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Fuori Porta
Forse sono innocenti. Forse alla fine verrà fuori qualcosa che li scagiona. O forse no. Forse Raffaele Sollecito è implicato nell’assassinio di Meredith e Alberto Stasi lo è in quello di Chiara. Arresti prematuri? Indagini frettolose e sbagliate? Oppure la prima intuizione è stata quella giusta?
Comunque vadano a finire le inchieste di Garlasco e di Perugia, ci troviamo di fronte a due ragazzi prototipi di una gioventù che non conosciamo e il cui ritratto giudiziario, indipendentemente dall’esito delle indagini, è diverso da quello sul quale sono pronti a giurare genitori e amici.
Raffaele e Alberto hanno molti tratti in comune: 24 anni, studenti modello, coinvolti in una storia orribile alla vigilia di una laurea brillante con ottime prospettive di lavoro. Sembrano simili anche nel fisico e nel carattere. Alti, magri, piacevoli. E gelidi, anche di fronte a contestazioni che farebbero impazzire chiunque.
Il padre di Raffaele è un affermato medico pugliese. Parla del figlio con serenità convinta, quasi col sorriso sulle labbra, come se il ragazzo stesse in prigione per uno scambio di persona e comunque per una piccola bravata giovanile. Le foto del blog in cui appare fasciato come un terrorista islamico? Un abito di carta igienica. La mannaia che il boia brandisce minaccioso? Un giocattolo di gomma. Il coltello che porta sempre in tasca da quando aveva 13 anni? Un accessorio dell’abbigliamento. Una innocua coperta di Linus.
Eppure Raffaele scrive sul blog: “Ormai sei cambiato e non si può tornare indietro. Si può sperare di trovare un giorno emozioni più forti che ti sorprendano ancora…”. Quali emozioni? Quelle tragiche sospettate dal giudice che lo tiene in carcere immaginando una reazione atroce alla noia quotidiana? O emozioni innocenti di altro genere?
“Sono molto onesto, pacifico, dolce, ma qualche volta completamente pazzo…”. Che vuol dire? E soprattutto perché queste cose si scrivono su un blog aperto a tutti? Un tempo certe introspezioni si confidavano a un diario e guai se i genitori si permettevano di ficcarci il naso: legioni di psicologi e di sociologi erano pronte a stracciarsi le vesti per la violazione inammissibile, per il turbamento definitivo e fatale al ragazzo o alla ragazza in fiore. Adesso tutto è pubblico. E nessuno si preoccupa di capire e di interpretare certi messaggi prima che un oscuro delitto imponga letture tardive e magari improprie. I genitori leggono i blog dei figli?
Un padre manda il figlio all’università in una deliziosa città di provincia e scopre da giornali e televisione che sulle scale del duomo di Perugia si smercia droga apertamente e impunemente. «Faccio uso di cannabis tutti i giorni di festa e tutte le volte che ne ho bisogno. Sono una persona ansiosa» scrive Raffaele. Una canna al posto dell’Ansiolin? Lunedì 12 novembre a Porta a porta studenti perugini hanno ammesso che nella loro città la droga si compra liberamente. La stessa sera uno psicologo, un criminologo e un magistrato minorile hanno ricordato che la droga cosiddetta leggera può stravolgere la personalità di chiunque. L’indomani personalità e giornali della sinistra hanno protestato. Guai ad accostare la droga a un delitto. Che la droga sia libera, per i delitti si indaghi altrove.
Resta la domanda. Chi è Raffaele Sollecito? Chi è Alberto Stasi? Le conversazioni fluviali con un amico e il pudore relazionale verso Chiara c’entrano tanto o nulla col delitto? E insomma: i nostri figli sono più infelici e crudeli dei loro padri?
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Fuori Porta
C’è Garlasco, poi Garlasco, poi ancora Garlasco. La gente prende il giornale, guarda pigramente la prima pagina e poi corre a leggere le ultime sul delitto. Da sempre, nelle preferenze della popolazione, la cronaca viene prima della politica. Si veda Cogne. Ma raramente come stavolta il salto delle pagine politiche è stato più netto. Perché raramente, come in questo momento, la politica è stata un gioco di società che appassiona molto, come tutti i giochi di nicchia, soltanto un ristretto gruppo di specialisti.
Riepiloghiamo. A Palazzo Chigi c’è da 15 mesi Romano Prodi alla guida di una coalizione di una decina di partiti apertamente incompatibili tra loro che hanno vinto d’un soffio le elezioni uniti soltanto dalla guerra di liberazione da Silvio Berlusconi. Nella guerra perenne tra riformisti e sinistra radicale, Prodi deve dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Finora ha vinto il partito della botte, ma il partito del cerchio (i riformisti) s’è ribellato e ha cominciato a tirare il freno sul welfare, sulle tasse, un po’ su tutto. La novità di questo autunno è che ai normali interlocutori politici dei diversi partiti s’è aggiunto Walter Veltroni. Formalmente, Veltroni è ancora soltanto il sindaco di Roma. Ma la sua scontata elezione il 14 ottobre alla guida del Partito democratico gli ha fatto assumere un ruolo del tutto inedito nella politica italiana: quello del presidente del Consiglio ombra. Mentre infatti i suoi concorrenti più noti (Rosy Bindi ed Enrico Letta) caratterizzano la loro campagna in termini più stretti di identità di partito, Veltroni ha presentato un programma da candidato premier. Poiché in questo momento è libero dai condizionamenti di chiunque, a cominciare dalla sinistra radicale, Walter può muoversi assai più liberamente di Romano.
Non gli costa nulla, perciò, chiedere ragionevolmente la riduzione delle tasse, visto che non deve sedersi al tavolo né con Tommaso Padoa-Schioppa – che ci ricorda ogni momento l’enormità del debito – né con la trimurti Franco Giordano-Oliviero Diliberto-Alfonso Pecoraro Scanio che chiedono di destinare il surplus fiscale ai ceti più deboli. Così aprendo i giornali ogni mattina, Prodi scopre che cosa farebbe Veltroni se fosse al posto suo. Intendiamoci: Veltroni fa benissimo a muoversi così nella sua ottica, ma il lettore non capisce più dove finisce la realtà e dove comincia la fiction.
Veltroni, infatti, con il sostegno del suo storico amico-nemico Francesco Rutelli, si muove nell’ottica di un’alleanza «di nuovo conio» che sembra davvero il migliore dei mondi possibili disegnato da Voltaire per Pangloss. Ma se si esce dallo schermo e si scende sulla strada, non si capisce dove questo «nuovo conio», che sarebbe poi la mitica nuova alleanza di centro, cominci e finisca. Un’alleanza del Partito democratico con l’Udc riunitosi a sua volta con l’Udeur? Noi non crediamo che Pier Ferdinando Casini possa allearsi con il centrosinistra. (In verità, essendoci a suo tempo sbagliati con Marco Follini, potremmo sbagliarci di nuovo. Ma Follini è partito da solo. Casini provocherebbe uno tsunami nel suo partito e in ogni caso non crederemo mai che il suo ostentato antiberlusconismo arrivi a tanto).
Il disegno di lungo periodo è suggestivo e Rutelli lo coltiva da almeno due anni: il ritorno a un centrosinistra riformatore stile anni Sessanta. Ma la premessa è legata alla scomparsa politica di Silvio Berlusconi che, come è noto, è ancora lì alla guida di quello che si giocherà con l’intero Pd il posto di primo partito italiano. In ogni caso Pd+Casini+Mastella+Boselli+Di Pietro+Angius sono lontani dalla maggioranza assoluta. Dunque? Dunque Garlasco, poi Garlasco e poi ancora Garlasco.