessibilità del mio portafoglio è assoluta. Non sono uno speculatore, ma nemmeno la vecchietta che vive con i dividendi delle azioni. Regolatevi con buonsenso. Qualche volta funziona.
Il problema è che non si capisce più dove stia il buonsenso o, per entrare nel merito, quanto valga una società quotata. Certi prezzi, tecnicamente, non hanno senso. Non l’avevano quando erano troppo alti. Non l’hanno oggi che sono troppo bassi. Quando i titoli crollano, sarebbe il momento di comprarli. Ma chi ha il coraggio di farlo? Tutti vorrebbero comperare al punto più basso e vendere al punto più alto. È impossibile e spesso si perde per ingordigia.
Eppure, in questi momenti così difficili, cominciamo ad apprezzare la nostra Italia. Anche se il bello e il cattivo tempo si decidono a New York (le televisioni americane non dicono mai come vanno le borse europee, tanto poco contano), dobbiamo essere consapevoli che le nostre banche, pur così bistrattate, sono per fortuna più tirate nel concedere i mutui e gli italiani sono per fortuna più prudenti nel chiederli.
A nessuno verrebbe in mente di chiedere (o di concedere) un mutuo pari al 100 per cento della casa. E a nessuno verrebbe in mente di ipotecarsi la casa per consumare di più. Anche se da noi il credito al consumo è in crescita (perfino al supermercato, la quarta settimana del mese), continuiamo a essere un popolo di risparmiatori. Stiamo tornando ai titoli di stato o equivalenti. In attesa che smetta di piovere sul bagnato.
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Diciamo la verità: il gioco politico dell’estate è il tiro al piccione su Walter Veltroni. È fatale che chi perde le elezioni trovi un mucchio di gente pronta a spiegargli come va la vita. Nel caso di Veltroni si va oltre: dopo non aver saputo vincere, non saprebbe nemmeno fare opposizione. Insomma, Antonio Di Pietro e Paolo Ferrero hanno le idee chiare, Walter no. Si aggiunga quel che sta succedendo a Torino: il sindaco più popolare d’Italia, Sergio Chiamparino, dice che se potesse evitare di prendere la tessera del partito nelle sezioni della sua città lo farebbe volentieri. Ancora. I prodiani del Pd vogliono il congresso anticipato. Gli amici di Francesco Rutelli sono depressi dopo la sconfitta di Roma, ma non accettano di caricarsene la responsabilità. Massimo D’Alema gioca una sua partita dal percorso per ora indecifrabile. Il quadro dello scollamento così è completo.
In realtà, Veltroni fa quello che può. Ha il merito storico di aver semplificato la geografia politica italiana e di aver tentato di cancellare l’antiberlusconismo come ragione sociale del centrosinistra. L’ha fatto pur sapendo che nella pancia del suo partito l’avversione per il Cavaliere resta molto forte. Era inevitabile che questo atteggiamento desse fiato al populismo di Antonio Di Pietro, il quale – pur dichiarandosi liberale e moderato – oggi è molto più vicino alle nuove posizioni di Rifondazione comunista che a quelle del suo (ex?) alleato alle elezioni di aprile. Veltroni si è trovato con le spalle scoperte e ha spostato la frontiera in avanti, alla grande manifestazione antigovernativa di metà ottobre, ai cinque milioni di firme da raccogliere sotto lo slogan “Salva l’Italia”. Doveva farlo, visto che dal mondo dei vecchi girotondini (Paolo Flores d’Arcais) arriva la proposta di fare liste civiche alle elezioni europee per mandare il Pd al 25 per cento.
Le grandi manifestazioni d’opposizione sono certamente un ricostituente democratico, ma per avere successo debbono trovarsi in sintonia con il sentimento prevalente nel Paese. È sicuro Veltroni che a sei mesi dalle elezioni il governo di centrodestra sia impopolare? La situazione economica è quella che è, ma lo slogan “Salva l’Italia” può essere rischioso, se la manovra economica triennale di Giulio Tremonti ha un respiro oggettivamente diverso dal pasticcio del governo precedente che fu giudicato indigeribile dalle stesse forze del centrosinistra.
Una opposizione riformista, piaccia o non piaccia, dialoga con il governo in carica. Il federalismo fiscale e la riforma della magistratura sono due eccellenti occasioni per testare la credibilità della maggioranza e dell’opposizione. Sul primo punto, pare che l’orrido Calderoli – additato negli anni al disprezzo del popolo della sinistra – abbia fatto un progetto niente male che il Partito democratico guarda con interesse.
Sulla riforma della giustizia per ora non abbiamo indicazioni, salvo una, molto importante: Angelino Alfano fa ripartire il suo progetto dai lavori della Bicamerale. Molti non lo ricordano, ma allora fu raggiunto un accordo proprio nel ridisegnare la figura del pubblico ministero. E Massimo D’Alema, quando si parla di giustizia, dice che bisogna ripartire dalla commissione di cui fu presidente dieci anni fa. Insomma, temi sui quali testare Veltroni non mancano. Ben vengano le grandi adunate, ma gli esami si fanno altrove.
Per ragioni che non ricordo, ho ben due visti d’ingresso negli Stati Uniti stampati sul mio passaporto. Visti di lunga durata, segno che l’amministrazione americana mi conosce e non ha niente da temere dal mio ingresso negli Usa. Bene, ogni volta che vado in quel paese, mi vengono prese le impronte digitali e ora vengo sottoposto anche all’esame dell’iride. Questo accade ovviamente anche ai turisti che vanno negli Stati Uniti senza visto d’ingresso, ma nel mio caso, e in tutti gli altri simili, il fatto di aver passato gli esami presso il consolato americano di Roma non vale assolutamente nulla. Anzi, dato che uno dei visti è professionale, talvolta gli impiegati dell’immigrazione mi chiedono quale lavoro vado a fare per qualche giorno da loro.
Ecco perché mi è difficile scandalizzarmi per la decisione del ministro Roberto Maroni di sottoporre i rom, minorenni compresi, all’esame delle impronte digitali. Per superare il sospetto che si tratti di una misura di natura etnica, e perciò discriminatoria, si potrebbe stabilire fin da subito che ciascuno di noi, bambini compresi, al momento del rinnovo del passaporto o della carta d’identità debba lasciare le proprie impronte digitali. Se abbiamo un problema di sicurezza, rendiamoci sicuri anche da noi stessi dando il buon esempio.
Il problema dei rom è diverso. E viene segnalato da una fonte insospettabile come Paride Orfei, esponente della nota famiglia di circensi. I nomadi sono divisi in due rami: i rom e i sinti. Vengono entrambi dall’Asia, erano nomadi già un migliaio d’anni fa e i sinti, originari della Persia, già allora erano specializzati in giochi. I titolari dei circhi più famosi d’Italia (e non solo), gli Orfei, i Togni, i Medrano, sono tutti sinti. Bene, Paride Orfei che conosce bene il suo mondo dice che prelevare le impronte serve a poco. Già oggi tutti i bambini che vengono arrestati e mandati in comunità protette, dalle quali fuggono nel giro di poche ore, lasciano le loro impronte digitali. Così i poliziotti sanno che hanno rubato 30 o 300 volte e non possono far che ripetere l’inutile rito di un affidamento inutile: i bambini hanno già in tasca il cellulare e i soldi per raggiungere la loro banda familiare. Quando vengono arrestati (separatamente) i loro genitori, o sedicenti tali, li disconoscono.
Paride Orfei sostiene di avere le prove che ci sono bande di sinti e di rom che entrano in Italia portando con sé decine di bambini, spesso da loro comprati o rubati. Registrare questi piccoli disgraziati con le impronte a loro non costa nulla. L’unico modo per smascherarli, dice Orfei, sarebbe prenderne il dna. E qui tocchiamo un tasto delicatissimo.
Personalmente non avrei nessuna difficoltà a depositare da qualche parte il mio codice genetico. È mio e credo che nessuno possa giocarci illecitamente, anche perché c’è sempre la prova finestra. Ma in molti casi il dna sarebbe utilissimo: ad accelerare, per esempio, le cause per l’accertamento o il disconoscimento della paternità, oltre a chiarire una infinità di situazioni criminali nelle quali possiamo essere coinvolti anche di striscio. Credo perciò che prima o poi arriveremo anche a fare una banca nazionale e internazionale del dna. Intanto si potrebbe rendere obbligatorio prendere il dna delle persone fermate o arrestate dalla polizia, di qualunque età esse siano. Così sapremmo chi sono i padri padroni che sfruttano i figli o quelli che schiavizzano i figli d’altri.
E pensate se in ciascun paese il dna fosse preso alla nascita. Tutti sapremmo da dove vengono i criminali che vivono senza documenti per evitare il rimpatrio. Ma questa, purtroppo, è fantascienza.
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L’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, ha invitato i cittadini a ripristinare l’abitudine del saluto, desueta soprattutto nelle grandi città. I sacerdoti hanno una buona parola per tutti: salutarsi è meglio che non farlo. Ma il discorso del cardinale è più profondo. Che tipo di solidarietà può nascere tra persone che si ignorano?
Quando ero bambino, mia madre m’insegnò che non sta bene dire soltanto buongiorno. Bisogna dire: “Buongiorno, signora”, “Buongiorno, dottore”, “Buongiorno, signor Carlo”. Le conservo gratitudine, a molti anni di distanza, perché i riscontri (oggi come allora) sono eccellenti. Non c’è nulla che faccia più piacere a una persona sconosciuta, e magari di estrazione modesta, di sentirsi dire “Buongiorno, signora”. Non è soltanto questione di buona educazione, ma di sostanza.
Nello stabile in cui sono cresciuto, al- l’Aquila, abitavano 12 famiglie. Per cinquant’anni si sono dati sempre tutti del lei e gli inviti reciproci sono stati rarissimi. Ma quella casa profumava di comunità e di solidarietà. Nessuno aveva bisogno dell’altro, ma davamo tutti per scontato che in caso di emergenza gli altri si sarebbero fatti in quattro. Come in realtà è sempre accaduto.
Una lezione di civiltà mi è venuta dai paesi più sperduti del mio Abruzzo: i vecchi contadini ti dicevano buongiorno anche se non sapevano chi fossi. E te lo dicevano in anticipo rispetto a una tua possibile iniziativa di saluto a loro.
Oggi è normale salire su un ascensore senza salutare le persone che occupano lo stesso metro quadrato o prendere posto in aereo senza degnare di uno sguardo chi ci siede a 10 centimetri di distanza. Ma, quel che è peggio, siamo capaci di abitare molto a lungo in un appartamento senza avere la più pallida idea di chi siano i nostri vicini. Alcuni si sorprendono dell’eventuale saluto, quasi che il buongiorno voglia essere la premessa per attaccare bottone, scardinare la privacy altrui, innescare possibili pettegolezzi futuri.
Però il silenzio reciproco porta a situazioni surreali, quando uno degli abitanti del palazzo diventa protagonista (carnefice o vittima, non importa) di un fatto di cronaca nera. Invano polizia e carabinieri saliranno e scenderanno le scale: quella ragazza o quel vecchio per i loro vicini saranno semplicemente una ragazza e un vecchio. Non un nome, un contatto, la condivisione di una qualsiasi abitudine.
Accade così che persone anziane muoiano in casa senza aver potuto chiedere aiuto a nessuno e che i loro corpi restino a lungo dove ha deciso il destino senza che vi siano richieste di notizie all’interno del palazzo.
Tutto questo non giova a noi stessi e tantomeno alla società sempre più chiusa in cui viviamo e che tramandiamo ai nostri figli. Certo, a me per primo dà fastidio dovere rinunciare a una lettura in treno se il compagno di compartimento è un logorroico. E non mi trattengo dal richiamare alla discrezione eventuali compagni di viaggio che trattano i loro affari al cellulare con un volume di voce da conferenza stampa. Ma al tempo stesso ignorare chi è a pochi centimetri da noi come se fosse un fantasma è altrettanto sgradevole.
Ed è soltanto la punta visibile dell’indifferenza: la stessa che porta i testimoni di uno stupro ad accelerare il passo o chi incrocia un cadavere sul marciapiedi a scavalcarlo come fosse una striscia pedonale verniciata di fresco.
L’appello di Tettamanzi, se l’ho bene inteso, è dunque di ripartire dal saluto per riesaminare a fondo il nostro rapporto con gli altri. Perché dover aspettare l’arrivo di un’astronave da Marte per scoprire di essere una comunità debole?